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martedì 6 marzo 2018

Hurricane...

Vagò senza sosta per due giorni e due notti. Nemmeno una sosta, neanche una pausa. In un modo o nell'altro, riuscì a proseguire nel cammino, senza rallentare il passo. Aveva da poco rivisto la luce, non avrebbe ancora avuto intenzione di perdersi nell'oscurità. Non si sarebbe lasciato andare. Pur non sapendo in alcun modo come fosse giunto in cima al Colle, trovò di puro istinto un sentiero che lo avrebbe condotto verso il mare. Aggrappandosi alle sporgenze più evidenti della scogliera, si aiutò nella discesa, facendo appello al suo coraggio, alla sua determinazione.

Di tanto in tanto, i fendenti della stanchezza provavano a debilitarne il fisico. Ma, almeno per una volta, nulla poterono contro la resistenza del suo spirito. Ci era riuscito, e nell'occasione, senza alcun aiuto. L'alieno era giunto in prossimità della spiaggia. Una distesa sabbiosa, che si estendeva a perdita d'occhio. Di fronte a quella vastità, gli sembrò di essere più insignificante di uno solo di quegli infiniti granelli di sabbia.

Eppure, nonostante il senso di profondo smarrimento, sapeva che gli sarebbe mancato poco. Sapeva che non sarebbe stato lontano dal poter prendere il Mare, proseguendo il viaggio. Forse, e sarebbe stato lecito pensarlo, la smania di procedere, di potersi imbarcare, proprio quella, aveva contribuito a non farlo vacillare, a non fargli percepire la fatica. Il corpo martoriato, da poco ristabilito, seppe rispondere agli stimoli.

Percorrendo alcuni tratti solo ed esclusivamente per inerzia, l'alieno divorò chilometri di sabbia, senza nemmeno rendersene conto.
Giunse così al tramonto, deciso a risparmiare energie per quell'ultimo, decisivo tratto che lo avrebbe separato dal suo biglietto per il futuro.
Le motivazioni che gli riempivano cuore e mente avevano alimentato a sufficienza le sue gambe e le sue braccia. Poteva dirsi soddisfatto.

Avrebbe tranquillamente potuto mettere a tacere la sua impazienza, e restarsene fermo, a cercare di riposare, provando a dormire ed a recuperare gran parte delle energie spese. La cosa gli sembrò una buona idea, e non perse tempo a cercarsi un riparo dove potersi rannicchiare.
Il suo zainetto, tenuto legato ad una leggera asta di carbonio, come fosse un fagotto, benchè sensibilmente più leggero rispetto a prima, era stato completamente rammendato, con cuciture precise ed essenziali. Non sembrava più lo stesso. Resistente come i suoi vestiti, completamente rigenerati, era stato sistemato a dovere, e riempito di cose utili ed essenziali, persino del pane opportunamente razionato, che di volta in volta avrebbe scoperto.

Tra questi, una piccola copertina di lana, con una trama a rombi, con colori che tendevano a svariate sfumature di arancione. Conoscendone la provenienza, non si meravigliò di quelle tonalità per certi versi così eccentriche. Gli sfuggì un sorriso, misto a leggera malinconia. Non aveva scordato quanto gli fosse stato "dato". Non aveva certamente perduto il senso di riconoscenza, a discapito delle sue necessità. Pensò che, chissà, forse un giorno, avrebbe potuto indirizzare il suo viaggio verso quei luoghi, per poter esprimere pienamente la sua gratitudine. 

Non avrebbe potuto prometterlo in qualsiasi altro modo garantirlo. La priorità risiedeva nel portare avanti il suo percorso, nell'incontrare l'Uomo con la Mappa del Mondo disegnata sul volto. Nel riceverne le risposte. Per quanto remota ed impervia fosse stata la sua attuale posizione, egli l'avrebbe raggiunta, ad ogni costo. Lasciandosi semplicemente guidare dal suo istinto e dai suoi impulsi primordiali. 

Si lasciò travolgere dal sonno, abbandonando ogni pensiero. Nulla lo avrebbe potuto turbare, se non la frenetica attesa dell'indomani, per poter raggiungere quelle navi in lontananza, appena scrutate poco prima dell'imbrunire. Come potervisi imbarcare sarebbe stata tutt'altra situazione ma, ci avrebbe riflettuto in un secondo momento, e senza troppa pressione. Qualcosa gli sarebbe senz'altro venuto in mente.

E tanto bastava a rendere quella notte ancor più tranquilla di quanto già non sembrasse. Ma non sarebbe durato ancora a lungo.
Senza alcun preavviso, il suo sonno fu violentemente interrotto da un verso stridulo, potente e sinistro. L'alieno si alzò di scatto, reattivo abbastanza per quanto ancora intontito. Il sangue gli si gelò nelle vene. Quel verso spaventoso pareva in grado di squarciare il cielo da un momento all'altro. Tanto poderoso da farne risentire l'eco in lontananza. Ancora nulla in confronto a ciò che stava per materializzarsi.

Un secondo verso, come un lamento demoniaco, ancor più veemente, e se possibile ancor più terrificante, lo indusse a guardar verso l'alto, naso all'insù. Nessuna parola avrebbe potuto descrivere la scena. Un mostro alato di proporzioni notevoli, dall'aspetto di un rettile maestoso, gli si stava avvicinando, con una furiosa picchiata. Forse un Drago, o qualcosa di molto simile, che credeva potesse esistere. La livrea scura completamente coperta di scaglie color verde petrolio, non lasciava intravedere velleità. Le fauci spalancate non lasciavano presagire nulla che non fosse lo scenario di un incubo atroce. I grandi occhi gialli non tradivano emozioni, se non quelle legate al mero desiderio di morte e distruzione.

L'alieno rimase impietrito, non aveva mai provato nulla del genere. Qualunqua capacità di reazione finì per spegnersi. Restò inerme, senza riuscire a muovere un dito, paralizzato dal terrore. Quell'essere immondo era ormai a pochi metri, e finì per terminare il suo nefasto volo, planando non lontanissimo da lui. La spiaggia iniziò a vibrare, sentendo il peso di quel mostro, appena atterrato su di essa. 

A quella distanza, così irrisoria, lo spettacolo risultava ancor più agghiacciante. Gli artigli e le zanne acuminate di quel demone, avrebbero sbaragliato un esercito senza batter ciglio, ed in pochi minuti anche. Non vi sarebbe stato aiuto plausibile in quella situazione, persino la minima possibilità di speranza gli venne preclusa. Non ci sarebbe stato nessuno da invocare. Nessuno all'altezza di quella situazione.

Gli ultimi segnali di razionalità abbandonarono l'alieno, che smise addirittura di tremare, ben più che annichilito dalla paura.
Il demone doveva averlo capito, ed iniziò ad avvicinarsi, muovendo le zampe artigliate sinuosamente, con incedere lento ma ad ogni modo sicuro.
La sicurezza di chi conosce bene il proprio ruolo di predatore, la consapevolezza della propria supremazia su una vittima indifesa.

Nel suo incedere, c'era qualcosa di ancora più strano e forse misterioso. Una luce tetra sembrava imporsi al di sotto delle sue scaglie, quasi pulsando. L'immensa figura mostruosa, stava progressivamente mutando nell'aspetto, riducendo le sue dimensioni, passo dopo passo.

Cominciò poi ad ergersi, in posizione eretta, assumendo sempre più sembianze antropomorfe. Non più quelle di un terrificante rettile alato. Bensì di un uomo, un Cavaliere dalla corazza nera come la pece, ed i riflessi verde petrolio. Le scaglie erano ancora ben visibili, ma stavolta andavano a formare le trame di un'armatura di acciaio, solida, pesante, vistosa. Non una sola parte del corpo era lasciata scoperta. Nemmeno gli occhi, che potevano farsi spazio relativamente da una sottile fessura, da cui veniva fuori un mostruoso bagliore ambrato. Non più ali demoniache, ma un mantello color porpora. Non più denti e zanne acuminate in bella vista, ma due robusti corni posti nella parte alta, ed esterna dell'elmo, in maniera simmetrica, che nulla toglievano al suo minaccioso aspetto. L'alieno dovette assistere, incredulo, a quella trasformazione, ma lo sgomento non gli consentì di manifestare il suo stupore. I due erano ormai giunti a pochi passi l'uno dall'altro. L'Oscuro Cavaliere mostrò infine la lancia, affilatissima, che per lunghezza, quasi nulla aveva da invidiare alla coda del maestoso rettile volante. La brandiva, in segno di sfida, pur conoscendo quale sarebbe stato l'eventuale esito. Poi, finalmente, si decise a rivolgergli la parola:


"Tu... Tu non appartieni a queste terre. Tu non appartieni a questo Mondo. Non esiste ragione che ti tenga vincolato qui, Noi ti porteremo indietro, e tu ci seguirai, nell'Oscurità..."



Così disse, sollevando la sua lancia al cielo, per poi scagliarla con violenza verso il basso, piantandola con veemenza nella sabbia. La spiaggia iniziò nuovamente a vibrare, scossa dall'impatto tremendo. Il colpo fu tale da creare una voragine, sempre più larga, sempre più simile ad una frattura.

Un sisma violento, capace di giungere fino al mare, scuotendone inevitabilmente le onde, spaventando i pescatori, e tutti i presenti al molo di attracco delle navi ben visibili in lontananza.

L'atroce spaccatura nel terreno sabbioso, sempre più ampia, celava un'inquietante scalinata, quasi come fosse una via di collegamento, un passaggio ad una sorta di antro infernale, dalla cui bocca era possibile intravedere una manciata di scalini sconnessi. Il fumo che, in maniera macabra, ne veniva fuori, preannunciava un rumore sordo, come di passi pesanti. 

Per quanto attonito ed incapace di qualsiasi moto di reazione, l'alieno non potè fare a meno di sentirli, per poi trovarsi una schiera di cavalieri, tutti pesantemente armati con asce e spadoni, tutti bardati da una spessa armatura di color nero corvino, dotata di spuntoni all'altezza delle spalle e delle ginocchia.
Uno ad uno, uno dopo l'altro, risalivano da quell'antro, schierandosi con meticoloso ordine, alle spalle del Cavaliere demoniaco. Un esercito in formato ridotto, composto da 25 fanti armati, tutti dal viso completamente coperto da un elmo, vagamente simile alla figura di un teschio umano.

"Non opporre resistenza, sarebbe del tutto inutile. Lascia che i Cavalieri Spettro ti incatenino, e non ti verrà fatto alcun male, per ora. E' tempo di tornare indietro. Non importa quante volte proverai a ribellarti, implorando di poter fuggire via. Non importa quante volte proverai a gridare, o ad esternare il tuo dolore, perchè ogni volta ti priverò del respiro!" - disse il Demone, caricando nel frattempo la stoccata, con la sua potente lancia.

Senza esitare, lasciò scoccare il colpo, caricando con forza il braccio all'indietro, e scagliandosi con inaudito impeto, verso il corpo dell'alieno, ancora privo di ogni reazione.
Inavvertitamente, la punta della lancia mortifera non riuscì a raggiungere il bersaglio, fermandosi in maniera inspiegabile, a pochi centimetri dal volto della vittima.

"Che succede? Quale arcana forza trattiene il mio fendente? Perchè non riesco a scoccare il colpo?"

L'alieno, fin lì completamente immobile e annichilito dal terrore, alzò infine il volto, mostrando uno sguardo assente, privo di espressione. Gli occhi, finalmente aperti, eran diventati incandescenti, come se qualcuno, o qualcosa, se ne fosse impossessato. Erano diretti al Cavaliere demoniaco, lo fissavano, senza lasciargli un attimo di respiro. Occhi senza pupilla, di una luminescenza a dir poco surreale.
Il cielo cominciò a cambiare, sempre più invaso da nuvole, che in apparenza non promettevano nulla di buono. Nuvole scure, probabilmente cariche di tempesta, si radunavano come impazzite.
Nulla era rimasto ormai di quello scenario di tranquillità. Persino l'aria sembrava elettrica.

"Dimmi. Arriveresti ad uccidere pur di salvare una vita?" - chiese l'alieno, con sguardo furioso.

"Cosa stai dicendo? Chi sei tu?" - rispose, incredulo, il Cavaliere demoniaco.

"Saresti capace di uccidere, pur di dimostrare di avere ragione? Dimmi..." - chiese ancora l'alieno, con espressione inquietante sul volto.

Benchè fosse aiutato dalla sua schiera di soldati, quell'essere mostruoso non fu capace di muovere, nè di ritirare la sua lancia, come fosse bloccata da un campo magnetico invisibile.
Sotto un cielo denso di nuvole scure dal contorno argenteo, per le prime luci dell'alba, l'alieno fece un passo in avanti, afferrando la punta della lancia nemica, tenendola senza problemi. Il vento si alzò senza preavviso, Sempre più forte, ad interrompere il silenzio, successivo alle scosse precedenti, provocate dal Cavaliere demoniaco. Non erano normali folate, qualcosa di più vi si celava dietro.

"Non è possibile... Perchè sta succedendo questo? Che significa?" - incalzò il nemico in armatura.

"Perchè, in questo caso, la risposta è... SI!" - così disse l'altro, spalancando gli occhi incandescenti, in uno sguardo irriconoscibile. La punta della lancia nel suo pugno era già ridotta in frantumi, senza alcuna fatica. Qualcosa di impensabile stava accadendo lì. Un tremendo Uragano si abbattè su quella spiaggia, travolgendo ogni cosa. Con i piedi ancora ben saldi nella sabbia, l'alieno urlò in maniera incomprensibile, spiegando le sue ali d'acciao, ancor più enormi e scintillanti. L'energia prodotta dalla tempesta sradico alberi e capanni, spaventando a morte i pescatori non lontani da lì. Le onde, imbestialite, portarono via alcune barche, sfasciandole del tutto. L'energia prodotta da quella furia spazzò via il Demone ed i suoi sgherri urlanti, lacerandone ferocemente le corazze, e riducendo tutto in polvere. Attimi di paura, di forza incontrollata e brutale. Andò avanti per diversi minuti, senza soluzione di continuità. Devastando ogni cosa gli si parasse a tiro. La natura che esplodeva in un boato indescrivibile. Poi, nulla più.

L'alieno rinsavì, chiudendo a sè le ali, e spegnendo il fuoco azzurro negli occhi. Si guardò subito intorno, per poter realizzare quanto fosse accaduto. Spaesato e ancor confuso, gli sembrò di ricordare. Per un attimo desiderò che il tutto fosse un incubo. Ma poi, osservando meglio, quella distruzione non lasciò più spazio al dubbio. Aveva da poco rivisto la luce, non credeva si sarebbe perduto di nuovo nell'oscurità. Solo, in lacrime, senza volerlo, si era già perso. O forse, senza saperlo, si era soltanto salvato.

















domenica 28 gennaio 2018

In My Place...

Ci sono giorni, o forse è meglio dire notti, in cui mi sembra di sognarti. Di quelle notti, lo so, può sembrare assurdo, in cui mi sembra quasi di toccarti. Succede solo a volte, è vero, e non è così ricorrente. 

Ma in ciascuna di quelle circostanze, devi credermi, è davvero impressionante. Non penso di riuscirtelo a spiegare. Eppure, ho creduto fossi lì. Ancora senza un volto, ancora impalpabile. 
Linee casuali, che scorrono nel tempo. Tracciando dei segnali, che sono quasi impercettibili. Contorni indefiniti, che appaiono confusi. Dentro una nebbia argentea, la tua figura esile emerge prepotente.
E' sempre lì, al suo posto, che vorrei fosse anche il mio.

Come il tepore di un camino, in una fredda giornata di Gennaio. Come il profumo del pane appena sfornato. Come la morbidezza di una trapunta, che avvolge il mio sonno. Come la meraviglia di una città che non ho ancora visitato. Di ogni paura, sei tu il mio coraggio. Di ogni dolore, sei tu il mio sollievo. Di ogni pensiero, sei tu la speranza. Di ogni percorso, la mia destinazione.

Ci sono volte in cui mi sembra di riuscire a parlarti. Sono solo pochi istanti, ma vorrei non finissero mai. Quante cose vorrei raccontarti, e quante altre ne vorrei condividere. Quante volte vorrei consolarti e, se possibile, saper farti ridere.

Dentro i miei sogni posso solo sfiorarti. E poco importa che tu sia distante una manciata di chilometri o migliaia di anni luce. Perché nonostante questo, riesco comunque a sentire la tua mano nella mia.
Riesco a sentire la sua delicatezza. E nello stesso tempo, riesco a percepirne la forza, con cui sembra tirarmi a sé. Ciascuno di quegli attimi, vale un'eternità.

Chissà se riuscirai a sentire il mio cuore battere. Chissà se riuscirai a sentirne il suono, e nello stesso tempo, a riconoscerne il richiamo. Chissà se pure tu mi starai cercando. E chissà per quanto ancora dovremo attenderci l'un l'altro. 

Volevo solo tu sapessi che non mi accontenterò: recupereremo il tempo perso, gli abbracci mancati, i desideri inespressi, oltre ai baci non dati. 

Aldilà della mia solitudine, lungo questo sottile filo vermiglio, saprò dove trovarti. E, contemporaneamente, per quanto questo possa esser difficile, saprò dove aspettarti. Non potrò farne a meno. Senza avere rimpianti, senza avere paura, senza perdere la fiducia, sfrutterò questo tempo che ci separa. 

Voglio spalle più larghe, per sopportare meglio il peso del passato. Voglio gambe più forti, per spingermi oltre i pregiudizi. Voglio un cuore di gomma, per attutire i colpi. Voglio occhi di falco, per guardare lontano. Una presa più salda, per non perdermi nulla. Voglio ali d'acciaio, per raggiungerti in fretta. Ed un petto più grande, che ti sia da riparo. Affinché il mio posto possa per sempre diventare il tuo.







venerdì 15 settembre 2017

Into the West...

Una luce fioca, leggermente soffusa, spezzava il buio, quasi tetro, di quella stanza. Per quanto debole, quella luce gli sembrava accecante. Privo dei cinque sensi, gli era stato precluso ogni contatto con l'esterno. Chissà per quanto tempo. A giudicare dal fastidioso senso di torpore, doveva esserne passato un bel po'. Cominciò finalmente a riprendere conoscenza, provando a riaprire gli occhi non senza fatica. Fu in quel momento che riuscì a rendersi conto. Realizzò ben presto di essere in una sorta di contenitore, completamente immerso in un liquido simile ad una soluzione salina, collegato ad un particolare respiratore. Il primo istinto fu quello di rialzarsi subito, per uscire in qualche modo da quella teca di vetro temperato. Ma lo spavento non durò molto. In un modo o nell'altro, i sensori collegati a quella vasca di rianimazione dovevano aver rilevato il ritorno dei suoi segni vitali, innescando la fuoriuscita del liquido mediante un sistema di tubi di scolo.

In men che non si dica, la vasca di rianimazione era ormai vuota, e l'alieno completamente libero. Le fasce che ne bloccavano gli arti, erano state disattivate. La teca di vetro si apriva automaticamente.
L'alieno ne uscì subito, istintivamente, ma non era ancora in grado di mantenersi perfettamente in equilibrio, e finì per barcollare, appoggiandosi al pavimento con le mani.

Non si trattava di debolezza. Non era privo di forze, né sentiva il corpo esausto o spossato.
Piuttosto, era come se le sue membra fossero attraversate dai crampi, intorpidite più che indolenzite, per la troppa inattività. Da quanto tempo era lì? Da quante ore si trovava immerso in quella strana vasca di rianimazione, nel mezzo di una fredda stanza esagonale?

Non aveva più i suoi abiti, ormai ridotti a brandelli. Il suo corpo era coperto di bende elastiche, soprattutto sulla regione del torso, dove era stato maggiormente ferito.
Non ricordava granché, a parte il viaggio con Roxy, e la sua disavventura con le mercenarie delle Rosse Leggendarie. C'era un vuoto, qualcosa che proprio non riusciva a ricollocare nell'ordine dei fatti. Come fosse capitato lì e, soprattutto, per quale motivo, era qualcosa di completamente misterioso ed inspiegabile.

Provò a guardarsi intorno, scrutando le pareti di quella stanza così asettica, in cerca di dettagli che potessero in qualche modo stimolarne la memoria, o semplicemente gli ultimi ricordi di cui sembrava avesse perso ogni traccia. Il vuoto attorno a sé non lo aiutava di certo. Ma era in qualche modo in linea con il suo stato d'animo, con ciò che provava in quegli istanti.

Proprio mentre fu intento ad osservare i dettagli di quello strano "ambulatorio" improvvisato, la sua attenzione venne catturata da un rumore proveniente da non molto lontano. Doveva trattarsi dell'apertura di una porta, o qualcosa del genere. Gli sembrò in tutto e per tutto il rumore di una serratura, o qualcosa del genere. Ed in effetti non si sbagliò.

Restò in silenzio, senza muoversi. Come se, del resto, vi fosse qualche posto dove nascondersi.
Il chiaro suono di passi in avvicinamento era sempre più percettibile. Fin quando la porta che dava sulla stanza esagonale non si aprì, spalancandosi del tutto. 

"Finalmente... Di nuovo tra noi, eh?" - disse la donna, azionando l'interruttore della luce.

L'alieno restò quasi accecato, proteggendo gli occhi con le braccia, ma non impiegò molto a mettere a fuoco. Una donna alta, sinuosa, con un camice bianco per nulla abbottonato, dal quale si intravedeva un costume da bagno color lilla, con decorazioni floreali bianche ed argento. Aveva i capelli bianchissimi, e gli occhi di colore ambrato. Reggeva una bottiglia di rum nella mano destra e abbozzava un sorriso sornione sul viso.

"A vederti si direbbe che ti sia ripreso. Meglio tardi che mai, no?" - fece la donna, avvicinandosi.

"Non ho molti ricordi ma credo di essere svenuto e... ah, si... c'era una ragazza con me. Mi ha aiutato moltissimo, mi ha dato da mangiare, si, questo lo ricordo. Dove è andata?"

"Non c'era nessuna ragazza con te, quando sei arrivato qui. E' stato un uomo a condurti da me. Uno sconsiderato, giunto fino a qui senza preavviso. Ma lui, beh, lui fa sempre così."

"Per caso ti riferisci ad un monaco dai capelli lunghi?" - chiese l'alieno.

"Oh no, non credo proprio. Ora tutto si può dire di Azrael, tranne che sia un monaco. Non ho dubbi in proposito. Per il resto, beh, so soltanto che ti ha condotto qui, chiedendomi di aiutarti. Si, insomma, a rimetterti in sesto, e nemmeno stavolta ho saputo dirgli di no." - rispose lei, sedendosi.

"E quando è successo? Possibile che io non ricordi nulla di tutto questo?"

"Non eri certo messo bene. Anzi, direi il contrario. Quando sei arrivato qui eri già privo di sensi, con un'orrenda ferita al petto. E' stato circa tre settimane fa."

L'alieno restò di sasso. Quasi come colto da un malore improvviso, cercò un appoggio dove potersi sedere, restando completamente stupito, attonito, completamente spiazzato.

"Ho fatto tutto il possibile, rimuovendo l'infezione. Il resto lo hai fatto tu, con l'aiuto della mia vasca di rigenerazione. Vi sei rimasto per ben 21 giorni, ma da quello che vedo, l'operazione è riuscita perfettamente. Ora dovrò tenerti sotto osservazione per un po', e soprattutto, dovrai cominciare il recupero fisico. Per quanto efficace sia stata quella macchina, hai bisogno di nutrirti, e non intendo per via venosa. Quindi, per prima cosa, dovrai mangiare. DUMAS!!!" - urlò, improvvisamente.

Una porta scorrevole, appena fuori dal corridoio della stanza esagonale, si aprì. Ne venne fuori una figura strana, decisamente goffa, che sembrava saltellasse invece di camminare. Appena giunto nella stanza, finalmente fu chiaro. Per quanto fosse incredibile, la figura era quella di un dugongo, buffo ed allo stesso tempo aggraziato. Aveva un grembiule bianco ed un cappellino bianco, con una "D" cucita su di esso. Portava con sé una cloche in acciaio, sotto la quale si celava una enorme ciotola colma di stufato fumante. Con fare impeccabile, il dugongo si avvicinò all'alieno, porgendogli la scodella e le posate per poter mangiare. 

"Ah, giusto, si. Ti presento Dumas, il mio assistente. Anche lui si è preso cura di te durante questo periodo. E, come potrai notare, è molto bravo ai fornelli." - disse la donna, con sguardo compiaciuto.

"Grazie, davvero. E grazie anche a te, Dumas." - rispose l'alieno, mangiando senza fare complimenti.

Dopo tre settimane di nutrimento via flebo, avrebbe divorato perfino un paio di vecchi scarponi. Ma non era quello il caso. La zuppa era davvero squisita (oltre che abbondante), e fu una vera consolazione, da ogni punto di vista. L'alieno la mangiò senza fare storie, fino all'ultimo boccone, mostrando i primi segni di vera ripresa. Era un po' che non sentiva il senso di sazietà.

In quel momento, percepì che le forze gli stavano tornando. Aveva riposato abbastanza, e si era anche rifocillato. Non avrebbe potuto chiedere di meglio, dopo quella che sembrava essere una situazione disperata. Si alzò di scatto, con innaturale reattività. Sollevò poi lo sguardo, fino ad incontrare gli occhi di colore ambrato della donna flessuosa, dai capelli bianchi come la neve.

Per un attimo, la donna rimase sorpresa, ma in men che non si dica, la sua espressione cambiò, tramutandosi in una sorta di ghigno di approvazione. Senza proferire parola, i due avevano comunicato, nella maniera più efficace possibile.

Posò la bottiglia di rum sul tavolo e porse la mano affusolata all'alieno, invitandolo a seguirla. Prendendogli la mano, lo condusse verso l'uscita della stanza esagonale, in un silenzio che, proprio come all'inizio, pareva surreale. Nei pressi dell'ascensore, sopraggiunse anche Dumas, con una cloche in acciaio. All'interno, vi erano i vestiti dell'alieno, perfettamente rammendati e lavati, quasi come nuovi. C'era persino il suo fagotto, seppure fosse visibilmente più leggero rispetto a prima.

L'alieno accettò volentieri l'offerta, riprese i suoi abiti, ed istintivamente abbracciò Dumas, prima di ricongiungersi alla dottoressa, che lo stava aspettando nella cabina dell'ascensore. 
In pochi secondi, risalirono in superficie, sulla cima di Colle Melanconico, da cui ora avrebbe potuto riprendere il discorso. Riuscì, per quanto possibile, a trasmettere tutta la sua gratitudine mediante i suoi occhi, con il suo sguardo. La dottoressa non faticò a recepire, abbozzando un sorriso che celava commozione. Solo allora, le loro mani finirono per separarsi. 

"Mi ha chiesto di curarti, e l'ho fatto. Non so nemmeno io perché. Dovevo aiutarti a rimetterti in piedi, ed ora eccoti qua. Però adesso sta a te. Sta a te solamente. Non ho voluto tagliare quel Filo Rosso che ti porti dietro. Non dovrai farlo nemmeno tu. Dall'altro capo di quel Filo, c'è qualcuna che ti sta aspettando. Di te conserverà anche il cuore, oltre all'anello. Non ti farà del male. Non lasciare che ti abbattano. E, soprattutto, cerca il tizio con la Mappa del Mondo disegnata sul volto. Non fermarti. Non fin quando non lo avrai trovato!!!".

L'alieno ascoltò in religioso silenzio, limitandosi ad annuire, stampando un sorriso enorme sulla sua faccia, non più provata. Fu il suo ultimo saluto nei confronti di quella donna. Pur non sapendo come fosse arrivato lì, si lasciò guidare dall'istinto, voltandosi, e dirigendosi verso Ovest, verso il Mare.
Lo stesso Mare da cui, inevitabilmente, il suo viaggio doveva continuare.


sabato 22 luglio 2017

Rebirthing...

In qualche modo erano giunti a destinazione. Non era dato sapere come, ma non impiegarono molto ad arrivare lì. Proprio come quell'uomo alto e misterioso aveva predetto. Erano saliti in cima a quello che, apparentemente, veniva chiamato Colle Melanconico. Sembrava impossibile arrivarci via terra. Quantomeno non in tempi così ristretti. Dovevano essersi alzati in volo, in qualche maniera. Ma chi avrebbe potuto dirlo? Non certo l'alieno, ancor privo di sensi. Senza alcuna espressione sul volto.
I corvi che fino ad allora avevano accompagnato il tragitto dei due viandanti, si diradarono a comando, sparpagliandosi in un frastornante tumulto di ali e piume. Lasciarono ben presto spazio al silenzio, ed alla sola luce fioca della Luna. 

Benché la visibilità non fosse ottimale, non era difficile notare quanto quel posto fosse in realtà desolato, incredibilmente distante da tutto. Il Colle era collegato ad un promontorio, proprio sul Mare. Ma non v'era alcuna traccia di un porto o di un eventuale attracco. Non nelle immediate vicinanze, almeno. Sarebbe stato complicato persino per Roxy, per quanto esperta ed avvezza agli spostamenti, riuscire a raggiungere quei luoghi. L'uomo con il cilindro aveva detto la verità.

Senza indugiare, attraversò il tratto di spiaggia che precedeva l'interno, portando l'alieno sulle spalle, come fosse un sacco di iuta. Con incedere sicuro, di chi conosce quei sentieri a menadito, si faceva strada tra i piccoli scogli che spuntavano dalla sabbia. Alcuni di questi erano forzieri, seppelliti chissà da quanto tempo, ed in parte scoperti, esposti al chiaro di Luna. 

Continuando a camminare, il terreno diventava sempre più di consistenza "fangosa", ma ciò non creava alcun problema al misterioso tizio con il cilindro. Procedeva spedito, come su un sentiero immaginario, incurante di quanto fosse scivoloso il suolo. Non faticò a risalire il tratto più ripido, fino a ritrovarsi davanti ad un gigantesco albero. Una palma di dimensioni maestose, forse millenaria, seppur intatta dai segni del tempo. Il tronco doveva avere un diametro paurosamente largo, al punto da impiegare qualche minuto per poterlo costeggiare, e per giungere dalla parte opposta. 
Una piccola cabina in legno, con una sedia a sdraio ed un ombrellone, si confondevano nella penombra. Timide ed inspiegabili tracce di vita. Chi mai sarebbe stato così folle da decidere di stabilirsi in quel posto?

Non certo l'uomo con il cilindro e gli abiti eleganti, per quanto bene conoscesse quei luoghi.
Adagiò il corpo dell'alieno sulla sedia a sdraio, con delicatezza. Poi si avvicinò alla cabina, bussando.

"C'è qualcuno? E' permesso? Domando scusa, so che non è il momento più adatto per una visita, ma avrei una certa urgenza..."

"Per disturbarmi a quest'ora... voglio sperare davvero che si tratti una faccenda seria." - disse una voce femminile, ma leggermente stridula, proveniente dall'interno della cabina.

La porta si aprì poco dopo lo scatto di una serratura, ne venne fuori una donna, dal fisico statuario. Indossava un costume da bagno di colore arancio, parzialmente coperto da un pareo bianco, con decorazioni a forma di girasole. Il viso, seppur aggraziato, era avvolto da una folta chioma di capelli mossi e bianchi, di un candore innaturale. Lo sguardo, severo e contrariato nella circostanza, era impreziosito da due occhi color ambra.

"Se avessi avuto alternative, non avrei mai osato disturbarti. Guarda tu stessa." - disse l'uomo con il cilindro.

"Era un po' che non ti si vedeva da queste parti. D'un tratto pensi di venire qui, come nulla fosse per portarmi un... cadavere, come regalo? Dovrei apprezzare il gesto?"

"Non è un cadavere, non ancora almeno. Sono qui perché ho pensato tu potessi curarlo. Non è rimasto molto tempo. 

La donna, sinuosa come una sirena, si avvicinò per osservare meglio l'alieno, ancora esanime. 

"Non credo di essere la persona adatta. Sai bene che è da molto tempo che non curo più gli esseri umani. Dovrai rivolgerti altrove, sono spiacente..."

"Ma costui non è umano. Lo hai guardato con troppa superficialità. Forse non è umano, o non sarà come gli esseri viventi di cui ti prendi costantemente cura. Ma non credi che meriti comunque il tuo aiuto?"

"Non sei venuto fino a Colle Melanconico solo per chiedermi questo, non è così? - rispose la donna.

"Ascolta, il mio non è soltanto un favore personale. Questo tizio deve farcela da solo, è l'unico che può aiutare sé stesso. Ma ora come ora ha bisogno di qualcuno che lo rimetta in piedi e so che tu puoi farlo. Lo hanno tradito, lo hanno abbandonato, lo hanno ferito. Ed in più di un'occasione è stato in grado di venirne fuori. A quanto pare, ne sta ancora portando i segni. 
Non ti chiedo di accudirlo. Vorrei solo che lo aiutassi a rimettersi in piedi. Ha a che fare con l'uomo con la Mappa del Mondo disegnata sul volto. Ho saputo che lo sta aspettando..."

"Maledetto! Perché lo hai nominato? Che diavolo c'entra con questo straniero? E perché stringe tra le mani il Filo Rosso? Tu nei sai più di quanto non vuoi farmi credere, vero?"

"Curalo, rimettilo in sesto, e sarà lui stesso a rispondere alle tue domande. Lo affido a te, qualunque cosa tu decida di farne. Anche se so già che non verrai meno alla tua coscienza. Tornerò tra qualche giorno, ti ho già disturbato abbastanza. Non sai quanto ti sia grato, Shana." - disse l'uomo con il cilindro, spostando la maschera da cui si intravedeva un sorriso sornione.

"Preferirei tu non ti facessi più vedere, visto il tuo sfacciato opportunismo. E ricordati che per te sono la Dottoressa Shana. Sparisci come tuo solito, e lasciami lavorare." - rispose, seccata l'affascinante donna dai capelli bianchi.

"Te ne sarà molto grato anche lui. A presto, Dottoressa." - salutò il misterioso uomo in abiti eleganti, riprendendo il sentiero verso la spiaggia.

Shana entrò rapidamente nella cabina, da cui rimediò un camice e dei guanti. Si recò verso la sedia a sdraio, dove il corpo apparentemente senza vita dell'alieno era appoggiato, e senza dire nulla lo osservò. Notò ancora una volta il Filo Rosso, le ali spezzate sulla sua schiena, e gli abiti lacerati. 

Diede uno sguardo alla ferita, parzialmente coperta da un bendaggio di fortuna, e per un solo attimo il suo sguardo glaciale si impietosì. Mosse una leva posta su uno dei braccioli della sedia, azionando un singolarissimo marchingegno, con cui i due iniziarono a scendere come inghiottiti dal terreno.

Una specie di ascensore, insospettabile, quasi diabolico. La discesa fu piuttosto rapida, almeno una quindicina di metri. La porta si aprì su una sala operatoria, completamente sterilizzata e fornita di tutto il necessario. La Dottoressa non perse un solo minuto, mettendosi subito al lavoro.
Sistemò l'alieno su una barella, rimuovendo la mantellina e tagliando con le forbici il resto dei vestiti ormai ridotti a brandelli. Lo condusse infine in una stanzetta esagonale, posta al centro della sala, completamente isolata, dove poté finalmente cominciare l'operazione.

"Ha perso troppo sangue, ma forse siamo in tempo. Dumàs, portami le bende! Lasciale all'ingresso, mi raccomando."

Per circa tre ore restarono entrambi in quella stanza, in un silenzio siderale. La Dottoressa uscì poco dopo, togliendosi i guanti e lavandosi le mani, con la mascherina ancora sul volto. Seppur stanca, il suo sguardo era visibilmente soddisfatto. Gettò la mascherina, avvicinandosi ad una credenza, da cui tirò fuori una bottiglia di Whisky. Poi si diresse verso l'uscita della sala operatoria, sedendosi comodamente sulla sedia a sdraio. Prese un sorso direttamente dalla bottiglia, volgendo lo sguardo verso la stanzetta esagonale. Fece uno strano ghigno ed azionò la leva sul bracciolo della sedia, azionando l'ascensore, per ritornare in superficie.

L'alieno rimase da solo, completamente. Giaceva in una specie di vasca di rianimazione, ed era ormai fuori pericolo. Forse una breve tregua, forse un incredibile colpo di fortuna. Chi avrebbe potuto dirlo? Non certo l'alieno, ovvio. Che era, si, ancora privo di sensi, ma non in più in bilico tra la vita e la morte. 


sabato 10 giugno 2017

On Melancholy Hill...

Continuò spedita, a passo sicuro, divorando le dune, una dopo l'altra, come ad inseguire l'orizzonte. Sembrava tranquilla, imperturbabile, concentrata. Soltanto intenta nel proseguire il viaggio, possibilmente senza farsi scorgere da sguardi nemici. Non avrebbe potuto calcare la mano, sforzare il motore fino a farlo ruggire, come una belva feroce. Dosando con sapienza freno ed acceleratore, tagliò gran parte di quella distesa sabbiosa, restando in sordina, profilo basso.

Sembrava abituata a muoversi per lunghe distanze, quasi a proprio agio. Il rischio non la scalfiva.
Dopo circa due ore (tempo durante il quale non aveva sentito dire una parola), pensò di fermarsi, anche solo per una breve sosta. Erano ormai fuori dalla zona più controllata, lontano da vedette e sentinelle. Roxy appariva assolutamente sicura di sé, come se quelle lande desolate fossero già note.
Appena possibile, dopo aver trovato un anfratto, decise di spegnere il motore e tentò un accampamento di fortuna, con tutto ciò che aveva. Prese il possibile per sistemare l'alieno in terra, senza farlo affaticare. Un paio di buffetti sul viso, per far si che si svegliasse. 

Era completamente intorpidito, spaesato, e riusciva a malapena a capire dove fosse. Con tutta la premura del mondo, Roxy rimediò una pezzuola, strappando un telo più grande che si portava dietro, e la inumidì con qualche goccia d'acqua dalla sua borraccia. Appoggiò la stessa sulla sua fronte, delicatamente, provando finalmente a parlargli.

"Ci sei? Sei sveglio? Non hai un bell'aspetto, stai diventando sempre più pallido... Ho pensato che sarebbe stato meglio fermarsi per un po', per vedere come stavi."

"Io... Grazie..." - rispose l'alieno, faticando ancora a respirare.

"Quante volte devo ripetertelo? Basta ringraziarmi, ho detto che lo faccio di mia volontà. Non sono più una di loro, non ho nulla a che vedere con loro. Mangia questo. E' soltanto pane, purtroppo non ho altro qui. Avrei dovuto portarlo a casa, ma non importa..."

Seppur debole, l'alieno gradì quel gesto così generoso e non esitò ad accettare. Il sapore del pane fresco lo ristorò, provocandogli una smorfia simile ad un sorriso. Avrebbe tanto voluto capire il perché di tanta generosità nei suoi confronti. Ma per una volta pensò bene di godersi quel raro attimo di benessere, in forte contrasto con il suo stato fisico. Sentiva una strana sensazione, stavolta andava oltre la stanchezza. Qualcosa di simile al dolore, ma meno dirompente. Smise di mangiare e non fu per sazietà. Si appoggiò nuovamente, cercando la posizione più adatta, prima di stendersi.

"Il pane era veramente buono. Ora va meglio. Mi spiace tu non possa portarne un po' a casa tua."

"Non preoccuparti, il cibo non manca di certo. Merak non torna mai a mani vuote dopo una battuta di caccia." - rispose Roxy, porgendogli una scodella con dell'acqua.

"Oh... Ora capisco. E' il tuo principe, non è così?" - chiese l'alieno, dopo aver bevuto un sorso d'acqua.

"Beh... qualcosa del genere, si. Lui si prende cura di me, ed io faccio lo stesso con lui. Insieme abbiamo costruito il nostro palazzo, dalle fondamenta. Ma... tu, piuttosto? Non hai una casa, o qualcuno che ti aspetti? Non hai una principessa?"

"No, non se ti riferisci a Mamba, almeno. Non c'è più nessuno che mi aspetti, dopo essere giunto qui, senza nemmeno sapere come. Ho seguito consigli e indicazioni, non so se ho fatto bene."

"Ma saprai almeno dove andare? Vorrei darti una mano, aiutarti in maniera concreta. Non mi sembra che tu stia bene. Non mi sembra che tu sia felice."

"No, non lo sono adesso. Una volta lo ero. Succede quando perdi qualcosa che non puoi rimpiazzare. Succede quando Lei non può più essere il Sole. Io, adesso... Io..." - l'alieno si alzò inavvertitamente, sollevando il busto e piegando le gambe, come a rannicchiarsi.

"Che hai? Che ti succede?" - disse Roxy, visibilmente preoccupata.

"Dell'acqua... vorrei ancora dell'acqua, se possibile..." rispose l'alieno, con voce fioca.

"Ecco, ti aiuto a bere. Coraggio, non puoi restare così. Volevo portarti oltre il confine, verso il Mare, ma non sei in grado di sostenere un viaggio così lungo. E' più facile se ti porto a casa con me, potrò curarti meglio lì. A differenza di molti, tu non hai disprezzato il mio aiuto. Non mi hai giudicata solo dal colore dei miei capelli. Hai creduto alle mie parole, e per questo io voglio ricambiare, facendo il possibile. Devi solo farti forza e resistere, ci rimettiamo subito in marcia."

Lo lasciò solo per un istante, dopo averlo aiutato a bere, facendo sì che continuasse da solo. Voleva affrettare le operazioni per ripartire quanto prima, ma non fece in tempo a raccogliere nulla.
L'alieno cadde quasi esanime, rovesciando l'acqua e tutto il resto. Non emise nemmeno un fiato. Ancor più pallido, lo sguardo era assente, la bocca socchiusa, gli occhi completamente vuoti, senza pupille. Un'immagine capace di atterrire chiunque.

Per quanto coraggiosa, Roxy andò nel panico, e si fiondò sul corpo dell'alieno, provandolo a scuotere con veemenza. Non fu sufficiente, non ottenne nessuna reazione. Passò a schiaffeggiarlo, cercando di non forzare troppo, ma ancora una volta nessuna reazione.

Ricorrendo a tutta la sua forza, provò a metterlo in piedi, a farlo reggere almeno con il busto in verticale. Fu in quel momento che si accorse, che si rese conto, di quanto stesse succedendo.
Cingendo il busto dell'alieno, sentì come una sensazione di umido provenire dalla zona del torace, protetta dalla mantellina. Restò allibita nel vedere una ferita così ampia e profonda, di cui neppure l'alieno si era reso conto. Inorridì nel vederne il sangue sgorgare, così copiosamente.

Disperata, fece il possibile per tamponare la situazione, ancora una volta facendo di necessità virtù. Provava a chiamarlo, pur non conoscendone il nome. "Svegliati" - gridava, tra una corsa e l'altra, tra una pezza strappata e l'altra. L'alieno non reagiva, l'emorragia non si arrestava.
Lacrime di frustrazione iniziarono a solcarle il volto. Cosa mai avrebbe potuto fare di più?

Al calar della sera, il cielo sembrava più scuro del solito. Se ne accorse anche Roxy, sollevando lo sguardo. Un sottile vento, leggermente più freddo rispetto al normale, le spostò i capelli.
Uno strano rumore, simile ad un verso, proveniente da Est, colpì la sua attenzione. Si guardò intorno, rendendosi conto di essere sola, nel mezzo del deserto. Ma il rumore diventava sempre più nitido, fino ad assumere la forma di uno stormo di corvi neri, come a richiamare un oscuro presagio.

Ve ne erano tantissimi, e si avvicinavano, con aria minacciosa. Volando vorticosamente, formavano una "parete" impenetrabile, di fitta oscurità. Una di quelle schiere, ordinate come una falange militare, si distaccò, quasi a formare un sipario, da cui veniva fuori una sagoma umana.

Un uomo alto, ben vestito, in abiti scuri ed eleganti. Il volto coperto da una maschera bianca, con sopra un inquietante sorriso. Sul suo capo un cilindro classico, dello stesso colore dei vestiti. 
Lentamente, ma in modo inesorabile, si dirigeva verso di loro, con chissà quali intenzioni.
Roxy agì di istinto, rimediando un bastone ed estraendo un pugnale dalla sua cintura, per poi porsi a difesa dell'alieno, ancora privo di sensi.

"Chi sei? Farai meglio ad andartene da dove sei venuto, se non vuoi finire male." - intimò Roxy, sfidandolo senza timore.

"Il mio nome? Non importa. Ora importa solo che tu ti faccia da parte. Non sei tu quella che cerco."

"Lasciaci in pace, lui verrà con me. Gli ho promesso che lo avrei condotto a casa mia, e non tradirò la sua fiducia."

L'uomo con il cilindro si avvicinò oltre, per poi sollevare il palmo della mano destra, verso Roxy. Ne derivò una folata di vento, o forse una specie di onda d'urto, forte abbastanza da disarmare la ragazza, incapacitandola per qualche istante. Seppur non riuscisse a rimettersi in piedi, Roxy rivolse lo sguardo all'uomo con il cilindro, che era ormai a pochi centimetri dal corpo dell'alieno.

"Non lo vedi come è ridotto? Non lo vedi in che condizioni è? Come puoi voler infierire su di lui? - gridò Roxy, con tutto il fiato che ancora aveva in corpo.

L'uomo con il cappello si chinò, raccogliendo l'alieno, o ciò che ne era rimasto, per poi tenerlo in braccio. Si voltò verso Roxy e disse così:

"Sta morendo. Non c'è nulla che tu possa fare. Hai fatto il possibile, e te ne sarà grato. Hai fatto anche di più di quanto avresti dovuto fare. Non giungerebbe vivo a casa tua. Ma c'è ancora speranza, non tutto è perduto forse. Deve cercare la sua, di casa. Deve proseguire, a modo suo. Deve raggiungere i suoi sogni."

"Come pensi di curarlo? Tu non hai nemmeno un mezzo di trasporto. Morirà comunque!" - obiettò Roxy.

"Colle Melanconico non è distante da qui. Lo condurrò lì io stesso. Se faremo in tempo, riuscirà a farcela ed a riprendere il Mare. Non c'è molto lassù, se non un albero di plastica e qualche bel ricordo. Troverà la sua medicina. Deve farcela."

"Fermati!" - urlò ancora una volta Roxy, rimettendosi faticosamente in piedi.

Lo stormo di corvi riprese il suo volo frenetico, creando scompiglio e sconquasso nel vuoto del deserto. La figura alta e misteriosa di quell'uomo, diretto ad Ovest, fu presto completamente avvolta da un fitto mantello di piume nere.
Roxy provò a rincorrerlo, ma quando fu abbastanza vicino da poterlo quasi sfiorare, si udì un fischio, fortissimo, come fosse proveniente da tutte le direzioni. I corvi si sparpagliarono, riprendendo il loro volo sicuro ed ordinato. Al loro posto, il nulla.
Lo stesso nulla in cui quell'uomo col cilindro ed il corpo dell'alieno erano scomparsi.





domenica 7 maggio 2017

Ramble On...

La sabbia del deserto aveva in qualche modo attutito la caduta. Beh, per quanto una distesa di sabbia possa aver "ammorbidito" l'impatto, ovviamente. Sempre meglio di un burrone roccioso, o di una scogliera. Dalla sommità della Torre, fino ad arrivare lì, la distanza percorsa era notevole.
Facendo appello a tutto il suo coraggio, l'alieno fu costretto a lanciarsi nel vuoto, lasciandosi andare.
Un salto nel buio, uno slancio pauroso, magari disperato. Ma comunque nell'ignoto.
Pur non sapendo ancora usare le ali, cucite sulla schiena, forse era riuscito a planare, controllando la discesa. Limitando, almeno in parte, i danni fisici, al suo corpo già provato.
Giaceva inerme, privo di forze. Braccia larghe, sguardo al cielo, occhi sbarrati. Occhi che muoveva a malapena, occhi che tradivano sofferenza. Riuscire a muoversi, in quella fase, sembrava impossibile.
L'arsura soffocante del deserto di certo non lo aiutava. Sapeva che, per quanto fosse impresa proibitiva, avrebbe dovuto raccogliere le sue forze, e cercare rifugio.
Il vento, fin lì suo alleato, gli si rivolse contro, iniziando a soffiare sempre più forte, alzando la sabbia. Percepì delle vibrazioni provenire dal terreno, non pareva nulla di buono.
Con non poca fatica, l'alieno provò a girarsi sul fianco, per osservare meglio il luogo in cui si trovava.
Nulla più di qualche roccia, oltre ad una immenso deserto. Sembrava che la terra fosse scossa, le vibrazioni venivano adesso accompagnate da un frastuono, simile al rombo di motori in lontananza.
La vista era appannata, ma non abbastanza da non vedere una fitta colonna di fumo e polvere, avvicinarsi minacciosamente. Chi avrebbe potuto mai attraversare il deserto, creando peraltro un putiferio simile, proprio in quel momento?
Restare lì per scoprirlo non sembrava una cosa saggia. Ogni secondo era prezioso per potersi spostare da lì. Con ciò che rimaneva del suo istinto di conservazione, l'alieno mise in moto le braccia, trascinandosi, distrutto, verso una delle rocce non lontano dalla sua posizione. Ve ne era una abbastanza grande da coprire interamente la sua figura, e non esitò a nascondersi lì, accovacciandosi.
Il gran trambusto era sempre più nitido, quasi fastidioso. Come una carovana, grossi veicoli a motore, simili a tricicli, si trovarono a passare di là, sgasando rumorosamente.
Dovendosi nascondere, non poteva vedere bene, ma dovevano essercene tanti, probabilmente una decina. L'alieno, incuriosito e spaventato allo stesso tempo, provò a sporgersi per osservare meglio.
Su ognuno di quei tricicli motorizzati, c'era una donna. Tutte vestite più o meno alla stessa maniera, forse appartenevano ad una setta, uno squadrone, o qualcosa del genere.
Avevano tutte i capelli rossi, per quanto potessero portarli in maniera diversa. Che li avessero lunghi, ricci, corti o raccolti in una treccia, erano tutte rosse di capelli.
A giudicare dal modo in cui transitavano, dovevano essere in ricognizione o qualcosa del genere.
Forse erano lì per cercare un villaggio da saccheggiare. Oppure erano in cerca di criminali da catturare per intascarne la taglia. Non avrebbe mai potuto saperlo. E, ancor più importante, non avrebbe mai voluto chiederlo. Restò in silenzio assoluto, sperando che nessuna di loro lo notasse.
Fu un attesa di pochi minuti, ma gli sembrarono un'eternità.
Gli enormi tricicli a motore ripresero a transitare verso l'orizzonte, accelerando a più non posso.
Il rumore assordante tendeva a scemare, finalmente. L'alieno smise di tremare, pensando di esser salvo. Era ridotto male, ma poteva andar peggio, e non avrebbe potuto rischiare.
Non certo in quelle condizioni. Avrebbe dovuto pensare a come rimettersi in piedi, a ritrovare le forze ed a riprendere il viaggio. Capendo che il deserto lo avrebbe esposto a rischi difficilmente prevedibile, non aveva più un solo minuto da perdere.
Per puro caso, notò la presenza del suo bastone (lo stesso cui teneva legato il fagotto), a pochi metri dal suo nascondiglio improvvisato. A quanto pare, non aveva perso proprio tutto.
Era l'unica possibilità per rimettersi in piedi, ed avere un appoggio per camminare, lungo il tragitto.
Non ci sarebbe stato nessun monaco ad aiutarlo, questo lo sapeva bene.
Doveva farcela da solo, almeno in quel frangente. Salvo poi cercare aiuto in seguito.
Stravolto dal caldo e dalla sete, l'alieno sgusciò pian piano dalla roccia, strisciando faticosamente verso il suo unico appiglio. Giusto li tempo di arrivarci, ed ecco sopraggiungere un rumore simile a prima. Sta volta era meno intenso, non un frastuono infernale. Non una moltitudine, bensì uno solo di quei tricicli a motore. Non c'erano dubbi a riguardo, era proprio lo stesso tipo di veicolo.
Non c'era più modo di nascondersi, né di scappare. Cuore e cervello avrebbero voluto correre via, ma le gambe non avrebbero mai potuto reagire. Riuscì ugualmente ad usare il bastone per mettersi in piedi, volgendo lo sguardo allo sconosciuto, che aveva da poco spento il motore.
Una figura alquanto esile, flessuosa, avvolta in una sorta di mantella con cappuccio, scese dalla moto, avvicinandosi all'alieno. Non si riusciva a capire bene quali fossero le sue intenzioni. Fin quando non iniziò a parlare:

"Non devi essere di queste parti, dico bene?" - disse, con voce femminile.

L'alieno si limitò a rispondere scuotendo la testa, preoccupato.

"Lo sospettavo. Devi essere proprio quello che cercano."

"N-non so di che parli... Chi mi cerca? E tu chi sei?" - rispose l'alieno, visibilmente impaurito.

"Le hai viste, no? Quelle furie attraversavano il deserto per te. Per catturarti. Non che lo vogliano, no. E' che si tratta di una setta. Mercenarie, in verità. Le chiamano le Rosse Leggendarie. Lo so perché ero una di loro. Ma adesso non più..." - così disse, abbassando il cappuccio che le nascondeva il viso.
Un viso dai lineamenti gentili, aggraziati, incorniciato da capelli rossi liscissimi.

"Cosa... cosa volete da me?"

"Sta calmo, ti ho già detto che non sono più una di loro. Non voglio nulla, solo aiutarti. Se ti stanno cercando è perché è stato chiesto loro di farlo. Si dice che siano state assoldate dalla Principessa del Regno Serpente. Tutti la detestano. Me compresa."

"Come posso fidarmi di te? Come saprò che non mi condurrai da loro?"

"Hai alternative? Sei ferito, stai sanguinando e non riesci a camminare. A me non sembra. Mi chiamo Roxy, e voglio aiutarti ad attraversare il deserto, per condurti al confine. Non puoi farcela da solo."

L'alieno accennò un sorriso, respirando a fatica. Poi usò il suo ultimo filo di voce e disse:
"Io... io non ho scelta..." - terminò la sua frase, per poi cadere privo di sensi. 
Roxy accorse subito in suo aiuto, sistemandolo a fatica sul sedile posteriore del suo veicolo.
Si guardò intorno, dopo aver raccolto le sue poche cose, per poi indossare di nuovo il cappuccio.
Era già tempo di mettere in moto, era già tempo di mettersi in viaggio. Senza conoscerne la destinazione.





giovedì 20 aprile 2017

Inside a Dream...

Se soltanto fosse possibile descrivere a parole le emozioni vissute. Se solo riuscissi ad esprimere, nella maniera più semplice e concisa, quanto provato e sentito. Non mi era mai successo. Non è mai stato così forte, così "violento" da farmi mancare il fiato. Qualcosa di impensabile, di cui nemmeno mi rendevo conto. Ciò che ritenevo inizialmente una semplice sosta, era invece una parte del "viaggio", una sua tappa fondamentale. Una lunga passeggiata, sempre più luminosa, sempre più rivitalizzante. Tutto come in un sogno, un meraviglioso sogno, tra i più belli mai fatti in vita mia.
Non credo ci sia altra spiegazione. Lo dico con il cuore in gola. Dev'essere così.
Ho fatto un sogno, non ricordo quanto tempo sia passato. Sembra una vita, forse sono sei mesi.
Ricordo il dolore, le ali spezzate ed un'anima trascinata a fatica, con poca fiducia nelle tasche.
Ho fatto un sogno e c'eri Tu, quasi per caso, imprevedibile alchimia. Cominciò un po' come per gioco, tra confidenze e qualche scherzo, senza mai andar troppo oltre. Pareva cosa momentanea.
Solo, ed all'inizio di un percorso, chi mai avrebbe previsto tutto questo?
Ho fatto un sogno, quasi avvolto nel mistero. Almeno ci provavo, inizialmente, per difesa. In molti hanno ceduto, infastiditi, ma non Tu. Che invece hai continuato, senza sosta, a voler esserci. Scavando delicatamente, grattando via la superficie, con pazienza e dedizione. Interessata, incuriosita e generosa al tempo stesso. A carte scoperte, mostrandoti lealmente.
Ho fatto un sogno, ricordo lo stupore. Avevo ritrovato l'altruismo e la dolcezza, che non vedevo da un bel po'. La tua mano tesa, pronta ad aiutarmi, tentava al tempo stesso di strozzare una sommessa richiesta di ascolto, e comprensione. In men che non si dica, avevamo un legame, un equilibrio. Un affetto nato in condizioni precarie, ma non per questo debole. Imprevedibile sintonia.
Ho fatto un sogno, e il tempo scorreva veloce. Anche se entrambi avremmo voluto che si congelasse.
L'appuntamento era quasi quotidiano, così voluto, per quanto sembrasse casuale. Il muro del mistero era ormai crollato, lasciando spazio al dialogo, alle intime rivelazioni. Confessandoci paure, speranze e desideri. Credendo di aiutarti, di venire in tuo soccorso, con parole di conforto, eri Tu invece a curarmi, medicando ogni ferita con la tua sola presenza. Lo sentivo, gradualmente, che mi facevi bene al cuore. Mi piaceva stare lì, ogni volta, ad ascoltarti, cercando di fare il mio meglio per rassicurarti, farti sentire al sicuro, strapparti un sorriso. Sapevo di riuscirci, almeno in parte. E questo mi restituiva energia, facendomi sentire vivo. Come non mi sentivo da un po' di tempo a questa parte.
Ho fatto un sogno, ma sembrava così reale. Lo diventava sempre di più, costantemente. Sentirti è stato magico, l'impatto indescrivibile. Da lì ci siam spostati su un'altra dimensione, e tutto è stato più concreto. E' incredibile quanto riesca a fare il suono di una voce. Quanto sia riuscito, nel nostro caso, ad incrementare tutto, a livello esponenziale. Non erano più incontri casuali, dettati da contingenze.
Ero una tua abitudine irrinunciabile, e senza rendermene conto, diventavi lo stesso per me.
Quella voce che, quasi ogni giorno, donava forma e sostanza ai tuoi occhi, al tuo bel nasino, ed al bene che riuscivi a trasmettermi. Ho sentito il tuo abbraccio, manco fossi stata qui con me.
Ho fatto un bel sogno, erano i giorni di Roma. Il tempo a nostra disposizione aumentava, e qualcosa iniziava a cambiare, senza che nessuno dei due se ne accorgesse. Ciò che era nato come un piacevole rapporto di amicizia, assumeva ora la forma di un bisogno reciproco, sempre più forte. Come una vera dipendenza, da cui nessuno voleva separarsi. Soltanto aver considerato l'idea di limitare i nostri incontri, aveva stretto ancor di più quel nodo tra di noi. E non faceva altro che stringersi, quasi a volermi asfissiare. Finalmente ho iniziato a capire quanto davvero contassi per me.
Ho fatto un sogno e dentro c'era l'amore. Piano piano, ci ha messo poco a prender vita. Come la fiamma di un braciere ardente, incapace di consumarsi. I sentimenti non si possono fermare, c'è voluto del tempo perché lo capissi. Ero rimasto bloccato, da precedenti esperienze. Da paure e mostri del passato. Non lo credevo ancora possibile. Ma mentre curavi le mie ferite, mi insegnavi di nuovo ad amare, con tutto me stesso. Non avrei mai potuto tenermelo dentro. Non questa volta. Dovevo confessartelo, a qualunque costo, anche sapendo delle difficoltà cui saremmo andati incontro. E' stato un impulso irrinunciabile e non me ne pento. Perché amare non vuol dire farlo solo quando si è corrisposti.
Ho fatto un sogno in cui mi son sentito amato. Decine di notti in bianco, senza sonno, a condividere attimi ed a guardarsi negli occhi. A guardarsi dentro, con la consapevolezza di essere coinvolti, complici perfetti. Notti concesse al desiderio, a far l'amore col pensiero. Notti sensuali, in cui eravamo uno per l'altra e tutto il resto ci sfuggiva. Volutamente assorti, seppure consapevoli di dover fare i conti con la realtà. Una realtà fatta di ostacoli, troppo difficili da superare.
Non si può chiedere tanto, non ti avrei mai chiesto tanto. Soprattutto non potrò mai biasimarti. 
Non hai e non avrai mai nessuna colpa. Non potrà scalfire ciò che provo e proverò per te.
Ho fatto un sogno e ci ho visto anche un anello. Privilegio di un regalo che ti avrei voluto fare, anche se diversamente. Solo una delle tante cose che avrei voluto realizzare, e che in più di un'occasione abbiamo passato in rassegna, dando libero sfogo all'immaginazione. Costruendo inizialmente una relazione, ed immaginandone gli sviluppi. Scene di convivenza, di vita insieme, fatta di semplici momenti quotidiani. Di cene improvvisate, labbra che si sfiorano, mani nelle mani, e litigi dissolti in abbracci senza fine. Di progetti e aspettative future, che resteranno tali, chiuse in un cassetto.
Ho fatto un sogno, tra i più belli in assoluto. Avevo tutto ciò che ho sempre desiderato e non mi lascio dietro alcun rimpianto. Per esser stato me stesso, per essermi ritrovato. Per non aver mollato.
Ho fatto un sogno ed ora è tempo di svegliarsi. Con la speranza di poter presto tornare a sognare.






domenica 5 febbraio 2017

Live Forever...

Non si fece attendere, come previsto. Le nubi si erano addensate, già da qualche giorno. L'ira del cielo si manifestò tutta in un'unica volta, con una Tempesta memorabile. Veniva giù senza sosta, con inaudita ferocia, implacabile. L'alieno provò tutto il possibile per ripararsi, ma poté ben poco. Non più soltanto il suo fagotto, ora. Anche quel paio d'ali sulla schiena. Nuove e sgargianti, si. Eppure così pesanti e difficili da utilizzare. Fin lì non aveva mai pensato a quanto fosse importante quel dono, a quanto fosse speciale. Tuttavia, durante il suo incedere sotto la pioggia battente, non aveva mai desiderato così tanto saperle usare. Non aveva mai desiderato così tanto avanzare il passo e spingersi più lontano. Se non altro verso la fine di quel diluvio, ormai sempre più fastidioso.
Quel viaggio, iniziato da poco, sembrava già arenarsi nel fango. Ma a dispetto della scarsa visibilità, ecco apparire un enorme cancello, con sbarre di ferro e mura in cemento.
L'alieno riuscì a scorgere una provvidenziale apertura, e senza indugiare, così, per istinto, vi si infilò.
Senza sapere dove fosse, così, per impulso, violò quell'entrata sottraendosi alle intemperie.
Superò il viale d'ingresso, che dava su un ampio corridoio, fortunatamente al coperto e quindi all'asciutto. Sgusciò di soppiatto, percorrendolo fino in fondo, in un silenzio tombale. Come se nessuno abitasse quei luoghi. Come se nessuno ne fosse il custode.
Indugiò per un attimo, pensando di poter recar disturbo al legittimo proprietario. Ma, giunto a quel punto, la curiosità era troppa, e continuò ad avanzare verso la fine del corridoio, ormai sempre più visibile. L'oscuro silenzio venne presto interrotto da un progressivo vociare, probabilmente una moltitudine di persone riunite in un sol posto. L'alieno si affacciò timidamente, osservando con non poco stupore l'immenso atrio che gli si parava dinanzi. Ben più simile ad una piazza, che non ad un salone, quello spazio racchiudeva aiuole, serre e giardini, piacevolmente intervallati da stradine meticolosamente composte da ciottoli e sassi, con staccionate in legno poste ai lati. Rivolgendo lo sguardo verso l'alto, si poteva ammirare una volta a cupola, in vetro completamente trasparente, altissima e di proporzioni gigantesche. Il ruggito della tempesta era solo un un sommesso miagolio.
Non riusciva ad essere tranquillo, avrebbe almeno voluto chiedere il permesso per stare lì, o soltanto giustificarsi. Pensò quindi di guardarsi intorno, e cercare qualcuno con cui parlare. Si fece spazio tra le persone presenti nei pressi dei giardini, ma nessuna di queste sembrava dargli ascolto. Troppo impegnate ad ammirare le innumerevoli piante ed i coloratissimi fiori che contornavano le aiuole, troppo impegnate a chiacchierare tra loro, finirono per snobbarlo. L'alieno fu spiazzato, ma se non altro capì che la sua presenza non creava disagi. Si sentì più libero di gironzolare e, nel contempo, di riposarsi, senza che questo potesse metterlo nei guai. Fin quando la sua attenzione non venne catturata da una torre, completamente in pietra, che sembrava giungere alla stessa altezza della cupola. Alla base della stessa, proprio all'entrata, v'era un ascensore che, presumibilmente, lo avrebbe condotto in cima e non esitò ad utilizzarlo. In un attimo giunse proprio lì, sulla sommità di quell'edificio, simile ad una serra. il pavimento, ad esclusione un piccolo sentiero in marmo che conduceva al finestrone frontale, era completamente ricoperto da rose di un vivacissimo rosso scarlatto. Non ebbe il tempo di contemplare quella bellezza mozzafiato, né di fare un solo passo.

"Come hai fatto ad entrare? Lo sai che non è permesso stare qui senza autorizzazione?"

"No... Io domando scusa..." - rispose l'alieno, con palese imbarazzo. Davanti a sé, una giovane donna, una ragazza, di inaudita bellezza: carnagione chiara, pelle liscia come seta, avvolta in un regale abito color verde smeraldo; il viso era acceso da due meravigliosi occhi azzurri ed incorniciato da una chioma di capelli castani, dai forti riflessi scarlatti, come le rose che componevano il contesto.

"Io sono Mamba, lieta di conoscerti. Tu devi essere un pretendente. In realtà sei parecchio diverso dalle persone che giungono qui e questo, lo ammetto, mi incuriosisce non poco."

"Pretendente? No, non so di cosa parli... io sono solo di passaggio, cercavo un rifugio per scampare alla Tempesta. Non volevo intrufolarmi qui senza permesso..."

"Non importa, non preoccuparti. Comunque ho deciso, anche se non sarai un pretendente, per me sei già nella Lista. Giusto il tempo di ultimare i preparativi, poi ci sposeremo e diverrai mio marito."

"Ma come sarebbe? Io? Sposarti? Non ci conosciamo e non ne sarei degno! Non sai ciò che dici..."

Così disse l'alieno, e in men che non si dica, ecco accorrere quattro guardie, armate di alabarda e corazze composte da squame di ferro.

"Sua Altezza! Sua Altezza, che succede qui? va tutto bene?" - fece una di loro

"Tranquillo, fedele Thaul, non è successo nulla. Ho trovato uno dei pretendenti, deve essersi smarrito, e gli stavo indicando la strada. Vi prego, conducetelo nelle stanze insieme agli altri. Al momento opportuno, lo convocherò." - rispose la Principessa.

Senza esitare, le guardie reali eseguirono l'ordine, e l'alieno non ebbe la forza di opporsi. Venne scortato immediatamente in un'area del palazzo che non aveva visto in precedenza. Una stanza enorme e ben arredata, con pavimento in marmo, e pilastri scolpiti come colonne doriche. L'opulenza la faceva da padrona. Mobili intarsiati, statue e sculture si alternavano con divani e baldacchini in raso. L'alieno ebbe modo di parlare con alcuni degli ospiti, accorsi lì per chiedere la mano della Principessa Mamba sperando di essere scelti da quest'ultima. 
Venne a sapere che si trattava di una persona potentissima, la legittima erede al trono del Regno Serpente, e per questo dotata di una intelligenza e di uno spirito combattivo superiori all'immaginazione. Non solo una bellezza straordinaria, dunque. 
Inoltre, la Principessa Serpente aveva la facoltà di scegliere i suoi mariti, senza alcun limite di numero: ne contava già ben dieci, tra cui spiccava il nome di Bill, il più audace tra i cavalieri "ammazzadraghi". Come avrebbe potuto competere? Come aveva fatto a ritrovarsi in quella situazione? A quale prezzo era scampato alla Tempesta?
Ci pensò tutta la notte, senza riuscire a chiudere occhio. All'indomani, Thaul il Capitano delle guardie giunse nella grande stanza, convocandolo per ordine diretto della Principessa. Ancora una volta fu scortato senza opporre resistenza, ancora una volta nel Roseto della torre.

"Eccoti qui, finalmente! Siedi pure, e ammira pure i meravigliosi giardini che ti circondano. Noi non vivremo per sempre, eppure questi fiori, queste rose, continueranno a crescere e proliferare fin quando vi sarà chi ne avrà cura. Presto sarai uno dei miei mariti, e tutto questo sarà tuo per mia volontà." - disse Mamba.

"Non vorrei sembrarti impertinente, ma forse a me non interessa sapere come cresce il tuo giardino e chi si occuperà dei tuoi fiori. A costo di rischiare la tua ira, io non mentirò..." - rispose l'alieno.

"E' la prima volta che qualcuno rifiuta la possibilità di sposarmi, ma in fondo questo ha poca importanza. Io ho già deciso per te, nell'istante in cui hai messo piede qui, è come se avessi firmato un contratto, un contratto che ti lega a me. Forse non conosci il potere della Dinastia Serpente. Dimmi, pensi di opporti alla mia decisione?" - chiese la Principessa.

L'alieno si guardò intorno, fissando le pareti trasparenti della cupola. Poi chinò il capo e, mestamente, rispose: "No, non conosco quel potere. E non so se sarò mai in grado di oppormi ma so solo che vorrei volare. Vorrei vivere, non voglio morire qui. Devo trovare una persona..."

"Sei coraggioso, non è da tutti rispondermi così. Ma in fondo tu sembri diverso, non come gli altri. Seppur indifeso e senza alcun potere, forse tu sei uguale a me. Noi riusciamo a vedere ciò che gli altri non vedranno mai."

"Noi due uguali? Forse non sarò mai tutto ciò che vorrei essere, ma definirci uguali... Tu vivi in un palazzo, circondata da ricchezze e potere. Suvvia, dimmi. Hai mai sentito il dolore che si prova stando sotto la pioggia del mattino, che ti infradicia fin dentro le ossa?"

"Perché cercare una risposta che non avrai mai? Inizia a rassegnarti, non vivrai per sempre, ed è qui che passerai il resto dei tuoi giorni. Ho già fatto preparare la carrozza e i cavalli. Ci sposeremo domani e diventerai uno dei miei mariti. Così è stato deciso." - concluse la Principessa, con un sorriso sornione.

L'alieno guardò ancora una volta le pareti di vetro, fissando per un istante il finestrone. Poi si avvicinò alla Principessa, le prese timidamente la mano ed inchinandosi le disse così:
"E sia. Non potrò mai contraddire una tua decisione. Accetterò senza esitare ma in cambio vorrei solo chiederti di esaudire un mio desiderio. Confido nella tua generosità."

"Chiedi pure. Ti sto ascoltando." - fece Mamba, ancora una volta incuriosita da tale reazione.

"Chiedo solo di poter passare la notte qui, in questo roseto. Potrò osservare l'esterno, e ricordarmi ci come di siamo conosciuti. E' tutto ciò che chiedo. Ti prego di concedermelo."

"Se è solo questo, credo di poter fare un'eccezione. Solo per questa volta ti permetterò di passare la notte qui. Domattina manderò Thaul a prenderti per prepararti alla Cerimonia. Non tardare." - disse lei, uscendo dal giardino reale.

"Grazie di cuore, Mamba." - rispose l'alieno, salutando la Principessa Serpente

Per quanto fosse disperata la situazione, per quanto non volesse accettare il suo destino, non era quello il tempo di piangere. Era piuttosto il tempo di scoprire i suoi "perché", trovarne le risposte.
E per farlo avrebbe dovuto continuare il suo viaggio, cercare il tizio con la Mappa del Mondo disegnata sul volto e ricordarsi che, solo pochi giorni prima, aveva ricevuto un dono. Un dono prezioso, proprio lì, cucito sulle sue spalle. Era giusto arrivato il momento di spiegare quel paio d'ali sulla schiena. Nuove e sgargianti, si. Una sola occasione, che non avrebbe potuto sprecare.
Le urla di Thaul risuonarono nella Torre all'indomani. La Principessa Mamba pretese spiegazioni, e restò incredula quando fu messa al corrente dei fatti. Nel mezzo dei preparativi, si fiondò come una furia verso l'ascensore della Torre, per poi giungere su, in cima. In preda alla collera, provò a setacciare il roseto, facendone controllare ogni angolo. Una leggera folata di vento le sferzò il viso tanto da farle sollevare lo sguardo verso la cupola di vetro trasparente. Il finestrone spalancato, nessuna traccia dell'alieno. Al suo posto, soltanto un biglietto, con su scritto: "Noi vivremo per sempre".







giovedì 5 gennaio 2017

Glowing Stars and Winged Hopes...

“Non trovi che il dolore possa essere ancora più insopportabile, quando non lo si può condividere con qualcuno?”

“Cosa?” – rispose l’alieno, sentendo quella voce così premurosa e gentile. Si voltò, per poi accorgersi della presenza di una anziana signora, intenta ad osservarlo, pensieroso.

“Beh, si… Ecco non è bello essere soli… Ma mi hanno detto che, continuando a cercare e a crederci, un giorno potremo trovare la felicità e tante persone speciali con cui condividerla…” – aggiunse l’alieno, in risposta alla domanda.

“Concordo con te, caro giovanotto. Ma non capisco perché te ne stai qui, seduto tra queste rocce, ad osservare la vallata che ti sei lasciato alle spalle, sapendo che il villaggio è da quest’altra parte” – fece, con un sorriso, la gentile vecchietta.

“Oh, vedi, non sono diretto al villaggio. Di sicuro ci sarei passato, ma è stato meglio proseguire da qui. Dopo un intenso camminare, ho avvertito stanchezza e, trovando una di quelle casette pronte a riaccogliermi, avevo pensato di accettare l’invito, e riposarmi un po’…” – soggiunse l’alieno, chinando il capo.

“Ma tu guarda!” – esclamò la vecchietta – “E poi, cosa hai trovato all’interno? Il riposo che cercavi era forse lì?”

“Pensavo che fosse il caso di restare… E di lasciar perdere tutto. Ma non ci ho messo molto a capire di essere in errore. Non sarei dovuto rientrare, e ora sono stanco per aver faticato nel venirne fuori. Procederò spedito, come mi ha detto il monaco…”

“Fai bene ad ascoltare le parole di quell’uomo, è molto saggio e sa quello che dice. Ma non devi preoccuparti per quello che hai fatto, perché come poi avrai modo di capire in futuro, hai acquisito utile esperienza per superare l’ostacolo, senza problemi. E, a quanto vedo, ne sei uscito con un bel ricordino appeso lì, al tuo collo…”

“Ah, si… è tutto ciò che mi rimane. Inizialmente pesava un pochino, poi mi ci sono abituato. Brilla in una maniera incredibile… E credo che non smetterà di farlo per me… Non ho voluto lasciarla così. E farò in modo di portarla con me, lungo il mio viaggio…” – replicò l’alieno.

“E’ una bella cosa da parte tua, non ci vedo assolutamente nulla di male. Quel tesoro che hai appeso al collo è una Stella, di inestimabile valore. So che tu te ne sei reso conto perfettamente, e ora lo sai ancora di più. Oltretutto, potrai mostrarla all’uomo con la mappa del Mondo, disegnata sul volto… Lui apprezzerà!” – affermò, sghignazzando, la premurosa vecchietta.

“E tu come fai a sapere che lo sto cercando?” – rispose con meraviglia, il piccolo alieno.

La vecchietta gli sorrise ancora una volta. Poi, con fare materno, gli prese la mano, come a volerlo accompagnare lungo la sua stessa strada. Per poi dire:”Coraggio, stare qui esposto al freddo non ti restituirà ristoro. Le rocce non sono mai state comode. E si vede lontano un miglio che sei stanco, ferito ed affamato. Stavo giusto andando a casa per riscaldare la mia famosa minestra di verdure. Prima di finire i miei lavori a maglia, avrò piacere di averti ospite a cena. La compagnia degli stranieri è cosa gradita da queste parti…”

“Ma… Veramente io…”

“Niente ma!” – disse, interrompendolo, la vecchietta – “Non vorrai mica contraddire una povera vecchia? Ho deciso, stasera mangerai con me. E per quanto riguarda l’uomo con la mappa del Mondo disegnata sul volto, non ti meravigliare. Intuisco che sei qui per lui, del resto quale altro potrebbe essere il motivo che ti spinge a scalare questi monti? Non certo la mia minestra di verdure?!?! Lui si fa vedere raramente da queste parti, ma sono certa che lo incontrerai. Una breve sosta al villaggio, non te lo impedirà assolutamente.”

Rientrarono entrambi al villaggio, a sera inoltrata. L’anziana donna lo condusse dentro, nella sua modesta casetta, dove l’alieno poté finalmente riscaldarsi e rifocillarsi, dopo tanto tempo. Le intemperie a cui era stato esposto, gli avevano procurato fastidiose ferite, che la vecchietta curò sapientemente, nel giro di due giorni. Al termine dei quali, dovette riprendere il cammino.

“Non so davvero come ringraziarti…” – disse l’alieno, visibilmente commosso.

“Non devi, ho assecondato il mio volere, ed ho ottenuto la compagnia che volevo. Sei riuscito ad affrontare meglio il tuo dolore, condividendolo, e fartelo capire era nei miei intenti. Sono molto contenta di questo.” – rispose dolcemente la vecchietta.

“Beh, ma il merito è solo tuo… Vorrei regalarti il mio ciondolo per sdebitarmi…”

“Ma no, figurati, ci mancherebbe.” – replicò lei – “Non potrei mai accettarla, e poi non sarebbe mai mia. Te l’ho già detto piccolo, quella è la tua Stella, una delle tante che riuscirai a trovare lungo questo percorso. Ti appartiene, fa parte di te e ne farà sempre parte. Così come ti appartiene quel filo rosso da cui pende. Una cosa del genere non si può dar via. Sarà utile, affinchè il tizio con la mappa del Mondo disegnata sul volto possa riconoscerti meglio. Nonostante ora sia pesante da portare, ti ho ospitato per rimetterti in sesto, e darti la forza di correre più forte, quando sarà necessario farlo. Ora sei in grado di portare sulle spalle molto più di quel piccolo peso. Ecco il perché del mio ultimo regalo…”

“Sulle mie spalle?!? – esclamò, sorpreso l’alieno – Sento qualcosa… qualcosa sulle mie spalle…”

“Non avere paura, giovanotto. Quelle che hai sulle spalle, sono Ali d’acciaio. Le ho cucite io, rammendando un po’ le tue, che erano ferite e malridotte. Sono ideali per chi come te tende a volare in alto, ma dovrai abituarti alla difficoltà del loro impiego, e so che ne sarai capace. La forza di volontà che risiede nel tuo cuore ne sarà il motore. Ora sta a te. E a te soltanto. Abbine cura. Ma soprattutto, abbi cura di te.” – disse, salutandolo per l’ultima volta.

L’alieno ringraziò, commosso, e riprese il viaggio nella tipica quiete che precede la Tempesta.