venerdì 28 luglio 2017

Synaesthesia (It's a kind of magic)...

So che leggendomi non si direbbe, ma durante gli anni del Liceo, la nostra docente di Italiano (pace all'anima sua) non faceva altro che ripeterci quanto fosse importante saper padroneggiare l'analisi del testo. Il suo era come un mantra, costante ed inevitabile. Ogni occasione era buona per esercitarci, soprattutto nel contesto dei famigerati compiti in classe. Prima di giungere al faticoso triennio, per me l'immagine del compito di Italiano era tutta racchiusa nel classico tema, da scrivere seguendo una traccia più o meno semplice, guidata insomma. Ben presto conobbi l'analisi del testo, e con essa lo studio e l'individuazione delle figure retoriche. Ne rimasi affascinato fin da subito.

Tutto questo sproloquio mi serviva in qualche modo a collegarmi con il titolo del post. 
Conoscevo la "sinestesia" come una delle tante figure retoriche, di cui sopra, da ricercare tra le righe dei classici del libro di testo, o fra le terzine dantesche ("là dove 'l sol tace"). In pratica, si tratta di quel particolare artificio con cui si accostano due o più parole, appartenenti a piani sensoriali diversi (cito testualmente la definizione).

Ebbene, ciò che in realtà ignoravo era invece un'altra accezione di questa parola, da tempo non più così frequente nel mio quotidiano. Un significato diverso, che quasi non credevo esistesse.
Provare a spiegarlo in questa sede, per iscritto, non mi risulta proprio agevole. Ma leggerne la definizione, che potrete trovare semplicemente "googlando" la parola, aiuterà parecchio a capire. 

Ecco, io personalmente ho trovato questa e la trovo piuttosto efficace:
"Fenomeno sensoriale/percettivo, che indica una contaminazione dei sensi della percezione. Il fenomeno neurologico della sinestesia si realizza quando stimolazioni provenienti da una via sensoriale o cognitiva inducono esperienze, automatiche e involontarie, in un secondo percorso sensoriale o cognitivo".

Mi rendo conto che soffermarsi così a leggerne banalmente la definizione, ci si possa sentire quasi indifferenti. Ma scommetto che l'effetto sarebbe totalmente diverso, se vi fosse capitato un esempio concreto, reale. Un'esperienza anche indiretta, ma comunque qualcosa di "tangibile", di vero.
A me in pratica è successo questo. Ho semplicemente avuto la prova dell'esistenza di soggetti sinestesici, ed è stato un confronto interessantissimo. Oserei addirittura dire una scoperta, perché no?

Forse, pensandoci più attentamente, avevo già sentito parlare in passato di questo particolare fenomeno (ci sono diversi video sul web che ne parlano e che lo descrivono perfettamente).
Magari non in maniera così specifica e dettagliata come invece questa persona è stata in grado di spiegarmi, ma riflettendoci, si, devo aver letto qualcosa a riguardo da qualche parte.
E' possibile che, in un certo periodo della mia vita, abbia voluto approfondirne qualche aspetto per trovare delle "assonanze" con i lati più complessi del mio carattere. Magari anche per giustificare dei tratti della mia indole che in alcuni periodi della mia vita sono stati in grado di crearmi dei contrasti, persino nel modo di vedere le cose e la realtà stessa. 

Col passare degli anni, sono arrivato a reputarmi una persona abbastanza sensibile, in alcuni casi anche troppo, ed ho finalmente imparato ad accettarlo ed a farmene una ragione.
Ho sempre pensato di possedere un animo "romantico" (parlo in generale, non mi riferisco necessariamente all'amore come categoria) e di riuscire a vedere le cose sotto una luce diversa rispetto al senso comune (da qui anche il sentirsi Alieno, come tema portante di questo blog).
E, ancora, ricordo molto bene che quando ero un bimbo (non avrò avuto più di 8 anni) tendevo a vedere i volti delle persone care (in particolar modo i nonni e le zie) nei cerchioni o nei copriruota delle vecchie Fiat Ritmo, Opel Kadett e Lancia Dedra.

Oppure, sempre parlando della propria infanzia, sembra ieri che passavo il tempo a disegnare la gloriosa maglia a strisce bianco-azzurre della Nazionale Argentina di Calcio su cartone, a grandezza naturale, per poi indossarla io stesso: pur sembrando una specie di cartellone pubblicitario semovente, bastava quel poco per riuscire comunque a sognare di solcare il campo insieme a Maradona e Caniggia. Ma qui siamo ben oltre, non si tratta di vedere il viso di Zia Annamaria nel copricerchio di una Fiat Regata. No.

Qui siamo su un piano completamente diverso, su livelli di percezione ben più profondi e soggettivi. E' una specie di Magia, per come la vedo io. Esistono persone, e ne ho avuto la prova, capaci di sentire il profumo delle parole. Persone in grado di attribuire un colore ad una voce. Sentirne la temperatura, scorgerne le sfumature, dalle più nitide a quelle più insignificanti. Sentire il sapore di una frase. E non si riduce soltanto all'utilizzo della propria immaginazione. 
Per chi, come me, bada molto a questi aspetti, non è poco. E' quel genere di esperienza che cattura la tua attenzione, che ti incuriosisce da morire. Al punto tale da creare interesse, e darti lo spunto per poterci scrivere su qualcosa. Esattamente come ho fatto io, in questa stessa circostanza. 

Quando scrivo, almeno quando provo a farlo, mi piace trarre ispirazione, "rubando" idee da qualunque cosa possa, in un modo o nell'altro, attirare la mia curiosità. Fatto questo, beh, mi limito semplicemente a collegare il proiettore al cervello (collegando le casse al cuore) ed a trascrivere le immagini e i suoni che ne vengono fuori. 

Chissà se un giorno sarò capace di diventare sinestesico. Mi dicono che possa avere basi genetiche e che, secondo una teoria, tale capacità possa disperdersi, con il tempo, crescendo e diventando adulti.
Francamente non lo so e, per quanto possa voler approfondire la materia, sono certo che continuerò a sperarci. Nella migliore delle ipotesi potrei coronare un sogno e, nello stesso tempo, sfatare un tabù.
In caso contrario, beh, saprei comunque di averci provato.
E, ad ogni modo, riuscirei comunque ad accontentarmi di poter imprimere su uno schermo, attraverso una banalissima tastiera, ciò che ho dentro, senza filtri. Come del resto ho fatto da 50 post a questa parte. Qualunque sia il sapore, l'odore, il suono o la consistenza del mio "messaggio", mi auguro e continuerò sempre ad augurarmi che esso arrivi a destinazione.






sabato 22 luglio 2017

Rebirthing...

In qualche modo erano giunti a destinazione. Non era dato sapere come, ma non impiegarono molto ad arrivare lì. Proprio come quell'uomo alto e misterioso aveva predetto. Erano saliti in cima a quello che, apparentemente, veniva chiamato Colle Melanconico. Sembrava impossibile arrivarci via terra. Quantomeno non in tempi così ristretti. Dovevano essersi alzati in volo, in qualche maniera. Ma chi avrebbe potuto dirlo? Non certo l'alieno, ancor privo di sensi. Senza alcuna espressione sul volto.
I corvi che fino ad allora avevano accompagnato il tragitto dei due viandanti, si diradarono a comando, sparpagliandosi in un frastornante tumulto di ali e piume. Lasciarono ben presto spazio al silenzio, ed alla sola luce fioca della Luna. 

Benché la visibilità non fosse ottimale, non era difficile notare quanto quel posto fosse in realtà desolato, incredibilmente distante da tutto. Il Colle era collegato ad un promontorio, proprio sul Mare. Ma non v'era alcuna traccia di un porto o di un eventuale attracco. Non nelle immediate vicinanze, almeno. Sarebbe stato complicato persino per Roxy, per quanto esperta ed avvezza agli spostamenti, riuscire a raggiungere quei luoghi. L'uomo con il cilindro aveva detto la verità.

Senza indugiare, attraversò il tratto di spiaggia che precedeva l'interno, portando l'alieno sulle spalle, come fosse un sacco di iuta. Con incedere sicuro, di chi conosce quei sentieri a menadito, si faceva strada tra i piccoli scogli che spuntavano dalla sabbia. Alcuni di questi erano forzieri, seppelliti chissà da quanto tempo, ed in parte scoperti, esposti al chiaro di Luna. 

Continuando a camminare, il terreno diventava sempre più di consistenza "fangosa", ma ciò non creava alcun problema al misterioso tizio con il cilindro. Procedeva spedito, come su un sentiero immaginario, incurante di quanto fosse scivoloso il suolo. Non faticò a risalire il tratto più ripido, fino a ritrovarsi davanti ad un gigantesco albero. Una palma di dimensioni maestose, forse millenaria, seppur intatta dai segni del tempo. Il tronco doveva avere un diametro paurosamente largo, al punto da impiegare qualche minuto per poterlo costeggiare, e per giungere dalla parte opposta. 
Una piccola cabina in legno, con una sedia a sdraio ed un ombrellone, si confondevano nella penombra. Timide ed inspiegabili tracce di vita. Chi mai sarebbe stato così folle da decidere di stabilirsi in quel posto?

Non certo l'uomo con il cilindro e gli abiti eleganti, per quanto bene conoscesse quei luoghi.
Adagiò il corpo dell'alieno sulla sedia a sdraio, con delicatezza. Poi si avvicinò alla cabina, bussando.

"C'è qualcuno? E' permesso? Domando scusa, so che non è il momento più adatto per una visita, ma avrei una certa urgenza..."

"Per disturbarmi a quest'ora... voglio sperare davvero che si tratti una faccenda seria." - disse una voce femminile, ma leggermente stridula, proveniente dall'interno della cabina.

La porta si aprì poco dopo lo scatto di una serratura, ne venne fuori una donna, dal fisico statuario. Indossava un costume da bagno di colore arancio, parzialmente coperto da un pareo bianco, con decorazioni a forma di girasole. Il viso, seppur aggraziato, era avvolto da una folta chioma di capelli mossi e bianchi, di un candore innaturale. Lo sguardo, severo e contrariato nella circostanza, era impreziosito da due occhi color ambra.

"Se avessi avuto alternative, non avrei mai osato disturbarti. Guarda tu stessa." - disse l'uomo con il cilindro.

"Era un po' che non ti si vedeva da queste parti. D'un tratto pensi di venire qui, come nulla fosse per portarmi un... cadavere, come regalo? Dovrei apprezzare il gesto?"

"Non è un cadavere, non ancora almeno. Sono qui perché ho pensato tu potessi curarlo. Non è rimasto molto tempo. 

La donna, sinuosa come una sirena, si avvicinò per osservare meglio l'alieno, ancora esanime. 

"Non credo di essere la persona adatta. Sai bene che è da molto tempo che non curo più gli esseri umani. Dovrai rivolgerti altrove, sono spiacente..."

"Ma costui non è umano. Lo hai guardato con troppa superficialità. Forse non è umano, o non sarà come gli esseri viventi di cui ti prendi costantemente cura. Ma non credi che meriti comunque il tuo aiuto?"

"Non sei venuto fino a Colle Melanconico solo per chiedermi questo, non è così? - rispose la donna.

"Ascolta, il mio non è soltanto un favore personale. Questo tizio deve farcela da solo, è l'unico che può aiutare sé stesso. Ma ora come ora ha bisogno di qualcuno che lo rimetta in piedi e so che tu puoi farlo. Lo hanno tradito, lo hanno abbandonato, lo hanno ferito. Ed in più di un'occasione è stato in grado di venirne fuori. A quanto pare, ne sta ancora portando i segni. 
Non ti chiedo di accudirlo. Vorrei solo che lo aiutassi a rimettersi in piedi. Ha a che fare con l'uomo con la Mappa del Mondo disegnata sul volto. Ho saputo che lo sta aspettando..."

"Maledetto! Perché lo hai nominato? Che diavolo c'entra con questo straniero? E perché stringe tra le mani il Filo Rosso? Tu nei sai più di quanto non vuoi farmi credere, vero?"

"Curalo, rimettilo in sesto, e sarà lui stesso a rispondere alle tue domande. Lo affido a te, qualunque cosa tu decida di farne. Anche se so già che non verrai meno alla tua coscienza. Tornerò tra qualche giorno, ti ho già disturbato abbastanza. Non sai quanto ti sia grato, Shana." - disse l'uomo con il cilindro, spostando la maschera da cui si intravedeva un sorriso sornione.

"Preferirei tu non ti facessi più vedere, visto il tuo sfacciato opportunismo. E ricordati che per te sono la Dottoressa Shana. Sparisci come tuo solito, e lasciami lavorare." - rispose, seccata l'affascinante donna dai capelli bianchi.

"Te ne sarà molto grato anche lui. A presto, Dottoressa." - salutò il misterioso uomo in abiti eleganti, riprendendo il sentiero verso la spiaggia.

Shana entrò rapidamente nella cabina, da cui rimediò un camice e dei guanti. Si recò verso la sedia a sdraio, dove il corpo apparentemente senza vita dell'alieno era appoggiato, e senza dire nulla lo osservò. Notò ancora una volta il Filo Rosso, le ali spezzate sulla sua schiena, e gli abiti lacerati. 

Diede uno sguardo alla ferita, parzialmente coperta da un bendaggio di fortuna, e per un solo attimo il suo sguardo glaciale si impietosì. Mosse una leva posta su uno dei braccioli della sedia, azionando un singolarissimo marchingegno, con cui i due iniziarono a scendere come inghiottiti dal terreno.

Una specie di ascensore, insospettabile, quasi diabolico. La discesa fu piuttosto rapida, almeno una quindicina di metri. La porta si aprì su una sala operatoria, completamente sterilizzata e fornita di tutto il necessario. La Dottoressa non perse un solo minuto, mettendosi subito al lavoro.
Sistemò l'alieno su una barella, rimuovendo la mantellina e tagliando con le forbici il resto dei vestiti ormai ridotti a brandelli. Lo condusse infine in una stanzetta esagonale, posta al centro della sala, completamente isolata, dove poté finalmente cominciare l'operazione.

"Ha perso troppo sangue, ma forse siamo in tempo. Dumàs, portami le bende! Lasciale all'ingresso, mi raccomando."

Per circa tre ore restarono entrambi in quella stanza, in un silenzio siderale. La Dottoressa uscì poco dopo, togliendosi i guanti e lavandosi le mani, con la mascherina ancora sul volto. Seppur stanca, il suo sguardo era visibilmente soddisfatto. Gettò la mascherina, avvicinandosi ad una credenza, da cui tirò fuori una bottiglia di Whisky. Poi si diresse verso l'uscita della sala operatoria, sedendosi comodamente sulla sedia a sdraio. Prese un sorso direttamente dalla bottiglia, volgendo lo sguardo verso la stanzetta esagonale. Fece uno strano ghigno ed azionò la leva sul bracciolo della sedia, azionando l'ascensore, per ritornare in superficie.

L'alieno rimase da solo, completamente. Giaceva in una specie di vasca di rianimazione, ed era ormai fuori pericolo. Forse una breve tregua, forse un incredibile colpo di fortuna. Chi avrebbe potuto dirlo? Non certo l'alieno, ovvio. Che era, si, ancora privo di sensi, ma non in più in bilico tra la vita e la morte. 


mercoledì 12 luglio 2017

A Head full of Dreams...

Ad una settimana, o poco più, di distanza forse (e sottolineo, forse) sono in grado di raccogliere tutte le sensazioni e le emozioni provate durante il Concerto dei Coldplay del 4 Luglio scorso. Beh, non proprio tutte, suppongo. Ma proverò a concentrarne qui una buona parte, per quanto mi sia possibile. 
Parlando di sensazioni, al momento, così su due piedi, mi viene in mente la fatica. No, non intendo quella relativa all'allenamento di oggi pomeriggio. Potrebbe influenzare il discorso, ma non è così.

Si, pensandoci bene è stata una bella faticaccia. La sveglia alle 5,00 del mattino, la corsa in stazione per beccare il Treno Alta Velocità (Italo, nella fattispecie) per Milano Centrale delle 6,55, raggiungendo così i miei amici, mia cugina e suo marito intorno alle 11,30 nei pressi della Stazione. 
Ancora ancora, parliamo di un "viaggetto", allietato poi dalla prima classe strategica beccata settimane fa con le offerte di NTV (benedetta newsletter!). Nulla di trascendentale. Dio solo sa quanto sia abituato ormai a viaggi del genere. Fino a quel momento mi era sembrato tutto estremamente semplice. L'hotel, veramente ben fatto, a pochi metri dalla stazione. Saliamo in camera giusto per posare gli zaini, rinfrescarci quanto basta, e imboccare la metro in direzione San Siro.

Anche lì, nonostante il massiccio flusso di persone (prevedibile), non è stato così complicato giungere a destinazione. Qualcosa come dieci fermate, un cambio, di una comodità estrema, nuovamente tutto troppo facile. Giunti nei pressi dello Stadio, prendiamo informazioni per localizzare un McDonald's non lontano da lì. Non ricordo quando è stata l'ultima volta che sono stato a mangiare in un McDonald's. Sia chiaro, non sono certo un salutista, e se si eccettuano questi ultimi mesi, in cui cerco di mangiare "sano" dal lunedì al venerdì, la mia dieta del weekend sarebbe tranquillamente passibile di ergastolo. Non abuso del fast-food, inteso come prodotto delle varie catene made in USA. Al massimo cinque, sei volte all'anno (non di più), soprattutto nei miei viaggi all'estero, per questioni di praticità (oltre che di economia). Il mio preferito resta KFC, ma proverò sicuramente il McDonald's all'estero, per capire se la qualità è scadente come quella riscontrata qui in Italia. Chiusa parentesi.

Dove ero rimasto? Ah già, il pranzo. Consumiamo il ridicolo menu della casa, concedendoci una pinta di birra per scaldare i motori, e ristorarci dal calore che inizia a farsi sentire (e non poco).
Al diavolo i luoghi comuni, ma Milano è veramente calda ed umida. Un clima nettamente più torrido rispetto a quello di casa. Non tardammo ad accorgercene, sulla via del ritorno, per potarci nei pressi del nostro varco di ingresso. Se prima il tutto mi era sembrato troppo facile, la mia fiducia stava ora iniziando a vacillare. C'era già una fila piuttosto corposa, per cui decidemmo di sistemarci come fanalino di coda, in attesa di altri "compagni d'avventura", che non si fecero attendere troppo. Correva voce che i cancelli sarebbero stati aperti solo dopo le 17,30. Non erano nemmeno le 14,00 e tutte le persone lì presenti, almeno quelle più attrezzate, pensarono bene di arrangiare una sorta di accampamento di fortuna, con tutto ciò che avevano a disposizione. Con l'asfalto a circa 200° C, avrei preso in considerazione l'idea di sedermi solo se qualcuno mi avesse conficcato una pallottola nel cranio.
Tanto per rendere l'idea. Non che l'alternativa fu comodissima. Ore ed ore passate in piedi, per lo più senza maglietta, abbrustolito letteralmente dal Sole. Mi resi finalmente conto che non sarebbe stato affatto semplice resistere ed arrivare alla fine della serata. Fui quasi colto da allucinazioni a sfondo mistico (sarà stato per il troppo caldo), ma dovevo resistere, nonostante tutto.

Quelle ore sembravano interminabili. Continuammo a bere ed a reidratarci quanto più possibile, comprando decine di bottigliette d'acqua. La fila si era ormai compattata, il caldo asfissiante non mollava manco un centimetro, era quasi una questione di sopravvivenza. 
A differenza di mio fratello Salvatore, non mi definisco un "tipo da concerti", e non è che ne abbia visti così tanti in vita mia. Ma lì, in quella occasione, stavo senz'altro registrando il mio personalissimo record in fatto di attesa e di resistenza. 

Cercai di ricordare la mia ultima volta al San Siro. Si, la ricordavo bene. Era il 15 Febbraio del 2012, una notte da incubo (sportivamente parlando). Ancora una volta a seguire l'Arsenal, impegnato contro il Milan in Champions League. Avevo il biglietto per il settore ospiti, praticamente sulla piccionaia, in trasferta con i tifosi inglesi, costretti a viaggiare in pullman speciali, con tragitto obbligato, scortati ed anche caricati dalla Polizia (prima e dopo). Ne vidi di tutti i colori.

Ma quella sera di Febbraio del 2012 fu una passeggiata in confronto a ciò che stavo vivendo.
Più o meno a ridosso delle 17,00 eravamo ormai vicini ad entrare, con la folla sempre più "asfissiante". Manco a dirlo, la fila era stata completamente stravolta, gli addetti alla sicurezza provavano ad indirizzare tutte le persone chiedendo a queste ultime di spostarsi, per incanalarsi agli ingressi dal verso giusto. Fossimo stati all'estero, ne sono convinto, non avremmo perso tutto quel tempo. Una volta dentro, non cambiò granché. Continuammo ad aspettare, provando a sederci sul prato, nei pressi della passerella che si estendeva dal palco, non distante da noi. Scambiai uno sguardo di "compassione" con mia cugina, anche lei visibilmente sfinita, ma assolutamente decisa a resistere. Ingannammo l'ulteriore attesa con qualche birra e due risate, coinvolgendo un gruppetto di ragazzine nelle nostre vicinanze. L'atmosfera stava prendendo forma, così come l'impazienza. 

Il concerto iniziò intorno alle 19,15, con l'esibizione di due gruppi di cui non avevo mai sentito parlare. Cominciarono i Lyves, senza lasciare il segno. A seguire un altro gruppo, guidato da una tale Tove Lo, artista svedese che da quanto ho capito sta riscuotendo un discreto successo nel campo del Pop, e non solo nel suo paese. Decisamente non il mio genere.

Inizia a scendere la sera, l'emozione è sempre più palpabile, manca poco. Alle 21,15 circa, il palco si riempie di colori. Il pubblico è consapevole, e si anima, come fosse un tutt'uno, una sola entità.
Ero stremato, avevo passato una delle giornate più toste degli ultimi anni, subendo inerme il caldo e la fatica per circa otto ore. Ma in quel momento, nel particolare istante in cui la musica cominciava ad avvolgere lo Stadio, accendendo i cuori di tutte quelle persone, non sentivo più nulla.
Mi riesce difficile da raccontare, come ho detto all'inizio posso anche provarci, ma credetemi, è veramente complesso. Mai visto niente del genere. Era un concerto? Era una festa? Era una serata in una discoteca esclusiva? Un momento di svago senza fine? Impossibile stabilirlo.

Non avrei mai immaginato un tale tripudio di luci, di effetti visivi, di coriandoli sparati a raffica, palloncini, di partecipazione "interattiva". Mi lasciai andare, completamente, non volli pensare a nulla. Nonostante la fatica, non rinunciai a saltare, ballare, facendomi coinvolgere da quell'impressionante mole di persone, giunta lì da tutta Italia (e non solo). Canzone dopo canzone, il senso di meraviglia non accennava a diminuire. Sulle note di "Fix You", non ho saputo resistere. Avrei potuto fare appello al mio senso del pudore, al mio orgoglio maschile, e del resto ero in mezzo a decine di ragazze di tutte le età. Senza pensarci, senza dar troppo peso alla cosa, ho pianto.

La commozione ha avuto il sopravvento, i ricordi ancora recenti hanno avuto la meglio, il dolore è risalito a galla. Ma è stato liberatorio, è stato così liberatorio. Qualcosa che avrei voluto fare da tempo, e di cui, forse, aspettavo solo l'occasione giusta. Mia cugina, dietro di me, lo aveva notato. Probabilmente la sola ad averlo notato. La sua carezza attenuò le lacrime, c'era tutto il suo affetto, la sua comprensione. La comprensione di chi sa, di chi conosce il tuo stato d'animo, fin nelle sue crepe più profonde. Certo, avrebbero potuto fare "Ink", accennare almeno "The Hardest Part" o riesumare "Gravity". E avrei scommesso almeno 5 Sterline su una cover degli Oasis (Live Forever, magari) come al concerto di Manchester. Così non è stato, ma non importa. Perché il risultato è stato comunque perfetto, e si è tradotto in una delle notti più magiche della mia vita. Una notte che non dimenticherò facilmente.

La stanchezza, la spossatezza e la fatica dovuta a tutto quello stress sembrava ora solo un vago ricordo. Uscimmo dallo Stadio cercando di farlo il più velocemente possibile, ancora estasiati e carichi di emozione. Una volta fuori, decidemmo di mangiare qualcosa al volo, prima di tornare verso l'hotel. Uno di quei furgoncini piazzati lungo il perimetro fece al caso nostro. Non c'era molta fila (finalmente), e in poco tempo avevamo trovato il posto dove sederci e mangiare un discreto panino con porchetta, rigorosamente accompagnato da una Heineken alla spina. Fu un vero sollievo. 

Quel breve momento di ristoro, ci diede la forza di camminare fino a "Lotto", ad un paio di km. buoni da San Siro (evitando la marea di persone che si erano riversate nella metro). Poco lontano da lì, trovammo la fermata del Bus e, non senza qualche imprevisto (che non sto qui a raccontare), alla fine riuscimmo a tornare in hotel, poco più tardi dell'una e mezza. Ho perso il conto dei minuti passati sotto la doccia. Raramente avevo desiderato così tanto farne una. Se non altro l'immane stanchezza mi aiutò a prendere sonno, ed il risveglio non fu così traumatico, anzi. L'adrenalina non si era scaricata del tutto, ma fu un bene in quella situazione. Senza svegliare gli altri, scesi a fare colazione, guardando e riguardando tutte le foto e i video fatti la sera prima. 

Mia cugina mi raggiunse di lì a poco. Il suo sguardo sornione, un accenno di sorriso, per poi dirmi:
"Comunque la prossima volta voglio il posto numerato, tipo al primo anello. Non abbiamo più l'età..."
Proprio lei che aveva insistito così tanto per i posti nel prato, se ne usciva così. Per quanto mi seccasse ammetterlo, probabilmente aveva ragione. Le emozioni vissute quella sera, ed i ricordi accumulati resteranno sempre vivi nella nostra memoria, ma ciò non cambiava il fatto che ci fossimo distrutti. E questo bisognava comunque tenerlo a mente, per le prossime eventuali occasioni.

Continuai a pensarci anche dopo aver salutato lei e suo marito (loro sarebbero ripartiti nel pomeriggio con l'aereo), appena entrato in treno. Sempre alta velocità di Italo, non più prima classe. 
Avevo già viaggiato in ambiente Smart, ma non mi era mai capitato che fosse così "scomodo" in realtà. Al mio fianco, una ragazzina intenta, per più di 40 minuti, a litigare con il suo fidanzato, al telefono, alternando con sapienza tenerezza e "pragmatismo" da scaricatore di porto. 

Era, manco a dirlo, anche lei presente al concerto, ma non tra le persone nel prato. Aveva assistito allo spettacolo da un bel posto numerato, a sedere, sul primo anello rosso. Cercai di tranquillizzarla in merito alla sua lite, e mi raccontò parte della sua storia, di un passato per certi versi non dissimile dal mio. Una piacevole conversazione, che mi aiutò a gestire il tempo del viaggio, ancora una volta riuscendo ad ingannare i tempi di attesa prima dell'arrivo a Napoli.
L'atto finale di una "due giorni" stupenda. Non credo di esser riuscito bene a descrivere tutte le sensazioni e le emozioni provate durante quelle ore. Tornato a casa, l'ultimo sprazzo di adrenalina spiccò il volo, lasciando lo spazio ad un bel po' di sonno arretrato. Prima di appisolarmi, realizzai che forse mia cugina aveva ragione. Non avevamo più l'età o il "fisico" per quel genere di cose.
Ma, ciò nonostante, quella non era la sola certezza, e potevo ritenermi ben più che soddisfatto. Perché per quanto fossi praticamente senza forze, privo di energia e quasi del tutto senza voce, sapevo per certo di avere ancora la testa piena di sogni.




lunedì 3 luglio 2017

Dall'altro lato della Nuvola... (Lettera aperta al Ragionier Ugo Fantozzi)

Caro Paolo,

Chissà da quanto tempo Internet va avanti con questa storia. Mi è capitato più volte di leggere notizie sulla tua presunta morte, così di sfuggita, sulle pagine più "scrause" del cyberspazio.
Quando stamattina mi son svegliato ed ho acceso la TV per guardare il notiziario, avrei voluto con tutto me stesso che fosse una di quelle volte, che si trattasse di una bufala. Purtroppo, però, stavolta è tutto vero. Inutile dirti come ci sia rimasto. Faccio ancora fatica a trovare le parole.

Si, lo so. Non ti si vedeva da tempo in televisione, le tue condizioni di salute erano ormai precarie, e sarebbe stata una mera questione di tempo. Ce lo saremmo dovuti aspettare, ma non si è mai pronti a notizie del genere. Farsi trovare preparati è impossibile. 

Questo blog non nasce certamente con le intenzioni di commemorare o di sostenere elegie. Nemmeno sarebbe degno, figuriamoci considerando una "penna" del tuo calibro. Ma di certo lo posso considerare come una specie di raccoglitore, in particolar modo delle mie emozioni e di ciò che mi passa per la mente. E stamattina, con le lacrime agli occhi, non riesco a non pensare di aver perso una parte della mia infanzia, della mia adolescenza, che ancora oggi mi accompagna, sottolineandone gli aspetti più marcatamente tragicomici. E, bada bene, quest'ultimo non è un aggettivo scelto a caso.

Perdonerai il mio essere così riduttivo. Hai dedicato la vita al Cinema, al Teatro ed all'arte in generale. Come scriveva Marino Bartoletti stamane, sei stato un rivoluzionario della Comicità, ed il tuo genio indiscusso ti ha condotto all'apice del successo attraverso un percorso non convenzionale, e sicuramente non agevole. Mio padre mi ha raccontato di te, delle tue comparsate in "Quelli della Domenica" e della collaborazione con Alberto Lupo e Vittorio Gassman (che per ovvie ragioni non potevo seguire). Hai dato vita a diversi personaggi, passando da alcuni che ignoro (il professor Kranz) fino ad arrivare ai più noti (Giandomenico Fracchia o il riflessivo maestro Sperelli di "Io speriamo che me la cavo"). Ma personalmente ti sono e ti sarò sempre grato per il personaggio di Fantozzi, per il quale occorre senza dubbio una menzione a parte.

Non tutti saranno capaci di riconoscerne la grandezza. "Il prototipo del tapino, la quintessenza della nullità", non avresti potuto trovarne definizione migliore. Con poche ma potenti pennellate, avevi delineato il ritratto di ciò che era l'italiano medio durante gli anni '70. Avresti mai immaginato che lo stesso sarebbe stato così magistralmente attuale, persino a 30 o anche a 40 di distanza?

Invece non immaginerai mai le risate che hai saputo regalare a me, e a migliaia di altri della mia generazione (e non solo). Non sarò mai in grado di ringraziarti abbastanza per tutto questo.
Mi scuso ancora per l'essere così banale, ma a dispetto del tuo essere poliedrico, io voglio ricordarti così, cristallizzando per sempre la tua immagine in quella del mio mito, il Ragionier Ugo Fantozzi.
Una figura che andrà ben oltre lo stereotipo dell'impiegato medio, per me anche una sorta di "rifugio", nel quale ritrovarsi sovrapponendo l'ilarità alla frustrazione. Magra consolazione.

Chi di noi, con un minimo di sensibilità ed autoironia, non si è mai sentito un po' Fantozzi?
Allora alzi la mano chi, per le ristrettezze dei propri orari di lavoro, non ha mai dovuto bere un caffellatte con pettinata incorporata. Alzi la mano chi non ha mai preso l'autobus al volo (ma lo ha sempre sognato). Alzi la mano chi non ha mai voluto prendere lezioni di biliardo, salvo poi rivolgersi a chi "con me o si diventa campioni, o niente!". Forza, alzi la mano chi non è mai annegato in una partitella tra colleghi, scapoli e ammogliati. Chi non ha mai incalzato ad un cenone di Capodanno, sbuffando "Ritmo, ritmo... che finiamo prima". Alzi la mano chi non ha mai prenotato a colazione da Gigi il Troione, per far colpo su una collega. Ed, ovviamente, alzi la mano anche chi non è mai stato amante del Cinema espressionista tedesco. Mi rivolgo anche a chi magari gli avrebbe preferito un altro programma formidabile (calze, mutande, vestaglione di flanella, tavolinetto davanti al televisore, frittatona di cipolle per la quale andava pazzo, familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero!). Ah, e alzi la mano chi non è mai stato azzurro di sci. Chi non ha mai ingoiato un tordo intero, passando dal Rosso Pompeiano al Blu Tenebra. Alzi la mano chi non ha mai fatto largo al Duca-conte. Alzi la mano chi non è mai stato all'Ippopotamo. O chi non vi ha mai portato la Prunella Ballor. Perchè Calboni, era quello che era, ma alzi la mano chi non ha mai provato a passare in mezzo ai faraglioni. E, questa è facile, alzi la mano chi non ha mai assaggiato gli spaghetti alla Montecristo.
Alzi la mano chi l'ha sempre chiamata "Exscansalar" (Excalibur, imbecille!). Alzino la mano infine quelli che non amano, ma bensì stimano moltissimo. Anche quelli che chiedono "Capovaro, posso andare?". E, perchè no, la alzino anche quelli che non possono, perchè "è sotto il tavolo".

Devono essercene tantissimi, come me, che lo stanno facendo. Ed io so solo che, personalmente, continuerò a farlo, ed a portare avanti il tuo mito, senza mai rinnegarlo, nemmeno per un secondo. 
Perchè anche se questa cosa della tua morte "è una cagata pazzesca" e faccio così fatica ad accettarla, tu per me resterai infinito. Lo avevi già ipotizzato come scenario, in uno di quei film, gli ultimi, a cui ho dato poca importanza. Se non faceva ridere in quel contesto, figuriamoci adesso.
Mi mancherai come la triglia mancava all'acquario del Megadirettore. Ma mi consolo ad immaginarti, per una volta almeno, dall'altro lato della tua nuvola da impiegato. 

Buon viaggio, Ragioniere.




domenica 2 luglio 2017

The Hardest Part...

Se c'è una lezione che, mio malgrado, ho dovuto più volte imparare è che non bisogna mai sottovalutare l'imprevedibilità degli eventi. E' incredibile. A volte persino "grottesco".
Più si cerca di contemplare eventuali fattori di rischio, variabili, fare bene i propri conti, e più si finisce costretti a frenare, prendere tempo, modificare l'ordine delle priorità.

Parlo in generale, senza necessariamente riferirmi a nulla in particolare, o a qualcosa di specifico.
Sia chiaro, a costo di essere ripetitivo, non sono uno che crede alla casualità. Di contro, ho sempre pensato che buona parte delle cose che ci succedono, più o meno quotidianamente, dipendano in effetti dalle nostre azioni, dal nostro modo di essere, di trovare soluzioni, e di affrontare i problemi.

Solo che, talvolta, la vita sembra davvero assomigliare al tabellone del Monopoly, e non è così difficile pescare la carta degli "imprevisti".

Vale la pena rimarcare che, in ogni caso, questi ultimi non siano necessariamente "negativi". Non in senso stretto, almeno. Sarebbe limitato pensarlo.

Un conto è dover far fronte ad ostacoli che fino a qualche minuto primo avremmo ritenuto impossibili: quei fattori in grado di far sballare i calcoli, persino di quelli più precisi e rigorosi tra noi.
Non per niente c'è chi li definisce incidenti di percorso. Sembra una definizione calzante, che non lascia spazio ad ulteriori dubbi o eventuali interpretazioni. Nulla da aggiungere, in effetti.

Ben diverso è ritrovarsi a dover valutare delle possibili chance, occasioni in divenire, senza forma concreta. Occasioni che, per un motivo o per un altro, risultano difficili da inquadrare.
O, per dirla meglio, non semplici da inserire nella giusta prospettiva. 

Ecco, tra le due sfumature credo di essere sostanzialmente più vicino alla seconda. Il che non so se sia un bene. Non ancora. Ed è proprio quello il punto.
Forse è dalla fine dello scorso anno che non provavo una sensazione simile. E per quanto desideri provare ad interpretare questo interrogativo, ad anticiparne la soluzione, riformulando calcoli e spostando le priorità, so bene che stavolta non mi conviene. 

Non si parla di uno stallo indefinito. Sarà sufficiente portare pazienza, saper attendere lo sviluppo degli eventi e non smontare quelle briciole di certezze conquistate fino ad oggi. 
Si, magari non saranno ancora moltissime e non avranno cementato ancora nulla di tangibile.
Ma restano pur sempre piccoli passi importanti, rispetto a qualche tempo fa. 

So bene che negli ultimi giorni, o forse nelle ultime settimane, avevo cominciato ad andare più spedito, gestendo bene il da farsi e il tempo a mia disposizione. 
E, per quanto di recente possa aver perso "risorse" importanti, so bene di non essere solo. 
Non mi mancano i consigli delle persone care. E posso ritenermi fortunato nell'avere la stima di amici e amiche che mi seguono, senza mai farmi mancare il loro affetto e la loro vicinanza (anche laddove questo sia geograficamente più complicato). Non è poco, Anzi, non lo è per niente.

Detesto ammetterlo, ma posso solo limitarmi ad aspettare. Quanto? Sarebbe bello saperlo.
Questione di giorni, o magari di settimane, nessuno potrebbe saperlo in questo momento.
Premere il tasto "pausa" mentre mi sentivo sempre più convinto a spingere sul pedale del gas, sarà piuttosto frustrante. Ma demoralizzarsi, rischiando di perdere il focus su ciò che voglio fare, potrebbe esserlo ancora di più e non credo sia il caso. Farò il bravo, questa volta. Promesso.

C'è un periodo di ferie da sfruttare, alcuni giorni già programmati per poter vivere un'esperienza unica, realizzando così un altro piccolo sogno. Come tutti quanti gli altri, che intendo realizzare. 
E che non intendo perdere di vista. Anche se, prima di arrivarci, di andarci vicino, ci sarà da aspettare. Talvolta anche senza sapere per quanto tempo. Forse sarà quella la parte più difficile.