In qualche modo erano giunti a destinazione. Non era dato sapere come, ma non impiegarono molto ad arrivare lì. Proprio come quell'uomo alto e misterioso aveva predetto. Erano saliti in cima a quello che, apparentemente, veniva chiamato Colle Melanconico. Sembrava impossibile arrivarci via terra. Quantomeno non in tempi così ristretti. Dovevano essersi alzati in volo, in qualche maniera. Ma chi avrebbe potuto dirlo? Non certo l'alieno, ancor privo di sensi. Senza alcuna espressione sul volto.
I corvi che fino ad allora avevano accompagnato il tragitto dei due viandanti, si diradarono a comando, sparpagliandosi in un frastornante tumulto di ali e piume. Lasciarono ben presto spazio al silenzio, ed alla sola luce fioca della Luna.
Benché la visibilità non fosse ottimale, non era difficile notare quanto quel posto fosse in realtà desolato, incredibilmente distante da tutto. Il Colle era collegato ad un promontorio, proprio sul Mare. Ma non v'era alcuna traccia di un porto o di un eventuale attracco. Non nelle immediate vicinanze, almeno. Sarebbe stato complicato persino per Roxy, per quanto esperta ed avvezza agli spostamenti, riuscire a raggiungere quei luoghi. L'uomo con il cilindro aveva detto la verità.
Senza indugiare, attraversò il tratto di spiaggia che precedeva l'interno, portando l'alieno sulle spalle, come fosse un sacco di iuta. Con incedere sicuro, di chi conosce quei sentieri a menadito, si faceva strada tra i piccoli scogli che spuntavano dalla sabbia. Alcuni di questi erano forzieri, seppelliti chissà da quanto tempo, ed in parte scoperti, esposti al chiaro di Luna.
Continuando a camminare, il terreno diventava sempre più di consistenza "fangosa", ma ciò non creava alcun problema al misterioso tizio con il cilindro. Procedeva spedito, come su un sentiero immaginario, incurante di quanto fosse scivoloso il suolo. Non faticò a risalire il tratto più ripido, fino a ritrovarsi davanti ad un gigantesco albero. Una palma di dimensioni maestose, forse millenaria, seppur intatta dai segni del tempo. Il tronco doveva avere un diametro paurosamente largo, al punto da impiegare qualche minuto per poterlo costeggiare, e per giungere dalla parte opposta.
Una piccola cabina in legno, con una sedia a sdraio ed un ombrellone, si confondevano nella penombra. Timide ed inspiegabili tracce di vita. Chi mai sarebbe stato così folle da decidere di stabilirsi in quel posto?
Non certo l'uomo con il cilindro e gli abiti eleganti, per quanto bene conoscesse quei luoghi.
Adagiò il corpo dell'alieno sulla sedia a sdraio, con delicatezza. Poi si avvicinò alla cabina, bussando.
"C'è qualcuno? E' permesso? Domando scusa, so che non è il momento più adatto per una visita, ma avrei una certa urgenza..."
"Per disturbarmi a quest'ora... voglio sperare davvero che si tratti una faccenda seria." - disse una voce femminile, ma leggermente stridula, proveniente dall'interno della cabina.
La porta si aprì poco dopo lo scatto di una serratura, ne venne fuori una donna, dal fisico statuario. Indossava un costume da bagno di colore arancio, parzialmente coperto da un pareo bianco, con decorazioni a forma di girasole. Il viso, seppur aggraziato, era avvolto da una folta chioma di capelli mossi e bianchi, di un candore innaturale. Lo sguardo, severo e contrariato nella circostanza, era impreziosito da due occhi color ambra.
"Se avessi avuto alternative, non avrei mai osato disturbarti. Guarda tu stessa." - disse l'uomo con il cilindro.
"Era un po' che non ti si vedeva da queste parti. D'un tratto pensi di venire qui, come nulla fosse per portarmi un... cadavere, come regalo? Dovrei apprezzare il gesto?"
"Non è un cadavere, non ancora almeno. Sono qui perché ho pensato tu potessi curarlo. Non è rimasto molto tempo.
La donna, sinuosa come una sirena, si avvicinò per osservare meglio l'alieno, ancora esanime.
"Non credo di essere la persona adatta. Sai bene che è da molto tempo che non curo più gli esseri umani. Dovrai rivolgerti altrove, sono spiacente..."
"Ma costui non è umano. Lo hai guardato con troppa superficialità. Forse non è umano, o non sarà come gli esseri viventi di cui ti prendi costantemente cura. Ma non credi che meriti comunque il tuo aiuto?"
"Non sei venuto fino a Colle Melanconico solo per chiedermi questo, non è così? - rispose la donna.
"Ascolta, il mio non è soltanto un favore personale. Questo tizio deve farcela da solo, è l'unico che può aiutare sé stesso. Ma ora come ora ha bisogno di qualcuno che lo rimetta in piedi e so che tu puoi farlo. Lo hanno tradito, lo hanno abbandonato, lo hanno ferito. Ed in più di un'occasione è stato in grado di venirne fuori. A quanto pare, ne sta ancora portando i segni.
Non ti chiedo di accudirlo. Vorrei solo che lo aiutassi a rimettersi in piedi. Ha a che fare con l'uomo con la Mappa del Mondo disegnata sul volto. Ho saputo che lo sta aspettando..."
"Maledetto! Perché lo hai nominato? Che diavolo c'entra con questo straniero? E perché stringe tra le mani il Filo Rosso? Tu nei sai più di quanto non vuoi farmi credere, vero?"
"Curalo, rimettilo in sesto, e sarà lui stesso a rispondere alle tue domande. Lo affido a te, qualunque cosa tu decida di farne. Anche se so già che non verrai meno alla tua coscienza. Tornerò tra qualche giorno, ti ho già disturbato abbastanza. Non sai quanto ti sia grato, Shana." - disse l'uomo con il cilindro, spostando la maschera da cui si intravedeva un sorriso sornione.
"Preferirei tu non ti facessi più vedere, visto il tuo sfacciato opportunismo. E ricordati che per te sono la Dottoressa Shana. Sparisci come tuo solito, e lasciami lavorare." - rispose, seccata l'affascinante donna dai capelli bianchi.
"Te ne sarà molto grato anche lui. A presto, Dottoressa." - salutò il misterioso uomo in abiti eleganti, riprendendo il sentiero verso la spiaggia.
Shana entrò rapidamente nella cabina, da cui rimediò un camice e dei guanti. Si recò verso la sedia a sdraio, dove il corpo apparentemente senza vita dell'alieno era appoggiato, e senza dire nulla lo osservò. Notò ancora una volta il Filo Rosso, le ali spezzate sulla sua schiena, e gli abiti lacerati.
Diede uno sguardo alla ferita, parzialmente coperta da un bendaggio di fortuna, e per un solo attimo il suo sguardo glaciale si impietosì. Mosse una leva posta su uno dei braccioli della sedia, azionando un singolarissimo marchingegno, con cui i due iniziarono a scendere come inghiottiti dal terreno.
Una specie di ascensore, insospettabile, quasi diabolico. La discesa fu piuttosto rapida, almeno una quindicina di metri. La porta si aprì su una sala operatoria, completamente sterilizzata e fornita di tutto il necessario. La Dottoressa non perse un solo minuto, mettendosi subito al lavoro.
Sistemò l'alieno su una barella, rimuovendo la mantellina e tagliando con le forbici il resto dei vestiti ormai ridotti a brandelli. Lo condusse infine in una stanzetta esagonale, posta al centro della sala, completamente isolata, dove poté finalmente cominciare l'operazione.
"Ha perso troppo sangue, ma forse siamo in tempo. Dumàs, portami le bende! Lasciale all'ingresso, mi raccomando."
Per circa tre ore restarono entrambi in quella stanza, in un silenzio siderale. La Dottoressa uscì poco dopo, togliendosi i guanti e lavandosi le mani, con la mascherina ancora sul volto. Seppur stanca, il suo sguardo era visibilmente soddisfatto. Gettò la mascherina, avvicinandosi ad una credenza, da cui tirò fuori una bottiglia di Whisky. Poi si diresse verso l'uscita della sala operatoria, sedendosi comodamente sulla sedia a sdraio. Prese un sorso direttamente dalla bottiglia, volgendo lo sguardo verso la stanzetta esagonale. Fece uno strano ghigno ed azionò la leva sul bracciolo della sedia, azionando l'ascensore, per ritornare in superficie.
L'alieno rimase da solo, completamente. Giaceva in una specie di vasca di rianimazione, ed era ormai fuori pericolo. Forse una breve tregua, forse un incredibile colpo di fortuna. Chi avrebbe potuto dirlo? Non certo l'alieno, ovvio. Che era, si, ancora privo di sensi, ma non in più in bilico tra la vita e la morte.

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