venerdì 23 febbraio 2018

The Hateful (Twenty) Eight...

Non è certo la prima volta che mi capita di percepire questa sensazione. Febbraio sarà pure il mese più breve dell'anno solare, ma sempre più spesso, mi sembra di viverlo come quello più "lento", per certi versi addirittura interminabile. Tenendo in considerazione i ritmi frenetici (mi riferisco soprattutto alle vicende lavorative), la pressione quotidiana, ed il fatto di vivere i rapporti interpersonali (non soltanto familiari) nel poco tempo libero che mi rimane, tutto sommato, dovrebbe far capire quanto sia anomala, come percezione.

E' risaputo che gli impegni molteplici, l'essere costantemente oberati da una lista, un elenco di cose da fare paragonabile, per consistenza, all'elenco telefonico cartaceo (ma ancora esiste?), se da un lato perplime, dall'altro, almeno in apparenza, dovrebbe contribuire a rendere le giornate più "scorrevoli", ad infondere quella specie di sensazione secondo cui il tempo, in fondo, passi inavvertitamente.
Nella maggior parte dei casi, è vero, è così. Questa specie di regola non scritta, almeno per me, sembra non valere in queste ultime settimane.

In parte, lo riconosco, potrebbe dipendere dalla mia quasi idiosincrasia per questo mese particolare. Che, appunto, rimane un mese particolare, con delle ricorrenze proprie, che lo caratterizzano, lo identificano in maniera precisa. Magari il tutto si riduce a quello. Magari non è tanto il mese in sé, quanto gli eventi che ne scandiscono i giorni, seppure in un intervallo di tempo ovviamente più ristretto.

L'idea di fare, in questo senso, qualche precisazione, non sarebbe affatto malvagia. Si potrebbe subito pensare, in maniera quasi automatica, alla faccenda di S.Valentino e di tutto ciò che questo comporti. E, forse, se vogliamo anche ragionevolmente, si potrebbe pensare che la mia condizione attuale, mi riferisco a quella di una persona fondamentalmente scevra da legami sentimentali, possa, di fatti, giocare un ruolo ben preciso nella valutazione complessiva di tale periodo e/o ricorrenza. Nel fare una considerazione del genere, lo dico facendo appello a tutta la mia onestà intellettuale, non si andrebbe poi così lontani dalla verità. Da un punto di vista strettamente personale, tale considerazione potrebbe quasi rasentare l'ovvietà. Ma nonostante l'ammissione, tengo a sottolineare in maniera decisa di non avere assolutamente nulla contro il giorno di S.Valentino. Nella maniera più assoluta. Anzi.

E' qualcosa che ho provato, sperimentato, vissuto in maniera intensa per ben otto anni, credo di sapere cosa significhi. Mentirei in maniera spudorata anche in questo caso, raggiungendo vette "Meissneriane" di ipocrisia, se non ammettessi di sentirne la mancanza, di sentire la nostalgia di tale dimensione. E' qualcosa che inevitabilmente ti porti dietro, un refuso. 

Tuttavia, il giorno di San Valentino resta comunque qualcosa a cui guardare con serena ammirazione nei confronti di quelle coppie vere, reali, che celebrano i propri sentimenti, senza l'elogio dell'apparenza a tutti i costi. Resta per me una ricorrenza da osservare nei ricordi nella mia esperienza, da conservare nel cassetto delle speranze. Viene facile immaginare il mood, associare l'atmosfera ai colori caldi, tendenti al rosso, quello che si spalma facilmente sui vestiti o sulle gote di una bella ragazza. Verrebbe troppo facile immaginare il profumo intenso del cioccolato che quasi sempre affianca il regalo confezionato nell'occasione. Per cui, no, non direi che questo possa costituire un fattore o un limite, in ogni caso. Volendo provare ad andare più a fondo, continuando metaforicamente a scavare, troveremmo dell'altro.

Pur senza una data precisa (e se pure vi fosse, io di sicuro non riuscirei a ricordarla), Febbraio incarna indissolubilmente il Carnevale. Sarebbe corretto identificarlo come "festività"? Non lo so, io chiedo, appunto. Credo possa bastare a far capire che non ne sia un appassionato, eh?
Lo so, è una questione soggettiva. E, per carità, posso in questa sede soltanto parlare dal punto di vista personale ma... andiamo. Carnevale.

Già da come si presenta, parte in netto svantaggio. Segue le festività natalizie, un periodo già di per sé intenso all'ennesima potenza. Non regge il confronto. Vogliamo parlare della faccenda relativa alla festività? Va bene, parliamone. Non ho tantissimi elementi, ma il fatto che non sia, come si dice, un "rosso in calendario", basta e avanza. Potrà anche avere una valenza "nazionale", ma questo non impedirà certo al mio capo di esigere la presenza delle mie chiappe in ufficio. Cosa che, tanto per dirne una, a Capodanno non potrebbe succedere.

Da piccoli era diverso. A scuola, parlo del periodo dell'asilo o delle elementari (ne ho giusto qualche reminiscenza), si utilizzavano quei due giorni prima della settimana in cui cascava il "Martedì Grasso", per poter far sfoggio delle nostre belle maschere rudimentali, talvolta arricchite da accessori occasionali, ma pur sempre privilegiando l'utilizzo del cartoncino "Bristol", degli psichedelici "uniposca", dei fermacampione e della colla UHU in stick. Credo che, da questo punto di vista, la mia creazione più riuscita fosse una versione improvvisata del Bat-Costume, con tanto di mantello ricavato da una busta di plastica scura, utilizzata per i rifiuti dell'umido, doppio strato, debitamente rinforzata con una simil-imbracatura ricavata da strisce di scatola di scarpe, e nastro isolante. Del resto, quelli erano gli anni '90, e non avevamo chissà quali mezzi a disposizione (immagino che il Kevlar fosse ancora alla portata di pochissimi eletti). Ne uscì fuori una fantasiosa commistione tra il costume delle "Animated Series" ed il cavaliere oscuro di Batman Returns: non so quanto Tim Burton si fosse potuto dire soddisfatto del mio lavoro, ma lo stesso costume era riuscito a farmi rimediare un ballo con una bambina della sezione E, nell'occasione unita alla nostra classe, mascherata da Biancaneve. Missione compiuta.

Diverso era il contesto familiare. Tolta la parentesi scolastica, sia io che i miei fratelli, compresi i miei cugini, eravamo alla mercé di zii e genitori, con la loro smania di acquistare costumi (più o meno bizzarri) e, cosa forse ancora più terribile, con quella di esibirci a mo' di trofei, dopo averci portati a fare le fotografie formato poster (alcune tipo 3 metri x 5). Davvero spettacolare.
Senza entrare nel merito dei costumi, poi. Tutti temi "attuali", di una certa sobrietà, oserei dire all'avanguardia: si passava dal "principe" (più facile che fosse quello arabeggiante rispetto alla tipologia occidentale), fino ad arrivare al coloritissimo ballerino di samba, ai toni sommessi ed estremamente castigati del parroco di quartiere (leggermente tendente alla blasfemia) o, infine, ad una anonima tenuta "camouflage" da militare.

Solo facendo questa striminzita disamina, davvero non mi stupisce che non sia stato mai propenso al Carnevale, ai travestimenti o alle feste in maschera. Considerazione, questa, più o meno immutata anche nel periodo adolescenziale, dove il lato pittoresco e colorato dei costumi, lasciava spazio alla dimensione goliardica dello scherzo, in tutte le sue varianti. E che varianti.
Il catalogo presentava una vasta scelta, ma mi piace in questa sede elencare le tradizioni più significative: il lancio delle uova marce e quello delle arance appositamente farcite di spuntoni e lame da rasoio. No, nemmeno al tempo della scuola media o delle superiori si trattava di un "rosso in calendario". Ma ricordo perfettamente che mio padre, solo ed eccezionalmente in quella occasione, si mostrasse favorevole a firmare il mio libretto delle assenze e "concedermi" la giustificazione. Evento che, in altre circostanze, poteva accadere con la stessa probabilità di osservare l'Aurora Boreale dalle case popolari di Scampia.

Oggi, a distanza di anni, resto piuttosto convinto della mia, come dire, presa di posizione. Non so come potrei prenderla in un eventuale ruolo futuro di genitore. Penso che mi piacerebbe, voglio dire, potrebbe piacermi l'idea di comprare un costume a mio figlio/mia figlia e semmai dovessi farlo, mi auguro di non scadere nella banalità che riscontro, ripeto, addirittura in questi giorni.
Non lo avrei giustificato durante i gloriosi "nineties", figuriamoci oggi. Per carità.
Non mi sognerei di vestire mio figlio a mo' di Carabiniere, o da Lawrence d'Arabia con baffetto ammiccante. Valuterei qualcosa di diverso, e l'elenco delle possibilità non è breve. Da Super Mario a Captain America, oppure da Chopper (della serie One Piece) a Naruto Uzumaki, o ancora da Ironman a McFly di Ritorno al Futuro. Potrei continuare all'infinito, ma non credo sia il caso. 
Se proprio si deve fare, che si faccia con un pizzico di inventiva, di originalità, insomma. Magari dando una sfumatura più da "cosplay". 

Non mi dispiacerebbe vedere più bimbi "Pokémon" e meno bimbi "Boss delle Cerimonie". Parere personalissimo, ci mancherebbe.
No, niente da fare. Senza fare il discorso su eventuali figli, e ribaltando la questione stessa sul sottoscritto, cambierebbe ben poco. Forse prenderei in considerazione la possibilità di partecipare da "cosplayer" in una di quelle fighissime fiere del fumetto. Ed è un grosso forse.
Per il resto, nemmeno quest'altro aspetto riesce a farmi apprezzare il periodo in maniera particolare. Cosa rimane più?

Come ogni Festività che si rispetti, anche Carnevale contempla una discreta tradizione culinaria, almeno per quanto concerne la mia città.
Finalmente qualcosa di positivo, senza compromessi. I dolci, soprattutto, e lo dice uno che generalmente preferisce il "salato".

A casa mia è sempre stato una sorta di rito consolidato: Martedì Grasso veniva e viene ancora festeggiato con una cena a base di lasagne, seguite da un contorno leggero di polenta fritta, e per chiudere, il meraviglioso connubio tra "chiacchiere" e sanguinaccio.
Inutile rimarcare quanto, ironia della sorte, l'unica cosa che veramente avrei potuto apprezzare, non si sia realizzata. Non sarebbe stato possibile, con il lavoro e tutto il resto, ma mi consola sapere che, nonostante questo, a casa mia il rituale sia rimasto intatto, e che mia madre abbia comunque preparato le sue spettacolari lasagne, seguite da un contorno leggero di polenta fritta, e per chiudere, il meraviglioso connubio tra "chiacchiere" e sanguinaccio. Fonti certe mi dicono sia andata così. E mia madre, dal canto suo, ha avuto comunque un pensiero nei miei riguardi: chiedermi di portarle le "frappe" da Roma, al primo venerdì utile. Che carina, vero? 

Insomma, ancora una volta mi sono dilungato, riuscendo come sempre a divagare. Non ne ho potuto fare a meno, ciò che Febbraio rappresenta per me è qualcosa di difficile da inquadrare. Del resto non è certo la prima volta che mi capita di percepire questa sensazione. Febbraio sarà pure il mese più breve dell'anno solare, ma sempre più spesso, mi sembra di viverlo come quello più "lento", per certi versi addirittura interminabile. E magari, al prezzo non proprio esiguo di questo a sua volta interminabile sproloquio, avrete anche capito il perché.



venerdì 9 febbraio 2018

Another Perfect Day...

Ed è così che se ne va un altro giorno. La mente finisce inevitabilmente sull'immagine del pennarello rosso, che senza indugi, si imprime sulla casellina giusta, tracciandovi una "X". E vedo, lo noto distintamente, che sta continuando a tracciarne, una dietro l'altra. La sensazione che ne risulta è più o meno la stessa. Soltanto un altro giorno "perfetto", a chiudere un'altra settimana "perfetta". 

Forse, e la cosa appare sempre più probabile, nell'ultimo periodo, sono arrivato al punto in cui siano proprio queste, le settimane, le vere unità con cui viene scandito il mio tempo. Ci pensavo già da un po', a dire la verità.
Ci pensavo anche lunedì scorso, giorno in cui, come ogni lunedì da circa sei mesi a questa parte, salgo sul treno, in direzione Roma, città dove attualmente vivo e lavoro. 

Lontano, lontano da tutti. Lontano dai miei affetti, dai miei parenti. A volte lontano persino da me stesso, mentre altre volte, così maledettamente vicino. Al punto da star bene davvero. E' strano, lo so.
Scavalco la parentesi del weekend all'insegna di amici e familiari, finendo per prender posto, accanto ad una miriade di pensieri, sul numero 9618 di Trenitalia. E mentre viaggio verso le rive del Tevere, non posso fare a meno di guardare fuori dal finestrino. Lo sguardo, perso, non so se da qualche parte, forse rivolto dentro me. Faccio fatica a realizzare, a contestualizzare. Il tempo diventa talvolta inconsistente, come fosse zucchero a velo. In altre occasioni, invece, risulta insormontabile, manco fosse una porta blindata. Non fraintendetemi, so benissimo che in fondo in fondo, me la sia cercata. Sono perfettamente consapevole di aver a lungo desiderato una situazione del genere, la più vicina possibile alla mia aspettativa di indipendenza, dal punto di vista della mia realizzazione individuale.
E' solo che, in determinate circostanze, spesso diventa veramente dura. E mi rendo conto che non sia semplice affrontare tutto, che non sia facile sopportare tutto il peso, stando da soli.

Il clima rigido di Febbraio, post giorni della merla, non aiuta, ed anzi accentua notevolmente.
Cerco di farmi forza, di concentrarmi sull'obiettivo e stringo i denti. Del resto, quale sarebbe l'alternativa? Sentirsi così, a tratti spaesato, può succedere. Occorre avere pazienza.

"PAZIENZA: Sostantivo femminile, singolare. Qualità di chi sopporta serenamente avversità, molestie, indugi; Calma, costanza."

Ecco come il nostro dizionario definisce il termine “pazienza”. Eppure, sebbene il suo significato sia piuttosto netto, non ho mai ben capito se si trattasse di una caratteristica totalmente o in parte acquisibile nel tempo, oppure di una nostra personale “dotazione” di serie, per dirla in termini cari agli amanti dell'automotive. Mi chiedo (e in fondo mi son sempre chiesto) se io stesso sia o meno dotato di questo tipo di qualità. Analizzandomi nei comportamenti, ammetto che non sia immediato capirlo. Almeno per me. Provo a trarne qui qualche piccolo spunto. Allora. Mi verrebbe subito da pensare ad una mia caratteristica determinante: la drasticità. Il che potrebbe far pensare ad una totale assenza di pazienza, ad una totale incapacità di gestire situazioni complicate, nella mia indole. Certo, potrebbe. Ma, quasi sicuramente, l’analisi (o il suo tentativo) così condotta ne uscirebbe scarna e priva di argomentazioni. C’è dell’altro, questo è sicuro. Non può esaurirsi tutto qui.

Per quanto possiate avermi colto in fallo con questo minuscolo sfogo, la sostanza non cambia. 
Magari il solo "denunciare" la monotonia delle cose, potrebbe voler dire porsi in uno stato di accettazione. Ed averlo fatto così, esprimendone in maniera tranquilla le conseguenze, senza necessariamente aver giocato un ruolo apatico e remissivo, non è forse equivalente ad una serena sopportazione (vedi dizionario)? La cosa pare avere una sua logica. 

Di momenti come questi ce ne saranno ancora, ma so che saprò attenderne la fine, per riuscire a godermi meglio ciò che verrà poi. E, credetemi, non nutro affatto dubbi a riguardo.
Così come so che cenare da solo, mangiando un insalata di tonno e farro, non sia paragonabile alla possibilità di prepararsi un piatto caldo, tra le comodità della propria cucina. 
Così come so che, spesso, ritrovarsi a passeggiare, in solitaria, fino a tarda sera, possa far sentire freddo anche a chi, il freddo, sostiene di sopportarlo bene. Senza troppi patemi.

Così come so che, in alcune circostanze, le pareti di una stanza di albergo possano quasi "restringersi", tipo a voler togliere il respiro, quando dubbi e preoccupazioni varie attanagliano la mente. Potrebbe, e la cosa avrebbe proporzioni disastrose, ridursi tutto a questo, ma per fortuna non è il mio caso. Credo e non smetterò di sperare che le soddisfazioni possano essere in maggior quantità rispetto alle attuali delusioni. “In fondo uno spera sempre, giusto?”

Piccoli, semplici e banalissimi esempi, scanditi dal tempo. Tempo a sua volta scandito da settimane. 
Che continuano a passare, senza che riesca ad accorgermene, giorno dopo giorno.
Come quelli appena vissuti, capaci, nonostante tutto, di regalarmi emozioni, delle più svariate.
Basta solo improvvisare, uscire dagli schemi preimpostati. Rinunciare a fare calcoli.
Si finisce facilmente per gustarsi dell'ottimo gelato al pistacchio, molto meglio se racchiuso in una brioche soffice, guarnito con un mare di panna montata. Anche in pieno Inverno, riesce quasi a riscaldare come una zuppa bollente. Diversivo decisamente approvato.

In altri casi, si finisce in mezzo a decine di persone, le stesse presenti con me al MACRO (Museo di Arte Contemporanea) per assistere alla mostra sui Pink Floyd, sentendosi molto meno soli, accomunati dalla stessa passione, ammaliati dalla possibilità di ammirare con i nostri occhi cimeli storici come la mitica Esquire "specchiata" di Syd Barrett, o la Stratocaster Candy Apple Red di David Gilmour, completamente immersi nelle note dei brani che hanno letteralmente scritto la mitologia della musica Rock.

Succede, infine, di poter stringere amicizie con colleghi nuovi, raccogliere attestati di stima, farsi apprezzare per la propria gentilezza, riuscendo a farsi valere nel proprio lavoro, cercando il più possibile di fare esperienza, di restare umili, e nello stesso tempo sorridenti, anche quando, per un solo insignificante istante, potrebbe venir voglia di mollare. Perché alla fine, conta solo ciò per cui vale la pena vivere, andando avanti, settimana dopo settimana. Giorno dopo giorno. Proprio come questo. Semplicemente un altro giorno perfetto.





giovedì 1 febbraio 2018

Lettera aperta ad Olivier Giroud....

Caro Olivier,
Mi ricordo bene il giorno in cui sei approdato nel nord di Londra. E' curioso, non sono molti i casi in cui mi è capitato lo stesso, però me lo ricordo. Sono passati più di 5 anni. L'estate del 2012 era ormai alle porte, e sebbene non fosse ancora ufficialmente iniziata la campagna trasferimenti, noi Gooners eravamo già piuttosto rassegnati all'idea di dover perdere RVP.

L'olandese, stufo delle sempre più stucchevoli chiacchiere di Arsene Wenger ed in cerca di nuovi stimoli (senza dubbio anche dal punto di vista economico), non perse mai l'occasione di far capire che non avrebbe rinnovato il suo contratto con l'AFC, e di lì a poco avrebbe firmato per il Man Utd di Sir Alex Ferguson. Del resto, ci eravamo già "cautelati" prendendo Podolski praticamente ad Aprile, ma l'ennesima rivoluzione (per non dire l'ennesimo sconvolgimento del progetto) non sarebbe stata ancora completa. Non del tutto. 

La situazione finanziaria, per quanto strettamente in linea con un modello di "autosostenibilità", non poteva dirsi certamente rosea. O, comunque, di sicuro non sarebbe stata paragonabile rispetto alle risorse economiche dei Club più prestigiosi d'Europa, oltre che d'Inghilterra. Tra i contratti di sponsorizzazione non ancora adeguati, ed il peso non trascurabile del mutuo per il nuovo Emirates Stadium, non ci sarebbe stata chissà quale possibilità di scelta. Bisognava fare di necessità virtù.
Sostituire, o quanto meno provare a farlo, un goalscorer come Robin van Persie (al picco della sua carriera), con un attaccante da almeno 20 reti a stagione, e con possibilità economiche abbastanza limitate.

Arsene Wengèr, che in alcuni periodi, sotto l'aspetto della lungimiranza in fatto di talenti, è stato un vero e proprio mago, ha provato a pescare in Francia, e non certo per la prima volta.
Non eri nemmeno arrivato materialmente a Londra, ed eri già stato caricato di una responsabilità mostruosa, seguita, come spesso accade, da una massiccia dose di pregiudizi.
Avresti mai potuto riempire il vuoto lasciato da RVP? 

Mi ricordo bene che mio fratello Giovanni (un vero appassionato a tutto tondo) mi diceva spesso:"Questo è proprio forte, ha fatto la differenza al Montpellier che ha vinto il titolo..."
Ed effettivamente, ero al corrente del tuo status di capocannoniere, ma non avevo mai avuto modo di seguirti più di tanto. Forse la deriva della mia pseudo-idiosincrasia nei confronti dei "numeri 9" in senso classico, quelli più statici, cosiddetti centravanti boa, della mia atavica preferenza per quelli velocissimi, funamboli dal dribbling irresistibile e dalla tecnica eccellente. Non essendomi ancora documentato in merito alle tue doti, ti avevo sempre associato alla prima categoria. Nel tuo caso specifico, ci ho messo davvero poco a rendermi conto di quanto fossi in errore. A rendermi conto di quanto sarebbe stato complicato inscriverti in una categoria chiusa e ben definita.

Me ne sono reso conto ammirandoti (in un paio di occasioni dal vivo), durante questi tuoi anni in maglia biancorossa. L'ho fatto, sempre con curiosità, partita dopo partita. Ti ho visto spesso far reparto da solo, facendo valere la tua stazza imponente, senza però sacrificare il bello stile. Sicuro nel gioco aereo, elegante nel disimpegno, abilissimo a creare lo spazio per gli inserimenti dei compagni (ne sa qualcosa il miglior Ramsey), e con un sinistro poderoso. Sei stato per me un centravanti "sui generis", non certo decantato come i tuoi omologhi ben più prolifici, ma poco importa. E magari non sarai stato letale come Henry, o prolifico come Ian Wright. No, su questo non c'è dubbio.

Spesso, però, agli occhi di un tifoso, non è tutto ciò che conta. Certi eroi silenziosi riescono comunque a rubare la scena, ed a catalizzare l'attenzione, la stima, l'affetto. Lo fanno, riescono a farlo, magari anche senza vincere il Pallone d'Oro, tanto per dirne una. Io lo posso ben dire, senza alcuna difficoltà. Almeno questo è il mio modo di intendere la passione per il Football, oltre che per l'Arsenal F.C. nello specifico.

Per il tuo immenso spirito di sacrificio, per come hai ogni volta onorato la nostra maglia fino al 90', per i tuoi 105 fantastici goal in tutte le competizioni (citando in particolare lo "Scorpion Shot" contro il Crystal Palace, che ti è valso il Premio Puskas 2017), per tutte le volte in cui mi hai faftto cantare a squarciagola "Hey Jude" modificandone il testo con il tuo nome, per le 3 FA Cup e per i 3 FA Community Shield conquistati, ti ricorderò per sempre, come uno dei miei giocatori preferiti in assoluto.

Non so ancora per quale motivo tu abbia scelto di andare proprio al Chelsea F.C. (o forse lo so e preferisco illudermi del contrario), ma non saprai mai quanto sia doloroso doverne prendere atto, senza per questo riuscire a detestarti. Nonostante ciò, sappi che ti porterò sempre nel cuore. Grazie di tutto, Olivier. E' stato davvero stupendo.