venerdì 15 settembre 2017

Into the West...

Una luce fioca, leggermente soffusa, spezzava il buio, quasi tetro, di quella stanza. Per quanto debole, quella luce gli sembrava accecante. Privo dei cinque sensi, gli era stato precluso ogni contatto con l'esterno. Chissà per quanto tempo. A giudicare dal fastidioso senso di torpore, doveva esserne passato un bel po'. Cominciò finalmente a riprendere conoscenza, provando a riaprire gli occhi non senza fatica. Fu in quel momento che riuscì a rendersi conto. Realizzò ben presto di essere in una sorta di contenitore, completamente immerso in un liquido simile ad una soluzione salina, collegato ad un particolare respiratore. Il primo istinto fu quello di rialzarsi subito, per uscire in qualche modo da quella teca di vetro temperato. Ma lo spavento non durò molto. In un modo o nell'altro, i sensori collegati a quella vasca di rianimazione dovevano aver rilevato il ritorno dei suoi segni vitali, innescando la fuoriuscita del liquido mediante un sistema di tubi di scolo.

In men che non si dica, la vasca di rianimazione era ormai vuota, e l'alieno completamente libero. Le fasce che ne bloccavano gli arti, erano state disattivate. La teca di vetro si apriva automaticamente.
L'alieno ne uscì subito, istintivamente, ma non era ancora in grado di mantenersi perfettamente in equilibrio, e finì per barcollare, appoggiandosi al pavimento con le mani.

Non si trattava di debolezza. Non era privo di forze, né sentiva il corpo esausto o spossato.
Piuttosto, era come se le sue membra fossero attraversate dai crampi, intorpidite più che indolenzite, per la troppa inattività. Da quanto tempo era lì? Da quante ore si trovava immerso in quella strana vasca di rianimazione, nel mezzo di una fredda stanza esagonale?

Non aveva più i suoi abiti, ormai ridotti a brandelli. Il suo corpo era coperto di bende elastiche, soprattutto sulla regione del torso, dove era stato maggiormente ferito.
Non ricordava granché, a parte il viaggio con Roxy, e la sua disavventura con le mercenarie delle Rosse Leggendarie. C'era un vuoto, qualcosa che proprio non riusciva a ricollocare nell'ordine dei fatti. Come fosse capitato lì e, soprattutto, per quale motivo, era qualcosa di completamente misterioso ed inspiegabile.

Provò a guardarsi intorno, scrutando le pareti di quella stanza così asettica, in cerca di dettagli che potessero in qualche modo stimolarne la memoria, o semplicemente gli ultimi ricordi di cui sembrava avesse perso ogni traccia. Il vuoto attorno a sé non lo aiutava di certo. Ma era in qualche modo in linea con il suo stato d'animo, con ciò che provava in quegli istanti.

Proprio mentre fu intento ad osservare i dettagli di quello strano "ambulatorio" improvvisato, la sua attenzione venne catturata da un rumore proveniente da non molto lontano. Doveva trattarsi dell'apertura di una porta, o qualcosa del genere. Gli sembrò in tutto e per tutto il rumore di una serratura, o qualcosa del genere. Ed in effetti non si sbagliò.

Restò in silenzio, senza muoversi. Come se, del resto, vi fosse qualche posto dove nascondersi.
Il chiaro suono di passi in avvicinamento era sempre più percettibile. Fin quando la porta che dava sulla stanza esagonale non si aprì, spalancandosi del tutto. 

"Finalmente... Di nuovo tra noi, eh?" - disse la donna, azionando l'interruttore della luce.

L'alieno restò quasi accecato, proteggendo gli occhi con le braccia, ma non impiegò molto a mettere a fuoco. Una donna alta, sinuosa, con un camice bianco per nulla abbottonato, dal quale si intravedeva un costume da bagno color lilla, con decorazioni floreali bianche ed argento. Aveva i capelli bianchissimi, e gli occhi di colore ambrato. Reggeva una bottiglia di rum nella mano destra e abbozzava un sorriso sornione sul viso.

"A vederti si direbbe che ti sia ripreso. Meglio tardi che mai, no?" - fece la donna, avvicinandosi.

"Non ho molti ricordi ma credo di essere svenuto e... ah, si... c'era una ragazza con me. Mi ha aiutato moltissimo, mi ha dato da mangiare, si, questo lo ricordo. Dove è andata?"

"Non c'era nessuna ragazza con te, quando sei arrivato qui. E' stato un uomo a condurti da me. Uno sconsiderato, giunto fino a qui senza preavviso. Ma lui, beh, lui fa sempre così."

"Per caso ti riferisci ad un monaco dai capelli lunghi?" - chiese l'alieno.

"Oh no, non credo proprio. Ora tutto si può dire di Azrael, tranne che sia un monaco. Non ho dubbi in proposito. Per il resto, beh, so soltanto che ti ha condotto qui, chiedendomi di aiutarti. Si, insomma, a rimetterti in sesto, e nemmeno stavolta ho saputo dirgli di no." - rispose lei, sedendosi.

"E quando è successo? Possibile che io non ricordi nulla di tutto questo?"

"Non eri certo messo bene. Anzi, direi il contrario. Quando sei arrivato qui eri già privo di sensi, con un'orrenda ferita al petto. E' stato circa tre settimane fa."

L'alieno restò di sasso. Quasi come colto da un malore improvviso, cercò un appoggio dove potersi sedere, restando completamente stupito, attonito, completamente spiazzato.

"Ho fatto tutto il possibile, rimuovendo l'infezione. Il resto lo hai fatto tu, con l'aiuto della mia vasca di rigenerazione. Vi sei rimasto per ben 21 giorni, ma da quello che vedo, l'operazione è riuscita perfettamente. Ora dovrò tenerti sotto osservazione per un po', e soprattutto, dovrai cominciare il recupero fisico. Per quanto efficace sia stata quella macchina, hai bisogno di nutrirti, e non intendo per via venosa. Quindi, per prima cosa, dovrai mangiare. DUMAS!!!" - urlò, improvvisamente.

Una porta scorrevole, appena fuori dal corridoio della stanza esagonale, si aprì. Ne venne fuori una figura strana, decisamente goffa, che sembrava saltellasse invece di camminare. Appena giunto nella stanza, finalmente fu chiaro. Per quanto fosse incredibile, la figura era quella di un dugongo, buffo ed allo stesso tempo aggraziato. Aveva un grembiule bianco ed un cappellino bianco, con una "D" cucita su di esso. Portava con sé una cloche in acciaio, sotto la quale si celava una enorme ciotola colma di stufato fumante. Con fare impeccabile, il dugongo si avvicinò all'alieno, porgendogli la scodella e le posate per poter mangiare. 

"Ah, giusto, si. Ti presento Dumas, il mio assistente. Anche lui si è preso cura di te durante questo periodo. E, come potrai notare, è molto bravo ai fornelli." - disse la donna, con sguardo compiaciuto.

"Grazie, davvero. E grazie anche a te, Dumas." - rispose l'alieno, mangiando senza fare complimenti.

Dopo tre settimane di nutrimento via flebo, avrebbe divorato perfino un paio di vecchi scarponi. Ma non era quello il caso. La zuppa era davvero squisita (oltre che abbondante), e fu una vera consolazione, da ogni punto di vista. L'alieno la mangiò senza fare storie, fino all'ultimo boccone, mostrando i primi segni di vera ripresa. Era un po' che non sentiva il senso di sazietà.

In quel momento, percepì che le forze gli stavano tornando. Aveva riposato abbastanza, e si era anche rifocillato. Non avrebbe potuto chiedere di meglio, dopo quella che sembrava essere una situazione disperata. Si alzò di scatto, con innaturale reattività. Sollevò poi lo sguardo, fino ad incontrare gli occhi di colore ambrato della donna flessuosa, dai capelli bianchi come la neve.

Per un attimo, la donna rimase sorpresa, ma in men che non si dica, la sua espressione cambiò, tramutandosi in una sorta di ghigno di approvazione. Senza proferire parola, i due avevano comunicato, nella maniera più efficace possibile.

Posò la bottiglia di rum sul tavolo e porse la mano affusolata all'alieno, invitandolo a seguirla. Prendendogli la mano, lo condusse verso l'uscita della stanza esagonale, in un silenzio che, proprio come all'inizio, pareva surreale. Nei pressi dell'ascensore, sopraggiunse anche Dumas, con una cloche in acciaio. All'interno, vi erano i vestiti dell'alieno, perfettamente rammendati e lavati, quasi come nuovi. C'era persino il suo fagotto, seppure fosse visibilmente più leggero rispetto a prima.

L'alieno accettò volentieri l'offerta, riprese i suoi abiti, ed istintivamente abbracciò Dumas, prima di ricongiungersi alla dottoressa, che lo stava aspettando nella cabina dell'ascensore. 
In pochi secondi, risalirono in superficie, sulla cima di Colle Melanconico, da cui ora avrebbe potuto riprendere il discorso. Riuscì, per quanto possibile, a trasmettere tutta la sua gratitudine mediante i suoi occhi, con il suo sguardo. La dottoressa non faticò a recepire, abbozzando un sorriso che celava commozione. Solo allora, le loro mani finirono per separarsi. 

"Mi ha chiesto di curarti, e l'ho fatto. Non so nemmeno io perché. Dovevo aiutarti a rimetterti in piedi, ed ora eccoti qua. Però adesso sta a te. Sta a te solamente. Non ho voluto tagliare quel Filo Rosso che ti porti dietro. Non dovrai farlo nemmeno tu. Dall'altro capo di quel Filo, c'è qualcuna che ti sta aspettando. Di te conserverà anche il cuore, oltre all'anello. Non ti farà del male. Non lasciare che ti abbattano. E, soprattutto, cerca il tizio con la Mappa del Mondo disegnata sul volto. Non fermarti. Non fin quando non lo avrai trovato!!!".

L'alieno ascoltò in religioso silenzio, limitandosi ad annuire, stampando un sorriso enorme sulla sua faccia, non più provata. Fu il suo ultimo saluto nei confronti di quella donna. Pur non sapendo come fosse arrivato lì, si lasciò guidare dall'istinto, voltandosi, e dirigendosi verso Ovest, verso il Mare.
Lo stesso Mare da cui, inevitabilmente, il suo viaggio doveva continuare.


Nessun commento:

Posta un commento