(Dal Diario del 19/08/2008)
Fu durante quei secondi, quegli intensissimi e indimenticabili secondi, che capì di aver raggiunto l’apice della mia consapevolezza di essere un Gooner. Pensavo che difficilmente avrei potuto superare in forza ed intensità le straordinarie sensazioni di Milano. Ma evidentemente mi sbagliavo. E probabilmente non saranno le ultime palpitazioni che proverò. Anzi. C’è da dire che sono rimasto annichilito, quasi al punto da non riuscire a muovermi da lì. Per tal motivo sento di dovere delle scuse al mio compagno di viaggio, intento per la maggior parte del tempo a strattonarmi via, per non tergiversare. Ben presto mi resi conto che la mia passione dovesse essere vissuta in maniera assolutamente personale, continuando su questo nuovo intenso ed affascinante filone.
Vivendo il contatto diretto con la squadra, abbonandomi al Club, continuando a collezionare divise e cimeli storici, recandomi di tanto in tanto all’Emirates (quando possibile) e riprendendo a scrivere i Match Report per conto mio, il che in qualche modo voleva dire salutare l’Arsenal Fan Club Forum, per il quale avevo pubblicato articoli durante la scorsa campagna. Con il senno di poi, ho confermato la mia decisione, per poi eventualmente provare a cercare qualche altro forum e limitarmi a collaborare con Arsenal Italia Blog, del mio amico Massimo. Per quanto invece riguardava l’Armoury e il negozio ufficiale, beh… Lo visitammo in lungo e in largo, ma la ristretta tempistica del nostro viaggio non si conciliava perfettamente con la possibilità di acquistare le nuove divise dei Gunners.
Pensai che ad ogni modo avrei avuto la possibilità di prenderle più in là, comprandole online tramite carta di credito, direttamente dal sito ufficiale, e quindi non mi affannai più di tanto. Questione di tempo, e avrei indossato anche io le nuove divise home e away di Fabregas e compagni. Senza riuscire a togliere lo sguardo dalla meraviglia architettonica di quello stadio, una volta usciti dal Museum, contemplammo ancora la zona circostante e fu solo per alcuni minuti di indecisione da parte mia che non riuscimmo a beccare il tour guidato all’interno dello stadio. Peppe non avrebbe disdegnato l’idea di attendere il prossimo tour, ma guardando le affissioni esposte sull’esterno del Box Office, avremmo dovuto aspettare come minimo un’oretta. Sebbene il mio compagno di ventura non avesse avuto problemi in questo senso, pensai che non fosse il caso. Meglio farci un giretto nei paraggi, e magari, perché no, visitare il quartiere di Islington.
Peccato che l’intera zona fosse ancora in fase di ristrutturazione, con una serie sterminata di lavori in corso. L’Ashburton Grove aveva comportato la nascita di una nuova zona strategica, soprattutto dal punto di vista commerciale. Implementare nuovi complessi residenziali nell’area era quanto di più normale si potesse pensare. Camminammo per diversi chilometri, ma le indicazioni erano troppo vaghe e non riuscimmo a giungere nei pressi dello Square, dove prima si stagliava Highbury, in tutta la sua classica bellezza. Fui lo stesso contento di esser giunto lì, e di aver respirato quell’aria a pieni polmoni. D’altro canto, l’orario di pranzo si stava inesorabilmente avvicinando, e le nostre gambine iniziavano ad avvertire un notevole accumulo di acido lattico. Non avevamo dubbi sul fatto che fosse ora di fermarci, di mettere qualcosa sotto i denti, e di rilassarci, cogliendo l’attimo per chiamare a casa e tranquillizzare le nostre famiglie. Lì intorno, causa lavori in corso di cui prima, non c’era nulla che ci avesse ispirato particolarmente per poterci fermare a mangiare tranquillamente. Tuttavia, e Peppe non perse tempo a notarlo, eravamo sulla Piccadilly Line, e potevamo comodamente raggiungere Piccadilly Circus, il nostro familiare punto di riferimento per qualsiasi tappa del nostro viaggio.
Uno sguardo d’intesa fu più che sufficiente. Chiedemmo alle nostre gambe l’ultimo sforzo per macinare gli ultimi chilometri fino alla stazione di Gillespie Road, da cui eravamo provenuti. Non ci volle molto. A una ventina di metri dalla fermata di Arsenal vi fu persino tempo per un siparietto. Un signore proveniente dall’uscita della stazione, abbastanza basso, paffuto e probabilmente sulla sessantina, con tanto di familiari al seguito, mi si avvicina e (forse avrà notato il mio simpatico cappellino) mi chiede:"Excuse me sir, we need to go to the Emirates Stadium… Where should we go?"
Vi lascio immaginare la soddisfazione nel rispondere al buon uomo con la sicurezza di chi lo visita almeno due volte la settimana da vent’anni (nonostante la sua costruzione abbia un anno e mezzo di vita). Manco a dirlo, Peppe mi guardò sorridendo e, probabilmente, maledicendomi per la mia capacità di essermela cavata anche in quella situazione. Ammetto che in quel frangente la cosa non suscitasse più stupore in me. Ero abituato ormai. Detto questo (e chiuso il soddisfacente siparietto), ripartimmo con il nostro fidato biglietto giornaliero alla volta di Piccadilly Circus. Nonostante non fosse la prima volta che giungevamo lì, il senso di piacere rimaneva invariato. Subito notammo quel negozio di articoli sportivi, chiamato Lillywhites. Solo dopo il mio ritorno in Italia venni a sapere che si trattasse di uno degli store più importanti della Gran Bretagna. Ed in effetti, per come era strutturato, non aveva affatto bisogno di referenze.
Era il posto giusto per poter prendere un regalo ai miei fratelli. Volevo assolutamente prender loro una maglietta ufficiale della Premier, tant’è che avevo chiesto loro, prima di partire, se avessero avuto qualche preferenza in particolare. Salvatore (e per me è cosa nota) mi confermò di avere una profonda ammirazione per Steven Gerrard, mentre Giove non seppe darmi una risposta decisa. Con non poca sofferenza, decisi, senza indugiare particolarmente, di prendere una maglia ufficiale del Liverpool, con dietro il numero e il nome di Gerrard. Fu un acquisto dolorosissimo. Invece, per Giove, beh… mi ricordavo che lui avesse una simpatia per l’Argentina, quindi decisi di prendergli la divisa della Nazionale “Albiceleste”, con il numero e il nome di Carlos Tevez. Che comunque lui non avrebbe disdegnato. Peppe era in un mondo a lui non conosciuto, ma voleva diventarne nuovo adepto, per lo meno in quella occasione. La sua simpatia per il Manchester City non lo influenzò nella scelta, e si basò esclusivamente sul gusto estetico. Vide, tra le altre, la divisa del Celtic di Glasgow, quella del centenario. Fu amore a prima vista, e decise di acquistarla. Niente male come prima giornata di shopping.
Per il pranzo avevamo solo l’ìmbarazzo della scelta, con tutti i ristoranti e i fast food sparsi per la piazza. Che si trattasse di un McDonald, di un Burger King o di un Subway, era indifferente. Ci eravamo adattati e non avevamo alcun problema a dover mangiare in maniera così diversa rispetto alle nostre abitudini. Come di consueto, utilizzammo la nostra "pausa pranzo" per rilassarci e per chiamare a casa. Tra una parola e l’altra, mentre recuperavamo energia, ci venne in mente che, sebbene fossimo già stati a Piccadilly Circus, non ci eravamo ancora soffermati a visitare Trafalgar Square. Una rapida consultazione sulla miniguida, e avemmo la conferma di quanto fossimo vicini all’obiettivo. Stabilita la meta e completata l’operazione di ricarica, ci accingemmo alla volta di una delle piazze più belle del mondo.
Ne avevo constatato già la magnificenza nei miei libri di storia, o su alcune immagini nel web. Ma a vederla dal vivo, così grandiosa, così imponente e maestosa, rimasi colpito ed ammaliato nello stesso tempo. Che spettacolo grandioso! Una piazza enorme, piena di gente, arricchita di fontane ed enormi statue sfarzose. Salendo la gradinata delle scale potevamo scorgere, bellissima, quella di King George IV a cavallo. Dalla parte più alta della piazza, potevamo accedere direttamente alla National Gallery, che in pratica costituiva lo scenario, lo stupendo sfondo di una piazza già di per sé strepitosa. Notammo molti turisti entrare ed uscire da lì, per cui ci fiondammo in prossimità dell’ingresso per provare ad imbucarci. Da quanto scritto sul portale d’entrata, l’ingresso era completamente gratuito, sebbene ci fosse scritto a caratteri cubitali che non sarebbe stata disprezzata una offerta a piacere affinché la Gallery fosse stata il più possibile aperta al pubblico. Ci sembrò più che ragionevole, così decisi di posare tre pounds (circa 5 euro) nella cassettina delle offerte. Peccato che non fu possibile fare fotografie.
In caso ne avessimo avuto il permesso, ci saremmo trattenuti molto più a lungo. Ma anche in virtù della nostra "missione fotografica", decidemmo che fosse meglio dedicarci all’esterno della piazza, dove potevamo immortalare tutto ciò che ci pareva. Uscendo dalla Galleria Nazionale, avevamo il completo panorama della piazza. Scendemmo nuovamente le scale per dirigerci in fondo dove, ad attenderci, c’era un possente obelisco, alto a perdita d’occhio. Si trattava naturalmente del monumento dedicato alla Battaglia di Trafalgar, ed in particolar modo al suo “protagonista” per eccellenza, l’Ammiraglio Horatio Nelson , immortalato in una scultura che si stagliava in cima a questa enorme colonna, a sua volta protetta da quattro statue di leoni di dimensioni altrettanto grandiose. Uno spettacolo di rara bellezza. Sul versante est della piazza c’era una chiesa, che poi scoprimmo essere la chiesa di St. Martin in the Fields. Peppe volle coglierne dei dettagli sia esternamente sia internamente.
Rimasi a contemplare il panorama offertomi dalla piazza, avvicinandomi alla fontana e alla fiumana di gente e di turisti che circondavano l’intero perimetro di quel monumento sensazionale. Dopo una decina di minuti, Peppe ritornò. Ci mettemmo seduti lì, inglobati silenziosamente in quella cornice di arte, bellezza e cultura. Venne naturale rilassarci e parlare. Fu come una sorta di interruzione di quel viaggio onirico e reale allo stesso tempo. Però non fu tanto male tornare con i piedi per terra, e capire la differenza tra quanto stavamo vivendo in quei momenti, e quanto invece avevamo nella nostra vita fino ad allora. Passammo un’oretta buona ad analizzare le situazioni in cui versavano le nostre rispettive esistenze, soprattutto soffermandoci sul versante lavorativo e sentimentale. Non immaginavo nemmeno lontanamente che, poco dopo il mio ritorno a casa, avrei colmato entrambe le lacune. Terminammo in serenità, ma con molti dubbi, la nostra piccola introspezione, per poi incamminarci lungo Charing Cross, e fu proprio da lì che, in lontananza, iniziammo a scorgere un "orologio", che peraltro ci sembrò parecchio familiare. "Non ci sono dubbi" – dissi io al mio compagno di ventura.
"Che cosa?" – disse lui.
“Non ci sono dubbi su cosa faremo domani.” – risposi, indicando la sommità del Big Ben.



