martedì 18 settembre 2018

LONDON TRIP - Vol.2 - Part Five...

(Dal Diario del 19/08/2008)

Fu durante quei secondi, quegli intensissimi e indimenticabili secondi, che capì di aver raggiunto l’apice della mia consapevolezza di essere un Gooner. Pensavo che difficilmente avrei potuto superare in forza ed intensità le straordinarie sensazioni di Milano. Ma evidentemente mi sbagliavo. E probabilmente non saranno le ultime palpitazioni che proverò. Anzi. C’è da dire che sono rimasto annichilito, quasi al punto da non riuscire a muovermi da lì. Per tal motivo sento di dovere delle scuse al mio compagno di viaggio, intento per la maggior parte del tempo a strattonarmi via, per non tergiversare. Ben presto mi resi conto che la mia passione dovesse essere vissuta in maniera assolutamente personale, continuando su questo nuovo intenso ed affascinante filone. 

Vivendo il contatto diretto con la squadra, abbonandomi al Club, continuando a collezionare divise e cimeli storici, recandomi di tanto in tanto all’Emirates (quando possibile) e riprendendo a scrivere i Match Report per conto mio, il che in qualche modo voleva dire salutare l’Arsenal Fan Club Forum, per il quale avevo pubblicato articoli durante la scorsa campagna. Con il senno di poi, ho confermato la mia decisione, per poi eventualmente provare a cercare qualche altro forum e limitarmi a collaborare con Arsenal Italia Blog, del mio amico Massimo. Per quanto invece riguardava l’Armoury e il negozio ufficiale, beh… Lo visitammo in lungo e in largo, ma la ristretta tempistica del nostro viaggio non si conciliava perfettamente con la possibilità di acquistare le nuove divise dei Gunners. 

Pensai che ad ogni modo avrei avuto la possibilità di prenderle più in là, comprandole online tramite carta di credito, direttamente dal sito ufficiale, e quindi non mi affannai più di tanto. Questione di tempo, e avrei indossato anche io le nuove divise home e away di Fabregas e compagni. Senza riuscire a togliere lo sguardo dalla meraviglia architettonica di quello stadio, una volta usciti dal Museum, contemplammo ancora la zona circostante e fu solo per alcuni minuti di indecisione da parte mia che non riuscimmo a beccare il tour guidato all’interno dello stadio. Peppe non avrebbe disdegnato l’idea di attendere il prossimo tour, ma guardando le affissioni esposte sull’esterno del Box Office, avremmo dovuto aspettare come minimo un’oretta. Sebbene il mio compagno di ventura non avesse avuto problemi in questo senso, pensai che non fosse il caso. Meglio farci un giretto nei paraggi, e magari, perché no, visitare il quartiere di Islington. 

Peccato che l’intera zona fosse ancora in fase di ristrutturazione, con una serie sterminata di lavori in corso. L’Ashburton Grove aveva comportato la nascita di una nuova zona strategica, soprattutto dal punto di vista commerciale. Implementare nuovi complessi residenziali nell’area era quanto di più normale si potesse pensare. Camminammo per diversi chilometri, ma le indicazioni erano troppo vaghe e non riuscimmo a giungere nei pressi dello Square, dove prima si stagliava Highbury, in tutta la sua classica bellezza. Fui lo stesso contento di esser giunto lì, e di aver respirato quell’aria a pieni polmoni. D’altro canto, l’orario di pranzo si stava inesorabilmente avvicinando, e le nostre gambine iniziavano ad avvertire un notevole accumulo di acido lattico. Non avevamo dubbi sul fatto che fosse ora di fermarci, di mettere qualcosa sotto i denti, e di rilassarci, cogliendo l’attimo per chiamare a casa e tranquillizzare le nostre famiglie. Lì intorno, causa lavori in corso di cui prima, non c’era nulla che ci avesse ispirato particolarmente per poterci fermare a mangiare tranquillamente. Tuttavia, e Peppe non perse tempo a notarlo, eravamo sulla Piccadilly Line, e potevamo comodamente raggiungere Piccadilly Circus, il nostro familiare punto di riferimento per qualsiasi tappa del nostro viaggio. 

Uno sguardo d’intesa fu più che sufficiente. Chiedemmo alle nostre gambe l’ultimo sforzo per macinare gli ultimi chilometri fino alla stazione di Gillespie Road, da cui eravamo provenuti. Non ci volle molto. A una ventina di metri dalla fermata di Arsenal vi fu persino tempo per un siparietto. Un signore proveniente dall’uscita della stazione, abbastanza basso, paffuto e probabilmente sulla sessantina, con tanto di familiari al seguito, mi si avvicina e (forse avrà notato il mio simpatico cappellino) mi chiede:"Excuse me sir, we need to go to the Emirates Stadium… Where should we go?"

Vi lascio immaginare la soddisfazione nel rispondere al buon uomo con la sicurezza di chi lo visita almeno due volte la settimana da vent’anni (nonostante la sua costruzione abbia un anno e mezzo di vita). Manco a dirlo, Peppe mi guardò sorridendo e, probabilmente, maledicendomi per la mia capacità di essermela cavata anche in quella situazione. Ammetto che in quel frangente la cosa non suscitasse più stupore in me. Ero abituato ormai. Detto questo (e chiuso il soddisfacente siparietto), ripartimmo con il nostro fidato biglietto giornaliero alla volta di Piccadilly Circus. Nonostante non fosse la prima volta che giungevamo lì, il senso di piacere rimaneva invariato. Subito notammo quel negozio di articoli sportivi, chiamato Lillywhites. Solo dopo il mio ritorno in Italia venni a sapere che si trattasse di uno degli store più importanti della Gran Bretagna. Ed in effetti, per come era strutturato, non aveva affatto bisogno di referenze. 

Era il posto giusto per poter prendere un regalo ai miei fratelli. Volevo assolutamente prender loro una maglietta ufficiale della Premier, tant’è che avevo chiesto loro, prima di partire, se avessero avuto qualche preferenza in particolare. Salvatore (e per me è cosa nota) mi confermò di avere una profonda ammirazione per Steven Gerrard, mentre Giove non seppe darmi una risposta decisa. Con non poca sofferenza, decisi, senza indugiare particolarmente, di prendere una maglia ufficiale del Liverpool, con dietro il numero e il nome di Gerrard. Fu un acquisto dolorosissimo. Invece, per Giove, beh… mi ricordavo che lui avesse una simpatia per l’Argentina, quindi decisi di prendergli la divisa della Nazionale “Albiceleste”, con il numero e il nome di Carlos Tevez. Che comunque lui non avrebbe disdegnato. Peppe era in un mondo a lui non conosciuto, ma voleva diventarne nuovo adepto, per lo meno in quella occasione. La sua simpatia per il Manchester City non lo influenzò nella scelta, e si basò esclusivamente sul gusto estetico. Vide, tra le altre, la divisa del Celtic di Glasgow, quella del centenario. Fu amore a prima vista, e decise di acquistarla. Niente male come prima giornata di shopping. 

Per il pranzo avevamo solo l’ìmbarazzo della scelta, con tutti i ristoranti e i fast food sparsi per la piazza. Che si trattasse di un McDonald, di un Burger King o di un Subway, era indifferente. Ci eravamo adattati e non avevamo alcun problema a dover mangiare in maniera così diversa rispetto alle nostre abitudini. Come di consueto, utilizzammo la nostra "pausa pranzo" per rilassarci e per chiamare a casa. Tra una parola e l’altra, mentre recuperavamo energia, ci venne in mente che, sebbene fossimo già stati a Piccadilly Circus, non ci eravamo ancora soffermati a visitare Trafalgar Square. Una rapida consultazione sulla miniguida, e avemmo la conferma di quanto fossimo vicini all’obiettivo. Stabilita la meta e completata l’operazione di ricarica, ci accingemmo alla volta di una delle piazze più belle del mondo. 

Ne avevo constatato già la magnificenza nei miei libri di storia, o su alcune immagini nel web. Ma a vederla dal vivo, così grandiosa, così imponente e maestosa, rimasi colpito ed ammaliato nello stesso tempo. Che spettacolo grandioso! Una piazza enorme, piena di gente, arricchita di fontane ed enormi statue sfarzose. Salendo la gradinata delle scale potevamo scorgere, bellissima, quella di King George IV a cavallo. Dalla parte più alta della piazza, potevamo accedere direttamente alla National Gallery, che in pratica costituiva lo scenario, lo stupendo sfondo di una piazza già di per sé strepitosa. Notammo molti turisti entrare ed uscire da lì, per cui ci fiondammo in prossimità dell’ingresso per provare ad imbucarci. Da quanto scritto sul portale d’entrata, l’ingresso era completamente gratuito, sebbene ci fosse scritto a caratteri cubitali che non sarebbe stata disprezzata una offerta a piacere affinché la Gallery fosse stata il più possibile aperta al pubblico. Ci sembrò più che ragionevole, così decisi di posare tre pounds (circa 5 euro) nella cassettina delle offerte. Peccato che non fu possibile fare fotografie. 

In caso ne avessimo avuto il permesso, ci saremmo trattenuti molto più a lungo. Ma anche in virtù della nostra "missione fotografica", decidemmo che fosse meglio dedicarci all’esterno della piazza, dove potevamo immortalare tutto ciò che ci pareva. Uscendo dalla Galleria Nazionale, avevamo il completo panorama della piazza. Scendemmo nuovamente le scale per dirigerci in fondo dove, ad attenderci, c’era un possente obelisco, alto a perdita d’occhio. Si trattava naturalmente del monumento dedicato alla Battaglia di Trafalgar, ed in particolar modo al suo “protagonista” per eccellenza, l’Ammiraglio Horatio Nelson , immortalato in una scultura che si stagliava in cima a questa enorme colonna, a sua volta protetta da quattro statue di leoni di dimensioni altrettanto grandiose. Uno spettacolo di rara bellezza. Sul versante est della piazza c’era una chiesa, che poi scoprimmo essere la chiesa di St. Martin in the Fields. Peppe volle coglierne dei dettagli sia esternamente sia internamente. 

Rimasi a contemplare il panorama offertomi dalla piazza, avvicinandomi alla fontana e alla fiumana di gente e di turisti che circondavano l’intero perimetro di quel monumento sensazionale. Dopo una decina di minuti, Peppe ritornò. Ci mettemmo seduti lì, inglobati silenziosamente in quella cornice di arte, bellezza e cultura. Venne naturale rilassarci e parlare. Fu come una sorta di interruzione di quel viaggio onirico e reale allo stesso tempo. Però non fu tanto male tornare con i piedi per terra, e capire la differenza tra quanto stavamo vivendo in quei momenti, e quanto invece avevamo nella nostra vita fino ad allora. Passammo un’oretta buona ad analizzare le situazioni in cui versavano le nostre rispettive esistenze, soprattutto soffermandoci sul versante lavorativo e sentimentale. Non immaginavo nemmeno lontanamente che, poco dopo il mio ritorno a casa, avrei colmato entrambe le lacune. Terminammo in serenità, ma con molti dubbi, la nostra piccola introspezione, per poi incamminarci lungo Charing Cross, e fu proprio da lì che, in lontananza, iniziammo a scorgere un "orologio", che peraltro ci sembrò parecchio familiare. "Non ci sono dubbi" – dissi io al mio compagno di ventura.

"Che cosa?" – disse lui. 
“Non ci sono dubbi su cosa faremo domani.” – risposi, indicando la sommità del Big Ben.



lunedì 17 settembre 2018

May It Be...

(Dal Diario del 13/05/2018)

Sono ancora qui, a fare i conti con me stesso, con l'incertezza di una trasferta lavorativa sempre più indefinita, la cui scadenza sembra sempre più impossibile da definire, da prevedere. Non so quanto questo incida, quanto possa influire sul mio attuale stato d'animo. Questo mese, o poco meno, di assenza dalle pagine del Blog, contiene un bel po' di roba: non saprei davvero da che parte cominciare.
I primi giorni di Maggio, in particolar modo, sono stati frenetici, pieni, ricchi di significato e di esperienza, e devo ammettere che non sempre sia stato capace di non farmi travolgere dagli eventi e dai relativi quanto molteplici sviluppi. Che poi, a dirla tutta, potrebbe davvero essere la parte più interessante. 

Inutile rimarcare quanto peso abbiano avuto le giornate lavorative (talvolta lunghe fino a 10 ore), i periodi a ridosso di scadenze improcrastinabili, le esigenze di business, i pranzi al volo, i cambi forzosi di albergo per il budget ristretto. Non avevo mai considerato la possibilità di poter essere in balia dell'alta stagione.
E’ un bell’insieme di roba, tutte cose che, senza dubbio, prese singolarmente non avrebbero poi un impatto così rilevante. Ma, come sosteneva Totò (ed è raro che non sia d’accordo con le sue citazioni),”è la somma che fa il totale”. Azzecatissima quanto mai, nella fattispecie.

A scanso di equivoci, non vorrei che tutto questo risuonasse come una litania di lamentele, o come un piagnisteo ingiustificato. Gli impegni in ufficio, combinati a quelli “extra”, aiutano a distrarsi, tendono a non farmi pensare troppo in negativo, contribuiscono a far trascorrere quasi in maniera inconsapevole le giornate, ma d’altro canto, inizio sempre più a temere che nelle settimane a venire, ci possa essere sempre meno tempo da dedicare ad altro. E, sempre soffermandomi all’aspetto della quotidianità, sebbene non abbia cambiato idea su quanto mi piaccia, e quanto trovi interessante il mio lavoro (specialmente in questa sua dimensione di sviluppo, decisamente più creativa), devo ammettere che il livello di difficoltà si sia alzato, e non di poco.
Non che non sia uno abituato a dover fronteggiare compiti e responsabilità ben oltre le proprie competenze. Fa parte del mestiere. E lo dico realmente in tutti i sensi.

Esiste una possibilità, dentro me ne sono assolutamente convinto, che il trovarsi di fronte a questo muro di "precarietà", un un certo senso, di fronte ad uno stato periodicamente consolidato di incertezza, senza appigli sicuri, senza visibilità, senza aver modo di conoscere la propria sorte, incrementi, se non del tutto almeno in parte, questo fastidioso stato di malessere, che di tanto in tanto riesce ad affiorare. E' vero, lo so, in fondo anche questo "faceva parte del piano". Mi hanno spedito a Roma, parlandomi di un periodo variabile, da sei mesi ad un anno. Se questi due termini fossero, per assurdo, gli estremi di un intervallo (ogni tanto anche io riesco a far sfoggio delle mie reminiscenze matematiche), mi troverei sicuramente più vicino al secondo. E non sembra che si tratti di una posizione definitiva. Resta ancora tutto in via di definizione. Un viaggio ancora molto misterioso.

Che, se da un lato può anche starmi bene per il senso positivo di imprevedibilità, di possibili risvolti positivi insomma, dall'altro inizia ad influenzare le certezze costruite finora, a mettere a rischio la solidità dei legami costituiti, per i quali sento di voler investire tutto ciò che ho, senza risparmiarmi. Fino a prova contraria, ovviamente.

Nonostante questo, tralasciando per un attimo tutto l’insieme dei miei doveri professionali, etici, ecc ecc, tutto sommato, posso dire che non si stia poi così male. Come è giusto che sia, le temperature inizieranno a salire (procediamo spediti, sempre più di prepotenza verso l’Estate), inutile spendere ulteriori opinioni a riguardo della mia insofferenza per il trimestre in questione. Esula dalla faccenda il discorso “ferie”, per le quali sono e sarò sempre un entusiasta sostenitore. A proposito, c’è ancora un viaggio da organizzare, una meta da scegliere per bene, varie modalità, itinerario e luoghi di interesse, ma avendo già previsto il sovraccarico di impegni delle prossime settimane (con un occhio di riguardo alle mie finanze, detto proprio onestamente), credo che alla fine opterò per un viaggio in Polonia, possibilmente spaziando tra Cracovia (di cui mi hanno detto un gran bene), Varsavia e, se possibile, inserendo un tour in quel di Auschwitz. Ce la posso fare.

Ciò che invece proprio non sarò in grado di fare (ma sono già abbondantemente in modalità “me ne farò una ragione”), è prevedere questa ondata di “cambiamenti”, o forse sarebbe meglio dire di novità, che già in questi tiepidi giorni di Maggio, ed oltre ogni ragionevole dubbio, andranno a condizionare le prossime settimane, i prossimi mesi e, come francamente inizio ad augurarmi, il prossimo capitolo della mia vita.





venerdì 11 maggio 2018

LONDON TRIP - Vol.2 - Part Four...

(Dal Diario del 22/07/2008)

In fondo ero già passato per Islington, respirando la meravigliosa atmosfera dei resti di Highbury, ormai chiamato “Square”, e del nuovo Stadio dei Gunners, griffato Fly Emirates. Nonostante questo, il pensiero che di lì a poco avrei nuovamente rivissuto quei momenti, in maniera ancora più nitida, non riusciva a farmi dormire. Ero sereno, ma galvanizzato allo stesso tempo. Avevamo concordato il giorno prima di effettuare quella tappa, e non avevo ancora assorbito del tutto la poderosa scarica adrenalinica derivante da quella decisione. Il suono della sveglia fu oltremodo gradito, e non vedevo l’ora di prepararmi per lasciare l’albergo. Non era un mistero che il mio cuore fosse colmo di emozione, riuscivo a farlo trasparire così palesemente da risultare imbarazzante per alcuni tratti. Peppe mi guardava sorridente. 

Era come se lo rendessi partecipe, come se lo irradiassi con la gioia che provavo in quegli istanti. Nel contempo, ero davvero felice del fatto di poter condividere quel momento con un amico prezioso come lui. Fu inevitabile pensare all’effetto multiplo che si sarebbe verificato con la presenza di Antonio, Pasquale, Francesco e dei miei fratelli. I miei nervi erano saldi al punto giusto, e ci impiegai poco per fare una rinfrescante doccia e per vestirmi. A proposito, va fatto un cenno sulla vestizione. Rigorosamente in puro Arsenal-Style. Uno stile, a dire il vero, di cui il mio bagaglio era riccamente fornito. Senza la minima ombra di dubbio, la mia scelta cadde sulla divisa away, quella bianca con le rifiniture granata e i numeri dorati. 

Con la stessa sicurezza di Shiryu nell’atto di scegliere la Spada, tra le armi della Sacra Armatura di Libra, scelsi la maglia di Robin Van Persie, con la dedica memoriale a Herbert Chapman, ricamata in tessuto. La stessa divisa che mi aveva accompagnato nella notte di San Siro, la stessa che aveva dominato ed annullato il Diavolo rossonero. L’abbinamento fu semplice da completare con jeans larghi e cappellino. Con il numero 11 sulla schiena, e l’Arsenal sul cuore, lasciai finalmente la camera, ed insieme al mio compagno d’armi ci recammo in sala breakfast con un buon margine di anticipo rispetto alla volta precedente. Il risultato, vista la scelta a nostra disposizione, era più che evidente. Diversi tipi di marmellate, diversi tipi di pane, toast, cioccolata calda, thè, latte caldo e cereali, solo per fare qualche esempio. 

Ci occorreva una discreta dose di energia, per cui facemmo un’ottima colazione e schizzammo via, a gran velocità. Anche se Peppe provava a farmi rallentare il passo, era come se non lo sentissi. Non per cattiveria, ci mancherebbe. Sapevo di essere vicinissimo a coronare un altro dei miei sogni più grandi, e non vedevo l’ora di raggiungere l’obbiettivo. Non facevo altro che pensare a quella immagine di Henry, Gilberto, Walcott e Fabregàs, seduti con la divisa bianca, su una delle panchine site nella fermata di Arsenal. Pensavo che anche io avrei voluto immortalarmi così, proprio come i miei eroi. E la cosa mi emozionava parecchio. Macinammo in breve tempo i pochi metri che ci separavano dalla stazione di Queensway e, mappa alla mano, studiammo il percorso più semplice per arrivare a destinazione. Tra l’altro, nonostante la distanza, arrivare a destinazione era già incredibilmente facile, per cui mi limitai a fare la fila per la biglietteria e a chiedere:"Two for Arsenal, please!" – Una frase che sognavo di dire da tempo immemore ormai! Un altro piccolo, ma significativo frammento di sogno che si era realizzato. E sentivo che avevo compiuto un altro importante passo verso la meta. Saliti in carrozza, mi resi conto che in quel frangente sarebbe stata soltanto una mera questione di tempo. 

L’unica "preoccupazione" sarebbe stata quella di trovare il posto a sedere, dopo aver cambiato linea per la seconda volta. Già, in effetti erano due i cambi da fare. Ma per l’efficienza e la celerità del servizio di trasporto urbano, risultarono impercettibili, se non trascurabili. Dopo le classiche tre fermatine della linea rossa (Central), ci ritrovammo ad Oxford Street, strategico punto di snodo per diverse direzioni importanti. Era lì il nostro primo cambio da fare, e la cosa non suonava affatto come novità. Era necessario seguire la direzione per poter prendere la linea marrone (Bakerloo), e la cosa fu piuttosto agevole. Mi chiedevo spesso cosa potesse significare la parola Bakerloo, o quantomeno da cosa potesse aver preso ispirazione il nome di quella linea ferroviaria. Solo dopo, curiosando qua e là in rete, riuscì a sapere che si trattava della contrazione (o meglio, della fusione) di due parole con le quali veniva originariamente chiamata la linea, ovvero Baker Street & Waterloo Railway. Qualcosa che risale ai primi del ‘900 o giù di lì. Se non altro, avevo imparato qualcosa, e la mia curiosità era stata appagata. 

Un’unica fermata, e saremmo poi giunti a Piccadilly Circus, da cui potevamo cambiare per la nostra direzione finale. La linea blu (detta appunto Piccadilly Line) ci avrebbe infatti condotti dritti dritti tra le braccia dell’Emirates Stadium. Per nostra fortuna, trovammo anche il posto a sedere. Visto il numero delle fermate che ci attendevano, fu una manna dal cielo. Poco meno di venti minuti, passati a pensare, a ricordare, a cercare di frenare l’emozione. Non appena la voce dello speaker pronunciò le parole "the next station is Arsenal", Peppe mi guardò sorridendo, quasi come a voler dire: "Sei pronto?"

Risposi sorridendo a mia volta. Perché sapevo di essere pronto, sapevo che quello fosse il momento giusto, dopo una giusta e tanto agognata attesa. Eravamo giunti a destinazione, proprio lì, nel nord di Londra, precisi precisi a Gillespie Road, nome originario della fermata. Fui subito attratto dalla combinazione di colori degli interni della metro. Dentro di me si mescolavano immagini, canzoni, ricordi stupendi, misti a commozione e a gioia indescrivibile. Non potevo non pensare alla notte di Milano, ai momenti più esaltanti della stagione da poco terminata, alla pubblicità di Ian Wright che combatteva contro una schiera di demoni in una arena infernale, al goal di Bergkamp contro il Newcastle, alla mia prima maglia rossa a maniche bianche e all’attore che interpretava Nick Hornby in Febbre a 90°, mentre dopo una lite con suo padre, si avviava da solo allo stadio per seguire le sorti dei Gunners, con gli Who a tutto volume, a far da colonna sonora del momento.

Finchè non vidi la panchina, una delle tante, come quelle nella fotografia che avevo scaricato dal sito dell’Arsenal. Era un’occasione che non avrei potuto mancare. Peppe era già pronto, con la sua fedelissima fotocamera, per immortalare quel momento. Mi sentivo decisamente fiero. Sebbene infantile, quel mio gesto mi aveva avvicinato ai miei beniamini. Ed averne una testimonianza fotografica, mi rendeva molto orgoglioso. Ed era solo l’inizio. Il battito cardiaco aumentava progressivamente, proprio come quando salivo i gradini per raggiungere la laterale rossa del Meazza. Sapevo che si trattasse di qualcosa di diverso, non era un evento particolare, ma rappresentava per me in ogni caso una sorta di piccola evoluzione del mio essere Gooner. Da subito, già dall’uscita della stazione, era possibile scorgere le indicazioni per giungere al The Grove. Credevo che il mio sguardo lo impattasse non appena avremmo messo piede fuori dalla metro, ma in realtà non era come pensavo. Un paio di centinaia di metri, lungo il margine destro della strada di Gillespie Road, ed eravamo in pieno quartiere Ashburton Grove, zona parzialmente in costruzione. Dopo un po’, ecco i primi cenni dello stadio, ma si trattava della parte esterna, con il Box Office in primissimo piano. 

Ancora una volta, decisi che fosse il caso di imprimere quelle scene attraverso la fotocamera digitale che avevamo con noi. Una breve capatina all’Armoury non avrebbe guastato affatto i nostri piani. Peccato non aver avuto materialmente lo spazio in valigia per portare della roba con me, altrimenti avrei volentieri rilevato il negozio. Con tutta la merce, s’intende. Del resto, i boxer dell’Arsenal mancano al mio inventario. Questione di tempo, rimedierò ben presto. Dopo esserci consolati con quella vista paradisiaca, decidemmo di involarci verso la struttura dello stadio, consapevoli che la vista sarebbe stata ancora migliore. Aggirammo lo shop ufficiale, prendendo poi la direzione delle gradinate retrostanti. Era quasi come salire i gradini del Grande Tempio, non ero capace di attendere oltre. Giusto un paio di rampe, dopodiché la nostra vista poté concentrarsi su una delle strutture più avveniristiche ed affascinanti mai create dall’architettura moderna. Estasiato almeno quanto me, Peppe non perse tempo a collezionare immagini di quanto si riproduceva davanti ai nostri sguardi attoniti. 

Personalmente mi sentivo microscopico ed immenso nello stesso tempo. Se fino a quel momento non avevo fatto che parlare, raccontare aneddoti, impressioni o sensazioni che stavo provando, in quel momento non riuscì più a spiccicare una sola parola. Ero come isolato, completamente tagliato fuori. La mia passione, tutta la mia grande passione si concentrava in quell’enorme stemma che si ergeva, maestoso, al centro della struttura. Faccio ancora fatica a esprimere con precisione i sentimenti che provavo in quell’istante. Volevo guardarlo per bene, osservarlo e studiarlo nei minimi particolari, girandoci attorno, come un satellite gira intorno al proprio pianeta di riferimento. Peppe mi seguiva, cercando di prendere più dettagli possibili da quelle spettacolari immagini. Il tour per visitarlo all’interno era di lì a poco cominciato, ma la mia curiosità era più che altro rivolta ad un altro aspetto dell’Emirates Stadium, ovvero il suo museo interno. Ne avevo tanto sentito parlare, ammirandone qualche immagine attraverso il sito ufficiale. 

Decisi che non mi sarei potuto lasciar scappare una simile chance. Anche Peppe era del mio stesso avviso, per cui non perdemmo tempo e andammo a chiedere come fare per poterlo visitare. La burocrazia da quelle parti non era affatto macchinosa, nessuna cerimonia, nessuna trafila particolare. Scoprimmo ben presto che sarebbe bastato pagare il custode direttamente fuori, per poi entrare e restare a nostro piacimento all’interno del Museum. La fotocamera fu costretta a un bel po’ di lavoro straordinario. Poco dopo essere entrati, rimasi nuovamente senza fiato. C’era tutto, inutile negarlo. Tutto dalla A alla Z. Fu un vero onore potermi immortalare con il grande Chapman, così come fu un onore andare a rileggere le imprese dei nostri "padri fondatori". I documenti e i pezzi di storia del Club tappezzavano pareti, vetrinette e soppalchi dell’intero museo. Non persi occasione di dare giusto tributo ai due più gloriosi manager della storia, Graham e Wenger, non a caso disposti l’uno di fianco all’altro. Quale grandiosa emozione fu respirare quell’aria così magica e intrisa di tradizione calcistica allo stato puro!!! 

Era tutto a portata di mano, tra divise storiche, coppe e mitici trofei nazionali esposti in bacheca, maglie autografate e immagini di idoli di tutte le epoche! I poster di Wright, le immagini di Henry, il tributo al grandissimo Alan Ball, senza parlare della statua di Charlie George, ritratto nella sua tipica esultanza in scivolata! Ebbi perfino modo di "misurare" il mio tasso di conoscenza della “Storia” del Club, attraverso una sorte di quiz elettronico, presente in una delle stanze del museo. Davanti allo sguardo stupito di Peppe, sono riuscito a totalizzare un onorevole 8 su 10. Peccato aver scordato il rito apotropaico delle mutande di David Seaman. Beh, no, a pensarci bene purtroppo non ci sono altre parole per descrivere tutto quello che i miei occhi e il mio cuore continuavano avidamente ad immagazzinare nella memoria. E a pensarci anche meglio, mi rendo conto che ogni eventuale aggiunta renderebbe riduttiva quella che ricorderò sempre come una delle esperienze più sensazionali della mia vita. Non si è trattato del momento migliore del viaggio, del suo culmine, se così si può dire. Ma, probabilmente, si è trattato dell’unico, vero momento in cui, nonostante i circa 1500 km di distanza, mi sono sentito nuovamente a casa mia.






domenica 6 maggio 2018

My Arsenal...

Nella giornata di giovedì scorso, 3 Maggio 2018, l'Arsenal ha perso per 1 a 0 contro l'Atletico Madrid, al Wanda Metropolitano, facendosi così eliminare dalla UEFA Europa League. Si trattava della Semifinale, in particolare della gara di ritorno (dopo aver pareggiato per 1 a 1 all'andata, in casa). E, mi verrebbe più facile pensarlo, si trattava dell'ultima, striminzita possibilità di concludere un'annata disastrosa con un trofeo in bacheca. Normalmente ci sarei rimasto malissimo, al limite dell'apatia mista a sintomi da depressione. Non che la cosa mi lasci in fase di serena accettazione. Sono deluso, amareggiato e frustrato nello stesso tempo. E' come se qualcosa mi bruciasse dentro, non saprei spiegarlo meglio.

Ma nel caso specifico, il senso di malessere, almeno per quest'anno, sembrerebbe almeno in parte ridimensionato. Lo scorso 20 Aprile è stato reso noto, con un comunicato ufficiale da parte del Club, che Arsene Wenger non sarà più il manager dell'Arsenal Football Club. Dopo ben 22 anni, di cui gli ultimi 10 davvero turbolenti, termina una legacy, un sodalizio lunghissimo, che ha visto il tecnico alsaziano protagonista in positivo ed in negativo, soprattutto in negativo negli ultimi tempi.

Sfuma la possibilità di lasciare il "trono" con la conquista di un trofeo Europeo (mai vinto nella sua carriera), ma come dicevo poco fa, il senso di destabilizzazione è in qualche modo bilanciato dal suo addio (che per me era necessario), e dalla conseguente rivoluzione che ne seguirà. Sono convinto che questo nuovo ciclo, fortemente necessario, fornirà nuova linfa alla mia passione, ed al mio spirito di attaccamento, che durante gli ultimi due/tre anni, era stato abbastanza compromesso.

A proposito di passione. Mi rendo conto forse ora di aver sempre dato per scontato una sorta di "spiegazione" sul perchè segua le sorti di questa squadra. Il più delle volte io stesso mi trovo in serie difficoltà nel provare a raccontare l'esegesi di questa ossessione apparentemente strampalata, ma che, di fatti, affonda radici abbastanza profonde, nella mia infanzia. E forse (sottolineo, forse), l'unica volta in cui sono riuscito a delineare bene il quadro della situazione, risale a quando, lo scorso Agosto, un tizio di nome Chris Athanasi, mi chiese di fornirgli riscontro ad una specie di intervista scritta, finalizzata ad una sua personalissima ricerca (più un sondaggio, direi) da inserire in un suo eventuale libro. Gli risposi punto per punto, in inglese, ed ancora oggi, a distanza di quasi un anno, non ho più avuto notizie, nè per quanto riguardi il materiale raccolto, nè per quanto riguardi l'uscita del suo libro. Nonostante questo, mi piaceva l'idea di tradurre nuovamente il tutto in italiano, e riproporlo pari pari qui, sul mio blog, con la speranza che in qualche modo possa spiegare (o almeno provare a farlo) la mia "incomprensibile" ossessione:

Quando sei diventato un tifoso dell'Arsenal?
"E' cominciato tutto quando ero un ragazzino, parliamo del 1994. Era il giorno della Finale di Coppa delle Coppe, ovviamente il match fu trasmesso in TV, alla RAI (se non ricordo male, con telecronaca di Gianni Cerqueti). Avevo solo 10 anni, ma ricordo benissimo che proprio in quel periodo, il mio interesse per il Calcio fosse tremendamente in crescita. Per un motivo o per un altro, mi ritrovai da solo, nella cameretta che condividevo con i miei fratelli, con la partita in TV. Non saprei spiegare il perchè, ma ricordo che la mia attenzione fu completamente catturata. All'epoca il Parma era veramente una gran bella squadra, ma sentì che l'Arsenal avesse tutt'altro spirito combattivo. Forse fu a causa del gran goal di sinistro al volo di Alan Smith, oppure fu per l'intensità. Ci metterei pure l'accostamento dei colori: quella maglia rossa, a maniche bianche, era bellissima e mi conquistò. Penso sia qualcosa di irrazionale, più o meno la stessa sensazione che si prova quando ci si innamora. Cosa, per altro, non così difficile quando si è ragazzini.
Posso solo dire che sin da quel giorno, il mio amore per lo sport del Calcio, iniziò a crescere a dismisura, e l'Arsenal Football Club ebbe un ruolo cruciale in questo. 
Dopo tutto, era anche l'anno del Mondiale negli U.S.A., ed in quel periodo, in TV si vedeva una stranissima pubblicità dello sponsor Nike, intitolata "Il bene ed il male", che rappresentava una serie di calciatori famosissimi, impegnati a combattere, tipo gladiatori, contro esseri demoniaci, e tra questi, figurava Ian Wright, centravanti inglese dell'Arsenal.
Negli anni successivi, ciò che nacque come pura curiosità, assumeva sempre più i connotati di una passione vera e propria, Uno dei miei cugini dovette trasferirsi a Manchester per cercare un lavoro e, quando possibile, riusciva a mandarmi del materiale sulla Premier League dall'Inghilterra, come ad esempio stampe, banners, e programmi delle partite. Da parte mia, ho sempre provato a tenermi aggiornato leggendo articoli sul Guerin Sportivo e, occasionalmente, dal "Televideo". All'inizio è stata dura, non avevamo internet a quel tempo, ma era comunque piacevole e, a discapito di tutti i media disponibili al giorno d'oggi, trovo che non ci sia paragone, dal punto di vista "romantico".

Cosa ti ha influenzato nel diventare un tifoso dell'Arsenal?
"Senza dubbio, l'approdo di Dennis Bergkamp nel 1995 è stato cruciale. Sebbene avessi iniziato a seguire i Gunners dal 1994, effettuai un bel po' di ricerche in merito alle passate stagioni, divenendo ben presto un ammiratore di Ian Wright, che per me rappresentava in un certo senso, una sorta di pioniere del calciatore moderno: veloce, tecnico e prolifico (senza contare che indossasse il numero 8, un numero insolito per un centravanti).
Nonostante questo, come ho detto in precedenza, l'arrivo di Bergkamp ebbe un peso sostanzialmente diverso. Avevo avuto modo di ammirarlo con la maglia della Nazionale Olandese, ed in precedenza, con quella dell'Inter, conoscevo il suo potenziale. Incarnava lo status di giocatore di caratura internazionale, di Top Player, ed il suo acquisto da parte dell'Arsenal mi lasciò spiazzato, positivamente. 
Sono nato e cresciuto a Napoli, una grande città con una fortissima tradizione calcistica. Durante la mia infanzia, la squadra locale, la S.S.C. Napoli, viveva il suo periodo calcistico più florido, grazie all'ingaggio di Diego Armando Maradona, probabilmente il più grande calciatore di tutti i tempi.
Mio padre era (e lo è tuttora) un convinto sostenitore del Napoli, ed ha sempre provato a trasferirmi la sua stessa passione, portandomi allo stadio San Paolo in un paio di occasioni (mi ricordo benissimo la partita Argentina - Romania durante il Mondiale del '90 e la gara di Campionato, Napoli - Sampdoria durante l'anno successivo), ma senza mai riuscirci. Il Napoli aveva una squadra fortissima, riuscendo a competere ed a vincere titoli in Italia e persino una Coppa Uefa, potendo contare su gente del calibro di Maradona, Careca, Alemao, ecc.
Da ragazzino particolarmente pieno di personalità e spirito di iniziativa, ero consapevole che in realtà quelli fossero gli eroi di mio padre, che non rappresentassero me. Sarebbero stati idoli che avrei ereditato, ma non li avrei sentiti "miei" fino in fondo. Avrei dovuto "crearmeli" da solo, sentì che avrei dovuto cercare altrove, e "affidare" la mia fede ad un altro Club.
Dennis Bergkamp ha avuto un ruolo cruciale nell'intero processo. Rappresentava per me ciò che Diego Maradona rappresentava per mio padre. E non scorderò mai la gioia di quando Rioch lo ingaggiò. Quello è stato il momento che ha contribuito fortemente a farmi diventare un tifoso dell'Arsenal, ma non fu il solo. Dall'approdo dell'olandese, è stata una escalation. Il diffondersi dei media (TV satellitari a pagamento come Stream e Tele+) contribuì sensibilmente. L'inizio dell'Era Wenger e la successiva scoperta dei romanzi di Nick Hornby (Febbre a 90° tra gli altri), fecero il resto. Alla fine della fiera, mi piace pensare che sia stato proprio l'Arsenal, fin da quella sera di Maggio del 1994, a scegliere me, come suo tifoso accanito.

Chi è stato il tuo primo eroe in maglia Arsenal e perché?
Beh, per quanto detto in precedenza, verrebbe facile pensare che Bergkamp sia stato il mio primo eroe in maglia Arsenal. E, fino ad un certo punto, potrei anche confermare questa teoria. In verità, l'olandese ha avuto un ruolo fondamentale nel mio "approccio" verso il "pianeta" Arsenal. Fin da quando lo prendemmo dall'Inter, è stato una vera ispirazione e non è stato difficile per me innamorarmi della sua classe e del suo stile di gioco. Comunque, ero solo un ragazzino all'epoca, non avevo ancora maturato una percezione completa del Calcio e di tutto ciò che vi ruotava intorno.
Crescendo e divenendo adolescente, la mia consapevolezza crebbe a sua volta, giusto in tempo per godermi l'apice (almeno per quanto mi riguarda) della storia calcistica dell'Arsenal Football Club: l'Era Wenger. Del resto, ogni cosa relativa alla mia esperienza in questo senso, ha assunto le sembianze di un crescendo. Il Calcio stava cambiando, si stava evolvendo, così come lo stile di gioco dell'Arsenal. Per quanto fossi ancora adolescente, mi ritenevo abbastanza maturo da capire ed apprezzare il cambiamento. Da questo punto di vista, Arsene Wenger fu uno straordinario innovatore, un rivoluzionario. Riuscì a portare la sua visione, trasmettendola al Club, dimostrando di avere una sua precisa identità, proprio come Sacchi o, ad esempio, Trapattoni, possedevano la propria identità.
Soprattutto, ebbe l'intuizione clamorosa di portare Thierry Henry a Londra, trasformandolo in uno dei più forti attaccanti centrali della storia di questo sport. Fu uno stimolo incredibile per me. Cominciai a guardare le partite in maniera sempre più continua, anche grazie alla TV satellitare, ed ogni volta, sapevo che avrei ammirato Thierry Henry. Le sue progressioni palla al piede, il suo stile elettrizzante ed i suoi strepitosi goal, mi riempivano occhi e cuore, settimana dopo settimana. Per tutte queste ragioni, posso ragionevolmente affermare che sia stato Thierry Henry il mio primo vero eroe in maglia Arsenal."

Dove e con chi sei solito guardare le partite? 
"Più o meno dalla fine degli anni '90, sono stato abbastanza fortunato da poter avere a disposizione un abbonamento alla pay-TV. Ho sempre guardato le partite di Premier League in televisione o, quando possibile, in streaming, a casa mia. perlopiù da solo, oppure insieme ai miei fratelli (sebbene non tifino per l'Arsenal). Qualche volta, ma in rare occasioni, i miei amici sono venuti a casa, a farmi compagnia durante le partite. So che esistono molti altri tifosi come me, altri Italian Gooners (abbiamo un Fan Club riconosciuto ufficialmente) sparsi per l'Italia, e ce ne sono alcuni anche a Napoli. Per quanto possa essere eccitante, rimane comunque difficile riuscire a vedersi ed a riunirsi per guardare i match in un pub o in un bar. E questo è il motivo principale per il quale, anche oggi, continuo a guardare le partite a casa mia, da solo, indossando la mia maglia biancorossa, e tifando a modo mio."

Cosa pensano i tuoi amici/parenti sul fatto che tifi per una squadra così lontana e non per la tua squadra locale?
"Come dicevo prima, quando cresci in una città come Napoli, con una identità calcistica così forte (senza contare l'orgoglio partenopeo), non è comune sviluppare un senso di appartenenza che non sia per i propri colori. Essere un Gooner rimane una caratteristica piuttosto singolare, e per quanto ne sappia io, ho piena consapevolezza del mio essere "atipico". Naturalmente, durante tutti questi anni, sia i miei amici che i miei familiari, si sono abituati al mio essere un tifoso dell'Arsenal a tutti gli effetti. Mi conoscono benissimo, hanno seguito l'evoluzione della mia curiosa passione e non mi pare che la cosa li sconvolga più di tanto. Sicuramente dev'essere stato alquanto strano dal loro punto di vista, e credo che, in cuor suo, mio padre abbia sempre sperato che diventassi un super tifoso del Napoli, proprio come lui. Alla fine ha dovuto accettare la realtà e farsene una ragione.
Le persone che non mi conoscono a fondo, ovviamente, potrebbero reagire in maniera diversa e non sempre potrebbero accettare il fatto che non tifi per la mia squadra locale. Sono convinto che alcuni di loro potrebbero più facilmente pensare che il mio sia un vezzo, una simpatia passeggera, e che in futuro potrei riconsiderare l'idea di fare il tifo per il Napoli. Altri, ancora, potrebbero più semplicemente considerarmi un matto, e non prendermi seriamente. Almeno fin quando non mostrerei loro la mia tessera di Red Membership, lasciandoli probabilmente in lieve imbarazzo.
Qualunque sia la loro idea a riguardo, mi verrà sempre da pensare che non supererò mai questa fase."

Fin dove ti sei spinto per seguire una partita dell'Arsenal?
"Posso tranquillamente affermare di aver fatto quasi tutto il possibile per riuscire a vedere l'Arsenal. In più di un'occasione, quando lavoravo su turni, ho chiesto ferie e permessi in ufficio, ho saltato un paio di cerimonie in famiglia (credo di aver dato buca al matrimonio di uno dei miei cugini), ed ho persino mentito alla mia ex-ragazza in una sola circostanza, fingendo di avere la febbre, solo per restare a casa e guardare la partita in TV (Sunderland 1 - Arsenal 1, era il 2010)."

In che modo tu e i tuoi amici Gooners festeggereste un eventuale trofeo, essendo così lontani?
"Suppongo che sia tutta una questione strettamente personale, ciascuno di noi ha il suo modo di celebrare, festeggiare e gioire per una vittoria. Qualora vi sia la possibilità (ed in passato ce ne sono state) di organizzare meeting ed eventi speciali per riunirci tutti insieme, non esiteremmo a pianificare  qualcosa del genere, festeggiando e raccogliendo fondi da donare in beneficienza, in perfetto stile AFC. Chiaramente non sempre questo è fattibile, per una serie di motivazioni, e per quanto preferisca poter prenotare liberamente un volo per Londra ogni weekend, o condividere qualche pinta al The George's Pub insieme con i tifosi locali, so benissimo di dovermi purtroppo adattare, ed immaginare, con un po' di fantasia, che la mia stanza possa avere la stessa atmosfera. Alla fine, dopo tutti questi anni, è diventato quasi naturale. Direi addirittura spontaneo."

Qual è stato il momento migliore dell'essere un tifoso dell'Arsenal?
"Essere un tifoso dell'Arsenal, un Gooner orgoglioso, vuol dire aver vissuto alcuni momenti di frustrazione, e molti altri di gioia e soddisfazione pura. Sono e resterò sempre orgoglioso di questo Club, ma se proprio devo fare una scelta, allora posso dire che il momento migliore mai vissuto durante la mia "carriera" di tifoso, sia stato il campionato degli "Invincibili". Quella fu una stagione assolutamente unica nel suo genere. Quell'Arsenal aveva tutto: forza, potenza fisica, equilibrio, accelerazione e creatività. Praticamente il mix perfetto. Con giocatori ed interpreti come Thierry Henry, Robert Pires, Freddy Ljungberg, Patrick Vieira, tutti al loro picco, ogni singola partita diventava un'esperienza meravigliosa. Un vero e proprio spettacolo sotto il profilo estetico. The Beautiful Game, come qualcuno lo definì. Riuscire a celebrare la vittoria di QUEL titolo in Premier League, da imbattuti, è stato qualcosa di unico. Nel vero senso del termine."

Se un tifoso dell'Arsenal venisse in Italia, per visitare la tua città, quale sarebbe il posto migliore per poter eventualmente vedere la partita in TV?
"So per certo che a Napoli vi siano diversi pub/bar attrezzati con un regolare abbonamento a Sky Sport, che potrebbero dare la possibilità di assistere anche alle gare di Premier League, Arsenal compreso (preferibilmente su richiesta, fatta preventivamente, prenotando un posto nel locale). Molti di questi, si trovano in centro (soprattutto nel quartiere Vomero), ma non è impossibile scovarne alcuni sparsi per le zone della provincia o nell'immediato circondario. Come ultima spiaggia, se un Gooner inglese dovesse trovarsi in giro per Napoli e non sapesse dove andare per poter guardare il match in TV, mi offrirei tranquillamente per ospitarlo a casa mia."

Hai mai visto l'Arsenal dal vivo? E, se sì, come è stata la tua esperienza?
"Certo, ho avuto la fortuna di vedere l'Arsenal dal vivo in più di un'occasione (sono un Red Member dal 2007, e regolarmente iscritto al Fan Club ufficiale degli Italian Gooners, cosa che facilita non poco l'acquisto dei biglietti). Ho potuto seguire le sorti della mia squadra sia in Premier League, che nel contesto della UEFA Champions League. In tal senso, ricordo che la mia prima vera esperienza dal vivo, fu il giorno 4 Marzo del 2008, durante la gara di ritorno degli Ottavi di Finale di Champions League, allo Stadio San Siro di Milano. Con me c'erano mio padre e mio fratello Giovanni. Non scorderò mai l'emozione e l'intensità vissute quella notte. Fu semplicemente straordinario. A parte quello, l'Arsenal mise in campo una prestazione fantastica, contro una squadra blasonata come il Milan. Ricordo soprattutto la sontuosa partita disputata da Flamini e Hleb, capaci di cancellare dal campo gente come Kakà e Pirlo. Poi, quasi nel finale, a circa 6 minuti dalla fine, Cesc Fabregàs portò i Gunners in vantaggio con un gran tiro dalla distanza. Inutile dire come andò a finire.
Si trattava del mio primissimo match dal vivo, ma resterà per sempre impresso nella mia memoria come una delle esperienze più speciali e significative di tutta la mia vita."






lunedì 30 aprile 2018

LONDON TRIP - Vol.2 - Part Three...

(Dal Diario del 03/07/2008)


Ricordavo di aver visto quella struttura fantastica da qualche parte in televisione. Molto spesso la associavo ai servizi del sempre impeccabile Antonio Caprarica, che seguivo con interesse al TG1. Ad ogni modo, Piccadilly Circus, o meglio la sua immagine, era da sempre irrimediabilmente stampata nella mia mente, come uno degli emblemi più ricorrenti da attribuire alla mia innata “anglofilia”, se così si può dire. Pur non avendo chissà quali doti mnemoniche, ho sempre avuto una buona memoria fotografica, spesso utilizzando la particolare tecnica di associare cose, concetti o persone ad immagini. Penso sia una tecnica infantile, banalissima, lo so. Sta di fatto che continuo tuttora ad utilizzarla, e spesso si rivela piuttosto efficace per chi, come il sottoscritto, fatica ad immagazzinare certe moli di dati in maniera meccanica. 

Nella fattispecie, la mia immagine associata all’idea di Piccadilly Circus, è quel gigantesco tabellone/schermo con su impresso il logo della Sanyo, illustre azienda di elettronica giapponese. Non mi sono mai interessato più di tanto alle sorti di quella ditta. Né mi sono mai documentato sul perché il loro marchio fosse così platealmente esposto in una delle piazze più importanti di Londra. Sapevo che fosse lì. Nulla di più. Nulla di meno. Avendo già avuto esperienza su come funzionassero i trasporti pubblici britannici, non aspettavo altro che scrutare la nostra fermata, per poi verificare la correttezza della mia associazione di immagini. Peppe era invece un neofita, e non poté fare a meno di restare allibito di fronte a quanto avevamo sotto i nostri occhi. La perfetta sintesi di efficienza, pulizia, ordine, comodità e tranquillità. Mi guardò esterrefatto, poi sorrise. La mia risposta fu un semplice sguardo di compiacimento, quasi di orgoglio, come a dire: “Di che ti meravigli? Mica siamo a Napoli?”

Non una semplice frase fatta. Il percorso prescelto contemplava 5 fermate ed un cambio di linea. Tempo complessivo: circa 13 minuti. Mio fratello fa più o meno lo stesso tipo di tragitto, percorrendo più o meno gli stessi chilometri, per arrivare alla facoltà di Ingegneria, con 3 fermate in più. Tempo complessivo: 50 minuti circa. Tralasciando i dettagli, potevamo entrambi constatare quanto fosse comodo ed agile quel mezzo di trasporto. Anche l’operazione del cambio risultò più che agevole. Dopo aver attraversato Lancaster Gate, Marble Arch e Bond Street, eravamo giunti ad Oxford Street, dove poi saremmo dovuti scendere per cambiare, prendendo la Bakerloo Line. Una sola fermata ed eccoci a Piccadilly. Non vedevo l’ora di vedere quell’enorme logo scintillante, sebbene non fosse certo quello il monumento cardine della piazza. Tuttavia, tra le tante uscite della metro, quella che imboccammo non ci fece ritrovare di fronte a quell’edificio. 

Al punto da farmi sentire quasi disorientato. Ben presto capimmo che era solo una questione di posizione. Posizione dell’uscita, più che altro. Il che non fu così spiacevole. Anzi. Per essere onesto, la mancata apparizione del “gigante nipponico” non evitò lo spalancarsi sproporzionato della mia mascella. E credo di poter parlare anche a nome di Giuseppe in questo senso. Riuscì a malapena a contenere l’emozione. Così come riesco a malapena a dipingerla ora. Quasi stentavo a credere ai miei occhi. Il mondo che avevamo davanti a noi era tremendamente bello, variopinto, multietnico. La realizzazione piena del concetto di ombelico del mondo, ma in senso ancora più pieno di quanto volesse dire Lorenzo Cherubini. Mai visto un crogiolo di etnie, culture, tradizioni e colori così armonioso e compatto. Il tutto, poi, era naturalmente incastonato in un contesto urbanistico così favoloso da mozzare il fiato. Con lo sguardo in su e a bocca aperta, ci limitavamo a contemplare quello scenario indescrivibile che ci era capitato sottomano. Il suono dei passi che compivamo per risalire le scale della metro veniva completamente sovrastato dal suono del mio battito cardiaco. Facevo fatica, molta fatica a comprendere quanto mi stesse succedendo.

 Fu però una mera questione di tempo. Ben presto dovemmo far mente locale, e fare attenzione a tutto quello che osservavamo, come a voler avidamente riempire l’anima di tutte quelle immagini colorate e pulsanti di vita. Quasi come se la fotocamera non avesse potuto fare abbastanza. E allora via, trascinati consapevolmente in quel turbine iperattivo e multietnico, per le vie della City di Westminster. Uno sguardo al cielo, quello tanto sognato, per rendermi conto, ogni tanto, della veridicità della cosa. Ad ogni passo, la meraviglia, la gioia, la felicità in senso stretto, che mancava da mesi e mesi a quella parte. Di fronte a noi, subito la rinomatissima bisteccheria Aberdeen, nei pressi della quale non potevano mancare le caratteristiche cabine telefoniche. Un paio di passi in direzione nord, ed eccoci in prossimità di un Virgin Megastore: davanti alla sua gigantografia apposta sulla vetrata, giurai a Solid Snake che avrei portato a termine la sua ultima missione. E sono già a buon punto nell’adempimento di quella promessa. 

Non con poche difficoltà, Peppe riuscì a farmi schiodare da lì, recandoci poi alla volta del corso principale, con tutti i caratteristici negozi di souvenir, tra cui spiccava senza dubbio il Whittard of Chelsea. Complesso, veramente complesso cogliere tutti i dettagli di quelle scene. Attraversando la strada, potevamo ammirare lo sfarzoso Cinema Teatro Empire, ma ben presto ci rendemmo conto che era solo uno dei tanti multisala posti nella piazza. Uno più bello dell’altro. Ad ogni modo, avevamo costeggiato un intero lato del “Circus”, per poi spuntare nella piazzetta centrale, inscritta in un bellissimo giardino, anch’esso di forma vagamente circolare. Si trattava di Leicester Square Garden, un favoloso mini-parco con tanto di animazione dal vivo al suo interno. Avemmo anche modo di riposarci per qualche istante, dopo esserci seduti su una delle affollatissime panchine che spuntavano qua e là, in quella meravigliosa macchietta di verde. 

Penso che sarei rimasto lì, immobile, a contemplare quella bellezza, rilassandomi in silenzio per ore e ore. Giuseppe non era invece del mio stesso avviso. Giustamente, non avevamo la possibilità di stazionare troppo, tra una meta e l’altra. Il tempo a nostra disposizione era quello che era, e andava sfruttato al massimo per vedere quanto più possibile ci fosse da vedere. Ero consapevolissimo del fatto che avesse ragione su tutta la linea, sebbene le mie chiappe stanche facessero spesso fatica ad accettarlo. Imparai tuttavia ad utilizzare il suo entusiasmo come carburante alternativo, laddove la mia energia fisica non fosse stata sufficiente. E poi, come se questo non bastasse, mi ripeteva spesso:” hai detto che quando rientriamo scriverai un diario di viaggio come la prima volta… se non andiamo in giro a vedere le cose, cosa ci racconterai? io voglio leggere più dettagli possibili, non vorrai solo descrivere la camera dell’Hotel, spero…”

Aveva ragione, ancora una volta. Preso atto di ciò, stabilimmo una nuova regola secondo la quale le nostre giornate sarebbero dovute cominciare la mattina alle 9,30, per poi rientrare alla base direttamente la sera tardi. A seconda della contingenza, ovviamente. Proseguimmo il cammino, ancora più entusiasti dopo quell’accordo, circumnavigando Leicester Square. Sulla sinistra si poteva scorgere un Casino, con all’ingresso un curioso tizio che non passava certamente inosservato. Proprio lì, in prossimità dei ritrattisti, dei caricaturisti e del marciapiede delle celebrità (con tanto di impronte di mani), si stanziava lui, imperioso, con il suo frac giallo oro, arricchito di sgargianti paillette, camicia bianca e papillon abbinato al vestito. Aveva grossi occhiali da sole, e capelli lunghissimi, raccolti con la classica coda alla “Fiorello”, quello dei bei tempi di Karaoke e di Katia Noventa.  Sicuro di sé, col suo microfono, urlava dispensando battute e invitando le persone ad entrare, raccogliendo l’attenzione (e le risate) di quella fiumana di gente, trovatasi lì, ad attraversare quel tratto di strada. Né io né Giuseppe potemmo fare a meno di commentare quel tipo così stravagante. Non riuscivo a non pensare a cosa avrebbero potuto dire, o anche fare, i miei fratelli se si fossero trovati lì con noi, e si fossero imbattuti in un tipo così. Lo stesso pensai di Antonio, di Pasquale, di Francesco e di tutti i nostri amici più cari. Nella comicità del momento, si aggiunse un filino di nostalgia. 

Mi resi anche conto che l’effetto di stupore e di meraviglia del trovarsi lì, si sarebbe moltiplicato esponenzialmente nel caso anche gli altri fossero stati lì con noi. Sarebbe solo stato uno sprone in più per ritornare con loro e rivivere questa favolosa esperienza. Passando da Gerrard Place, al caratteristico quartiere di Chinatown, non avevamo la benché minima possibilità di deprimerci. Il tempo passò veloce, e senza che ce ne rendessimo conto si erano già fatte le 18,30 (ore locali). Decidemmo di andare a bere qualcosa, in uno dei tanti, tantissimi locali che costeggiavano Piccadilly. Del resto, erano così tanti e diversi che sceglierne uno risultava autentica impresa. Poi a Giuseppe venne l’ispirazione, notando un’insegna curiosa, quanto familiare. Il simbolo era quello di un simpatico vecchietto, vagamente somigliante a Stalin. 

La sigla del ristorante diceva “KFC”. Escludendo la possibilità che fosse qualche ritrovo per mafiosi sovietici, ci avvicinammo, per dare un’occhiata. Ben presto, Peppe riconobbe il marchio, ricordandosi che si trattava di una catena di ristoranti, di cui un esercizio era presente anche a Bayswater. Aveva ragione, ricordavo anche io quel logo, quella combinazione di colori, quella particolare grafica da film americano. Decidemmo di entrare per bere qualcosa, ma finimmo per restare a mangiare, incuriositi da quel particolare menu. Fu una scelta tutto sommato positiva. Il layout era quello solito del fast-food, ma la scelta non era limitata al classico panino imbottito. Infatti, sebbene non ricordo il nome di quello che mangiammo, ricordo bene che si trattava di una specie di involtino, fatto di una sfoglia leggera, molto simile alla piadina. Al suo interno c’era di tutto e di più, tra pollo, formaggio, insalata verde, pomodori, salsa piccante e spezie varie. 

Qualcosa di insolito, di diverso, ma nel contempo veramente buono. La missione cena era compiuta e potevamo dedicare ulteriore tempo al nostro giro turistico. Poi, ad un certo punto, quando sembrava mi fossi scordato di lui, eccolo lì. Per un attimo, sembrò che il mio cuore si fermasse. Proprio quando tutto il resto mi aveva fatto dimenticare di lui, era magicamente apparso dinanzi a noi quell’edificio. L’edificio con la scritta Sanyo, gigantesco e sorridente, come a dire:” beh, ce ne hai messo di tempo…” 

Saltai di gioia come un bimbo che riceve il suo regalo di Natale tanto atteso. Avevo finalmente modo di vedere quella cartolina ideale, da sempre affissa sul mio cuore. La sensazione provata è stata ed è ancora difficile da esprimere a parole. Una strepitosa sequenza di immagini e di posti magici scorreva davanti ai miei occhi. La megastruttura del London Pavilion, con la sede dello stupendo Trocadero (altro che Vulcano Buono), la deliziosa Coventry Street, ricca di negozi e di locali alla moda, la fontana memoriale di Shaftesbury, con la statua di Eros, la zona dei Teatri e le statue dei Cavalli di Helios.

La fotocamera lavorava alacremente per mettere a fuoco quelle immagini. Noi facevamo altrettanto, per imprimere con forza tutto quello che avevamo vissuto. Erano tante, tantissime cose. Tutte in una sola volta, con una intensità inaudita. Ed era solo il secondo giorno di quella fantastica esperienza. Mentre percorrevamo il tragitto a ritroso, verso la grande stazione della metropolitana, quelle scene e quelle immagini si fissarono ancora meglio dentro me. Con una ardente voglia di ritornare, e di contemplare ancora meglio il tutto. Dopo quella immane dose di felicità, la stanchezza era impercettibile. Pensavo che sarebbe stato fantastico, al rientro in albergo, chiamare a casa, e raccontare ai miei cari quanto avevo visto e fatto in quella giornata. 

Di sicuro non pensavo che sarei potuto essere più felice quella sera. Ignoravo tuttavia quello che il viaggio mi avrebbe riservato. Ignoravo che di lì a poco avrei inanellato un altro dei miei sogni più grandi. Ignoravo che la felicità del momento potesse subire una positiva sferzata verso l’infinito. Ma fu proprio Peppe a smentirmi mentre, nella metro, si trovava già a consultare con precisione la sua Tube Map. E ci riuscì con una semplice, quanto efficace frase:” Allora domani è già deciso. Si va all’Emirates!”


mercoledì 18 aprile 2018

LONDON TRIP - Vol. 2 - Part Two...

(Dal Diario del 24/06/2008)

Giorno 6 Giugno. Inconsciamente ero lì, proprio sul punto di svegliarmi. Inconsciamente aspettavo il fastidioso suono della sveglia, seguito dalla voce di mia madre. Inconsciamente, forse, mi preparavo pure psicologicamente ad affrontare orde di clienti pazzoidi, pronti a straziarmi i maroni per sapere dove fossero finiti gli ultimi quattro centesimi di credito residuo dalla loro sim… Dopo qualche minuto, la sveglia suonò davvero. Per fortuna non era quella di casa mia. Peppe l’aveva giustappunto impostata, prevedendo che avremmo avuto difficoltà ad alzarci ad un orario decente. 

Vista l’ora tarda della sera prima, non potevamo pretendere chissà cosa. Furono circa 6 ore di sonno, ma filarono via lisce. Così lisce, che avevo quasi dimenticato dove fossi. Incredibile. Facemmo entrare il sole in camera, così come avevamo fatto entrare Londra nei nostri cuori il giorno prima. In pochi decimi di secondo, quel senso di apatia e di frustrazione latente sparì. Il mio risveglio fisiologico completo si sarebbe realizzato solo a seguito di una doccia calda. Come tutte le mie mattine. Ma con una bella e sostanziale differenza. Visto il tempo che mi si prospettava dinanzi, non potevo certo dirmi a corto di energie. Per Giuseppe, ovviamente, era lo stesso. 

Non gli piaceva affatto perdere tempo, e faceva della precisione organizzativa il suo marchio di fabbrica. Laddove il mio entusiasmo non fosse stato sufficiente ad interrompere il mio oziare nel lettuccio, ci avrebbe pensato lui a farmi cadere dalla branda. In realtà, dovevamo ancora organizzarci, ma dopo esserci lavati e vestiti, pensammo che sarebbe stato opportuno scompattare gli obbiettivi e ragionare per piccoli passi. Nell’Ordo Naturalis delle cose, il primo obbiettivo sarebbe stato quello di fare colazione. Il regolamento parlava chiaro. La colazione veniva servita entro le 10,00. Peppe regolò il cronometro sull’ora locale già la sera prima. A poche ore di distanza, lo stesso era già lì ad ammonirci per il nostro ritardo sulla tabella di marcia. Raccogliemmo tutte le nostre cose, organizzando i nostri zaini come meglio potevamo. Il controllo amministrativo sulle chiavi della stanza venne affidato a Peppe, all’unanimità. Considerando soprattutto la mia proverbiale sbadataggine. 

Accettò di buon grado. Quantomeno non protestò. Poi ci dirigemmo verso l’ascensore. Ricordavo che la sala breakfast fosse sulla nostra sinistra. Convenimmo di entrare ostentando il cartellino, ma non c’era nessuna hostess di sala che ne potesse prendere atto. Probabilmente, anche per l’orario. Ci fu in ogni caso utile. Capimmo che la regola del “chi prima arriva, meglio alloggia” fosse una consuetudine piuttosto diffusa dell’albergo. E soprattutto della sala breakfast. Il buffet era infatti ormai ridotto ai minimi termini. Ma personalmente, non sono un tipo così esigente. Per Giuseppe invece fu una bella delusione. La cioccolata calda in effetti non era delle migliori. Ma si sentiva che il sapore fosse quello tipico del fondo della caraffa. Quella dura legge ci aveva impietosamente investito in pieno. Ma non ci saremmo fatti beffare nei giorni successivi. Ero dispiaciuto per il disappunto di Peppe. 

Dopo aver consegnato le chiavi alla reception, lasciammo l’albergo e iniziammo a consultare le nostre mappe informative. Poi capimmo che senza una reale destinazione, non avremmo combinato molto. Del resto, sebbene fossimo due cervelli pensanti distinti, l’intenzione era di percorrere quel viaggio come un unico vettore. Era perciò necessario procedere per proposte, suggerimenti e idee che fossero concordi. Tenendo sempre a mente il paradigma del “Conosci te stesso” delle iscrizioni di Delfi e dei precetti Socratici, elaborai la mia proposta proprio in questo senso. Conoscere “noi stessi”, implicava strettamente conoscere dove fossimo posizionati. Traducendo il tutto, proposi a Peppe di cominciare a guardarci intorno, capendo come spostarci, e soprattutto orientarci per rientrare alla base. Per di più, la zona in cui ci trovavamo era davvero ben messa. L’organizzazione comportava ovviamente anche un minimo di sforzo mnemonico. 

Supportato da un minimo di appunti. Il vialetto in cui si trovava il nostro Bayswater Inn era Prince’s Square. Sarebbe stato subito uno tra i nostri principali punti di riferimento. Procedendo lungo quella direzione, ci trovavamo su Porchester Gardens, a pochi isolati di distanza. Percorrendolo fino alla fine, venivamo immessi su quella che era la via principale della zona di Bayswater: Queensway. Naturalmente, si trattava del corso principale, ed era, manco a dirlo, pullulante di gente di ogni luogo e cultura. Si stava veramente bene a passeggiare lungo quelle strade così affollate. Nel più banale dei cliché, una delle prime cose che notammo, fu la classica cabina telefonica inglese, rosso fiammante. Quale occasione migliore, per immortalarci al fianco di uno dei più classici degli status symbol anglosassoni? Era solo la prima delle meraviglie che ci attendevano lungo il percorso. Mi bastava respirare quell’aria per sentirmi come epurato, dallo stress tossico della mia vita quotidiana. Immaginavo come mi sarei potuto sentire con l’andare del tempo e delle giornate. Sapevamo inoltre che la nostra posizione era praticamente nei pressi di una delle strade più rinomate della capitale: Oxford Street. Che fosse una strada commercialmente importante, non v’era dubbio alcuno. Negozi, boutique, locali e ristoranti a ogni piè sospinto. 

Facevo davvero fatica a realizzare il bello che mi circondava. Faceva parte di un pezzo di vita che avevo sempre sognato, con tutte le mie forze. Fu in quegli stessi attimi che i miei sogni, le mie speranze, la mia fantasia e i miei ricordi si intrecciarono, come un’unica cordicella. Tirando la quale, era possibile attivare il juke box della mia anima che già risuonava dentro di me. Avevo l’impressione di ascoltare le note di “There She goes”, dei “The Las”. Per chi non lo conoscesse, è uno dei brani più noti di tale band, utilizzato come prologo di un film chiamato Fever Pitch, a me molto caro. Forse non era un caso, aver avuto la sensazione di ascoltarne musica e parole. Proprio lì, dove tutto stava cominciando. 

L’orientamento ci era alquanto facilitato dalla segnaletica e dalla cartellonistica. Procedendo verso destra, potevamo tagliare tutta Queensway, e proseguire in direzione Oxford Street. Dopo pochi minuti di cammino, notammo una prima fermata della “tube”. Si trattava di Bayswater, dalla quale, stando alla nostra mappa, avremmo avuto accesso alla linea gialla (Circle Line) e a quella verde chiaro (District Line). C’era una folla spaventosa. Non sapevamo se prendere o meno la metro proprio da lì. Riuscimmo a procurarci guide sull’utilizzo della tube ancora più efficaci di quelle che avevamo noi. Gli avvisi in bacheca erano numerosi. Senza chiedere agli inservienti del posto, mi bastò leggere le notifiche appese un po’ dappertutto per capire che la District Line fosse momentaneamente fuori servizio. Ad ogni modo, guardando sulla nuova guida della metro, pare che fossimo vicinissimi ad un’altra stazione della underground. 

Era praticamente a 50 metri, e pareva molto più pratica, anche per quanto riguardava l’affluenza. Sicuramente più agevole rispetto alla precedente, la fermata di Queensway ci metteva in collegamento con la linea rossa (Central Line), da cui si sarebbe potuti arrivare ovunque. Potevamo tranquillamente usufruirne, ma poi lì per lì pensammo che non ci fossimo decisi sulla nostra eventuale destinazione e che quindi sarebbe stato meglio continuare a guardarci intorno. Del resto, proprio di fronte a noi, sull’altra sponda della strada, avremmo trovato un ottimo motivo per stazionare in zona. Giusto attraversando la strada, ci trovavamo in prossimità di una delle entrate principali dei Giardini di Kensington. L’imponenza di quella meraviglia, ci lasciò per un attimo esterrefatti. Una volta realizzato che non stavamo sognando, potemmo varcare quei cancelli, e visitare uno dei più vasti parchi reali di tutta l’Inghilterra. 

L’estensione di Kensington Gardens era notevolissima già dalla mappa impressa sull’insegna all’entrata. Lo era ancora di più nel percorrerlo, osservando tutto l’immenso verde che ci circondava. Impressionante. Una infinita distesa di alberi, querce, panchine, prati, cespugli e animaletti selvatici. Il senso della civiltà e del rispetto per le loro risorse pubbliche era percettibile ad ogni sguardo. Una sensazione sconosciuta, rispetto al mondo da cui provengo. Quasi mi vergognavo, sapendo di come fosse la situazione qui a Napoli. Tuttavia, vista la mole di cose da vedere (e da sentire), pensai che non fosse il caso di deprimermi in quella circostanza. In particolare, una stupenda Quercia centenaria, in cui uno scultore aveva ben pensato di scolpire degli elfi, intagliando il legno stesso dell’arbusto. Tra tutti gli alberi disseminati nel parco, non era affatto difficile imbattersi in vivacissimi scoiattoli. Allo stesso modo, non era proibitivo osservare anatre, ochette, cigni e altre specie di uccelli, mentre stazionavano nei pressi del bordo del laghetto, sito più o meno al centro del parco. 

C’era la possibilità di sedersi su autentiche sedie a sdraio, per godersi quello spettacolo naturale di tranquillità e di pace. Una semplicità disarmante, ma nello stesso tempo così lontana dalle nostre consuetudini. Procedendo in fondo alla strada, c’era una zona del Parco dedicata alla povera Lady Diana, con vari monumenti e roseti dedicati alla sua memoria. Mentre ci trovavamo in prossimità di quell’area, una donna, seguita da diverse ragazze DISTINTAMENTE italiane, mi si avvicina. Già pensavo che avremmo potuto interfacciarci con dei nostri connazionali. Non mi sarebbe affatto dispiaciuto. L’illusione si dissolse presto, quando la donna mi chiese informazioni sull’area in cui ci trovavamo, e il nome del Parco stesso. La cosa singolare fu che, nonostante avessi capito che lei fosse più italiana di me (in particolare, romana), le risposi in inglese, e francamente, nemmeno in modo tanto impeccabile. Tant’è che stava per pronunciare la parola “grazie”, salvo poi correggersi dopo la prima sillaba, e restituirmi il “meritato” thank you. Peccato per l’occasione sfumata. Ma sapevamo, con estremo ottimismo, che quelli non sarebbero stati gli unici italiani incontrati lungo la nostra sortita. Con la meraviglia negli occhi, attraversammo (percorrendolo interamente), tutti i giardini di Kensington. Uscendo nuovamente su Queensway, procedemmo sulla nostra sinistra, cercando di capire dove saremmo arrivati su quella strada alberata. 

Pensavo che avremmo potuto in qualche modo giungere fino a Marble Arch, e mi piaceva l’idea di tornarci, in qualche modo per provare, quasi fosse una sfida, ad eseguire il percorso inverso, per tornare alla base. In maniera del tutto rischiosa, Peppe si lasciò convincere dal mio strampalato senso dell’orientamento, e decise di seguirmi. Dopo un bel tratto a piedi, ci trovammo di fronte alla fermata di Notting Hill Gate, una zona davvero deliziosa, nonché rinomata. E non soltanto per il film di Hugh Grant. Rispetto al percorso che avevamo fatto tramite il bus della National Express, quella bella zona aveva un non so che di familiare. Inoltre, speravamo che ci fosse una successiva fermata della metro, di lì a poco, per renderci conto della nostra posizione attuale. Purtroppo per noi, le nostre speranze erano più che vane. La fermata successiva era Holland Park, ed era a quasi 25 minuti buoni di cammino da Notting Hill. Solo a quel punto, potemmo renderci conto che Marble Arch fosse dalla parte opposta, e che il mio stoico tentativo di raggiungerlo si tradusse in una leggerissima passeggiatina di 2 chilometri, non proprio messa in preventivo. Anzi. 

Considerando anche il ritorno da mettere in conto, i chilometri a quel punto sarebbero stati 4. E non furono così leggeri. Soprattutto in virtù del fatto che il nostro serbatoio fosse in riserva. Per cui le cose erano semplici. Dato che le nostre gambe avrebbero avuto la parte di mezzo di locomozione preferenziale, dovevamo assolutamente far rifornimento. Con tutti i locali nella zona, avremmo solo avuto l’imbarazzo della scelta. E in tal senso, optammo per adeguarci allo spirito del fast-food. Veloce, non troppo costoso, ma soprattutto efficace. Infatti dopo essere tornati nella zona di Queensway, ci fermammo da Burger King, dove potemmo tranquillamente rifocillarci. 

E soprattutto recuperare energie. Ne approfittammo anche per rientrare in albergo, e per recuperare un’oretta di sonno arretrato. Dopo esserci riposati, Peppe propose di sganciarci dalla base, per una prima incursione in quel di Piccadilly Circus. Oramai conoscevamo bene il circondario, per cui saremmo stati pronti a saggiare la qualità del servizio dei trasporti pubblici. Che in realtà non era sconosciuta al sottoscritto. Il percorso era già tracciato. Da Queensway bastava prendere la Central, scendere ad Oxford Circus, cambiare prendendo la Bakerloo Line (linea marrone) e scendere dopo una fermata a Piccadilly. La linea su cui continuare a percorrere il sogno era proprio lì davanti a noi. Dovevamo solo “unirne i puntini”, come a voler farle prendere forma. Giusto il tempo di vidimare il biglietto.





domenica 8 aprile 2018

Breathe...


La Primavera è ormai arrivata da un paio di settimane piene ed i suoi effetti iniziano a sentirsi. Al netto di una manciata di giorni caratterizzati da temperature molto basse (nulla di eccessivamente preoccupante, in verità), il clima tende sempre più ad assestarsi, soprattutto per la gioia dei freddolosi atavici. A dirla tutta (ma questa non è una novità, almeno nel mio caso), non hanno perso occasione di farsi sentire anche gli effetti della famigerata Ora Legale: come essere investiti in pieno da un rinoceronte bianco, come venire storditi da una granata “flashbang”, insomma... ci siamo capiti.

Ci è voluto un po' per riprendere il ritmo consueto, e devo dire che la cosa diventi sempre più fastidiosamente percettibile, anno dopo anno. La mia (fortunatamente) lieve condizione di meteoropatia atavica potrebbe avere avuto un ruolo in questo. Immagino di doverne tener conto.

Come sempre, e si potrebbero fare tantissimi altri esempi relativi a mie esperienze passate, la risposta a certi interrogativi risiede maggiormente in una sommatoria, per non dire concomitanza, di fattori, piuttosto che in un unico "fenomeno". I pensieri si accumulano ultimamente. Può capitare di non riuscire a sbrigare tutto, a riordinare le idee, mettendo ogni cosa a suo posto, come darsi da fare, nel prendere le proprie t-shirt appena stirate (sicuramente da qualcun altro, visto che al momento non sono capace di stirare), e metterle a posto, ciascuna nel proprio cassetto.

A volte è un po' più semplice, mentre in altre occasioni, il disordine è tale da renderti impacciato, poco reattivo, ed inevitabilmente fai fatica, anche solo a pensare di voler gestire il tuo tempo.
Potremmo definirla la parte peggiore, dello status di "solitario", a dispetto di tutto ciò che di buono sto ricevendo dalla mia condizione di indipendenza. Possono esserci dei momenti di debolezza (anche se mi rendo conto che il termine non sia esattamente calzante in questo caso specifico), durante i quali si tende a fare paragoni, ad immaginare situazioni diverse, ad accendere il motore dei propri desideri. Questi ultimi, in maniera particolare, sono tutti lì, nessuno li muove da dove li abbiamo lasciati. Eppure, la prospettiva può subire minuscole, quanto percettibili variazioni e, pur restando intatti, possono talvolta sembrare più lontani, o viceversa. Magari è tutto legato a questo periodo, oppure, più banalmente, si tratta di uno stato d'animo passeggero. Tutto è possibile.

Personalmente mi piace pensare che persino una fase del genere possa essere una sorta di prologo, chiamiamola "introduzione" a qualcos'altro. Qualcosa di positivo, di sorprendente dal punto di vista positivo. E, giuro su ciò che mi è più caro, non sto fingendo di essere all'oscuro di chissà quali avvenimenti futuri. Non sto bluffando, dico sul serio. E' più che altro un overflow di convinzione, forse riflesso della mia volontà. Non lo so, non posso dirlo con estrema certezza.

So di dover continuare a non dare per scontato le cose, le persone soprattutto e le opportunità. So bene di avere il compito di restare con i piedi ancorati al terreno, di sfruttare al massimo il tempo e le occasioni ad esso legate, per provare sempre a migliorare. E so che, per far tutto questo, dovrò metterci parecchio "del mio". Magari anche un pizzico di creatività. Poco ma sicuro.

Del resto, non sarebbe certo qualcosa da improvvisare. Non posso ancora ritenermi un vero esperto, ma nemmeno sarebbe corretto definirmi un principiante. Persino in questi ultimi giorni, ho avuto modo di far pratica, non senza aver fatto comunque un po' di fatica. E, potete credermi, ve lo dice uno dotato di fervida immaginazione, solo per usare un eufemismo.

In questo modo, per quanto possa sembrare contorto, il mio piatto di "yakisoba" ordinato con Just Eat, ha discretamente sopperito alla profonda nostalgia per la tradizionale zuppa di cozze (meglio definirla zuppa di pesce, visto che mia madre evita l'utilizzo delle cozze) del Giovedì Santo.
E, sì, magari l'atmosfera di goliardia e di spensieratezza tipica della classica scampagnata di Pasquetta può in certi casi essere inarrivabile, ma posso confermare (e non credo di essere il solo) che condividere un intero "casatiello" napoletano in ufficio, con i tuoi colleghi trasferisti (lucani, pugliesi, romani e sardi), ci va molto, molto vicino.

Sono solo due piccoli esempi, me ne rendo conto. E non fraintendetemi. Non sto assolutamente dicendo che non abbia sentito la mancanza di casa o della zuppa del Giovedì Santo (mi è mancata da morire, e nemmeno lo avrei mai creduto). Per non dire di quanto avrei voluto trascorrere il Lunedì "in albis" con una grandiosa gita fuori porta, grigliando carne, bevendo birra, e calciando momentaneamente via i miei problemi, con la stessa enfasi con cui si calcia l'onnipresente Super Santos. Talvolta è solo questione di atteggiamento, di consapevolezza, e ci metterei pure una non trascurabile dose di pazienza. Come a voler prendere fiato. Quell'attimo in cui si trattiene il respiro, espandendo al massimo la propria cassa toracica, prima di tuffarsi in acqua, percependo il brivido.
Nell'attesa, spesso frenetica, è vero, di gustare esperienze nuove. Nella voglia di mettersi costantemente in gioco, di sfidare le proprie possibilità. Nel desiderio di assecondare le proprie passioni, mettendo da parte i dubbi, lasciando spazio al cuore.

Perché intanto la Primavera ormai è arrivata, ed è con essa che tornerà il bel tempo. Il tempo da dedicare alle persone care, trascorrendo buona parte delle prossime domeniche con i miei amici, organizzando barbecue e aperitivi al mare. 

Tempo, inteso in senso atmosferico, ideale per rinunciare a giubbini, cappotti e sciarpe, in favore di sgargianti t-shirt e fantasiose magliette a mezze maniche. Dovrò comprarne delle altre.
Tempo da utilizzare per programmare il mio prossimo viaggio all'esterno (Cracovia e Varsavia in netto vantaggio su altre mete), per mettere a frutto ulteriormente l'esperienza che sto vivendo qui durante i collaudi, per stringere nuove amicizie, godermi l'affetto dei miei familiari.
Tempo da centellinare per riordinare le idee, riprendere da ciò che era stato interrotto, dando un senso a tutti gli obiettivi da perseguire, senza mai perderli di vista. 
Tempo di prendere fiato e tornare a combattere, ad amare, a vivere. Cose che, in fondo, possono essere semplici. Come respirare.