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lunedì 17 settembre 2018

May It Be...

(Dal Diario del 13/05/2018)

Sono ancora qui, a fare i conti con me stesso, con l'incertezza di una trasferta lavorativa sempre più indefinita, la cui scadenza sembra sempre più impossibile da definire, da prevedere. Non so quanto questo incida, quanto possa influire sul mio attuale stato d'animo. Questo mese, o poco meno, di assenza dalle pagine del Blog, contiene un bel po' di roba: non saprei davvero da che parte cominciare.
I primi giorni di Maggio, in particolar modo, sono stati frenetici, pieni, ricchi di significato e di esperienza, e devo ammettere che non sempre sia stato capace di non farmi travolgere dagli eventi e dai relativi quanto molteplici sviluppi. Che poi, a dirla tutta, potrebbe davvero essere la parte più interessante. 

Inutile rimarcare quanto peso abbiano avuto le giornate lavorative (talvolta lunghe fino a 10 ore), i periodi a ridosso di scadenze improcrastinabili, le esigenze di business, i pranzi al volo, i cambi forzosi di albergo per il budget ristretto. Non avevo mai considerato la possibilità di poter essere in balia dell'alta stagione.
E’ un bell’insieme di roba, tutte cose che, senza dubbio, prese singolarmente non avrebbero poi un impatto così rilevante. Ma, come sosteneva Totò (ed è raro che non sia d’accordo con le sue citazioni),”è la somma che fa il totale”. Azzecatissima quanto mai, nella fattispecie.

A scanso di equivoci, non vorrei che tutto questo risuonasse come una litania di lamentele, o come un piagnisteo ingiustificato. Gli impegni in ufficio, combinati a quelli “extra”, aiutano a distrarsi, tendono a non farmi pensare troppo in negativo, contribuiscono a far trascorrere quasi in maniera inconsapevole le giornate, ma d’altro canto, inizio sempre più a temere che nelle settimane a venire, ci possa essere sempre meno tempo da dedicare ad altro. E, sempre soffermandomi all’aspetto della quotidianità, sebbene non abbia cambiato idea su quanto mi piaccia, e quanto trovi interessante il mio lavoro (specialmente in questa sua dimensione di sviluppo, decisamente più creativa), devo ammettere che il livello di difficoltà si sia alzato, e non di poco.
Non che non sia uno abituato a dover fronteggiare compiti e responsabilità ben oltre le proprie competenze. Fa parte del mestiere. E lo dico realmente in tutti i sensi.

Esiste una possibilità, dentro me ne sono assolutamente convinto, che il trovarsi di fronte a questo muro di "precarietà", un un certo senso, di fronte ad uno stato periodicamente consolidato di incertezza, senza appigli sicuri, senza visibilità, senza aver modo di conoscere la propria sorte, incrementi, se non del tutto almeno in parte, questo fastidioso stato di malessere, che di tanto in tanto riesce ad affiorare. E' vero, lo so, in fondo anche questo "faceva parte del piano". Mi hanno spedito a Roma, parlandomi di un periodo variabile, da sei mesi ad un anno. Se questi due termini fossero, per assurdo, gli estremi di un intervallo (ogni tanto anche io riesco a far sfoggio delle mie reminiscenze matematiche), mi troverei sicuramente più vicino al secondo. E non sembra che si tratti di una posizione definitiva. Resta ancora tutto in via di definizione. Un viaggio ancora molto misterioso.

Che, se da un lato può anche starmi bene per il senso positivo di imprevedibilità, di possibili risvolti positivi insomma, dall'altro inizia ad influenzare le certezze costruite finora, a mettere a rischio la solidità dei legami costituiti, per i quali sento di voler investire tutto ciò che ho, senza risparmiarmi. Fino a prova contraria, ovviamente.

Nonostante questo, tralasciando per un attimo tutto l’insieme dei miei doveri professionali, etici, ecc ecc, tutto sommato, posso dire che non si stia poi così male. Come è giusto che sia, le temperature inizieranno a salire (procediamo spediti, sempre più di prepotenza verso l’Estate), inutile spendere ulteriori opinioni a riguardo della mia insofferenza per il trimestre in questione. Esula dalla faccenda il discorso “ferie”, per le quali sono e sarò sempre un entusiasta sostenitore. A proposito, c’è ancora un viaggio da organizzare, una meta da scegliere per bene, varie modalità, itinerario e luoghi di interesse, ma avendo già previsto il sovraccarico di impegni delle prossime settimane (con un occhio di riguardo alle mie finanze, detto proprio onestamente), credo che alla fine opterò per un viaggio in Polonia, possibilmente spaziando tra Cracovia (di cui mi hanno detto un gran bene), Varsavia e, se possibile, inserendo un tour in quel di Auschwitz. Ce la posso fare.

Ciò che invece proprio non sarò in grado di fare (ma sono già abbondantemente in modalità “me ne farò una ragione”), è prevedere questa ondata di “cambiamenti”, o forse sarebbe meglio dire di novità, che già in questi tiepidi giorni di Maggio, ed oltre ogni ragionevole dubbio, andranno a condizionare le prossime settimane, i prossimi mesi e, come francamente inizio ad augurarmi, il prossimo capitolo della mia vita.





domenica 8 aprile 2018

Breathe...


La Primavera è ormai arrivata da un paio di settimane piene ed i suoi effetti iniziano a sentirsi. Al netto di una manciata di giorni caratterizzati da temperature molto basse (nulla di eccessivamente preoccupante, in verità), il clima tende sempre più ad assestarsi, soprattutto per la gioia dei freddolosi atavici. A dirla tutta (ma questa non è una novità, almeno nel mio caso), non hanno perso occasione di farsi sentire anche gli effetti della famigerata Ora Legale: come essere investiti in pieno da un rinoceronte bianco, come venire storditi da una granata “flashbang”, insomma... ci siamo capiti.

Ci è voluto un po' per riprendere il ritmo consueto, e devo dire che la cosa diventi sempre più fastidiosamente percettibile, anno dopo anno. La mia (fortunatamente) lieve condizione di meteoropatia atavica potrebbe avere avuto un ruolo in questo. Immagino di doverne tener conto.

Come sempre, e si potrebbero fare tantissimi altri esempi relativi a mie esperienze passate, la risposta a certi interrogativi risiede maggiormente in una sommatoria, per non dire concomitanza, di fattori, piuttosto che in un unico "fenomeno". I pensieri si accumulano ultimamente. Può capitare di non riuscire a sbrigare tutto, a riordinare le idee, mettendo ogni cosa a suo posto, come darsi da fare, nel prendere le proprie t-shirt appena stirate (sicuramente da qualcun altro, visto che al momento non sono capace di stirare), e metterle a posto, ciascuna nel proprio cassetto.

A volte è un po' più semplice, mentre in altre occasioni, il disordine è tale da renderti impacciato, poco reattivo, ed inevitabilmente fai fatica, anche solo a pensare di voler gestire il tuo tempo.
Potremmo definirla la parte peggiore, dello status di "solitario", a dispetto di tutto ciò che di buono sto ricevendo dalla mia condizione di indipendenza. Possono esserci dei momenti di debolezza (anche se mi rendo conto che il termine non sia esattamente calzante in questo caso specifico), durante i quali si tende a fare paragoni, ad immaginare situazioni diverse, ad accendere il motore dei propri desideri. Questi ultimi, in maniera particolare, sono tutti lì, nessuno li muove da dove li abbiamo lasciati. Eppure, la prospettiva può subire minuscole, quanto percettibili variazioni e, pur restando intatti, possono talvolta sembrare più lontani, o viceversa. Magari è tutto legato a questo periodo, oppure, più banalmente, si tratta di uno stato d'animo passeggero. Tutto è possibile.

Personalmente mi piace pensare che persino una fase del genere possa essere una sorta di prologo, chiamiamola "introduzione" a qualcos'altro. Qualcosa di positivo, di sorprendente dal punto di vista positivo. E, giuro su ciò che mi è più caro, non sto fingendo di essere all'oscuro di chissà quali avvenimenti futuri. Non sto bluffando, dico sul serio. E' più che altro un overflow di convinzione, forse riflesso della mia volontà. Non lo so, non posso dirlo con estrema certezza.

So di dover continuare a non dare per scontato le cose, le persone soprattutto e le opportunità. So bene di avere il compito di restare con i piedi ancorati al terreno, di sfruttare al massimo il tempo e le occasioni ad esso legate, per provare sempre a migliorare. E so che, per far tutto questo, dovrò metterci parecchio "del mio". Magari anche un pizzico di creatività. Poco ma sicuro.

Del resto, non sarebbe certo qualcosa da improvvisare. Non posso ancora ritenermi un vero esperto, ma nemmeno sarebbe corretto definirmi un principiante. Persino in questi ultimi giorni, ho avuto modo di far pratica, non senza aver fatto comunque un po' di fatica. E, potete credermi, ve lo dice uno dotato di fervida immaginazione, solo per usare un eufemismo.

In questo modo, per quanto possa sembrare contorto, il mio piatto di "yakisoba" ordinato con Just Eat, ha discretamente sopperito alla profonda nostalgia per la tradizionale zuppa di cozze (meglio definirla zuppa di pesce, visto che mia madre evita l'utilizzo delle cozze) del Giovedì Santo.
E, sì, magari l'atmosfera di goliardia e di spensieratezza tipica della classica scampagnata di Pasquetta può in certi casi essere inarrivabile, ma posso confermare (e non credo di essere il solo) che condividere un intero "casatiello" napoletano in ufficio, con i tuoi colleghi trasferisti (lucani, pugliesi, romani e sardi), ci va molto, molto vicino.

Sono solo due piccoli esempi, me ne rendo conto. E non fraintendetemi. Non sto assolutamente dicendo che non abbia sentito la mancanza di casa o della zuppa del Giovedì Santo (mi è mancata da morire, e nemmeno lo avrei mai creduto). Per non dire di quanto avrei voluto trascorrere il Lunedì "in albis" con una grandiosa gita fuori porta, grigliando carne, bevendo birra, e calciando momentaneamente via i miei problemi, con la stessa enfasi con cui si calcia l'onnipresente Super Santos. Talvolta è solo questione di atteggiamento, di consapevolezza, e ci metterei pure una non trascurabile dose di pazienza. Come a voler prendere fiato. Quell'attimo in cui si trattiene il respiro, espandendo al massimo la propria cassa toracica, prima di tuffarsi in acqua, percependo il brivido.
Nell'attesa, spesso frenetica, è vero, di gustare esperienze nuove. Nella voglia di mettersi costantemente in gioco, di sfidare le proprie possibilità. Nel desiderio di assecondare le proprie passioni, mettendo da parte i dubbi, lasciando spazio al cuore.

Perché intanto la Primavera ormai è arrivata, ed è con essa che tornerà il bel tempo. Il tempo da dedicare alle persone care, trascorrendo buona parte delle prossime domeniche con i miei amici, organizzando barbecue e aperitivi al mare. 

Tempo, inteso in senso atmosferico, ideale per rinunciare a giubbini, cappotti e sciarpe, in favore di sgargianti t-shirt e fantasiose magliette a mezze maniche. Dovrò comprarne delle altre.
Tempo da utilizzare per programmare il mio prossimo viaggio all'esterno (Cracovia e Varsavia in netto vantaggio su altre mete), per mettere a frutto ulteriormente l'esperienza che sto vivendo qui durante i collaudi, per stringere nuove amicizie, godermi l'affetto dei miei familiari.
Tempo da centellinare per riordinare le idee, riprendere da ciò che era stato interrotto, dando un senso a tutti gli obiettivi da perseguire, senza mai perderli di vista. 
Tempo di prendere fiato e tornare a combattere, ad amare, a vivere. Cose che, in fondo, possono essere semplici. Come respirare.









venerdì 9 febbraio 2018

Another Perfect Day...

Ed è così che se ne va un altro giorno. La mente finisce inevitabilmente sull'immagine del pennarello rosso, che senza indugi, si imprime sulla casellina giusta, tracciandovi una "X". E vedo, lo noto distintamente, che sta continuando a tracciarne, una dietro l'altra. La sensazione che ne risulta è più o meno la stessa. Soltanto un altro giorno "perfetto", a chiudere un'altra settimana "perfetta". 

Forse, e la cosa appare sempre più probabile, nell'ultimo periodo, sono arrivato al punto in cui siano proprio queste, le settimane, le vere unità con cui viene scandito il mio tempo. Ci pensavo già da un po', a dire la verità.
Ci pensavo anche lunedì scorso, giorno in cui, come ogni lunedì da circa sei mesi a questa parte, salgo sul treno, in direzione Roma, città dove attualmente vivo e lavoro. 

Lontano, lontano da tutti. Lontano dai miei affetti, dai miei parenti. A volte lontano persino da me stesso, mentre altre volte, così maledettamente vicino. Al punto da star bene davvero. E' strano, lo so.
Scavalco la parentesi del weekend all'insegna di amici e familiari, finendo per prender posto, accanto ad una miriade di pensieri, sul numero 9618 di Trenitalia. E mentre viaggio verso le rive del Tevere, non posso fare a meno di guardare fuori dal finestrino. Lo sguardo, perso, non so se da qualche parte, forse rivolto dentro me. Faccio fatica a realizzare, a contestualizzare. Il tempo diventa talvolta inconsistente, come fosse zucchero a velo. In altre occasioni, invece, risulta insormontabile, manco fosse una porta blindata. Non fraintendetemi, so benissimo che in fondo in fondo, me la sia cercata. Sono perfettamente consapevole di aver a lungo desiderato una situazione del genere, la più vicina possibile alla mia aspettativa di indipendenza, dal punto di vista della mia realizzazione individuale.
E' solo che, in determinate circostanze, spesso diventa veramente dura. E mi rendo conto che non sia semplice affrontare tutto, che non sia facile sopportare tutto il peso, stando da soli.

Il clima rigido di Febbraio, post giorni della merla, non aiuta, ed anzi accentua notevolmente.
Cerco di farmi forza, di concentrarmi sull'obiettivo e stringo i denti. Del resto, quale sarebbe l'alternativa? Sentirsi così, a tratti spaesato, può succedere. Occorre avere pazienza.

"PAZIENZA: Sostantivo femminile, singolare. Qualità di chi sopporta serenamente avversità, molestie, indugi; Calma, costanza."

Ecco come il nostro dizionario definisce il termine “pazienza”. Eppure, sebbene il suo significato sia piuttosto netto, non ho mai ben capito se si trattasse di una caratteristica totalmente o in parte acquisibile nel tempo, oppure di una nostra personale “dotazione” di serie, per dirla in termini cari agli amanti dell'automotive. Mi chiedo (e in fondo mi son sempre chiesto) se io stesso sia o meno dotato di questo tipo di qualità. Analizzandomi nei comportamenti, ammetto che non sia immediato capirlo. Almeno per me. Provo a trarne qui qualche piccolo spunto. Allora. Mi verrebbe subito da pensare ad una mia caratteristica determinante: la drasticità. Il che potrebbe far pensare ad una totale assenza di pazienza, ad una totale incapacità di gestire situazioni complicate, nella mia indole. Certo, potrebbe. Ma, quasi sicuramente, l’analisi (o il suo tentativo) così condotta ne uscirebbe scarna e priva di argomentazioni. C’è dell’altro, questo è sicuro. Non può esaurirsi tutto qui.

Per quanto possiate avermi colto in fallo con questo minuscolo sfogo, la sostanza non cambia. 
Magari il solo "denunciare" la monotonia delle cose, potrebbe voler dire porsi in uno stato di accettazione. Ed averlo fatto così, esprimendone in maniera tranquilla le conseguenze, senza necessariamente aver giocato un ruolo apatico e remissivo, non è forse equivalente ad una serena sopportazione (vedi dizionario)? La cosa pare avere una sua logica. 

Di momenti come questi ce ne saranno ancora, ma so che saprò attenderne la fine, per riuscire a godermi meglio ciò che verrà poi. E, credetemi, non nutro affatto dubbi a riguardo.
Così come so che cenare da solo, mangiando un insalata di tonno e farro, non sia paragonabile alla possibilità di prepararsi un piatto caldo, tra le comodità della propria cucina. 
Così come so che, spesso, ritrovarsi a passeggiare, in solitaria, fino a tarda sera, possa far sentire freddo anche a chi, il freddo, sostiene di sopportarlo bene. Senza troppi patemi.

Così come so che, in alcune circostanze, le pareti di una stanza di albergo possano quasi "restringersi", tipo a voler togliere il respiro, quando dubbi e preoccupazioni varie attanagliano la mente. Potrebbe, e la cosa avrebbe proporzioni disastrose, ridursi tutto a questo, ma per fortuna non è il mio caso. Credo e non smetterò di sperare che le soddisfazioni possano essere in maggior quantità rispetto alle attuali delusioni. “In fondo uno spera sempre, giusto?”

Piccoli, semplici e banalissimi esempi, scanditi dal tempo. Tempo a sua volta scandito da settimane. 
Che continuano a passare, senza che riesca ad accorgermene, giorno dopo giorno.
Come quelli appena vissuti, capaci, nonostante tutto, di regalarmi emozioni, delle più svariate.
Basta solo improvvisare, uscire dagli schemi preimpostati. Rinunciare a fare calcoli.
Si finisce facilmente per gustarsi dell'ottimo gelato al pistacchio, molto meglio se racchiuso in una brioche soffice, guarnito con un mare di panna montata. Anche in pieno Inverno, riesce quasi a riscaldare come una zuppa bollente. Diversivo decisamente approvato.

In altri casi, si finisce in mezzo a decine di persone, le stesse presenti con me al MACRO (Museo di Arte Contemporanea) per assistere alla mostra sui Pink Floyd, sentendosi molto meno soli, accomunati dalla stessa passione, ammaliati dalla possibilità di ammirare con i nostri occhi cimeli storici come la mitica Esquire "specchiata" di Syd Barrett, o la Stratocaster Candy Apple Red di David Gilmour, completamente immersi nelle note dei brani che hanno letteralmente scritto la mitologia della musica Rock.

Succede, infine, di poter stringere amicizie con colleghi nuovi, raccogliere attestati di stima, farsi apprezzare per la propria gentilezza, riuscendo a farsi valere nel proprio lavoro, cercando il più possibile di fare esperienza, di restare umili, e nello stesso tempo sorridenti, anche quando, per un solo insignificante istante, potrebbe venir voglia di mollare. Perché alla fine, conta solo ciò per cui vale la pena vivere, andando avanti, settimana dopo settimana. Giorno dopo giorno. Proprio come questo. Semplicemente un altro giorno perfetto.





giovedì 1 febbraio 2018

Lettera aperta ad Olivier Giroud....

Caro Olivier,
Mi ricordo bene il giorno in cui sei approdato nel nord di Londra. E' curioso, non sono molti i casi in cui mi è capitato lo stesso, però me lo ricordo. Sono passati più di 5 anni. L'estate del 2012 era ormai alle porte, e sebbene non fosse ancora ufficialmente iniziata la campagna trasferimenti, noi Gooners eravamo già piuttosto rassegnati all'idea di dover perdere RVP.

L'olandese, stufo delle sempre più stucchevoli chiacchiere di Arsene Wenger ed in cerca di nuovi stimoli (senza dubbio anche dal punto di vista economico), non perse mai l'occasione di far capire che non avrebbe rinnovato il suo contratto con l'AFC, e di lì a poco avrebbe firmato per il Man Utd di Sir Alex Ferguson. Del resto, ci eravamo già "cautelati" prendendo Podolski praticamente ad Aprile, ma l'ennesima rivoluzione (per non dire l'ennesimo sconvolgimento del progetto) non sarebbe stata ancora completa. Non del tutto. 

La situazione finanziaria, per quanto strettamente in linea con un modello di "autosostenibilità", non poteva dirsi certamente rosea. O, comunque, di sicuro non sarebbe stata paragonabile rispetto alle risorse economiche dei Club più prestigiosi d'Europa, oltre che d'Inghilterra. Tra i contratti di sponsorizzazione non ancora adeguati, ed il peso non trascurabile del mutuo per il nuovo Emirates Stadium, non ci sarebbe stata chissà quale possibilità di scelta. Bisognava fare di necessità virtù.
Sostituire, o quanto meno provare a farlo, un goalscorer come Robin van Persie (al picco della sua carriera), con un attaccante da almeno 20 reti a stagione, e con possibilità economiche abbastanza limitate.

Arsene Wengèr, che in alcuni periodi, sotto l'aspetto della lungimiranza in fatto di talenti, è stato un vero e proprio mago, ha provato a pescare in Francia, e non certo per la prima volta.
Non eri nemmeno arrivato materialmente a Londra, ed eri già stato caricato di una responsabilità mostruosa, seguita, come spesso accade, da una massiccia dose di pregiudizi.
Avresti mai potuto riempire il vuoto lasciato da RVP? 

Mi ricordo bene che mio fratello Giovanni (un vero appassionato a tutto tondo) mi diceva spesso:"Questo è proprio forte, ha fatto la differenza al Montpellier che ha vinto il titolo..."
Ed effettivamente, ero al corrente del tuo status di capocannoniere, ma non avevo mai avuto modo di seguirti più di tanto. Forse la deriva della mia pseudo-idiosincrasia nei confronti dei "numeri 9" in senso classico, quelli più statici, cosiddetti centravanti boa, della mia atavica preferenza per quelli velocissimi, funamboli dal dribbling irresistibile e dalla tecnica eccellente. Non essendomi ancora documentato in merito alle tue doti, ti avevo sempre associato alla prima categoria. Nel tuo caso specifico, ci ho messo davvero poco a rendermi conto di quanto fossi in errore. A rendermi conto di quanto sarebbe stato complicato inscriverti in una categoria chiusa e ben definita.

Me ne sono reso conto ammirandoti (in un paio di occasioni dal vivo), durante questi tuoi anni in maglia biancorossa. L'ho fatto, sempre con curiosità, partita dopo partita. Ti ho visto spesso far reparto da solo, facendo valere la tua stazza imponente, senza però sacrificare il bello stile. Sicuro nel gioco aereo, elegante nel disimpegno, abilissimo a creare lo spazio per gli inserimenti dei compagni (ne sa qualcosa il miglior Ramsey), e con un sinistro poderoso. Sei stato per me un centravanti "sui generis", non certo decantato come i tuoi omologhi ben più prolifici, ma poco importa. E magari non sarai stato letale come Henry, o prolifico come Ian Wright. No, su questo non c'è dubbio.

Spesso, però, agli occhi di un tifoso, non è tutto ciò che conta. Certi eroi silenziosi riescono comunque a rubare la scena, ed a catalizzare l'attenzione, la stima, l'affetto. Lo fanno, riescono a farlo, magari anche senza vincere il Pallone d'Oro, tanto per dirne una. Io lo posso ben dire, senza alcuna difficoltà. Almeno questo è il mio modo di intendere la passione per il Football, oltre che per l'Arsenal F.C. nello specifico.

Per il tuo immenso spirito di sacrificio, per come hai ogni volta onorato la nostra maglia fino al 90', per i tuoi 105 fantastici goal in tutte le competizioni (citando in particolare lo "Scorpion Shot" contro il Crystal Palace, che ti è valso il Premio Puskas 2017), per tutte le volte in cui mi hai faftto cantare a squarciagola "Hey Jude" modificandone il testo con il tuo nome, per le 3 FA Cup e per i 3 FA Community Shield conquistati, ti ricorderò per sempre, come uno dei miei giocatori preferiti in assoluto.

Non so ancora per quale motivo tu abbia scelto di andare proprio al Chelsea F.C. (o forse lo so e preferisco illudermi del contrario), ma non saprai mai quanto sia doloroso doverne prendere atto, senza per questo riuscire a detestarti. Nonostante ciò, sappi che ti porterò sempre nel cuore. Grazie di tutto, Olivier. E' stato davvero stupendo. 



domenica 7 gennaio 2018

Little by little...

Domani si riparte. Domani riprendono le "ostilità", quasi citando il gergo tecnico dei miei amati radio/telecronisti di una volta. Mi riferisco ad un'era geologica fa, il periodo in cui iniziavo ad affacciarmi con maggior curiosità al mondo dello Sport, del calcio in particolare, seguendone le vicende e gli eventi, soprattutto grazie a mio padre, che non si perdeva una, che fosse una, trasmissione sportva. Gli stessi anni in cui le emittenti televisive private non avevano ancora un raggio di diffusione così vasto, ed in cui erano i maestri del giornalismo sportivo della redazione di RAI Sport a riempire il fine settimana calcistico. Mi vengono in mente i vari Marino Bartoletti, Carlo Sassi, Franco Strippoli, Paolo Valenti, Fabrizio Maffei, Tonino Carino (da Ascoli), Saverio Montingelli, fino ad arrivare agli ancora attuali Marco Civoli, Mario Mattioli e Stefano Bizzotto. Personaggi che, per il loro modo di raccontare quelle immagini già per me accattivanti, hanno poi contribuito ad alimentare questa mia passione per la scrittura. Non si tratta di una classifica, tengo a precisarlo. Però, devo proprio dirlo, che bei tempi erano quelli.

Sembra siano trascorsi secoli, ormai. Poco alla volta, eppure il tempo è passato.
Così come questo periodo di ferie, con dentro tutte le festività natalizie, trascorse a casa, in famiglia, con i miei genitori, i miei fratelli ed alcuni dei parenti con cui il legame è rimasto ben saldo. Insomma, esattamente come dovrebbe essere. 

Archiviata questa lunga e piacevole parentesi di cibo in abbondanza, tra gli affetti familiari ed il clima più goliardico, è già tempo di ricominciare. Poco a poco, bisognerà riabituarsi ai frenetici ritmi quotidiani, al suono della sveglia (solo il lunedì, visto che, per pigrizia, gli altri giorni lavorativi della settimana mi lascio svegliare dalla vibrazione del mio cardiofrequenzimetro), alle consuetudini della vita in ufficio, alle direttive da eseguire a stretto giro, ai tempi di consegna, ai rapporti con superiori, ma anche a quelli con i colleghi, alla gestione della giornata ed a cercare di venirne fuori sempre al meglio. 

Nonostante una gita romana in stile "toccata e fuga" durante il giorno dell'Epifania, con i miei amici di sempre, devo ammettere di aver sentito un po' la mancanza di Roma. Probabilmente devo aver più che altro sentito la mancanza della mia vita indipendente, dei miei spazi, della mia privacy, del fatto di potermi gestire in autonomia, in tutto e per tutto. Non smetterò mai di ripetere quanto questo non significhi non riuscire a convivere con i miei familiari. Ma, nello stesso tempo, mi rendo conto che non sia del tutto facile da rendere in termini pratici, e mi limiterò, di conseguenza, esprimendo soltanto il concetto nella sua forma banale, proprio come prima. 

Poco a poco, volta per volta, ritroverò la costanza negli allenamenti, sfruttando al massimo il tempo che avrò a mia disposizione. Il periodo festivo è risultato tale anche dal punto di vista fisico, e per quanto non sia stato del tutto inattivo in quel senso, devo assolutamente rimettermi in carreggiata e recuperare il tempo perduto. E' bastato ridurre drasticamente le mie sessioni in palestra, facendo spazio allo stato di peccaminosa perdizione, offerta dal divano, dalle serie televisive su SKY (o anche su FOX) e da Metal Gear Solid V "The Phantom Pain" (per Playstation 4), per risentire in maniera più sensibile degli effetti dell'influenza (che comunque, da ciò che si dice, pare abbia mietuto più di un milione di persone). Ah, quasi dimenticavo. Inutile anche soltanto sottolinearlo. E' finito anche il tempo di questa cucina casalinga, senza limiti alle calorie, con le famose porzioni di mia madre, capaci di soddisfare il fabbisogno dell'intero Reggimento Corazzieri. Si torna al vecchio "caro" (per modo di dire) schema di alimentazione corretta, variegata e, possibilmente, quanto dolorosamente, a ridotto contenuto di carboidrati (bentornato, cornetto integrale!). Dopo quello che ho mangiato in queste ultime due settimane, direi che sia proprio il caso. Non sarà semplice e soltanto il pensiero mi provoca una sorta di senso di "malessere", accompagnato da leggeri crampi allo stomaco. Sì, non sarà semplice. Ma posso farcela. Poco a poco.

E' solo l'inizio, lo so. Proprio come l'inizio di questo nuovo anno e delle eventuali "avventure" che esso potrà riservarmi. E, per quanto possa essere irrazionale, so già che ce ne saranno.
L'ultima parte della trasferta servirà per recuperare forma fisica e mentale. Per prepararmi a tutti quei possibili scenari che mi si presenteranno, di volta in volta.

Continuando il più possibile a non voler necessariamente programmare tutto, ma nello stesso tempo, facendo mente locale, per mantenere alto il focus sui miei sogni e sui miei obiettivi. 
Dando la priorità a ciò che mi preme, più di ogni altra cosa, e dalla quale può scaturire il resto. Come in una reazione chimica perfetta. Perché intendo iniziare da basi solide, per costruirci su il mio futuro.

Perché, per quanto a volte sembri il contrario, so che là fuori ci sono persone fantastiche, di cui voglio continuare a fidarmi. Perché, tra queste, vi sarà una persona per me, col filo rosso stretto al dito. Ed è stupendo pensare che, in qualche modo, anche Lei abbia iniziato a cercarmi, per le stesse identiche ragioni. Il rischio di illudersi rimarrà alto, ma non rinuncerò e non avrò paura. Da parte mia, comincerò facendo la mia parte, con tutto ciò che questo implica di conseguenza. Mettendoci tutto, ma proprio tutto quello che ho. E' ovvio.

A meno che non sia il primo a fare tutto il possibile per renderlo esaltante, brillante, divertente ed ancora più bello di quello precedente, sarà praticamente inutile riporvi speranze o alimentare i propri sogni. Perciò sarà opportuno cominciare quanto prima. Persino ora, in questo preciso istante. Vado subito a preparare lo zainetto ed il mio bagaglio. Il viaggio sta per continuare ed onestamente ho proprio voglia  di scoprire come andrà. Poco a poco.


domenica 31 dicembre 2017

The Great 2017 Review...

Esco fuori al balcone. Il clima non è certamente ideale, ma ne sento la necessità. Sono ancora in tuta (perché ormai, tranne mia madre, avrete capito che non dormo in pigiama), ma esco lo stesso. La casa dei miei genitori è al sesto piano, la veduta non è malvagia. Per quanto il cielo non sia terso, si vedono le case, i palazzi, gli edifici, ed un Vesuvio, parzialmente imbiancato. Sembra un pandoro. 

Mi soffermo un po' sui dettagli, ma in realtà, so bene che non è ciò che sto osservando. Seppur idealmente, o forse a livello inconscio (chissà?), oggi, 31 Dicembre 2017, mi trovo lì fuori, semplicemente a guardare "in faccia" un altro anno che se ne va. Apparentemente, lo fa quasi in sordina, con passo felpato. Pensandoci meglio, capisco che non sia così. Semmai tutt'altro.
Sì, magari potrà anche essere passato velocemente (almeno questa è stata la mia percezione), ma ciò non vuol dire che, nel farlo, non abbia lasciato i segni, nel bene e nel male. 
E se così non fosse stato, beh, parlo da un punto di vista strettamente personale, sarebbe stato solo uno spreco di tempo. Non ho dubbi.

Provo ad osservare meglio questo 2017 che sta per finire. Confermo, senz'altro qualcosa mi ha lasciato. Non sempre in maniera delicata, non sempre con il giusto tatto. In alcune occasioni lo ha fatto con veemenza, quasi graffiando. Non sempre le cicatrici poi vanno via. Non del tutto.
Se il 2016 era stato archiviato come un anno di consapevolezza, nella sua particolarissima intensità, quello che sta per dileguarsi, incarna tutta l'essenza dell'imprevedibilità. 

Fin dai suoi primi passi, non ha fatto altro che fornirmene esempi, a più riprese, ed in maniera eterogenea. Che la vita fosse una serie di incastri tra variabili impazzite, senza soluzione di continuità, mi era già ben chiaro da tempo. Il 2017, in questo senso, si è dimostrato esemplare.
Cominciando, giusto per fare un esempio, con una trasferta in quel di Roma, per i collaudi "SLIM", che mai avrei auspicato. Una trasferta che si è tradotta in un'esperienza incredibile, che mi ha portato a conoscere tante persone speciali, e persino ad accrescere le mie competenze professionali.

Una trasferta, cosa ancora più imprevedibile, che si è addirittura ripetuta, nel periodo più opportuno, proprio al rientro dalle vacanze estive, o comunque giù di lì. Una cosa, questa, di vitale importanza.
Che ha compensato, seppur in parte, il mio desiderio di avere una vita "indipendente", una certa privacy, al punto da dedicare gran parte del mio tempo libero alla ricerca di un appartamento.
Un obiettivo non ancora realizzato, non certo per mia responsabilità. Ma, nel caso specifico, ecco l'imprevisto, ed in particolare, il suo risvolto positivo. Un cambio di mentalità, questo, che finalmente sono riuscito a padroneggiare, nel tempo, e di cui andrò sempre fiero.

E che, già dallo scorso anno, riesco a portare avanti, nonostante tutto, nonostante le difficoltà che continueranno a palesarsi, perché continueranno a farlo, sempre, e ad ogni momento.
Del resto, anche quest'anno ci sono stati momenti critici, da cui non è stato semplice ripartire. In generale, veder sgretolare un'amicizia di lunga data (11 anni circa), non credo sia un'esperienza piacevole. Ed eufemismo a parte, posso dire che sia stata una prova piuttosto dura da affrontare. Non soltanto da superare. Ma anche questa, per quanto triste, rientra nel novero delle esperienze.
Solo una delle tante, regalatemi da questo 2017 ormai prossimo a salutarmi/salutarci.

Senza voler necessariamente passare in rassegna tutti gli avvenimenti, mese per mese, mi verrebbe subito da pensare, oltre a quanto detto, alle nuove conoscenze fatte, a quelle fortunatamente approfondite. Mi verrebbe da sottolineare il fatto di avere finalmente raccolto i primi frutti dei miei allenamenti, dopo circa 2 anni (sono passato ad indossare una "L" (super slim fit), se non addirittura una "M"), dopo aver riscontrato un generico aumento di forza e resistenza fisica. Chissà che a breve non possa tornare a indossare gli scarpini da calcio. Mah. Voli pindarici.

Mi verrebbe, ancora, da pensare alla magnifica esperienza di Copenhagen, dei colori della favolosa cartolina offerta dai tramonti sul Nyhavn, dalla traversata dell'Øresundsbron, fino ad arrivare in Svezia, un piccolo sogno realizzato. Piccolo, certo, ma non per questo meno importante.
Mi verrebbe, ancora, da pensare alle varie uscite, con i miei preziosi amici, alle ragazze conosciute durante questi mesi, ai vari appuntamenti avuti (tra cui l'appuntamento più imbarazzante dei miei 34 anni di vita, roba da Top 5 per citare "Alta Fedeltà" di Nick Hornby, proprio ad inizio Dicembre, di cui forse racconterò qualcosa in futuro).

Insomma, un bel po' di elementi, di cose impensabili, molte di queste che non avrei nemmeno pensato alla lontana, ma che, alla fine della fiera, contribuiranno a consolidare la mia esperienza, il mio bagaglio. Ed è su questa "falsa riga" che intendo continuare. E' questo il percorso che voglio seguire, su cui voglio costruire idealmente il mio futuro, volta per volta. Ficcandomi una buona volta nella zucca che, invece di star lì a pianificare l'impossibile, sarà meglio godersi ogni giorno, dall'inizio alla fine, apprezzando le persone vere, le piccole cose, gli attestati di stima, quelli in grado di fare un passo indietro e di scusarsi, chi non rinuncia a dire "grazie", o chi ti apprezza per come sei realmente, senza pregiudizi. Ecco, questo si che è un bel po' di roba. Quasi sicuramente non darà spazio ad eventuali buoni propositi, che a questo punto, lascerò stilare ad altri.

Mi basterà riuscire anche solo a procedere in questa direzione, partendo da qui. Magari senza certezze, e senza appigli sicuri. Ma in fondo, è proprio questa la parte migliore.
So solo che ho già il mio bel da fare, a cui spero possa aggiungersi qualcosa di concreto, di "cartaceo", di cui forse un giorno vi parlerò. Forse già dall'anno prossimo. Proprio quello che sta per cominciare.








sabato 23 dicembre 2017

Next Year...

(dal Diario del 22/12/2017)

Manca un solo giorno. L'ultimo giorno prima delle agognate Ferie Natalizie, ed inevitabilmente inizio a diventare impaziente. Quest'anno, poi, sarà diverso. No, non mi riferisco a nulla in particolare. Non c'è alcun riferimento a persone (siano esse assenti o presenti), né a determinate situazioni. Ma, detto onestamente, un periodo di "vacanza" così lungo (in pratica rientrerei il giorno 8 Gennaio in ufficio) non lo vedevo dai tempi della scuola. E da quando ho lasciato i banchi del Liceo, diciamo che è passato un po' di tempo. E mi fermo qui.

Sarà bello sperimentare di nuovo questa sensazione. In effetti, pensandoci bene, sarà un distacco piuttosto netto. Non che sentissi la nostalgia di casa, o la mancanza della mia città. Anzi, il periodo che sto attraversando non mi dispiace affatto. E, questo, a dispetto di altre "componenti" mancanti o di sfumature non del tutto ben definite. Nulla di irrisolvibile. A maggior ragione, considerando questo "mood", questa particolare atmosfera, che riesce quasi sempre, inspiegabilmente, a farmi sentire bene. Per quanto sia semplice, o comunque banale, come espressione, ammetto di non riuscire a formularlo in maniera diversa.

So bene, ed ora più che mai lo comprendo, che non per tutti sia così. So bene che non tutti proveranno gli stessi sentimenti, le stesse sensazioni di "benessere". Del resto, non tutti i contesti sono paragonabili. Ci mancherebbe.

Ciascuno di noi porta con sé il proprio background, che può più o meno incidere, nel bene o nel male, sulla propria idea del Natale e di tutto ciò che vi ruota intorno. Si può passare dall'esserne totalmente indifferenti, quasi seccati. Come se queste due settimane non avessero nulla di così diverso dalla prima quindicina di Ottobre. Zero significato. Apatia assoluta.

Fino ad arrivare addirittura a detestarlo, denigrandone in maniera completa ogni aspetto, vedendovi del marcio, con innato rigore meccanicistico, persino nelle persone che lo festeggiano in maniera pacifica, nella snervante e spasmodica attesa che possa passare al più presto. Visione legittima, che però non riuscirò mai a condividere né ad appoggiare. Per quanto questo "ostracismo" possa magari anche essere motivato da momenti difficili, perdite dolorose, ricordi spiacevoli, magari al punto da inaridire la propria predisposizione a festeggiare o a condividere con altri la gioia tipica delle festività, spero di non dovermi mai trovare in una posizione analoga. Nel mio caso specifico, sarebbe come perdere un clamoroso appiglio. Non penso di potermelo permettere.

Pur consapevole, come affermavo poc'anzi, di non poter cambiare, o meglio, influenzare necessariamente, ed in maniera positiva, le persone che non riescono a godersi nemmeno l'aspetto meramente goliardico di questo periodo, non posso fare a meno di restarne un po' dispiaciuto. C'è poco da fare a riguardo, inutile girarci attorno. E mi spiace, mi spiace perché ne "vedo" sempre di più che la pensano così, in maniera cinica, per quanto legittima (ripeto), ma pur sempre cinica.

Il discorso si potrebbe allargare certamente più in generale, e non soltanto in riferimento al periodo delle Festività. Pensavo che lo stesso tipo di approccio possa essere tenuto anche per quanto concerne il tema del Nuovo Anno, degli eventuali "buoni propositi" o delle tante aspettative, da sempre, ad esso connesse. Manco a dirlo, finire in un impetuoso vortice di pessimismo e sconforto, diverrebbe semplice e scontato come perdere la manche decisiva al giochino delle "Tre Carte".

Mi rendo conto di essere un caso "a parte", in tal senso. Non avrò mai la presunzione di poter stabilire quale sia il modus più corretto, o quale sia l'atteggiamento più opportuno.
Da questo punto di vista, mi sembra quasi di essere su, in alto, nel cielo, tipo aldilà di un ammasso di nubi. Sì, diciamo, come, non so se avete presente, quei buffi palloncini riempiti con l'elio, che si vedono alle feste ed alle fiere di paese.

Tendo a volare, prendendo quota, e in questa fattispecie, le distanze, da un certo tipo di atteggiamento. Quest'anno, che dopo le festività Natalizie si chiuderà con i suoi bilanci, non è andato del tutto come avrei voluto, ma so che nulla è ancora definito. So che l'anno prossimo ci saranno altre variabili, altri imprevisti da tenere in conto, per quanto sia possibile tenere in conto uno o più imprevisti, e va bene così.

Non mancheranno i problemi, le preoccupazioni, i sacrifici e le rinunce, ma voglio procedere, senza tergiversare, verso i miei obiettivi, facendo il possibile per realizzarli. E, continuando a salire, continuando a rischiare, incrocerò lo sguardo di chi mi darà del folle, di chi mi inviterà a desistere, facendomi riflettere sui "contro", sulle eventuali contropartite, su quanto sia impossibile o complicato. Sfiorerò, seppure per poco, i volti, e le mani, di chi quest'anno, in un modo o nell'altro, ha avuto modo di conoscermi, dicendo addio, per sempre, a chi non mi ha compreso, senza alcuna possibilità di appello. Recidendo ogni legame con chi mi ha deluso. Tenendo ancora con me quelli che invece lo hanno fatto (mi raccomando, afferratemi se dovessi andare troppo in alto...) e, nello stesso tempo, preparandomi a dare il benvenuto a tutti quelli che verranno, durante questo nuovo anno che sta per iniziare. Restando positivo. Restando sempre me stesso. Perché, ancora una volta, non avrò tempo di essere pessimista. Tutto sommato non ne ho nemmeno voglia. Potrebbe sembrar strano, detto dalla solitudine di una camera di albergo, dopo una cena a base di noodles istantanei. Eppure è così, non faccio fatica ad ammetterlo.

Ma forse, da "quassù", dalla mia prospettiva in fondo non lo è più di tanto. In fondo per me non è così difficile. Basta davvero poco. Come lo scambio degli auguri e dei saluti, con gli altri trasfertisti, oggi in ufficio. Oppure come il sorriso (ed il bacetto) della collega bionda, con gli occhi verdi e lo sguardo da pantera, seduta lì di fronte a me. O, ancora, come il Bacio Perugina, lasciato sul mio Laptop, in maniera "anonima". O, più semplicemente, come il fatto che intendo godermi queste vacanze al meglio, nel pieno senso del mood Natalizio, sfruttando al massimo tutti questi giorni che avrò a disposizione. Preparandomi, come si deve, a tutto quello che verrà. Perché, anche se sono ancora "in volo", proprio come uno di quei buffi palloncini ad elio, non ho certo dimenticato i miei sogni.
E, per quanto adesso mi trovi ancora a volare, non ho dubbi: l'anno prossimo approderò a casa mia.



giovedì 14 dicembre 2017

Ink...

Non ho tatuaggi. Nemmeno uno. Nemmeno un piccolo, microscopico, insospettabile tatuaggio, nascosto in qualche regione recondita del mio corpo. Ogni tanto, nei momenti di minor concentrazione, questa cosa balza fuori. Ma non è che sia un tema poi così ricorrente. Qualche volta, specie di recente, mi è capitato di parlarne con mio fratello, Salvatore. Che, proprio come il sottoscritto, non ne possiede nemmeno uno (almeno, che io sappia). Solo che, a differenza mia, sembra molto interessato ad invertire il "trend", ed è in procinto di tatuarsi (a detta sua) il braccio, interamente. Del tipo, o tutto, o niente. Non un simbolo astratto, o magari una frase. Tutto il braccio.

Certo, per quanto inesperto sul tema, so bene che la disputa sul fare uno o più tatuaggi, piuttosto che sul "dove" farli, sia piuttosto comune. Ne sento discutere di tanto in tanto, e nelle occasioni più svariate: talvolta mentre sono in pausa caffè, in mezzo a gruppi di colleghi, altre volte in treno, ascoltando senza volere, le conversazioni di altri passeggeri. Insomma, nulla di nuovo o di particolarmente sconvolgente. E' più che all'ordine del giorno.

Nonostante questo, ho potuto notare che le opinioni in merito siano le più disparate. 
Nella mia famiglia è sempre stato visto come argomento taboo. Tematica paurosamente "borderline". Mi riferisco in particolar modo alla mia fase pre-adolescenziale. Guai soltanto a parlarne. Perfino commentare in maniera "favorevole" un tatuaggio, fosse questo relativo ad un attore, ad un personaggio del mondo dello Sport, o del figlio della vicina del cugino di terzo grado, ci avrebbe automaticamente (e misteriosamente) trasformati in membri affiliati al più spietato Clan della Yakuza. Etichettati, senza possibilità di appello.

Che poi, a dirla tutta, questo è un retaggio non certo esclusivo della mia famiglia. E' solo una tra le tante sfaccettature, del profondo "bigottismo" di questo paese. Ma non è che abbia poi inciso così tanto sulla mia scelta. 
A maggior ragione dopo aver conseguito la maturità (in tutti i sensi), non ci ho mai dato troppo peso o importanza.

Anzi, per la verità, dovendo proprio dirla tutta, giusto qualche mese fa, in Primavera, mi sono recato presso un noto studio di tattoo della mia zona. L'ho fatto così, di puro impulso, incalzato in parte da precedenti conversazioni con amici, colleghi, ecc. 
Avevo ipotizzato di potermi tatuare qualcosa che richiamasse in qualche modo la mia "particolare" fede calcistica. 

Vagliando le alternative, avevo pensato successivamente di tatuarmi l'ideogramma giapponese (o forse è più corretto dire "kanji") della parola "TENSHI". Infine, avevo valutato pure di farmi tatuare una frase, qualcosa che fosse di effetto e relativamente personale (avrei scelto "LIFE IS TOO SHORT TO LAST LONG" da Bored to Death dei Blink-182). Insomma, avrei avuto senz'altro più di una opzione plausibile, ma di fatto, alla fine della fiera, l'indecisione ha avuto il sopravvento, ed è subentrata quella piccola particella di razionalità che c'è in me. Approfittando della situazione, quest'ultima ha saputo farsi strada, ridimensionando il mio impulso. E, sostanzialmente, convincendomi a fare retromarcia, addirittura prima di metter piede nel negozio. Niente da fare.

E' strano, perchè in genere, per questo tipo di scelte, specie quelle in cui è molto forte la presenza del mio istinto, non sono uno che tentenna. Certo, di base resto un tipo abbastanza "indeciso", ma quando so quello che voglio, tendo ad essere piuttosto diretto, senza indugi. E' possibile, non ne ho la certezza assoluta, che mi sia venuto in mente come avrei potuto reagire a distanza di dieci, o anche vent'anni. A come avrei potuto cambiare idea. All'eventuale senso di pentimento che ne potrebbe scaturire. Diciamoci la verità: non sono certo questi i presupposti per potersi fare un tatuaggio. Semmai il contrario. Essere sfiorati dal dubbio, ti fa capire di non essere predisposto a qualcosa del genere. O, semplicemente, di non essere ancora pronto. 

Ho sempre osservato questo "mondo" da lontano, da una certa distanza anche, ed ho capito di saperne molto poco. Quasi niente, in realtà. Magari mi sbaglio, ma ho sentito dire che di norma ciascun tatuaggio abbia un suo speciale significato, e che lo stesso non vada necessariamente rivelato. 
Tra quelli che sono prossimi a farsi il primo tatuaggio, e quelli che ne hanno due o tre, ma che, se potessero, tornerebbero indietro nel tempo perchè pentiti, diciamo che mi trovo in una specie di "limbo", da cui non so se uscirò mai. Forse non ne farò mai uno. O forse cambierò idea, e ne acquisirò maggiore consapevolezza, per poi farne uno. In fin dei conti, riflettendoci, la cosa potrebbe non fare alcuna differenza da un punto di vista sostanziale.

Il mio nome resterebbe comunque "Angelo", anche se non me lo facessi tatuare, con il suo equivalente in "kanji". E vogliamo parlare della mia fede calcistica? Del fatto che, nei pressi dell'Emirates Stadium vi sia una parete con su una placchetta (tra tante altre) che riporta il mio nome, cognome ed una dedica? Più indelebile di così?

A parte gli scherzi o le considerazioni più banali, esistono chiaramente significati molto più complessi, attribuiti a persone care, eventi particolari, momenti speciali. Esprimere i propri sentimenti per tutto questo, o provare a farlo, tramite un simbolo, una frase o un disegno da tatuarsi sulla pelle, è un modo legittimo di conferirgli importanza.

Ma non certo il solo. Nel mio caso specifico, e l'ho compreso crescendo, riesco almeno adesso a farlo in maniera diversa, ma del resto non così dissimile. L'esperienza, nel tempo, costituisce il primo filtro, quello essenziale. Le maglie sono larghe, nel bene e nel male, ci passa un po' di tutto. Ma questo non importa, non è influente. E non intaccherà il risultato. Man mano si andrà avanti, il filtro si assottiglierà, in maniera progressiva. La memoria, che per fortuna è selettiva, ne rappresenta l'ago, preciso e inesorabile.

Bagnandosi di inchiostro, procederà spedito, lasciando le sue tracce sulla pelle. E sarà per crearsi un varco, da cui farlo fluire, per andare sempre più a fondo, sempre di più. Fino a raggiungere il cuore, ove si poserà, per lasciarne il segno. I colori, impastati ai sogni, si ribellano, si accendono e prendono vita. Le ferite e le cicatrici rimaste sulla sua superficie, per quanto dolorose, avranno ancora di più un senso, ed uniranno i loro tratti, come a voler formare un unico disegno. Unico, complesso, eppure semplice, intrecciato di nomi, di momenti e delusioni, decorato da attimi di pura gioia, intriso di emozioni. Resisterà agli addii, e non si cancellerà. Continuerà ad espandersi, cambiando ancora nella forma e nel colore. Fin quando non avrò trovato la mia persona. Fin quando non sarà lei a trovare me. In modo da poterne incidere il nome. E tenerlo dentro me. Per sempre.


giovedì 30 novembre 2017

La Teoria del Sognatore...

Avete mai provato, almeno in un'occasione, a forzare il vostro carattere, smussandone i lati più spigolosi, cercando di cambiare (magari in parte, ma comunque in maniera significativa) voi stessi? Io sì, per quanto mi riguarda, ammetto di averci provato tempo fa. Attenzione, però. Non parlo della flessibilità o della capacità di sapersi adattare alle situazioni. Mi riferisco ad un radicale cambiamento del proprio modo di fare, di essere, di pensare… Sì, io ci ho provato, dico davvero. E' stato durante la delicatissima fase della adolescenza, una fase che sicuramente tende a lasciare il segno, un po' nella vita di tutti. Ed in tutta onestà, a distanza di qualche annetto (per essere buoni) non pare abbia ottenuto il benché minimo risultato. Ad oggi, e con una discreta dose di convinzione, sembra evidente che tale tipo di cambiamento sia del tutto fuori dalla mia portata.

Eppure vi confesso che, per una volta, specialmente in quella particolare fase, mi sarebbe piaciuto provare a cambiare carattere, modo di essere, di rapportarmi con le persone (ovviamente riuscendoci) per vedere come poi sarebbe cambiata la mia vita, di conseguenza. "Per vedere di nascosto l'effetto che fa", come avrebbe detto Jannacci. Ed in effetti, sì, la curiosità è rimasta forte in questo senso. Parecchio. Anche perché sono sempre stato portato a pensare (forse errando, non lo nego) che il cambiamento avrebbe potuto "migliorare" le cose o, quantomeno, migliorare la mia capacità di reagire ad imprevisti e/o situazioni spiacevoli a cui, un diverso modo di porsi, in generale, non darebbe il minimo peso.

A fronte di tutte le esperienze che, nel tempo, mi hanno temprato, rendendomi in pratica ciò che sono oggi, è sempre più subentrata una matura e serena accettazione di tutto quello che riguarda la mia indole. E questo vale nonostante le migliaia di difetti che mi caratterizzano. Si nota la mia spiccata vena di ottimismo, vero?

Ci metto anche la fortuna di aver ricevuto una solida educazione (merito, questo, dei miei genitori). Ma, essendo sempre stato abituato a mettermi in discussione in primis, non nascondo che ci sia stato un periodo della mia vita, durante il quale ho dubitato parecchio su me stesso e sul mio modo di pormi (specialmente nelle relazioni interpersonali). Ed in passato la cosa mi ha fatto star abbastanza male. Ora, per quanto ad oggi il problema non si ponga, non so se sia stato giusto o sbagliato. Come molti mi hanno detto, un criterio oggettivo per stabilirlo non esiste. E, con il senno di poi, mi trovo abbastanza d'accordo. Quello che so è che, di sicuro, non sarei riuscito a cambiare granché, nemmeno volendo. Oggi ne ho piena evidenza. C'è poco da fare, ed è comunque un argomento già ampiamente affrontato. Va anche bene così. Alla fine sono quasi giunto all'idea che l’essere fatto in una maniera, piuttosto che in un’altra, sia una questione “genetica”.

Qualcosa di impossibile da predeterminare. Mi è sempre piaciuta, in tal senso, la distinzione tra "Uomini d'Amore" e "Uomini di Libertà", evidenziata dal grande De Crescenzo, nel suo intramontabile "Così parlò Bellavista". Ciononostante, io che ho sempre voluto personalizzare ogni cosa, sono andato oltre (forse perché non in grado di collocarmi in una, piuttosto che nell'altra categoria), ed ho ipotizzato una diversa differenziazione. Magari più banale, lo so. Ma che ritengo un tantino più efficace.

Pertanto, secondo me, il genere umano può essere, grosso modo, divisibile in due gruppi. Il primo è formato da quelli che definirei "Razionalisti": persone che scrutano ed analizzano il mondo con occhio critico e attento, senza fidarsi mai delle apparenze, riuscendo, nel 99% dei casi ad arrivare ad una verità oggettiva. Per esclusione (e forse per sfortuna) io appartengo al secondo gruppo, opposto al precedente: quello dei "Sognatori".

Noi Sognatori non potremo mai competere con i Razionalisti. Loro vivono sicuramente meglio di noi, riuscendo sempre a fare ordine nella loro vita e, volendo, potrebbero viverne un’altra, parallela, gestendo molteplici situazioni, convincendo le persone che vi ruotano intorno; vestono perfino meglio di noi e, in quanto a intelligenza pura, sono talmente brillanti che ci separa un abisso. L'ordine che li caratterizza è impeccabile. Noi Sognatori possiamo solo cercare di imitarli, ma ci risulterà quasi sempre impossibile. Ogni tentativo resterà goffo ed effimero. Non ci possiamo permettere una doppia vita, quella reale è già abbastanza incasinata (mi sono appena ricordato di dover preparare il bagaglio per domani). Il caos rappresenta il nostro ordine, e non soltanto dal punto di vista mentale (avete visto un paio di calzini blu?)

Allora sapete cosa facciamo? Proiettiamo la nostra vita reale in una dimensione migliore, fatta di sogni, costellata di speranze, progetti apparentemente più grandi di noi. Viviamo parte della nostra giornata, con la testa immersa tra le nuvole. Se ci va bene, l'atra parte della giornata la dedichiamo a qualcosa di diverso, che non sia il cercare un paio di calzini. Il Razionalista è consapevole dei rischi che potrebbe eventualmente correre, interfacciandosi con gli altri; non ha nulla da perdere. Può persino mettere in preventivo il grado di "convenienza" di un qualsivoglia rapporto, e non teme la perdita di affetti. Una vita migliore, quella reale, sarà sempre lì ad attenderlo. Quindi, passando al vaglio le circostanze in cui si troverà coinvolto (per sua libera scelta) e le persone che incontrerà, di cui ne ascolterà le voci, di cui ne incrocerà gli sguardi, o di cui ne leggerà i messaggi, potrà scegliere di chi fidarsi; alla fine, il Razionalista arriverà sempre ad una verità oggettiva: “le parole, se non seguite dai fatti, resteranno tali”.

Noi Sognatori mettiamo in gioco la nostra vera vita. Che poi alla fine è pure l'unica che abbiamo (per fortuna). Abbiamo tutto da perdere, ma non ci importa, perché siamo incoscienti. Saremo dietro alle persone a cui vogliamo bene. Sappiamo che ci sarà chi non si fida, chi ci guarderà sempre con sospetto, ma preferiamo credere il contrario, credere nel buono, talvolta illudendoci. E non cerchiamo approvazione. Nonostante tutto, non lo faremo mai.

Sapete, io sono un Sognatore, uno dei più incalliti. Per me, persino dietro un messaggio, una semplicissima stringa di caratteri, ci sarà sempre un’anima con dei sentimenti, sensazioni, paure, di cui riesco quasi ad immaginare un volto, una figura in base a ciò che, di riflesso, sento a mia volta. Giustamente si potrebbe pensare che sia poco per poter provare una tale sensazione e per potervi attribuire tale importanza. Si potrebbe facilmente pensare che sia “irreale” (almeno inizialmente) e che non valga la pena illudersi, per questo. Ma a noi Sognatori questo basta. E' un valore inestimabile, che chi Sognatore non è, non coglierà mai. E vorremmo sempre tenercelo stretto. Il rischio di restarne delusi, finendo per soffrirne in silenzio, tornando con i piedi per terra, resterà concreto. Giusto il tempo di asciugare le lacrime e di raccogliere i pezzi di cuore dal pavimento, però. Perché presto o tardi, ricominceremo a sognare.


domenica 19 novembre 2017

Come Clean...

Ho imparato, sulla mia pelle, che le scelte facciano cosi tanto parte della nostra vita, da poterla determinare, fino al punto di modificarne (nel bene o nel male) completamente il corso. E a volte non importa in che modo lo facciano, perché lo fanno, inesorabilmente, senza che ce ne rendiamo conto. Certo, se dipendesse dall’entità delle scelte, capirlo o solo intuirlo sarebbe più facile. Perché spesso, il più delle volte insomma, ci sembra che tutto sia determinato da quelle scelte enormi. 

Quelle grandi, smisurate come montagne, importanti al punto da far tremare le gambe. Che già nel momento stesso in cui si pongono dinanzi a noi, sembra già sia cambiato qualcosa. Sembra… anche se poi non è così. Non sempre, almeno. Non vanno mai dimenticate infatti quelle scelte piccolissime, impercettibili, letteralmente invisibili. Sono tanto apparentemente insignificanti, che le prendiamo senza accorgercene. In un secondo momento, magari ce ne accorgiamo, Ma solo dopo. Quando sembra sia troppo tardi. O quando magari la nostra vita comincia a cambiare in meglio, e non sappiamo ancora a chi attribuirne il merito. Qualcosa di importante e di meraviglioso si staglia di fronte alla nostra vita, ed ecco che saltano fuori i come, i quando, e i perché. Poi ci si ferma, ci si calma. Iniziamo a pensare e a cercare di ricordare. A riflettere, facendo mente locale. Escludiamo i Santi, troppo impegnati (giustamente) altrove. Eliminiamo a priori i miracoli (non siamo certamente noi a meritarceli). E allora? Non ci viene in mente null’altro? Come volevasi dimostrare, quindi. Piccole, impercettibili scelte.

Difficilmente ci ricorderemo come e quando le abbiamo affrontate, o intraprese, ma sapremo che la nostra vita si sarà poi mossa in relazione a tali decisioni prese quasi inconsciamente. Pertanto a nulla varrà la “spinta” proveniente da tutte quelle decisioni imbarazzanti, solenni o difficili da prendere. Non sarà necessariamente la scelta della facoltà a influenzare con stabilità il proprio futuro. La decisione o meno di consegnare un documento agli addetti alla burocrazia, di presentare una candidatura ad una certa offerta di lavoro, non cambierà più di tanto. 

La scelta del ristorante in cui festeggiare il proprio Matrimonio, la propria Laurea, per dire, sarà pure importante, ma fino a che punto? E vogliamo parlare della scelta in merito alla propria ideologia politica? Ai giorni nostri poi? Oh no, da scartare completamente. Pensiamoci meglio, va. Ci dev’essere qualcos’altro. Si che c’è. Poi ce ne accorgiamo, con effetto ritardato. Ben altre sono le scelte che facciamo e che si ripercuotono poi significativamente su di noi. 

Scegliere di alzarsi, piuttosto che rimanere a letto. Può sembrare un’inezia, ma può influenzare il nostro modo di comportarci, di affrontare gli ostacoli, e ci abitua al sacrificio. Scegliere di fidarsi delle persone, per poi trovarsele, al proprio fianco, e non rimanere soli. Scegliere di seguire il cuore nelle situazioni che ci si presentano, anche a costo di soffrirne; scegliere di farsi in quattro per un amico, senza pensare al fatto che possa, o meno, sdebitarsi in egual misura; scegliere di mettersi in discussione in prima persona, senza giudicare gli altri; scegliere di non fare gli sbagli che fanno gli altri, temendo il rischio di sembrare meno interessante o popolare agli occhi delle persone; scegliere di essere sé stessi, nonostante sia talvolta una cosa difficile da accettare, senza tendere a voler essere qualcun altro; scegliere di essere “veri”, senza nascondersi dietro ciò che non si è, senza filtri, facendo il proprio dovere, con correttezza e lealtà, per venirne sempre fuori puliti. 

Tutto questo ci determina veramente, ed influirà su ciò che saremo poi. Piccole o grandi che siano, le scelte implicano e comporteranno sempre delle conseguenze che andranno ad influire su quello che sarà di noi. E non importa perché, come e quando lo facciano. Perché intanto lo fanno, sebbene non sia semplicissimo rendersene conto all’inizio. Ogni scelta ha sempre delle conseguenze. 

C’è poco da fare. Si è liberi di scegliere ma nello stesso tempo, ironia della sorte, si è obbligati ad accettarne le conseguenze. Buffo, vero? Conseguenze che possono essere dure come sentenze a volte, ma che vanno accettate completamente, senza differenze. Bisogna prendere tutto il pacchetto. Anche quando magari non risulta di nostro gradimento. Lo sa bene chi sceglie (anche inconsapevolmente) di estromettere una persona dalla propria vita. Sia che lo faccia di sua volontà, con una scelta ben determinata, sia che lo faccia perché non si capacita a scegliere, credendo di poter rimanere in eterno in bilico, con la propria indecisione. Credendo. Perché poi non sarà sempre così. 

L’indecisione lo lascerà privo di quella persona, e con solo un mucchio di polvere nel vento. Penserà che avrebbe dovuto scegliere. Scegliere diversamente. Eh si… Perché in effetti gli esseri umani sono proprio strani. Apprezzano ciò che hanno, solo dopo averlo perso.


domenica 12 novembre 2017

November Rain...

E' stata una settimana piuttosto dura. Non è raro quando si è in prossimità della chiusura di un collaudo (uno dei tanti da qui a Febbraio, almeno). Ancora una volta, però, ho fatto del mio meglio per gestire il tempo che avevo a disposizione. Tempo che, di fatto, non è stato così abbondante come in altre occasioni. A cominciare già dallo scorso lunedì, con Roma letteralmente paralizzata dal traffico: solo uno dei possibili effetti delle lunghe e copiose piogge che continuano a sferzare la città da giorni e giorni. Senza contare lo sciopero generale dei trasporti di venerdì, che ci ha regalato un'ora e poco più di ritardo, giusto in tempo per il nostro rientro a Napoli. Naturalmente sotto la pioggia. Avevo dimenticato quanto l'umidità potesse incidere materialmente sul clima.

Lo sbalzo di temperatura è stato notevole, forse più per quanto riguarda le percepite. 
Si, lo so, in fondo siamo a Novembre inoltrato, e non dovrei lamentarmi troppo, tutto sommato.
E, pur passando periodicamente dal clima sub-tropicale dell'ufficio, ai 12 gradi (con annessa umidità) dell'esterno, posso ritenermi fortunato a non aver beccato febbre, influenza, varie ed eventuali.

Non posso permettermi di ammalarmi, considerando l'impegno di lunedì prossimo, fatidico giorno per mia cugina Annalisa che convolerà a giuste nozze con il suo fidanzato americano. Ah, proprio quest'ultimo, a proposito, ha scelto me come suo testimone di nozze. Una bella responsabilità, che mi onora non poco. Soprattutto conoscendo il valore "anglosassone" di tale ruolo. E' la prima volta che mi succede, e provo un bel po' di sentimenti misti.

Soprattutto orgoglio, ma non nascondo di essere un tantino nervoso. Avete presente quella sensazione che si prova quando si è impreparati? O quando si teme (anche in maniera ingiustificata) di non essere all'altezza della situazione o delle aspettative altrui? Ecco, diciamo che più o meno siamo lì.
Succede a periodi, non si tratta di una condizione cronica. Alti e bassi, all'ordine del giorno.

Ci sono volte in cui ho meno preoccupazioni per il futuro. Meno pensieri che mi frullano per la testa.
Di solito riesco ad essere più positivo, spensierato, ottimista in generale. Suppongo sia uno dei tanti riflessi della mia età, della mia educazione, del contesto in cui sono cresciuto.

Che si tratti di una giornata dedicata ad un evento importante, o del mio rendimento sul lavoro, piuttosto che della costruzione di nuovi rapporti interpersonali, cerco sempre, per quanto possibile, di controllare le mie perplessità, i miei piccoli momenti di sfiducia, provando a trasmettere energia positiva. Sono convinto che riuscirò a farlo in ogni momento, imparando a gestirmi ancora meglio sotto questo aspetto. E so anche che, in questo percorso, potrò subire dei colpi o, cosa addirittura peggiore, potrò rischiare di ferire qualcuno. Ad oggi non ho alternative, se non quelle di assumermene i rischi e tutte le responsabilità che ne deriveranno. Come ho sempre fatto.

In fondo questo periodo rappresenta il preambolo alla stagione invernale, al dormire sotto la trapunta, al calore familiare, alle festività Natalizie ed a tutta una serie di cose che personalmente adoro: per quanto possa sembrare retorico, non sarà qualche "giorno di pioggia", a cambiare ciò che provo.
Certo, lo so. Di strada da fare ne ho ancora parecchia, e non posso permettermi il lusso di perdere altro terreno. Non dopo quanto fatto e visto durante quest'ultimo anno.

Dal vuoto di una camera d'albergo, fisicamente lontano dai miei affetti, sarà tutto meno semplice. Certi giorni, anche la solitudine potrà sembrare più cupa e più pesante rispetto al solito.

Ma d'altro canto mi aiuterà a concentrarmi meglio sui traguardi che intendo raggiungere, a dispetto dei sacrifici da fare, ed a farmi scivolare addosso tutta la diffidenza che potrò ricevere. 

Perché, nonostante tutto, come recita una delle mie canzoni preferite, "non far caso all'oscurità, possiamo ancora trovare una soluzione, e non c'è nulla che duri per sempre, persino la fredda pioggia di Novembre".




domenica 22 ottobre 2017

Imitation of Life...

No. A differenza di quel che possiate pensare, non ho deciso di chiudere i battenti. Non adesso. E, no, non sono stato ancora rapito dagli alieni. Per quanto questa espressione possa non necessariamente avere una accezione negativa nel mio modo di vedere le cose. Mi rendo conto sia passato quasi un mese, e che la mia "produzione" generalmente venga scandita su base settimanale. Potrà sembrare come una scusa, anche banale per certi versi, eppure non riesco a trovare spiegazione alternativa a questa. 

L'ultimo periodo, che si potrebbe tranquillamente circoscrivere in questo ultimo mese passato, è stato quasi di transizione. Ho dovuto abituarmi ai nuovi ritmi della vita in trasferta, che a dire il vero, non credevo sarebbero stati così frenetici. Nella maggior parte delle volte, la giornata inizia poco dopo le 9,00 del mattino, e se non ci sono intoppi o richieste tardive, termina intorno alle 19,00 o giù di lì.

Di tempo per fare altro, se non fosse chiaro, ne resta veramente poco. Pur facendo fatica, in tutto questo riesco ad inserirci un paio di allenamenti settimanali (non posso trascurare la mia salute), la gestione dei rapporti interpersonali, e tutte le faccende che la vita "solitaria" comporta. 

Non mi dispiace, anzi. In fondo era ciò che volevo, ed anche se non mi trovo ancora a gestire un appartamento, con annesse spese, oneri, pulizie, ecc ecc, la sostanza non cambia granché. Non sempre, certo, la vita in albergo è tutta "rose e fiori", bisogna comunque provvedere a sé stessi, sapersi organizzare, combattere la noia e sapersi adattare. Sembra che in questo, almeno, io stia migliorando. Piano piano, con i miei ritmi, ma ci sono. La strada è quella giusta.

E, intimamente, spero sia la stessa che possa un giorno condurmi a realizzare i miei obiettivi, per potermi sistemare, trovare casa, un ambiente adatto a me, ed una compagna di viaggio, con cui condividere tutto questo. Stando a Napoli, sarebbe tutto completamente diverso.

L'esigenza sarebbe nettamente più pressante, e sicuramente avrei più tempo da dedicare alle mie ricerche. A Roma non è così semplice. Dopo due sabati in straordinario consecutivi, trascorsi in ufficio, riesco finalmente a respirare per un intero weekend. Ma nel mentre, so di essermi perso qualcosa (non ultimo, il sessantesimo compleanno di mia madre), di aver tralasciato qualche dettaglio, di aver abbozzato un po'. 

L'esperienza che sto vivendo è dura ogni oltre aspettativa, ma mi piace, mi fa sentire vivo, mi stimola e mi interessa in egual misura. Per quanto difficile, non mi spaventa, anzi, mi incuriosisce.
E' una fase di "transizione", una specie di simulazione, di "imitazione" del percorso di vita che mi appresto a vivere. Non entro i tempi immaginati o quelli prefissati all'inizio dell'anno, magari.
Ma le intenzioni restano tali, così come il focus non verrà spostato di un solo millimetro.

Stessa sarà la volontà, l'impegno e le energie che ci metterò. Tra una pausa e l'altra, ci saranno momenti liberi, da dedicare a tutto il resto. Concretizzare le idee, fin qui semplicemente appuntate sul taccuino. Conoscere persone, stringere nuovi rapporti e consolidare quelli vecchi, mettendo in priorità quelli per i quali valga davvero la pena. Non sottovalutando ciò che potrebbe scaturire dalle nuove amicizie, dall'intensità dei legami che da queste ne deriva. Godendosi ogni momento, fino alla fine.



martedì 29 agosto 2017

Mood of the Day...

I primi cambiamenti iniziano ad avere effetto. Ci sono molte incertezze ed è come aver subito una serie di colpi (anche bassi) in rapida successione. Non so se si tratti di una primissima sensazione, o soltanto di una vana speranza. Ma mi pare di poter restare in piedi, nonostante tutto, riuscendo a non perdere di vista gli obiettivi. Forse non sempre sarà così, forse ci saranno giorni in cui mi troverò ad essere meno preparato. So soltanto che oggi, ed in questo particolare momento, sento di potercela fare, di essere più "incisivo" e determinato, nel tagliare i ponti con il passato e nel prendere decisioni nette, seppur drastiche. Non credo di avere tempo di buttar giù le mie impressioni, le mie analisi e una serie di possibili arringhe difensive a favore della mia psiche. Preferisco, una volta tanto, sfruttare l'intervento esterno di un testo, una poesia, scritta da Roberto Vecchioni, che spesso e volentieri mi capita sottomano, spuntando come fulmine a ciel sereno dalla mia playlist. Ne lascerò traccia qui, come se queste parole non fossero già impresse a fuoco sulla superficie della mia anima.

"E ti diranno parole rosse come il sangue
Nere come la notte
Ma non è vero, ragazzo
Che la ragione sta sempre col più forte
Io conosco poeti
Che spostano i fiumi con il pensiero
E naviganti infiniti
Che sanno parlare con il cielo
Chiudi gli occhi, ragazzo
E credi solo a quel che vedi dentro
Stringi i pugni, ragazzo
Non lasciargliela vinta neanche un momento
Copri l'amore, ragazzo
Ma non nasconderlo sotto il mantello
A volte passa qualcuno
A volte c'è qualcuno che deve vederlo 
Sogna, ragazzo sogna
Quando sale il vento
Nelle vie del cuore
Quando un uomo vive
Per le sue parole
O non vive più
Sogna, ragazzo sogna
Non lasciarlo solo contro questo mondo
Non lasciarlo andare sogna fino in fondo
Fallo pure tu
Sogna, ragazzo sogna
Quando cade il vento ma non è finita
Quando muore un uomo per la stessa vita
Che sognavi tu 
Sogna, ragazzo sogna
Non cambiare un verso della tua canzone
Non lasciare un treno fermo alla stazione
Non fermarti tu
Lasciali dire che al mondo
Quelli come te perderanno sempre
Perchè hai già vinto, lo giuro
E non ti possono fare più niente
Passa ogni tanto la mano
Su un viso di donna, passaci le dita
Nessun regno è più grande
Di questa piccola cosa che è la vita 
E la vita è così forte
Che attraversa i muri per farsi vedere
La vita è così vera
Che sembra impossibile doverla lasciare
La vita è così grande
Che quando sarai sul punto di morire
Pianterai un ulivo
Convinto ancora di vederlo fiorire 
Sogna, ragazzo sogna
Quando lei si volta
Quando lei non torna
Quando il solo passo
Che fermava il cuore
Non lo senti più 
Sogna, ragazzo, sogna
Passeranno i giorni
Passerrà l'amore
Passeran le notti
Finirà il dolore
Sarai sempre tu
Sogna, ragazzo sogna
Piccolo ragazzo
Nella mia memoria
Tante volte tanti
Dentro questa storia
Non vi conto più
Sogna, ragazzo, sogna
Ti ho lasciato un foglio
Sulla scrivania
Manca solo un verso
A quella poesia
Puoi finirla tu"