sabato 31 dicembre 2016

The Great 2016 Review...

Ultimo pomeriggio dell'anno. Il momento ideale per stilare bilanci, tirare le somme e fare delle considerazioni su questo 2016 che sta per giungere al termine. Una cosa che, in genere, faccio scrivendo qualche riga sui miei profili social, Facebook in primis.
Da un paio di mesi, con il ritorno del blog, avrò un altro canale di comunicazione. E quindi, perché non usarlo?
Dunque, si parlava di bilanci, valutazioni. Non è semplice. Devo ammettere che stavolta mi trovo in leggera difficoltà. Intendo, rispetto agli anni scorsi, dove magari avevo riscontrato segnali di crescita, momenti di soddisfazione e, soprattutto, nuovi stimoli.
Ma questo è stato un anno particolare, nel vero senso del termine. Bello pieno, carico, intenso. Un anno su cui puntavo molto e che, apparentemente, non ha alla fine portato i risultati sperati.
Non mancavano le aspettative, quelle no di certo. Eppure, me lo ricordo bene, l'inizio è stato incoraggiante. Le novità sul fronte lavorativo ci avevano fatto ben sperare, avevano placato le paure di molti, rasserenato gli animi. Mi sono sentito davvero tranquillo, per certi versi. E la cosa ha contribuito a consolidare rapporti, amicizie che non ritenevo possibili, e a fortificare legami già esistenti. Potrei estendere il discorso anche al di fuori dell'ambito lavorativo. Senz'altro.
Ci sono state tantissime esperienze positive in questo senso. Mi vien facile pensare alle uscite al Pub, alle serate di costante spensieratezza, tra una birra e l'altra. Oppure alle simpatiche incursioni fuori casa, con le piacevolissime grigliate domenicali, in mezzo al verde. Passando per la mia prima festa dell'Indipendenza Americana, nella spettacolare atmosfera del Carney Park.
Fino ad arrivare all'estate, a questa particolarissima ed indimenticabile estate, di cui continuerò a portare i segni. La stessa estate che ha segnato la fine di un percorso, durato ben otto anni, fatto di sogni, speranze e progetti futuri che purtroppo sembravano così vicini alla loro realizzazione. Salvo poi vederli crollare, davanti ai propri occhi, incapaci inizialmente di reagire.
Nel mezzo, l'esperienza di Amsterdam, indelebile sulla pelle: ricordi e sensazioni di un viaggio dolce-amaro, da portare sempre con me, come un tesoro prezioso.
E allora mi sarei potuto fermare, mettendomi semplicemente tutto alle spalle. Troppo facile sarebbe stato maledirti, caro mio 2016, considerando la centralità di quell'evento, così impattante su me stesso. 
Preferisco non farlo, e valutarti per tutto ciò che hai saputo darmi. Perché, è vero, da lì in poi, ho fatto più fatica. Da lì in poi ho avuto bisogno (e non poco) dell'aiuto di persone, familiari, amici, che mi hanno fatto capire e vedere le cose da una prospettiva diversa. 
Ed in effetti posso dire di aver intensificato il lavoro su me stesso, in questo 2016. Finalmente i progressi si cominciano a vedere, con tutto ciò che essi comportano. Mi ci sarebbe solo voluto un po' più di tempo per rendermene conto. E poco importa, dico davvero, che la consapevolezza sia arrivata leggermente in ritardo. Perché, si, magari considerando ciò che ho perduto, e la necessità di rivedere completamente il mio futuro, il bilancio potrebbe sembrare negativo. Ma non sarebbe giusto, non sarebbe corretto, escludere tutte le altre variabili dalla valutazione.
Non potrei certo tenere fuori i rapporti personali acquisiti (di cui alcuni, purtroppo, perduti per strada), o le esperienze vissute. Non potrei estromettere le emozioni vissute, o semplicemente, i magnifici ricordi che comunque conserverò. Non riuscirei nemmeno a dimenticare la vita colorata e pulsante del Dam, la mia vista sull'Amstel ed il profumo intenso di cacao, tra i mulini di Zaanse Schans. No, penso proprio che non potrei. E forse nemmeno voglio farlo. Quindi, dopo questo giro infinito di parole, credo che archivierò questo 2016 come un anno molto, molto particolare. 
Che mi ha segnato, ripeto, ma che nello stesso tempo mi ha preparato. Non so se in meglio, quello, eventualmente, lo scoprirò. So che un altro anno è passato, e con esso, son passate alcune idee che avevo in mente. Ma so anche di averne altre, nuove, pronte proprio qui. Che a tratti mi sembrano ugualmente interessanti e che, senza questo 2016, probabilmente non avrei maturato. 
Non vedo l'ora di metterle in pratica, già dall'anno prossimo. In fondo, pare sia una questione di ore.





sabato 24 dicembre 2016

Xmas Eve Special #1...

L'ultima settimana, direi forse gli ultimi 10 giorni, sono stati molto particolari. Potrei dire siano stati all'insegna di un interessante mix a base di stress, spossatezza e leggera frustrazione. Il motivo? Beh, sto cercando ancora di capirlo, di analizzarlo, se così si può dire. Probabilmente un insieme di fattori diversi, un concorso di cause, ma in questa fase temo di non essere perfettamente in grado di stabilirlo. Non con assoluta certezza, almeno. Il lavoro, quel particolare ambiente lavorativo, la considerazione quasi nulla da parte dei propri superiori e l'imposizione degli straordinari in un periodo così particolare, devono senz'altro aver avuto un ruolo cardine. 
Così come devono aver avuto un ruolo importante alcune incertezze ed alcuni strappi nei rapporti personali, che possono ferire i sentimenti, intaccare la propria autostima e lasciarti, per certi versi, spiazzato. Il periodo in questione, però, e lo dicevo poc'anzi, è molto particolare.
In men che non si dica, la tanto attesa Vigilia di Natale è qui, ed il mood sembra tornato ai suoi livelli. Specialmente negli ultimi due giorni. Perché, in fondo, quell'ambiente lavorativo non è composto soltanto da persone che stanno lì a giudicarti, con arroganza e supponenza. Esiste anche un'altra dimensione, quella dei colleghi più stretti, di cui alcuni veri e propri amici, con cui si può condividere molto, moltissimo. Quest'anno, poi, oltre alla nostra consueta cena "pre-natalizia", per farci gli auguri e divertirci insieme, lontano dalle pressioni di manager e supervisori, abbiamo sperimentato l'idea di scambiarci dei regali, fissando un budget simbolico insomma, ed estraendo a sorte il nome del beneficiario. Sono felice che il mio pensierino (un set di bicchierini da shot) siano stati apprezzati dal mio amico/collega. E nemmeno sapevo che li collezionasse. Gran colpo.
Del resto a me è toccato un buono da utilizzare su iTunes. Mi è andata benissimo.
A proposito di regali. Anche quest'anno, come gli ultimi tre o quattro anni, mi sono ripromesso di non ridurmi all'ultimo secondo. E pur avendo cominciato presto, più o meno un mese e mezzo fa, son riuscito a completare le operazioni giusto ieri, 23 Dicembre (grazie Amazon Prime!). 
Margini di miglioramento ce ne sono, è innegabile. Ma per stavolta sarà meglio non fare calcoli e rischiare di far promesse che poi non sarò in grado di mantenere. Preferisco godermi questo piccolo risultato ed il resto dei preparativi della Vigilia di Natale e del suo caratteristico cenone. Che, per quest'anno, non mi vedrà a casa con i miei. E, ovviamente, non mi vedrà a casa dei genitori della mia ex. Per cui sarò a casa dei miei zii, visto che avevo fatto una promessa a mia cugina ed a suo marito, un ragazzo americano che da circa 3 anni vive qui in Italia, e con il quale ho costruito un ottimo rapporto di amicizia. Abbiamo già stilato il programma della serata (soprattutto per quanto riguarda il menu), e sono felice del fatto che non sarò il solo a dover indossare il maglione più ridicolo nella storia. 
Bene, direi che come primo Special della Vigilia di Natale sia proprio tutto. Non mi resta che fare i miei migliori auguri di Buon Natale. E' giunto il momento di godersi queste festività.
Ma ci sarà ancora tempo per tornare a scrivere e raccontare vita, storie e pensieri di un alieno.


giovedì 22 dicembre 2016

Cast away...

“Noi navighiamo in un vasto mare, sempre incerti e instabili, sballottati da un capo all’altro. Qualunque scoglio, a cui pensiamo di attaccarci e restar saldi, vien meno e ci abbandona e, se l’inseguiamo, sguscia alla nostra presa, ci scivola di mano e fugge in una fuga eterna. Per noi nulla si ferma…”

BLAISE PASCAL



sabato 17 dicembre 2016

Paradise (Rakuen)...

Ci sono volte in cui è necessario fare un passo indietro. Si, insomma, guardarsi bene dentro, comprendere bene le proprie condizioni psicofisiche, decidere se sia opportuno continuare ad intraprendere un certo percorso, o più semplicemente a voler mettere in piedi un certo tipo di atteggiamento. Si tratta di quelle volte in cui inizialmente ci sembra di poter accettare il compromesso, facendoci tranquillizzare (in alcuni casi, direi, "narcotizzare") dall'eventuale speranza futura di poter ottenere qualcosa che sia quanto più possibile vicino a ciò che ci auspicavamo.
Salvo poi tornare con i piedi per terra, tornare alla base, rendendosi conto di non poter pienamente realizzare le proprie aspettative, se non stando bene "a metà" e con tutto ancora da definire.
Si tende a cadere nell'errore, possibile, di voler prevedere l'esito di una "battaglia", ma l'esperienza alla fine ci insegna a distinguere tra le situazioni. Voglio dire, a non confondere quelle situazioni fin troppo complicate, poco chiare e parecchio intricate, da quelle che magari, pur avendo decine e decine di ostacoli, lasciano intravedere la luce, la speranza concreta di poter finalmente giungere alla propria meta. Quel luogo, non necessariamente fisico, che muove in qualche modo i nostri passi, la nostra ricerca, verso desideri malcelati, ma comunque mai sopiti del tutto. 
Un posto tranquillo, dove potersi esprimere, sentendosi protetti, e dove i dubbi siano in netta inferiorità numerica rispetto alle certezze. Quell'angolo, talvolta nascosto, nella galassia delle nostre vite, che per quanto sia arduo da trovare esiste, e che la gente tende a chiamare "Paradiso".
La strada è certamente impervia ed in salita, ma non mi riferisco a nulla di ultraterreno. Certo che no. Le vette da scalare potrebbero essere ben più simili alla sommità della piramide dei bisogni di Maslow, ma sarà pur sempre una dimensione intima, concreta, palpabile.
E malgrado uno possa momentaneamente accantonare le sue ricerche, perdere di vista l'obbiettivo, o aver bisogno di fermarsi a prender fiato, prima di proseguire, si finirà ancora una volta ad ascoltare quella voce interiore, ed il bisogno di raggiungere quel luogo, mettendoci impegno.
E tenendo sempre a mente che, come diceva qualcuno, il nostro biglietto per il futuro è ancora bianco.


sabato 10 dicembre 2016

Il Filo Rosso del Destino...

Ne era valsa la pena. Più di ogni cosa, era ciò che gli balenava in mente. La vista di quel manto stellato, che si estendeva a perdita d’occhio, riusciva quasi a rinfrancarlo. Nonostante tutto. Scorci di luce tenue, tiepidi e delicati bagliori, simili a soffioni impalpabili, lo circondavano, concedendogli ristoro. Pensò di stare lì, per un attimo, per coglier l’occasione. Pensò di stare lì, posando lo zainetto, che mai avrebbe abbandonato.
Non senza tentennare, l’alieno si fermò. Non per pensare, questa volta. Non per soffrire, interrompendo il viaggio. Godendo di quella tranquillità effimera, spense i motori del cuore, e si appisolò. Sembrava funzionare. Smise di tremare. Finalmente ci era riuscito.
Non ebbe sogni in quel momento, non ebbe tormenti. Nessuna sorpresa, se non al risveglio. Ancora disteso, stropicciò gli occhi, per esserne certo. Poi guardò meglio. 

“Ciao…” - disse lei, con il capo rivolto sul suo.

“C-ciao… chi sei tu?” - rispose l’alieno, balzando all’indietro.

“Io sono… Posso stare vicino a te?” - incalzò lei.

“Non sono del posto, passavo di qua. Ma tu resta, se vuoi”.

La mente confusa, la vista appannata, sarà stato il torpore. Poi mise a fuoco, e si rese conto. Una figura femminile, eterea, perfettamente in linea con i tratti di quel paesaggio. Una dolce figura, dal tenero aspetto. Una stupenda visione, che però era reale.
L’alieno faceva fatica a crederci, ma lei, senza indugiare, gli prese la mano e disse così:

“Ti ho visto dormire, ti ho osservato a lungo e ti chiedo scusa. Non sei come gli altri.”

“Io non so cosa dire… Sei troppo gentile con me." - rispose l'alieno.

"E' quello che sento, ed è ciò che voglio. Nulla di più. Saperti qui mi rende serena e spero di rivederti ancora." - disse, mettendosi in piedi, per poi prepararsi ad andare.


"Io... credo di si, se riuscissi a passare la notte..."



"Laggiù c'è un capanno, potrai ripararti e restare tranquillo. Nessuno ti disturberà. Domani ti cercherò lì."



"A presto, allora." - disse l'alieno, poco prima di salutarla.



Fu strano, una sensazione intensa, quasi nuova, o comunque dimenticata. Sembrava fosse un sogno, il frutto della sua immaginazione. E ci pensò per tutto il tempo, fino all'indomani. Quando il secondo incontro non tardò ad arrivare.



"Allora dicevi sul serio!" - fece l'alieno, accennando un sorriso.



"Perché avrei dovuto mentire? Non ti farei mai del male..." - replicò lei, quasi contrariata.



"Scusa, non volevo offenderti. Piuttosto, tu chi sei?"



"Io sono... Senti, puoi darmi la mano? Intendo la mano sinistra." - chiese lei, all'improvviso.



"Ecco, io... Si, tieni." - fece l'alieno porgendole la mano sinistra.



"Ci vorrà poco. Ancora un attimo, ed avrò finito" - rispose lei, muovendo le mani come se stesse intrecciando qualcosa.



In quel momento sembrava stesse lavorando a maglia, con le sue mani, emulando i gesti tipici della tessitura. Ma non c'erano ferri, non v'era traccia di gomitoli, sembrava che tutto fosse fatto per gioco, per pura finzione. L'alieno non capiva, ma di tanto in tanto, riusciva a scorgere delle luci, simili ad impulsi, color cremisi, sempre più intensi. Impercettibili impulsi, eppure c'erano.


"Ecco fatto. Adesso ho finito. Magari era presto, forse non era ancora il momento giusto, ma a me non importa. Voglio darlo a te." - concluse lei.

"Di che stai parlando? Io non ti capisco..." - domandò l'alieno, con grande stupore.

"Lo scoprirai presto. E' questione di tempo. Ora devo andare, ma sappi soltanto che ti rivedrò."

"D'accordo, resterò qui allora e ti aspetterò.

Ancora una volta rimase da solo, ma le sue sofferenze sembravan svanire. Il suo cammino si era ormai bloccato in quell'Oasi di serenità, cui era così difficile credere. Cui era così difficile volersi allontanare. Ed in men che non si dica, arrivò anche il terzo giorno.

"Ben ritrovata!" - disse l'alieno sorridente, uscendo dal capanno.

"Ti ho detto che sarei tornata, e continuerò a farlo. Mi piace stare con te..." - ripose lei, con estrema dolcezza.

"Grazie... ma, non mi hai ancora detto chi sei."

"Io sono... Scusa se te lo chiedo, ma tu sei ferito?" - disse lei, cambiando il discorso.

L'alieno annuì, e senza vergogna, si voltò, mostrando la schiena nuda, flagellata da decine di cicatrici. Erano sparse su tutto il dorso, deturpandolo in maniera indegna. Volle fidarsi, e non fece male. Lei si commosse, e senza nemmeno pensarci, tese le braccia, e lo strinse da dietro, dicendo così:"Lascia che curi io le tue ferite, col tempo ci riuscirò..."

"Si, tu ci riusciresti. Non intendo oppormi e, anzi, posso solo ringraziarti." - rispose l'alieno - "ma vorrei sapere il perché del tuo gesto, l'altro giorno. Non me lo hai più spiegato..."

"Ti ho dato il Filo Rosso." - incalzò lei - "E' il Filo Rosso del Destino, quello che lega le persone destinate a stare insieme. E' un legame indissolubile, che mai nessuno dall'esterno può spezzare. A meno che non sia proprio uno dei due a volerlo..."

L'alieno era spaesato, ma guardando attentamente la sua mano sinistra, gli sembrò di intravedere un filamento, sempre più netto, di un colore rosso acceso. Il suo sguardo si illuminò, non sembrava affatto vero che stesse succedendo a lui. 



"Vorrei chiedere il perché del tuo gesto, ma per ora non lo farò..." - disse lui, in preda all'emozione.


"Non c'è un perché, ho voluto farlo. Così come ho voluto curare le tue ferite. Così come ho voluto stare insieme a te. Continuerò a volerlo fare, fin quando ne avrò modo. E domani, se vorrai, ritornerò." - concluse lei, guardandolo negli occhi.

"Dovrò pensarci bene, ma di una cosa sono certo. Resterò qui ad aspettarti, anche domani." - rispose l'alieno, salutandola ancora una volta.

Era un segno che aspettava, nello stesso tempo inaspettato. Quasi da far paura, o da togliere il fiato. Voleva capire, voleva comprendere il valore di quel gesto. Non riuscì a riposare, restando sveglio tutta la notte, a contemplare le stelle. Le stesse che avrebbero tracciato il suo percorso, verso le risposte che ancora non aveva. Verso il misterioso tizio con la Mappa del Mondo disegnata sul volto. Che forse avrebbe potuto aiutarlo. O che magari lo avrebbe soltanto dissuaso dal continuare. Non fece in tempo a farsi bersagliare dai pensieri, che il quarto giorno era ormai già arrivato.

"Finalmente sei arrivata..." - disse l'alieno, uscendo dal capanno.

"Ci sarò sempre, questo lo sai già." . rispose lei, sorridendo.

"Però... io vorrei sapere se sei il Sole!" - sbottò l'alieno

"Io... no. Non posso esserlo. Tu sei un alieno ed io una tua amica. Non posso essere il tuo Sole." - disse lei, voltandosi, con la voce rotta dal pianto.

"Ci avevo tanto sperato, ma è stato bello esserci andato così vicino, sfiorarne l'idea e, nello stesso tempo, farsi sfiorare dal tuo calore. Non lo avrei mai voluto ma... sarò io a tagliare il Filo. Spero tu possa capire." - disse l'alieno, singhiozzando.

"Rispetterò la tua decisione. Ma io tornerò, sempre qui, e non ti lascerò mai."

"Riprenderò il mio viaggio. Ma ti terrò sempre qui, nel mio cuore e non ti scorderò mai."

Così dissero entrambi, prima di separarsi, nonostante quel legame che nessuno mai avrebbe spezzato. Quel legame così forte oltre le diversità. Quel legame che soltanto uno dei due avrebbe potuto far cessare. 
Poco prima dell'alba, l'alieno raccolse le sue cose, facendosi nuovamente forza con il suo bastoncino, a cui teneva legato il fagotto, e si decise a riprendere il cammino. Ma a dispetto delle lacrime versate e quella nuova sensazione di vuoto interiore, pensò che, in fondo, ne era valsa la pena. Ne era valsa la pena. Più di ogni cosa, era ciò che gli balenava in mente. La vista di quel manto stellato, che si estendeva a perdita d’occhio, riusciva quasi a rinfrancarlo, restituendogli fiducia, nonostante tutto.

E al quinto giorno, lei, come promesso, tornò lì, per cercarlo. Guardò ovunque, cercando senza sosta, fra i cespugli nei pressi del capanno. Si spinse oltre il recinto, per scrutarlo all'orizzonte, ma dell'alieno non v'era traccia. 
Poco più in là, in lontananza, un vecchio contadino rientrava dai campi, nella luce del crepuscolo. Lei lo raggiunse di corsa e, quasi stremata, gli disse così:"Mi scusi, signore, ha per caso visto uno straniero andare verso Ovest?"


"Si. Così mi è sembrato." - rispose l'uomo - "Non era del posto e passava di qua, tagliando tra i campi. Faceva fatica, con il suo bastone, ma non ha esitato. E stringeva nei pugni un filo rosso. Il Filo Rosso del Destino."






giovedì 8 dicembre 2016

Lovely traditions...

Otto Dicembre. Vuol dire festività, rosso in calendario, che a sua volta vuol dire niente ufficio, niente stress lavorativo, niente traffico tentacolare. Aldilà di ogni possibile ricorrenza religiosa, per me il significato è solo ed esclusivamente quello relativo ad uno dei simboli natalizi per eccellenza: l'Albero. Mettendo da parte, almeno per un attimo, la sua valenza estetica, tra centinaia di possibili colori e forme diverse, la sua vera essenza (per me) è tutta racchiusa nel momento stesso in cui esso viene preparato. Ecco, quello è un momento speciale, "intimo" per certi aspetti, capace di incarnare una tradizione che affonda radici nel profondo, nel passato. Qui i ricordi si fanno più nitidi, dolci e piacevoli. Ciò che sovviene subito è lo spirito di aggregazione, il senso di collaborazione tra fratelli, la complicità. Soprattutto con mio padre, che nel tempo è rimasto, per un motivo o per un altro, il solo compagno in questo "momento" di condivisione. Come negli anni addietro, così anche stasera, non abbiamo rinunciato a portare avanti la nostra tradizione. 
Poi, proprio mentre mi godevo quegli attimi, ho pensato che forse potrebbe essere l'ultima volta. Se, come spero, il mio trasferimento si concretizzerà. E forse, sebbene non lo desse a vedere, doveva saperlo anche mio padre. Che, in cuor suo, avrebbe sperato di compensare questa mancanza con un nipotino ed annessa carriera da nonno. Salvo poi ricredersi, dopo il mio brusco "incidente" di percorso. Nonostante questo, vale la pena rimarcare che, deluso o meno, per lui non sia cambiato nulla. Non un cenno di indecisione, non una sola espressione di smarrimento. Il suo sguardo sereno ha accompagnato ogni operazione, con sapienza e dedizione. Coinvolgendomi positivamente, favorendo la mia distrazione e riuscendo a farmi sentire bene, come quando ero bambino.
Forse è il caso di soffermarsi su questo. E' il caso di pensare a quanto questo "momento" abbia avuto e continui ad avere significato per me. E sarebbe meglio, per una buona volta, comprendere che, potrò anche aver deluso le aspettative, essere lontano, o magari altrove, nel mio nuovo appartamento, ma questa tradizione, questo momento così speciale... continuerò a portarlo avanti, fino alla fine dei miei giorni. 


mercoledì 7 dicembre 2016

Eternal Wanderer...

"Nella vita di ciascuno di noi ci sono momenti duri, sconfortanti; e c'è sempre un luogo da cui hanno origine i ricordi e le nostalgie che ogni viaggiatore porta con sè, la terra in cui sei nato. Io non saprei dire quale passato il viaggiatore si sia lasciato alle spalle e non saprei dire quale malinconia rechi nel suo cuore. Ma so che il pensiero di quel luogo gli infonde coraggio, lo protegge, gli dà la forza per andare avanti nel suo viaggio. Un passo dopo l'altro, sempre più avanti..."

VASH THE STAMPEDE


martedì 6 dicembre 2016

Just one chance...

Talvolta le giornate uggiose, fredde e umide, riescono a darmi una mano a pensare. Pensare a ciò che mi circonda, così come pensare a quanto si cela dentro di me. Non che mi dispiacciano, ma questo, è chiaro, varia in funzione del periodo. Varia bruscamente il tempo, inteso in senso atmosferico, così come, allo stesso modo, variano bruscamente sentimenti, opinioni, stati d’animo. E noti, contemporaneamente, che il discorso può valere un po’ per te e un po’ per gli altri, facenti più o meno parte della tua esistenza. Quasi come ci fossero periodi in cui gli animi si sintonizzano alle variazioni climatiche. Buffo solo a pensarci. Eppure dei legami tra i due aspetti, delle coincidenze di fatto, pare proprio che ci siano state in quest’ultimo tratto della mia vita. Magari più uno ci pensa, più prova ad auto-ingannarsi, negando l’evidenza. Guardo fuori e dentro di me, osservo, intuisco, deduco, percepisco, “animadverto” (come dicevano i latini), ma più lo faccio e più mi rendo conto. Sia dalla finestra della mia camera, sia da quella della mia anima, il tempo è cambiato. Mai come ora, in questo preciso istante, mi rendo conto che ciò che è, ciò che sarà, insomma, viene determinato da “ciò che sarebbe potuto essere”. Scelta dopo scelta, decisione dopo decisione, è così che vengono presente e futuro. Da questo categorico unire i puntini, da questa gittata di cemento, talvolta freddo e scomodo, che andrà a costituire la strada da seguire. E’ tutto così reale ora. Maledettamente reale. Lo scontro, l’impatto, per chi come me è sognatore, è forte, brusco, ineccepibile. I sogni e i desideri che avevi solo immaginato ti si congelano, fino a sbriciolarsi in pochi istanti. Se questi sogni ce li hai cuciti stretti sul cuore, il loro frantumarsi lascia dei vuoti, dei fori. Che, inevitabilmente, lasciano passare il freddo e il dolore. Allora è qui che sta il problema. E’ questo il nocciolo della questione. Mi ci soffermo un secondo. Da cosa può essere dettato questo improvviso scontro con la concreta realtà, se non dall’ESSERE OGGETTO delle scelte altrui? O, talvolta, dall’esserne rispettosi? E, allo stesso simmetrico e dannato modo, cosa c’è di male nel ribaltarne la prospettiva? Tradotto: cosa c’è di sbagliato nel rispettare le decisioni degli altri, facendo che gli altri rispettino le proprie? A mio avviso, e lo dico con tutta la tranquillità di questo mondo, non c’è nulla di male. Magari chi sarà stato abituato ad averla vinta, senza compromessi, troverà la mia risposta opinabile. Ma è evidente che tali personalità sono a priori escluse dal mio invito a riflettere, in quanto manchevoli di questa capacità. Alla luce di tutto questo, ecco il mio stringato pensiero: trovare un giusto equilibrio tra i sentimenti e il raziocinio, talvolta non basta; orbitare senza fine in una galassia di dubbi, può solo contribuire a distruggere i sogni, creando inerti masse di frammenti dolorosi, e fastidiose crepe sulla propria superficie; nella maggior parte dei casi, la scelta va affrontata con nervi saldi, con volontà e con fermezza; un po’ come scegliere per quale squadra farai il tifo ( e se scegli di tifare Arsenal, dovrai assumerti le responsabilità di sapere che non potrai tifare mai Tottenham!) senza tirarsi indietro, o quantomeno sapendo che quella scelta sarà irreversibile (magari uno da bambino può scegliere come proprio eroe da impersonare Haran Banjo, piuttosto che Tetsuya Tsurugi, tanto il primo è decisamente più figo e dispone di una quantità di ammiratrici nettamente superiore al triste e introspettivo pilota del Great Mazinger; una cosa è certa: ovvero che se decidessi di cambiare idea, invertendo le scelte dopo qualche tempo, sicuramente non si arrecherebbe alcun danno a nessuno, e lo stesso Banjo, per quanto figo e popolare tra le donne, rimarrebbe indifferente di ciò, andandosene su qualche romantico pianeta, insieme alla ammiratrice di turno, in sella al suo scintillante Daitarn III…); questo per dire che prendere decisioni nel bene altrui non è cosa molto di moda ultimamente. Allora, visto che chi lo fa è penalizzato, è meglio che si adegui, c’è poco da fare. Tutto sta nel fissarsi un limite. Si, come a dire:”Quanti fori posso sopportare?” – dopodiché scatta la decisione finale. Che sarà combattuta, difficile, sofferta. Ma che non si lascerà dietro rimpianti o rimorsi per come ci si è comportati. Assecondando il proprio cuore, la propria testa, la propria volontà. Senza pensare troppo ai “danni” che eventualmente si possono causare. Ma dando un’occhiata a quelli che già abbiamo e che non fanno che allargarsi. Col tempo, con la pioggia e con il freddo. Che almeno a una cosa, in questo caso, serve. Perché mi fa capire, mi aiuta a pensare, come ho già detto. E infatti io ho capito una cosa. Ho capito che voglio provare a cambiare qualcosina. Non in maniera radicale, ci mancherebbe, nemmeno mi sarebbe possibile. No, non è questo. Per me, che provo spesso a scegliere anche nel bene degli altri, ora scelgo di agire fissando ogni volta dei limiti precisi. Di non valicarli, calpestando la mia dignità. Scelgo di non abbattermi alle prime difficoltà, e di rimbalzare ogni qual volta mi si butta giù, un po’ come fossi il guscio Meliconi. Scelgo di dare ascolto a me stesso, ai miei cari e soprattutto di essere presente, senza mai mancare alle loro necessità, al loro bisogno di avere una presenza amica accanto. Scelgo di epurare il negativo che mi si è presentato e che mi si presenterà, conservando di volta in volta tutto quello che di buono potrò conservare, senza rinnegarmi o compatirmi miseramente, lasciando lo squallido vittimismo alla controparte, senza che ne sia intaccato. Scelgo io chi farà parte o meno della mia vita, senza, per questo, ritenermi inquisitore di fantomatici personaggi malati di manie di grandezza o di egocentrismo allo stato puro. Scelgo, e mi piace molto pensarlo, di non essere più, per il momento, un piccolo freddo pianeta sballottato da un’orbita all’altra, ma di raccogliere i frammenti di sogni, insieme con le meschinità subite, e di usarli come propulsore per diventare una stella, magari una Supernova, in modo tale da sfrecciare velocemente nel cielo, superando definitivamente le altre stelle presso cui ho orbitato invano, e lasciando che esse possano vedere solo la mia luminescente scia di color giallo Champagne… Insomma, scelgo di vivere cercando, ove possibile, di dare una sola possibilità, un un’unica sola chance. Senza sfumature. Prendere o lasciare.


domenica 4 dicembre 2016

Mostri, demoni e paure...

Normalmente non tendo ad avere molti ricordi della mia infanzia, se non di episodi sporadici, che in qualche modo abbiano avuto un significato speciale per me, o per le persone che continuano a far parte della mia vita. Beh, esistono anche ricordi più o meno nitidi, legati ad episodi poco piacevoli (ed in questo caso specifico mi è impossibile non pensare al "risveglio" dall'anestesia totale, dopo aver subito una tonsillectomia a poco più di 6 anni), che nonostante tutto, riusciamo a non eliminare. Per la verità, senza particolari patemi o preoccupazioni. Ci si abitua, è un processo inevitabile.
Ora che ci penso, ricordo che in quegli anni, e mi riferisco al periodo dell'infanzia, iniziai a sviluppare una patetica paura del buio (davvero difficile da far coesistere con il mio primordiale orgoglio maschile). Che fosse dettata da una potente capacità di autosuggestione (ho sempre avuto e continuo ad avere una fervida immaginazione) o da fattori esterni, non mi è dato saperlo.
Curioso ed ironico il fatto che oggi adori invece il buio (ed il silenzio tipo vuoto siderale), soprattutto di notte, quando vado a dormire. 
Con il tempo, crescendo insomma, si arriva a comprendere che i veri "mostri" non sono quelli che credevi nascosti nell'armadio, o magari sotto il letto. Si annidano altrove, in "posti" che ritenevi impensabili, difficili da scrutare o persino da condividere.
Cambiano forma, o se volete, cambiano nome: da illusioni, a paure, passando per ossessioni, fino a "fantasmi", ciascuno di noi li possiede, prova a combatterli o semplicemente a conviverci.
Forse il mio percorso, in tutti questi anni, è ben rappresentato da questa sequenza.
Ci sarei arrivato lo stesso, anche senza leggere Freud, o senza studiare Nietzsche e le sue interessantissime teorie a riguardo. 
Ho dedicato del tempo, invano, a cercare di individuarli, per provare ad annichilirli, pur sapendo che questo avrebbe ferito me stesso. Ho tentato di reprimerli, ricacciandoli "nel profondo", tutte le volte in cui mi si ripresentavano come spettri, rievocando ricordi dolorosi. E quello si che mi spaventa.
Oggi, a distanza di anni dai turbolenti periodi adolescenziali, ed a maturità pienamente (si spera) acquisita, ho più o meno capito che per quanto uno si sforzi, vale la pena "cessare il fuoco", ed accettarne una serena quanto forzata convivenza. 
Perché, in fondo, è questa specie di consapevolezza che mi ha portato ad accettare meglio i miei limiti. E' questa prospettiva "rovesciata" che mi ha permesso di affrontare i miei demoni, con uno spirito diverso. Ed è tramite la loro "presenza" che viene fuori, maturando, la mia visione del mondo esterno, e dei miei rapporti con esso. 
Piano piano, un poco alla volta, riuscirò a riconoscere ed a comprendere meglio quali siano i mostri che mi divorano e che, nello stesso tempo, mi rendono ciò che sono oggi, senza necessariamente identificarmi completamente in essi, escludendo tutto il resto. Per il momento non c'è fretta. Mi basti sapere che non sono più dentro all'armadio, o semplicemente sotto il letto. Continuerò a portarli dentro di me, e mi accompagneranno lungo il viaggio. Qualunque sia la mia destinazione.


sabato 3 dicembre 2016

Per Aspera ad Astra...

Il vento soffiava gelido dalle montagne. Fu quello a solleticare il viso dell’alieno, provocandone il risveglio. Provò a mettersi in piedi, aiutandosi col bastoncino a cui teneva legato il fagotto, e proteggendosi a malapena dal freddo con la sua mantellina. Perse però l’equilibrio, e cadde nuovamente al suolo, goffamente. Sbadigliò e si stropicciò gli occhi, per poi riprovare. Il secondo tentativo fu quello buono, e poté iniziare a camminare pian piano, cercando di orientarsi. Dietro di sé lasciava alle sue spalle una densa boscaglia, a grande distanza dalla valle in cui si trovava. Alcune abitazioni parevano disporsi lungo la valle stessa, senza seguire alcun tipo di ordine. Porte e finestre sembravano chiuse però. Alcune di esse anche a doppia mandata. Si avvicinò ad una delle case e provò a bussare. Ma la risposta che provenne dall’interno fu identica al più glaciale dei silenzi. 

“Vi prego, aprite, solo un istante, è tutto ciò che vi chiedo!” – provò a gridare. Poi, cercò di bussare ad un’altra di quelle case, poco distanti dalla prima. Ma non ottenne alcuna risposta. Volendo proseguire, si scorgeva un barlume di luce, poco visibile. Davanti a sé, si ergevano numerosi picchi, attraversati da una strada leggermente sconnessa. Improvvisamente, una di quelle casupole aprì la propria porta di ingresso. Non si vedeva bene la persona che sbucava dall’uscio, ma una mano tesa faceva chiaramente il gesto di invito ad entrare dentro. L’alieno era sorpreso, ma inevitabilmente disorientato. Tuttavia, non avendo scelta, si avvicinò come a voler entrare. Ebbe il tempo di fare pochi passi, a un metro scarso dall’ingresso di quella casa, quando una forza lo tirò, con violenza, all’indietro, facendolo ricadere nuovamente al suolo, quasi ghiacciato. 

“Ahi! Che male! Ma cosa…?!?! – esclamò.

“Perdona i miei modi rudi, ma non potevo permettere che tu prendessi la strada sbagliata.” – disse una voce serena e familiare, proveniente dalle sue spalle. “Immagini lo spreco, dopo aver camminato per così tanto tempo?”

L’alieno si voltò quasi di scatto. “Io… io ti conosco… ti ho visto, tempo fa… mi ricordo dei tuoi abiti candidi, del tuo cappello di paglia intrecciata, degli anelli d’oro che pendono dalla cima del tuo bastone… Io mi ricordo di te!” – disse, iniziando piano piano a lacrimare.

“E’ stato tempo fa. E il passato in fondo non conta più. Sono qui anche per questo. – affermò l’uomo dai lunghi capelli bianchi come la neve.

“Non capisco… perché?” – domandò l’alieno.

“Heheheheheh! Beh, talvolta è possibile legarsi al passato con nodi molto più articolati. Qualcuno si scioglie prima. Altri impiegano più tempo per farlo. Ma può capitare di trovarti, sperduto e indifeso, nella Valle del Ritorno, senza capirne bene il motivo. Queste case sono edificate nella tua memoria e, chi vi abita, non chiede altro che poter nuovamente entrare dentro di te. Nonostante tu abbia camminato a lungo, patito il freddo, e dimenticato il male, loro ti chiedono questo. Loro che hanno avuto più di una possibilità…"

“Ma qui è freddo e…  e loro mi offrono riparo… Cosa c’è di male in questo?”

“Credi forse di essere qui per questo? E non pensi che avrebbero potuto accoglierti prima? No, ti sbagli, e molto, se solo lo pensi. Né, tantomeno, dovresti pensare di poter trovare rifugio nel passato. Perché non è così. Perché non è lì che troverai le risposte. E perché, in fondo, tu sei alla ricerca di “qualcosa”, non è vero?”

“Beh, ecco… io…” – borbottò l’alieno – “Io non lo so con certezza, forse cerco casa mia, quella vera, tra le stelle… Ma ora non lo so… Non lo so più…”

“Devi esserne certo perché, dopo il sentiero che hai percorso, non è possibile tornare indietro. E coloro che a volte ritornano non hanno le risposte che cerchi…” – replicò l’uomo.

“Sembra che tu sappia tutto… ma se è davvero così, per quale motivo non mi aiuti, indicandomi la via?”

Allora l’uomo si avvicinò all’alieno, aiutandolo a rimettersi in piedi. Poi, sorridendo, disse così:”Non lasciarti ingannare dalle apparenze, credendo che io sappia tutto. No, non è così, sono soltanto un monaco, come già ho avuto modo di dirti, e nulla più. Indicarti la via corretta, dici? Beh, ragazzino, dicendo che ti sei lasciato quel sentiero alle spalle, che cerchi le risposte alle tue domande, per arrivare, alla fine, verso le stelle, ti sei già ampiamente risposto da solo. E, anche se rifiuti di guardare avanti, troverai la strada lasciando questa sterile valle e intraprendendo quel percorso montuoso, ripido e pieno di insidie…”

L’alieno lo guardò, alzando lo sguardo e disse:”Allora non ho scelta… E’ da lì che bisogna passare. Tra quelle montagne così alte e tra tutti quegli ostacoli… Mi dici che non ho altra scelta…"

L’uomo dai lunghi capelli bianchi appoggiò la sua mano sul capo del piccolo alieno, con un gesto affettuoso, come a voler infondere coraggio. Poi, indicando con l’indice dell’altra mano la giusta direzione, disse così:”No, non hai scelta se veramente vuoi raggiungere quello che cerchi. E’ solo attraverso le difficoltà che si arriva alle Stelle. E solo quando avrai ultimato il percorso, ne riceverai piena consapevolezza. La Luna è alle tue spalle, e dopo il lungo sentiero che hai percorso fino a questa fredda valle, un altro picco è stato scalato. Ora sai qual è la tua strada. Volta per volta, saprai ciò che vi incontrerai. E, per quanto riguarda le risposte che cerchi, non preoccuparti. Cerca il tizio con la mappa del mondo disegnata sul volto. Lui è saggio, padroneggia il tempo, e ha le risposte. Ma ora non posso dirti altro…”

“Come? Il tizio con la mappa del mondo disegnata sul volto? E dove lo troverò?” – chiese l’alieno, confuso.
“Proprio così. Lo troverai senza problemi, lungo il tuo cammino….” – disse l’uomo, mentre la sua figura spariva come polvere nel vento – “laggiù, tra le avversità che conducono alle Stelle…”




giovedì 1 dicembre 2016

Il Capotreno...

(Dal Diario del 10/12/2010)

Tutto era stato preparato fin nei minimi dettagli. Ciascun'operazione pianificata a puntino, già dal giorno prima. Frutto di una sapiente opera di consultazione di orari, di informazioni e, soprattutto, di esperienze pregresse. Quelle servono sempre, in un modo o nell'altro. E nel mio bagaglio non mancano mai. Così come non mancherà mai lo spazio per raccoglierne altre, sempre nuove. 
Stavolta nessuna lotta interiore. Nessuno stato di ansia a turbare il sonno. Nemmeno l'ombra della benché minima preoccupazione. Si prospettava un viaggio tranquillo, con in più quel leggero senso di soddisfazione dettato dall'aver superato il primo ostacolo posto tra me e la realizzazione del mio obbiettivo primario. 
Cantar vittoria sarebbe stato eccessivo, e me ne guardai bene. Ma equamente eccessivo sarebbe stato il non contemplare quel piccolo momento di riuscita che, seppur incompleto, poteva di certo costituir piccolo motivo d'orgoglio. Degno d'esser vissuto, considerato e, giustamente, condiviso. Non all'estremo, ma almeno in parte. Dove per parte si intende quella piccola sfera, che racchiude le persone più importanti del novero delle proprie conoscenze. Pensandoci bene, quella poteva essere una delle ultime volte in cui avrei potuto godere della loro presenza, prima di un distacco più netto, dettato dall'incombente, quanto auspicata, nuova avventura lavorativa. 
Solo per questo, non bisognava sciupare una tale possibilità. E benché il tornare a casa (più il viaggio di ritorno a Modena) avrebbe comportato un certo dispendio in termini di stress fisico (oltre che economico), avevo abbondantemente ponderato il benefico contrappeso che avrei tratto da qualche giorno accanto ai miei cari.
Una volta entrato pienamente in quell'ottica, indossai il mio stato d'animo migliore, preparandomi alla partenza. Il risveglio fu ben più docile rispetto al mio ultimo appuntamento con un treno. Il mio anticipo rispetto alla partenza fu ottimamente colmato dalla compagnia di mio cugino che, nell'occasione, pretese di accompagnarmi alla stazione e di attendere insieme a me il regionale per Bologna. Gli attimi trascorsi a chiacchierare, divagando spesso e volentieri verso qualche ricordo d'infanzia, volarono rapidamente. In men che non si dica, il regionale n°3961, diretto a Bologna Centrale, era già lì, puntuale come una cambiale. Il binario era facilmente indicato sul tabellone delle partenze, per cui non vi fu nessun problema a localizzarlo. C'erano solo pochi gradi, ma per fortuna la giornata non minacciava né pioggia,  neve. Salutai Alessandro poco prima di montare sulla carrozza, dandogli appuntamento giusto a qualche giorno. Avremmo poi definito il tutto telefonicamente e con più calma. Per il momento, dovevo essenzialmente pensare a farmi quell'abbondante mezz'oretta di viaggio, prima di scendere a Bologna, dove avrei potuto rilassarmi completamente, a bordo del più comodo Frecciarossa. La seconda classe era in testa al treno e questo mi facilitò non poco. Sarà che tutti vogliono viaggiare in prima, ma coi tempi che corrono è sempre la seconda la più affollata. Ancora una volta, decisi di non prender posto all'interno delle cabine, visto che nel giro di 30 minuti o poco più, mi sarei dovuto organizzare per scendere, tirando fuori i bagagli dall'apposito scompartimento. Scelta forse più dettata dalla pigrizia che dalla strategia. Ad ogni modo, potei permettermi quella piccola rinuncia, riuscendo a sistemarmi nell'ampio interspazio tra le carrozze, pronto a scendere comodamente al momento opportuno. 
Una sorta di anticamera completamente bianca, il cui candore veniva spezzato solo dal colore rosso vivo del freno d'emergenza e dal blu intenso delle maniglie di sostegno. Ci sarebbe stato spazio a sufficienza per una decina di persone, ma in quell'occasione ero il solo a poterne fruire. Almeno così pensavo poco prima della partenza. Giunto nei pressi della stessa carrozza in cui mi sistemai, ecco salire il Capotreno. Mi scrutò con sguardo sospetto, ma subito i suoi occhi furono destinati ai compiti e alle manovre di sicurezza, propedeutiche alla partenza. Eseguì il tutto con gesti e movimenti che rasentavano la perfezione degli automatismi. Quasi come se fossero ripetuti da anni, in maniera ininterrotta come il perenne lavoro scultoreo dell'acqua calcarea sulle rocce carsiche. Terminata quella serie di operazioni, il treno poté partire, ma a quanto pare il suo lavoro non era ancora terminato. Gettò un nuovo sguardo, stavolta meno circospetto, e si incamminò verso la carrozza posta anteriormente alla sezione in cui mi trovavo. Cercai di sporgermi per guardare attraverso il vetro della porta di servizio che separava la cabina dall'interspazio, e vidi il Capotreno districarsi tra un passeggero e l'altro, nella mansione di controllore. Giusto qualche minuto, ed eccolo tornare, verso di me. Placido e calmo come lo specchio d'acqua di un lago, sfoggiava ora un sorriso compiaciuto, insieme alla sua elegante livrea blu oltremare, istoriata da sporadiche rifiniture rosse e verdi. 
"Biglietto, per favore" - fece lui.
"Ecco a lei" - fu la mia risposta, favorendogli il tagliando, da poco obliterato.
Per un breve istante aggrottò le sopracciglia, quasi a formare rughe profonde come solchi, sulla fronte parzialmente coperta dal berretto dell'uniforme. L'espressione tornò subito serena e, giusto il tempo di rimuovere gli occhiali, appositamente tenuti al collo con un cordoncino color porpora, replicò:"La ringrazio!".
"Grazie a lei!" - risposi io, mentre il Capotreno si accingeva a controllare la carrozza alle mie spalle. 
Pensai che quello sarebbe stato l'ultimo gesto prima di scendere, recuperando i bagagli, ed eventualmente chiedere informazioni sul binario al quale recarmi per prendere il Frecciarossa. Evidentemente mi sbagliavo. Giusto una manciata di secondi, il portello si aprì nuovamente. Il rumore delle scarpe di cuoio era familiare. Distinguibile come un assolo di Santana, tra mille altre "Les Paul". Alzai lo sguardo e ancora una volta era lui, il Capotreno. Pensai in qualche modo di esser in difetto, ma non ebbi il tempo di chiedere o di esternare le mie perplessità, che ero già diventato suo interlocutore.
"Guardi che se vuole, può anche entrare..." - disse lui.
"Ehm, beh si, lo so, grazie, ma visto i tre bagagli che mi porto dietro, forse è meglio che aspetto qui..."
"Ah si? E che fa? Resta lì appeso tutto il tempo fino a Napoli?" - disse, lasciandosi scappare una risatina.
"No no... Si figuri, io scendo a Bologna..." - replicai, quasi a volermi giustificare.
"Si lo so che scende a Bologna. Però poi da lì sicuramente prenderà il treno per Napoli." - sentenziò.
"Scusi ma come ha fatto a capirlo?" - chiesi io, facendomi beccare sorpreso.
"Mi è bastato sentirla parlare, tutto qua." 
La risposta alla mia domanda non cancellò dal mio volto la leggera espressione di meraviglia. Ma il Capotreno, vedendo quella reazione, non volle tenermi sulle spine più di tanto, iniziando a rivelare un accento che, nonostante un'inevitabile opera di contaminazione emiliana, era spiccatamente campano. Senza perdere un minimo dell'eleganza e dell'educazione fin lì dimostrata, iniziò a parlarmi, mescolando qualche sprazzo di dialetto napoletano al suo italiano irreprensibile. L'effetto sorpresa sparì poco dopo e, ben presto, mi ritrovai in una piacevole conversazione. Iniziò a chiedermi cosa ci facessi lì, dove fossi diretto, e quali fossero i miei progetti. Gli spiegai un po' tutto, sintetizzando ovviamente i concetti, ma facendogli capire che, in fondo, la mia scelta, per quanto dettata dalla necessità di trovare un lavoro, rientrava saldamente nei miei desideri. Sembrava apprezzare le mie motivazioni, ma volle comunque domandarmi se avessi messo in conto il peso della nostalgia, della lontananza dagli affetti e dalle comodità familiari. Con poche parole gli feci capire che ero pronto a giocarmi tutto, pur di realizzare la mia vita a livello lavorativo e non, in una realtà più vicina al mio modo di essere, come quella offerta da Modena e, più in generale, dall'Emilia Romagna. Conquistai un po' della sua stima, e cominciò subito dopo a raccontarmi la sua storia, condividendo la sua esperienza giovanile che, in fondo, era così simile alla mia. Veniva da Fuorigrotta, non se la passava male, ma gli eventi del post-terremoto avevano in qualche modo condizionato troppo negativamente la sua famiglia e così fu costretto a scegliere, tra il mettersi in gioco e il lasciarsi andare. Non esitò sul partire, mollando tutto e tutti. Ed alla fine è approdato a Piacenza, dove, stando a ciò che mi diceva, pare abbia trovato, oltre al lavoro, la serenità economica e familiare che tanto cercava. Fu in quel momento di condivisione, quasi di chiacchierata fra due amici di vecchia data, che iniziai a percepire una sensazione particolare. Improvvisamente, davanti a me non c'era più quel simpatico Capotreno. Era come avere di fronte l'immagine di me stesso, traslata avanti nel tempo di 30 anni. Una sorta di proiezione della propria coscienza, ovviamente nella più ottimistica delle dimensioni, ma andava bene. Andava benissimo. 
Sarebbe stato più giusto considerare che fosse il Capotreno a rivedersi in me, nel giovane speranzoso costretto a trasferirsi, pur di uscire dallo stallo della disoccupazione. 
Ma in quel frangente proprio non riuscì a non rovesciare la prospettiva. E, tra l'altro, nemmeno ci sarebbe stato il tempo per rientrare nei canoni della logica. Credevo che quella mezz'ora di viaggio, nel regionale n°3961, non passasse mai. Credevo di dovermela sorbire da solo, minuto dopo minuto, con il pensiero esclusivamente rivolto a come accorciare i tempi per scendere con tutti quei bagagli e trovare il binario giusto. Ma non fu così. Per niente. Il rumore assordante dei freni che stridevano sulle rotaie decretò, solenne, la fine di quella conversazione, fin lì ininterrotta. Ebbi piacere, e non solo per la compagnia. Quanto per il fatto di aver visto, seppur in un'altra persona, i miei sogni, di una vita felice e tranquilla, pienamente realizzati. La testimonianza appena raccolta mi sarebbe servita come sprone, a ricordarmi di non arrendermi troppo facilmente. E di crederci fino alla fine. Anche il Capotreno sapeva che, d'ora in avanti, lo avrei tenuto bene a mente. Ma, poco prima che scendessi, volle a suo modo rincarare la dose:
"Piacenza è una città niente male, un po' dormitorio forse... ma ti ci troveresti bene, proprio come me. E poi il lavoro che cerchi è anche lì, ci sono molti meridionali come noi. Quindi... dai, perché non vieni a Piacenza?" 
"Se ci sarà modo... vedrò cosa posso fare..." - risposi io, sorridendo e salutandolo una volta per tutte.
"Mi raccomando, in bocca al lupo e... allora ti aspetto a Piacenza!"


domenica 27 novembre 2016

Ch-ch-ch-ch-Changes...

Ultima domenica di Novembre, temperature in discesa (più simili a quelle invernali) e pranzo con i miei, con tanto di caldarroste per il gran finale. Dopo una settimana trascorsa all'insegna di "amoxicillina" e dolori influenzali, la ripresa è stata buona, seppur lenta, e non posso lamentarmi.
Del resto, siamo in pieno periodo pre-natalizio, uno di quelli che amo di più in assoluto. Finalmente se ne inizia a sentire il "profumo", che inizia a saturare l'atmosfera, tra una pubblicità del Pandoro, e qualche addobbo appena appena accennato. Non riuscirei a descriverlo meglio di così.
Quasi a scoppio ritardato, mi son accorto che questo sia stato il weekend del Black Friday, espressione di cui davvero tutti (dagli esercenti ai consumatori), non han fatto che riempirsi la bocca. Il più delle volte anche a sproposito. Ma non è che ne abbia risentito più di tanto, eh. Posso dire di essere, forse, una delle poche persone a non aver affollato centri commerciali o siti web, per acquisti opportunistici last-minute. E, nonostante questo, il fine settimana è andato bene, trascorso con gli amici, il buon cibo e la fedele birra, a rilasciare aggiornamenti sullo stato attuale e sulle coordinate della nuova rotta da seguire. Che è ancora ben lontana dall'essere del tutto definita, ma piano piano, devo ammetterlo, sta prendendo forma. Meno schemi fissi, meno turbe mentali, diventerò più possibilista e predisposto ai cambiamenti. E, proprio a proposito di questi ultimi, dovrò tornare a concentrare ogni mio sprazzo di energia nella ricerca di un nuovo appartamento. Ne ho già intravisto uno che mi sconfinfera non poco. Se Babbo Natale fosse in ascolto...
C'è qualcosa che inizia a pulsare. Non è ancora vicino, ma sembrerebbe in dirittura, a seconda della mia velocità di crociera. A giudicare dall'intensità che percepisco, potrebbe essere una stella. Non devo far altro che scoprirlo, magari con l'ausilio di una nuova "navicella". Nel frattempo, riparto da qui, avviando i motori. Tenendo sempre a mente che il viaggio continua.


sabato 26 novembre 2016

Il Sentiero dell'Addio...

"Ma... Avrò percorso si e no cento metri... Come ci sono arrivato qui?" - disse l'alieno, con espressione visibilmente sorpresa. In un vuoto quasi siderale, la strada era interrotta e davanti a lui si predisponeva un ponte sospeso a mezz'aria, tenuto quasi a stento da sbilenche funi di giunco intrecciato. Non c'era modo di vedere il sentiero che riprendeva dall'altra parte, e così decise di avvicinarsi. La temperatura si faceva più bassa e l'atmosfera più cupa.

"Questo posto... è così... così..." - sussurrò l'alieno.

"Familiare?" - fece una voce non molto distante.

"Chi ha parlato? Dove sei?" - gridò, quasi impaurito.

"Sono qui, non avere paura." - rispose l'uomo, vestito di bianco. Indossava una tunica di seta, di un bianco scintillante, portava al collo un rosario tutto fatto di ambra, dai grani molto spessi e in testa aveva un larghissimo cappello di paglia, che in parte gli copriva il volto. Sedeva praticamente sul ciglio del ponte, appoggiandosi al suo bastone di legno, in cima al quale vi erano cinque anelli d'oro penzolanti. Senza dire nulla, e con il solo gesto della mano, invitò l'alieno ad avvicinarsi. Lo guardò con curiosità e con meraviglia. L'eventuale paura era ora diventata stupore. 

"Cosa c'è? Non hai mai visto un monaco?" Ehehehehe!"

"Beh, come te, mai." - rispose, abbozzando un sorriso.

"Immagino che ci sia sempre una prima volta, ma tu... Tu non devi essere di queste parti, vero?"

"No... Ecco, non lo so... Stavo camminando, ero felice, non avevo alcuna preoccupazione. A un tratto poi, mi son ritrovato qui. Ammetto che all'inizio ero stranito, ma poi, avvicinandomi, mi son reso conto che questo posto io l'ho già visto..."

"Forse è perché ci sei già stato, anche se non ne hai memoria. Del resto è un posto così vasto e ripido, che in genere lo si tende a rimuovere dai ricordi."

"Come sarebbe dimenticare? Che posto è mai questo? - chiese, preoccupato, l'alieno.

"Quello che vedi davanti a te, è il Sentiero dell'Addio. Solitamente lo si percorre per dimenticare e, nello stesso tempo, ci si dimentica di averlo percorso. Tutto qui finisce nell'oblio dello spazio."

"Oh no! Di nuovo? Io... Io non ci volevo tornare! Ce l'ho messa tutta per non rivedere più questi luoghi... Non puoi dirmi che ci sono rifinito! Non puoi! - disse il piccolo alieno, singhiozzando.

"Credimi, mi dispiace, mentirei se ti dicessi che non è così..." - disse l'uomo, asciugandogli le lacrime e allacciandogli al collo una mantella di lana - "Questa è per il freddo... Coraggio, devi sapere che non tutto dipende dalla nostra volontà. A volte siamo costretti ad agire in una maniera, piuttosto che in un'altra. Ciò non vuol dire che non ti sia impegnato abbastanza. Hai fatto quello che potevi e ora la strada prosegue da qui."

"Da qui non si può più tornare... E se indietreggiassi? Si, se tornassi sul percorso precedente, in modo da risalire indietro senza attraversare questo sentiero? Così almeno non le farei del male..."

"Indietreggiando soffriresti molto di più e molto più a lungo. Da qui la via non è semplicissima, ma ti prenderai il dolore in una sola volta e impiegherai meno tempo per trovare la felicità. Devi pensare un po' anche alla tua, non trovi? In fondo è ciò che vuole anche lei. Quindi, non temere, lei capirà..."

"Non puoi fare proprio niente per evitare tutto questo? Non potresti darmi un aiuto tu?"

"Sono solo un uomo... Per quanto desideri aiutarti, purtroppo non è nelle mie facoltà. Vorrei solo tranquillizzarti e farti capire che percorrere questo sentiero è, al momento, la scelta migliore per te."

"Va bene, mi arrendo... Seguirò la via che mi hai indicato, senza lamentarmi."

"Ecco, bravo, è questo lo spirito. Prima di andare, ricorda di svuotare il tuo zainetto, in modo da alleggerirti il viaggio. Vi sono diversi tratti accidentati ed in salita laggiù."

"Grazie per tutti i tuoi consigli, ma... lo zainetto viene con me..."

"Come sarebbe? Stai scherzando? Non è una buona idea, ti appesantirà il cammino!"

"Forse è come dici tu, ma non importa..."

"Perché ti rifiuti di capire?"

"Sono solo un alieno, però limitato come voi uomini. E talvolta posso anche non capire il perché di certe cose che accadono nella vita. Vorrei solo farti comprendere che i miei sentimenti, i miei ricordi, tutto ciò che ho provato e vissuto... Non intendo rimuoverli. Anzi, voglio cristallizzarli e tenerli con me, mentre percorrerò questo sentiero così aspro. Anche se sarà più difficile. Anche se questo vorrà dire che ci perderemo per sempre..."

"E' una tua scelta e la rispetterò. Sii prudente, non cedere, mi raccomando, e abbi cura di te!" - sussurrò l'uomo.

"Addio anche a te..." - rispose l'alieno, mentre la sua figura scompariva nella luce del tramonto.


venerdì 25 novembre 2016

Results may vary...

Credo fermamente che, per quanto possa essere difficile o triste un periodo, in futuro ce ne possano essere anche di peggiori. Così come credo che, in ogni caso, prima o poi il peggio passi. Credo che nella vita la sofferenza sia una componente essenziale. Può essere più o meno presente, questo si. Ma, alla fine, trovo che essa serva solo ad esaltare il sapore della felicità. Infatti credo anche che si possa essere felici. Persino quando questo possa sembrare assurda, impossibile, irrealizzabile. Ci sono tante, svariate piccole cose, le più semplici, capaci di attenuare la tristezza. Il segreto sta, magari, nel saperle apprezzare. Credo di essere diventato abbastanza bravo in questo. E sicuramente ho intenzione di far ancora meglio.

Credo che, come ha detto qualcuno, non possa piovere per sempre. Di certo, anche se il diluvio fosse duraturo, non aspetterei che la pioggia mi infradiciasse all’infinito. Credo infatti che aspettare sotto la pioggia non sia piacevole. Ma in compagnia è più sopportabile. Senza dubbio. Assolutamente.

Credo di sapere, a 33 anni ormai, cosa voglia dire avere a che fare con le persone. Mettersi in discussione, provare a non deluderle, facendo del proprio meglio. Magari non ne saremo sempre all’altezza, e non tutte ci apprezzeranno. D’altro canto credo che il tempo a nostra disposizione non sia illimitato, e che starà a noi trovare il modo giusto di utilizzarlo con le persone adatte.

Credo che viaggiare sia una delle cose più entusiasmanti al mondo. Probabilmente il modo migliore di spendere i propri soldi. Considerando le emozioni vissute e i ricordi acquisiti, l’investimento è assicurato. Credo che non smetterò mai di viaggiare.

Credo che gli amici abbiano bisogno dei nostri consigli. Nel contempo, a volte, non siamo del tutto in grado di darli e ci sentiamo in imbarazzo, quasi in difficoltà. Magari siamo troppo razionali in quel momento e, non essendo emotivamente coinvolti, rischiamo di consigliar male o di essere inopportuni.  Però io credo che il solo ascoltare, il condividere, o il semplice esser presenti, possano valere più di 500 consigli buoni. E questo a prescindere dalla immediata o meno risoluzione del problema. A maggior ragione quando l’amico non ha il coraggio di chiederti aiuto. Quando non esterna il suo dolore. Perché può capitare anche questo. E, nel dubbio, è sempre meglio esserci. In un modo o nell’altro.

Credo che non si debba mai rinnegare sé stessi, in base ai giudizi delle persone. Quelle vanno e vengono. Gli amici sono quelli che restano. E gli amici ti apprezzano per come sei, non per come vorrebbero tu fossi. Credo negli anni ’80, da cui provengo. Con annessi Depeche Mode e telefilm di Super Car… Beh, forse un po’ questi ultimi li rinnego… Credo sia fantastico avere un professore che ti dispensa consigli a 250 km di distanza. Credo, in generale, che sia fantastico avere sempre qualcosa da imparare. Sono perciò fortunatissimo ad avere persone che, in questo senso, possono far veramente tanto per me.

Credo di aver sperato troppo nel mio lieto fine. Ed ora che ho perso tutto, faccio un po’ di fatica. La strada alle mie spalle si sgretola man mano. Il legame con il passato prima o poi sarà impalpabile. Credo di dover aumentare il passo, verso le luci che vedo in lontananza. Forse ho impiegato troppo a capire che stare fermo, attribuendosi le colpe, non sia la soluzione. Credo di essere arrivato a buon punto adesso. Da qui in poi, guarderò solo e soltanto avanti. Giorno dopo giorno.


Perciò, alla fine, credo che valga sempre la pena provarci. Questo in linea generale. Non importa quanto alto sia il rischio. E’ meglio un verdetto negativo, rispetto ad una eterna incertezza. E credo, sinceramente, che, per quanti possano essere tanti i verdetti negativi collezionati, l’ultima figurina dell’album sia un verdetto positivo. In pieno. Perché è così che va vissuta la vita. Senza accontentarsi. Non è difficile. Basta leggerne accuratamente il libretto di istruzioni. E fare attenzione, perché i risultati possono variare.