giovedì 1 dicembre 2016

Il Capotreno...

(Dal Diario del 10/12/2010)

Tutto era stato preparato fin nei minimi dettagli. Ciascun'operazione pianificata a puntino, già dal giorno prima. Frutto di una sapiente opera di consultazione di orari, di informazioni e, soprattutto, di esperienze pregresse. Quelle servono sempre, in un modo o nell'altro. E nel mio bagaglio non mancano mai. Così come non mancherà mai lo spazio per raccoglierne altre, sempre nuove. 
Stavolta nessuna lotta interiore. Nessuno stato di ansia a turbare il sonno. Nemmeno l'ombra della benché minima preoccupazione. Si prospettava un viaggio tranquillo, con in più quel leggero senso di soddisfazione dettato dall'aver superato il primo ostacolo posto tra me e la realizzazione del mio obbiettivo primario. 
Cantar vittoria sarebbe stato eccessivo, e me ne guardai bene. Ma equamente eccessivo sarebbe stato il non contemplare quel piccolo momento di riuscita che, seppur incompleto, poteva di certo costituir piccolo motivo d'orgoglio. Degno d'esser vissuto, considerato e, giustamente, condiviso. Non all'estremo, ma almeno in parte. Dove per parte si intende quella piccola sfera, che racchiude le persone più importanti del novero delle proprie conoscenze. Pensandoci bene, quella poteva essere una delle ultime volte in cui avrei potuto godere della loro presenza, prima di un distacco più netto, dettato dall'incombente, quanto auspicata, nuova avventura lavorativa. 
Solo per questo, non bisognava sciupare una tale possibilità. E benché il tornare a casa (più il viaggio di ritorno a Modena) avrebbe comportato un certo dispendio in termini di stress fisico (oltre che economico), avevo abbondantemente ponderato il benefico contrappeso che avrei tratto da qualche giorno accanto ai miei cari.
Una volta entrato pienamente in quell'ottica, indossai il mio stato d'animo migliore, preparandomi alla partenza. Il risveglio fu ben più docile rispetto al mio ultimo appuntamento con un treno. Il mio anticipo rispetto alla partenza fu ottimamente colmato dalla compagnia di mio cugino che, nell'occasione, pretese di accompagnarmi alla stazione e di attendere insieme a me il regionale per Bologna. Gli attimi trascorsi a chiacchierare, divagando spesso e volentieri verso qualche ricordo d'infanzia, volarono rapidamente. In men che non si dica, il regionale n°3961, diretto a Bologna Centrale, era già lì, puntuale come una cambiale. Il binario era facilmente indicato sul tabellone delle partenze, per cui non vi fu nessun problema a localizzarlo. C'erano solo pochi gradi, ma per fortuna la giornata non minacciava né pioggia,  neve. Salutai Alessandro poco prima di montare sulla carrozza, dandogli appuntamento giusto a qualche giorno. Avremmo poi definito il tutto telefonicamente e con più calma. Per il momento, dovevo essenzialmente pensare a farmi quell'abbondante mezz'oretta di viaggio, prima di scendere a Bologna, dove avrei potuto rilassarmi completamente, a bordo del più comodo Frecciarossa. La seconda classe era in testa al treno e questo mi facilitò non poco. Sarà che tutti vogliono viaggiare in prima, ma coi tempi che corrono è sempre la seconda la più affollata. Ancora una volta, decisi di non prender posto all'interno delle cabine, visto che nel giro di 30 minuti o poco più, mi sarei dovuto organizzare per scendere, tirando fuori i bagagli dall'apposito scompartimento. Scelta forse più dettata dalla pigrizia che dalla strategia. Ad ogni modo, potei permettermi quella piccola rinuncia, riuscendo a sistemarmi nell'ampio interspazio tra le carrozze, pronto a scendere comodamente al momento opportuno. 
Una sorta di anticamera completamente bianca, il cui candore veniva spezzato solo dal colore rosso vivo del freno d'emergenza e dal blu intenso delle maniglie di sostegno. Ci sarebbe stato spazio a sufficienza per una decina di persone, ma in quell'occasione ero il solo a poterne fruire. Almeno così pensavo poco prima della partenza. Giunto nei pressi della stessa carrozza in cui mi sistemai, ecco salire il Capotreno. Mi scrutò con sguardo sospetto, ma subito i suoi occhi furono destinati ai compiti e alle manovre di sicurezza, propedeutiche alla partenza. Eseguì il tutto con gesti e movimenti che rasentavano la perfezione degli automatismi. Quasi come se fossero ripetuti da anni, in maniera ininterrotta come il perenne lavoro scultoreo dell'acqua calcarea sulle rocce carsiche. Terminata quella serie di operazioni, il treno poté partire, ma a quanto pare il suo lavoro non era ancora terminato. Gettò un nuovo sguardo, stavolta meno circospetto, e si incamminò verso la carrozza posta anteriormente alla sezione in cui mi trovavo. Cercai di sporgermi per guardare attraverso il vetro della porta di servizio che separava la cabina dall'interspazio, e vidi il Capotreno districarsi tra un passeggero e l'altro, nella mansione di controllore. Giusto qualche minuto, ed eccolo tornare, verso di me. Placido e calmo come lo specchio d'acqua di un lago, sfoggiava ora un sorriso compiaciuto, insieme alla sua elegante livrea blu oltremare, istoriata da sporadiche rifiniture rosse e verdi. 
"Biglietto, per favore" - fece lui.
"Ecco a lei" - fu la mia risposta, favorendogli il tagliando, da poco obliterato.
Per un breve istante aggrottò le sopracciglia, quasi a formare rughe profonde come solchi, sulla fronte parzialmente coperta dal berretto dell'uniforme. L'espressione tornò subito serena e, giusto il tempo di rimuovere gli occhiali, appositamente tenuti al collo con un cordoncino color porpora, replicò:"La ringrazio!".
"Grazie a lei!" - risposi io, mentre il Capotreno si accingeva a controllare la carrozza alle mie spalle. 
Pensai che quello sarebbe stato l'ultimo gesto prima di scendere, recuperando i bagagli, ed eventualmente chiedere informazioni sul binario al quale recarmi per prendere il Frecciarossa. Evidentemente mi sbagliavo. Giusto una manciata di secondi, il portello si aprì nuovamente. Il rumore delle scarpe di cuoio era familiare. Distinguibile come un assolo di Santana, tra mille altre "Les Paul". Alzai lo sguardo e ancora una volta era lui, il Capotreno. Pensai in qualche modo di esser in difetto, ma non ebbi il tempo di chiedere o di esternare le mie perplessità, che ero già diventato suo interlocutore.
"Guardi che se vuole, può anche entrare..." - disse lui.
"Ehm, beh si, lo so, grazie, ma visto i tre bagagli che mi porto dietro, forse è meglio che aspetto qui..."
"Ah si? E che fa? Resta lì appeso tutto il tempo fino a Napoli?" - disse, lasciandosi scappare una risatina.
"No no... Si figuri, io scendo a Bologna..." - replicai, quasi a volermi giustificare.
"Si lo so che scende a Bologna. Però poi da lì sicuramente prenderà il treno per Napoli." - sentenziò.
"Scusi ma come ha fatto a capirlo?" - chiesi io, facendomi beccare sorpreso.
"Mi è bastato sentirla parlare, tutto qua." 
La risposta alla mia domanda non cancellò dal mio volto la leggera espressione di meraviglia. Ma il Capotreno, vedendo quella reazione, non volle tenermi sulle spine più di tanto, iniziando a rivelare un accento che, nonostante un'inevitabile opera di contaminazione emiliana, era spiccatamente campano. Senza perdere un minimo dell'eleganza e dell'educazione fin lì dimostrata, iniziò a parlarmi, mescolando qualche sprazzo di dialetto napoletano al suo italiano irreprensibile. L'effetto sorpresa sparì poco dopo e, ben presto, mi ritrovai in una piacevole conversazione. Iniziò a chiedermi cosa ci facessi lì, dove fossi diretto, e quali fossero i miei progetti. Gli spiegai un po' tutto, sintetizzando ovviamente i concetti, ma facendogli capire che, in fondo, la mia scelta, per quanto dettata dalla necessità di trovare un lavoro, rientrava saldamente nei miei desideri. Sembrava apprezzare le mie motivazioni, ma volle comunque domandarmi se avessi messo in conto il peso della nostalgia, della lontananza dagli affetti e dalle comodità familiari. Con poche parole gli feci capire che ero pronto a giocarmi tutto, pur di realizzare la mia vita a livello lavorativo e non, in una realtà più vicina al mio modo di essere, come quella offerta da Modena e, più in generale, dall'Emilia Romagna. Conquistai un po' della sua stima, e cominciò subito dopo a raccontarmi la sua storia, condividendo la sua esperienza giovanile che, in fondo, era così simile alla mia. Veniva da Fuorigrotta, non se la passava male, ma gli eventi del post-terremoto avevano in qualche modo condizionato troppo negativamente la sua famiglia e così fu costretto a scegliere, tra il mettersi in gioco e il lasciarsi andare. Non esitò sul partire, mollando tutto e tutti. Ed alla fine è approdato a Piacenza, dove, stando a ciò che mi diceva, pare abbia trovato, oltre al lavoro, la serenità economica e familiare che tanto cercava. Fu in quel momento di condivisione, quasi di chiacchierata fra due amici di vecchia data, che iniziai a percepire una sensazione particolare. Improvvisamente, davanti a me non c'era più quel simpatico Capotreno. Era come avere di fronte l'immagine di me stesso, traslata avanti nel tempo di 30 anni. Una sorta di proiezione della propria coscienza, ovviamente nella più ottimistica delle dimensioni, ma andava bene. Andava benissimo. 
Sarebbe stato più giusto considerare che fosse il Capotreno a rivedersi in me, nel giovane speranzoso costretto a trasferirsi, pur di uscire dallo stallo della disoccupazione. 
Ma in quel frangente proprio non riuscì a non rovesciare la prospettiva. E, tra l'altro, nemmeno ci sarebbe stato il tempo per rientrare nei canoni della logica. Credevo che quella mezz'ora di viaggio, nel regionale n°3961, non passasse mai. Credevo di dovermela sorbire da solo, minuto dopo minuto, con il pensiero esclusivamente rivolto a come accorciare i tempi per scendere con tutti quei bagagli e trovare il binario giusto. Ma non fu così. Per niente. Il rumore assordante dei freni che stridevano sulle rotaie decretò, solenne, la fine di quella conversazione, fin lì ininterrotta. Ebbi piacere, e non solo per la compagnia. Quanto per il fatto di aver visto, seppur in un'altra persona, i miei sogni, di una vita felice e tranquilla, pienamente realizzati. La testimonianza appena raccolta mi sarebbe servita come sprone, a ricordarmi di non arrendermi troppo facilmente. E di crederci fino alla fine. Anche il Capotreno sapeva che, d'ora in avanti, lo avrei tenuto bene a mente. Ma, poco prima che scendessi, volle a suo modo rincarare la dose:
"Piacenza è una città niente male, un po' dormitorio forse... ma ti ci troveresti bene, proprio come me. E poi il lavoro che cerchi è anche lì, ci sono molti meridionali come noi. Quindi... dai, perché non vieni a Piacenza?" 
"Se ci sarà modo... vedrò cosa posso fare..." - risposi io, sorridendo e salutandolo una volta per tutte.
"Mi raccomando, in bocca al lupo e... allora ti aspetto a Piacenza!"


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