Talvolta le giornate uggiose, fredde e umide, riescono a darmi una mano a pensare. Pensare a ciò che mi circonda, così come pensare a quanto si cela dentro di me. Non che mi dispiacciano, ma questo, è chiaro, varia in funzione del periodo. Varia bruscamente il tempo, inteso in senso atmosferico, così come, allo stesso modo, variano bruscamente sentimenti, opinioni, stati d’animo. E noti, contemporaneamente, che il discorso può valere un po’ per te e un po’ per gli altri, facenti più o meno parte della tua esistenza. Quasi come ci fossero periodi in cui gli animi si sintonizzano alle variazioni climatiche. Buffo solo a pensarci. Eppure dei legami tra i due aspetti, delle coincidenze di fatto, pare proprio che ci siano state in quest’ultimo tratto della mia vita. Magari più uno ci pensa, più prova ad auto-ingannarsi, negando l’evidenza. Guardo fuori e dentro di me, osservo, intuisco, deduco, percepisco, “animadverto” (come dicevano i latini), ma più lo faccio e più mi rendo conto. Sia dalla finestra della mia camera, sia da quella della mia anima, il tempo è cambiato. Mai come ora, in questo preciso istante, mi rendo conto che ciò che è, ciò che sarà, insomma, viene determinato da “ciò che sarebbe potuto essere”. Scelta dopo scelta, decisione dopo decisione, è così che vengono presente e futuro. Da questo categorico unire i puntini, da questa gittata di cemento, talvolta freddo e scomodo, che andrà a costituire la strada da seguire. E’ tutto così reale ora. Maledettamente reale. Lo scontro, l’impatto, per chi come me è sognatore, è forte, brusco, ineccepibile. I sogni e i desideri che avevi solo immaginato ti si congelano, fino a sbriciolarsi in pochi istanti. Se questi sogni ce li hai cuciti stretti sul cuore, il loro frantumarsi lascia dei vuoti, dei fori. Che, inevitabilmente, lasciano passare il freddo e il dolore. Allora è qui che sta il problema. E’ questo il nocciolo della questione. Mi ci soffermo un secondo. Da cosa può essere dettato questo improvviso scontro con la concreta realtà, se non dall’ESSERE OGGETTO delle scelte altrui? O, talvolta, dall’esserne rispettosi? E, allo stesso simmetrico e dannato modo, cosa c’è di male nel ribaltarne la prospettiva? Tradotto: cosa c’è di sbagliato nel rispettare le decisioni degli altri, facendo che gli altri rispettino le proprie? A mio avviso, e lo dico con tutta la tranquillità di questo mondo, non c’è nulla di male. Magari chi sarà stato abituato ad averla vinta, senza compromessi, troverà la mia risposta opinabile. Ma è evidente che tali personalità sono a priori escluse dal mio invito a riflettere, in quanto manchevoli di questa capacità. Alla luce di tutto questo, ecco il mio stringato pensiero: trovare un giusto equilibrio tra i sentimenti e il raziocinio, talvolta non basta; orbitare senza fine in una galassia di dubbi, può solo contribuire a distruggere i sogni, creando inerti masse di frammenti dolorosi, e fastidiose crepe sulla propria superficie; nella maggior parte dei casi, la scelta va affrontata con nervi saldi, con volontà e con fermezza; un po’ come scegliere per quale squadra farai il tifo ( e se scegli di tifare Arsenal, dovrai assumerti le responsabilità di sapere che non potrai tifare mai Tottenham!) senza tirarsi indietro, o quantomeno sapendo che quella scelta sarà irreversibile (magari uno da bambino può scegliere come proprio eroe da impersonare Haran Banjo, piuttosto che Tetsuya Tsurugi, tanto il primo è decisamente più figo e dispone di una quantità di ammiratrici nettamente superiore al triste e introspettivo pilota del Great Mazinger; una cosa è certa: ovvero che se decidessi di cambiare idea, invertendo le scelte dopo qualche tempo, sicuramente non si arrecherebbe alcun danno a nessuno, e lo stesso Banjo, per quanto figo e popolare tra le donne, rimarrebbe indifferente di ciò, andandosene su qualche romantico pianeta, insieme alla ammiratrice di turno, in sella al suo scintillante Daitarn III…); questo per dire che prendere decisioni nel bene altrui non è cosa molto di moda ultimamente. Allora, visto che chi lo fa è penalizzato, è meglio che si adegui, c’è poco da fare. Tutto sta nel fissarsi un limite. Si, come a dire:”Quanti fori posso sopportare?” – dopodiché scatta la decisione finale. Che sarà combattuta, difficile, sofferta. Ma che non si lascerà dietro rimpianti o rimorsi per come ci si è comportati. Assecondando il proprio cuore, la propria testa, la propria volontà. Senza pensare troppo ai “danni” che eventualmente si possono causare. Ma dando un’occhiata a quelli che già abbiamo e che non fanno che allargarsi. Col tempo, con la pioggia e con il freddo. Che almeno a una cosa, in questo caso, serve. Perché mi fa capire, mi aiuta a pensare, come ho già detto. E infatti io ho capito una cosa. Ho capito che voglio provare a cambiare qualcosina. Non in maniera radicale, ci mancherebbe, nemmeno mi sarebbe possibile. No, non è questo. Per me, che provo spesso a scegliere anche nel bene degli altri, ora scelgo di agire fissando ogni volta dei limiti precisi. Di non valicarli, calpestando la mia dignità. Scelgo di non abbattermi alle prime difficoltà, e di rimbalzare ogni qual volta mi si butta giù, un po’ come fossi il guscio Meliconi. Scelgo di dare ascolto a me stesso, ai miei cari e soprattutto di essere presente, senza mai mancare alle loro necessità, al loro bisogno di avere una presenza amica accanto. Scelgo di epurare il negativo che mi si è presentato e che mi si presenterà, conservando di volta in volta tutto quello che di buono potrò conservare, senza rinnegarmi o compatirmi miseramente, lasciando lo squallido vittimismo alla controparte, senza che ne sia intaccato. Scelgo io chi farà parte o meno della mia vita, senza, per questo, ritenermi inquisitore di fantomatici personaggi malati di manie di grandezza o di egocentrismo allo stato puro. Scelgo, e mi piace molto pensarlo, di non essere più, per il momento, un piccolo freddo pianeta sballottato da un’orbita all’altra, ma di raccogliere i frammenti di sogni, insieme con le meschinità subite, e di usarli come propulsore per diventare una stella, magari una Supernova, in modo tale da sfrecciare velocemente nel cielo, superando definitivamente le altre stelle presso cui ho orbitato invano, e lasciando che esse possano vedere solo la mia luminescente scia di color giallo Champagne… Insomma, scelgo di vivere cercando, ove possibile, di dare una sola possibilità, un un’unica sola chance. Senza sfumature. Prendere o lasciare.

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