domenica 22 ottobre 2017

Imitation of Life...

No. A differenza di quel che possiate pensare, non ho deciso di chiudere i battenti. Non adesso. E, no, non sono stato ancora rapito dagli alieni. Per quanto questa espressione possa non necessariamente avere una accezione negativa nel mio modo di vedere le cose. Mi rendo conto sia passato quasi un mese, e che la mia "produzione" generalmente venga scandita su base settimanale. Potrà sembrare come una scusa, anche banale per certi versi, eppure non riesco a trovare spiegazione alternativa a questa. 

L'ultimo periodo, che si potrebbe tranquillamente circoscrivere in questo ultimo mese passato, è stato quasi di transizione. Ho dovuto abituarmi ai nuovi ritmi della vita in trasferta, che a dire il vero, non credevo sarebbero stati così frenetici. Nella maggior parte delle volte, la giornata inizia poco dopo le 9,00 del mattino, e se non ci sono intoppi o richieste tardive, termina intorno alle 19,00 o giù di lì.

Di tempo per fare altro, se non fosse chiaro, ne resta veramente poco. Pur facendo fatica, in tutto questo riesco ad inserirci un paio di allenamenti settimanali (non posso trascurare la mia salute), la gestione dei rapporti interpersonali, e tutte le faccende che la vita "solitaria" comporta. 

Non mi dispiace, anzi. In fondo era ciò che volevo, ed anche se non mi trovo ancora a gestire un appartamento, con annesse spese, oneri, pulizie, ecc ecc, la sostanza non cambia granché. Non sempre, certo, la vita in albergo è tutta "rose e fiori", bisogna comunque provvedere a sé stessi, sapersi organizzare, combattere la noia e sapersi adattare. Sembra che in questo, almeno, io stia migliorando. Piano piano, con i miei ritmi, ma ci sono. La strada è quella giusta.

E, intimamente, spero sia la stessa che possa un giorno condurmi a realizzare i miei obiettivi, per potermi sistemare, trovare casa, un ambiente adatto a me, ed una compagna di viaggio, con cui condividere tutto questo. Stando a Napoli, sarebbe tutto completamente diverso.

L'esigenza sarebbe nettamente più pressante, e sicuramente avrei più tempo da dedicare alle mie ricerche. A Roma non è così semplice. Dopo due sabati in straordinario consecutivi, trascorsi in ufficio, riesco finalmente a respirare per un intero weekend. Ma nel mentre, so di essermi perso qualcosa (non ultimo, il sessantesimo compleanno di mia madre), di aver tralasciato qualche dettaglio, di aver abbozzato un po'. 

L'esperienza che sto vivendo è dura ogni oltre aspettativa, ma mi piace, mi fa sentire vivo, mi stimola e mi interessa in egual misura. Per quanto difficile, non mi spaventa, anzi, mi incuriosisce.
E' una fase di "transizione", una specie di simulazione, di "imitazione" del percorso di vita che mi appresto a vivere. Non entro i tempi immaginati o quelli prefissati all'inizio dell'anno, magari.
Ma le intenzioni restano tali, così come il focus non verrà spostato di un solo millimetro.

Stessa sarà la volontà, l'impegno e le energie che ci metterò. Tra una pausa e l'altra, ci saranno momenti liberi, da dedicare a tutto il resto. Concretizzare le idee, fin qui semplicemente appuntate sul taccuino. Conoscere persone, stringere nuovi rapporti e consolidare quelli vecchi, mettendo in priorità quelli per i quali valga davvero la pena. Non sottovalutando ciò che potrebbe scaturire dalle nuove amicizie, dall'intensità dei legami che da queste ne deriva. Godendosi ogni momento, fino alla fine.



domenica 24 settembre 2017

Definitely Maybe...

Ci risiamo. Beh, si, in effetti, ci è voluto un po' per riadattarsi. Il senso di andare, tornare, e poi ancora andare e tornare. Non ci ero più abituato, sebbene siano passati solo poco meno di sei mesi dall'ultima esperienza dei Collaudi Slim. Quello che so, ed è il caso di rimarcarlo (a costo di diventare fastidiosamente ripetitivo), è che molto spesso le cose accadono proprio nel momento più opportuno.

Considerando la pressione che i miei colleghi stanno subendo (per non parlare dello stress, date le ultime vicende lavorative), il fato è stato benevolo nei miei confronti. Anche se, e di questo sono fortemente convinto, la casualità opera fino ad un certo punto. Sempre entro un certo "range", ben limitato.

A proposito di colleghi. Ne ho ritrovati due, impiegati in quel di Roma già da oltre un anno e mezzo. Amici, più che colleghi. Inutile dire quanto sia stato positivo riabbracciarli, e condividere questa esperienza nuova con loro. Del resto, avevano bisogno di "rinforzi" e credo che, più o meno, la felicità di cui parlo sia anche la loro. Dopo circa tre settimane, mi hanno già fatto il punto della situazione, cercando, quanto più possibile, di farmi sentire a mio agio, nel nuovo ambiente di lavoro.

Un nuovo ambiente interessante, molto più caotico rispetto agli uffici di Viale Egeo, ma senza dubbio interessante. Un centro operativo pulsante, pieno di idee e di reparti che si interfacciano (quasi) sempre con straordinario affiatamento. Ne sono rimasto affascinato fin da subito.
Certo, molte di quelle interazioni risultano spesso conflittuali, si percepisce un fortissimo spirito di competizione tra le aree. Ma, in fondo, in quale ambiente non è così?

Per quanto forte sia la voglia di "prevalere" sugli altri, alla fine il senso di sinergia tra i vari gruppi di lavoro, è quello che percepisco maggiormente. E la cosa mi piace, mi piace non poco.
Chiaramente non mi sono ancora integrato del tutto (sarebbe stato impossibile in così poco tempo), ma ho già avuto modo di vedere che vi sono tanti gruppi di "trasfertisti", più o meno provenienti da ogni regione di Italia. Non poco distante dalle nostre postazioni, è impossibile non notare una nutrita schiera di pugliesi. Probabilmente della provincia di Bari (qualcuno di Molfetta, almeno così mi è parso di capire), sono tra i più "rumorosi" (in senso buono) di tutto l'ufficio. Beh, sarà che adoro la Puglia e che ho sempre avuto un certo feeling con i pugliesi, in generale.

Ma non sono i soli. C'è stata l'occasione di conoscere colleghi provenienti dalla provincia di Potenza, qualche calabrese (da Reggio Calabria e dintorni), un emiliano (piacentino, di origini campane) ed uno spettacolare siciliano (da Messina).

Fin qui, tutti sono stati estremamente gentili con me. Mai una parola fuori posto, o un atteggiamento eccessivo nei miei riguardi. Il progetto in sé appare molto impegnativo, una mole di lavoro immane rispetto a ciò che avevo affrontato durante la scorsa esperienza. Ma la forte pressione che, tutti i giorni, viene esercitata da capi, responsabili, analisti ecc. ecc., non mi crea troppi problemi, né tanto meno mi spaventa. Capita spesso e volentieri di trattenersi lì, nella propria postazione, ben oltre l'orario lavorativo. A seconda delle urgenze o delle necessità, non è difficile che si finisca il proprio turno alle 19,30 di sera. Eppure la cosa non mi pesa, anzi.

So che alla lunga potrebbe diventare sfibrante. Sono qui da poco tempo, e sicuramente non ne ho ancora una percezione ben definita. La maggior parte della mia giornata si esplica tra le mura dell'ufficio, ed in effetti ci sono volte in cui la stanchezza si fa sentire, soprattutto di sera.
Non che sia uno sprovveduto. Lavorare in trasferta implica la possibilità di dover fare qualche sacrificio. A fronte di tutto ciò che sto "raccogliendo", mi pare un compromesso abbastanza equo. Su questo non nutro alcun dubbio.

Talvolta basta semplicemente guardarmi attorno, ammirare la bellezza e l'arte disseminata ovunque, tra le strade della Capitale, per dimenticare stanchezza e senso di spossatezza. A differenza della esperienza passata, la sede presso cui operiamo si trova in Via Nizza, più o meno tra la zona Parioli e il quartiere Pinciano. Ammetto che non conoscevo molto bene quella parte della città, e ne sono rimasto a dir poco ammaliato. Può sembrare stupido, una sciocchezza, ma la bellezza di quella vista, per quanto mi riguarda, è un incentivo. Cambia completamente il senso di una giornata lavorativa. Cambia l'umore, notevolmente in meglio. E di questo, inizio a rendermene conto già dal fatto di non percepire più il tempo. Passano i giorni, le settimane intere, come se nulla fosse. E se da un lato sto perdendo, appunto, la cognizione del tempo, resto consapevole di aver lasciato alcuni punti in sospeso, in generale, nella mia vita. Come una serie di asterischi.

Alcune situazioni sembravano talmente solide, talmente concrete, da essere a pochi a centimetri dalla loro realizzazione. Nello spazio di poche settimane, molte di quelle cose che ritenevo punti saldi, sono ora diventati dubbi, quasi perplessità. 
Del resto, questa stessa esperienza, che sto vivendo negli ultimi giorni, mi sta fornendo certezze riguardo le mie ambizioni e le mie aspettative (non soltanto professionali). 
Incredibile come persino i possibili capisaldi di un "progetto" personale possano trasformarsi improvvisamente in variabili impazzite, capaci di modificare totalmente il quadro. 

Sembra assurdo, e per certi versi beffardo. Eppure è così, e puoi farci ben poco. Purtroppo.
Mi rendo conto che dall'essere sul punto di formulare un'offerta di acquisto per un appartamento, al valutarne solo ora l'affitto (senza esserne poi così convinti), il passo non sia proprio breve.
Ma, arrivato a questo punto, appare superfluo rimarcare il concetto che si è artefici del proprio destino, fino ad un certo limite. Superato il quale, poi iniziano a subentrare fattori esterni, indipendenti dalla propria volontà, impercettibili e sfuggenti, impossibili da calcolare.

E per quanto impercettibili, hanno il loro peso specifico sulle tue decisioni, fino ad orientare le tue scelte, i tuoi piani, deviandone il corso, senza che tu possa accorgertene, almeno inizialmente.
Mi consola pensare che, fossi stato a Napoli, la cosa avrebbe avuto ben altre ripercussioni sul mio status psicologico. Posso solo immaginare come la noia ed il senso di frustrazione avrebbero avuto il sopravvento. Ma non qui, non succederà. Sarà meglio concentrarsi sul presente, sul momento attuale, senza riflettere troppo su ciò che succederà d'ora in poi. Volere a tutti i costi prevedere tutto quello che ne verrà fuori, sarà praticamente inutile e non mi porterà da nessuna parte. Non certo una novità. Mi limiterò ad aspettare, cercando di reagire, di volta in volta, in base agli ostacoli o, perché no?, le opportunità che mi si pareranno di fronte. E' così che dovrò giocarmela.

Momentaneamente libero da programmi o pianificazioni future. Premendo, ancora una volta, il tasto "stand-by". Senza dimenticare in ogni caso le priorità. E senza mai dimenticare che, soprattutto in questa fase della mia vita, è tutto ancora da decidere. Ancora tutto in divenire. Assolutamente. Forse.





venerdì 15 settembre 2017

Into the West...

Una luce fioca, leggermente soffusa, spezzava il buio, quasi tetro, di quella stanza. Per quanto debole, quella luce gli sembrava accecante. Privo dei cinque sensi, gli era stato precluso ogni contatto con l'esterno. Chissà per quanto tempo. A giudicare dal fastidioso senso di torpore, doveva esserne passato un bel po'. Cominciò finalmente a riprendere conoscenza, provando a riaprire gli occhi non senza fatica. Fu in quel momento che riuscì a rendersi conto. Realizzò ben presto di essere in una sorta di contenitore, completamente immerso in un liquido simile ad una soluzione salina, collegato ad un particolare respiratore. Il primo istinto fu quello di rialzarsi subito, per uscire in qualche modo da quella teca di vetro temperato. Ma lo spavento non durò molto. In un modo o nell'altro, i sensori collegati a quella vasca di rianimazione dovevano aver rilevato il ritorno dei suoi segni vitali, innescando la fuoriuscita del liquido mediante un sistema di tubi di scolo.

In men che non si dica, la vasca di rianimazione era ormai vuota, e l'alieno completamente libero. Le fasce che ne bloccavano gli arti, erano state disattivate. La teca di vetro si apriva automaticamente.
L'alieno ne uscì subito, istintivamente, ma non era ancora in grado di mantenersi perfettamente in equilibrio, e finì per barcollare, appoggiandosi al pavimento con le mani.

Non si trattava di debolezza. Non era privo di forze, né sentiva il corpo esausto o spossato.
Piuttosto, era come se le sue membra fossero attraversate dai crampi, intorpidite più che indolenzite, per la troppa inattività. Da quanto tempo era lì? Da quante ore si trovava immerso in quella strana vasca di rianimazione, nel mezzo di una fredda stanza esagonale?

Non aveva più i suoi abiti, ormai ridotti a brandelli. Il suo corpo era coperto di bende elastiche, soprattutto sulla regione del torso, dove era stato maggiormente ferito.
Non ricordava granché, a parte il viaggio con Roxy, e la sua disavventura con le mercenarie delle Rosse Leggendarie. C'era un vuoto, qualcosa che proprio non riusciva a ricollocare nell'ordine dei fatti. Come fosse capitato lì e, soprattutto, per quale motivo, era qualcosa di completamente misterioso ed inspiegabile.

Provò a guardarsi intorno, scrutando le pareti di quella stanza così asettica, in cerca di dettagli che potessero in qualche modo stimolarne la memoria, o semplicemente gli ultimi ricordi di cui sembrava avesse perso ogni traccia. Il vuoto attorno a sé non lo aiutava di certo. Ma era in qualche modo in linea con il suo stato d'animo, con ciò che provava in quegli istanti.

Proprio mentre fu intento ad osservare i dettagli di quello strano "ambulatorio" improvvisato, la sua attenzione venne catturata da un rumore proveniente da non molto lontano. Doveva trattarsi dell'apertura di una porta, o qualcosa del genere. Gli sembrò in tutto e per tutto il rumore di una serratura, o qualcosa del genere. Ed in effetti non si sbagliò.

Restò in silenzio, senza muoversi. Come se, del resto, vi fosse qualche posto dove nascondersi.
Il chiaro suono di passi in avvicinamento era sempre più percettibile. Fin quando la porta che dava sulla stanza esagonale non si aprì, spalancandosi del tutto. 

"Finalmente... Di nuovo tra noi, eh?" - disse la donna, azionando l'interruttore della luce.

L'alieno restò quasi accecato, proteggendo gli occhi con le braccia, ma non impiegò molto a mettere a fuoco. Una donna alta, sinuosa, con un camice bianco per nulla abbottonato, dal quale si intravedeva un costume da bagno color lilla, con decorazioni floreali bianche ed argento. Aveva i capelli bianchissimi, e gli occhi di colore ambrato. Reggeva una bottiglia di rum nella mano destra e abbozzava un sorriso sornione sul viso.

"A vederti si direbbe che ti sia ripreso. Meglio tardi che mai, no?" - fece la donna, avvicinandosi.

"Non ho molti ricordi ma credo di essere svenuto e... ah, si... c'era una ragazza con me. Mi ha aiutato moltissimo, mi ha dato da mangiare, si, questo lo ricordo. Dove è andata?"

"Non c'era nessuna ragazza con te, quando sei arrivato qui. E' stato un uomo a condurti da me. Uno sconsiderato, giunto fino a qui senza preavviso. Ma lui, beh, lui fa sempre così."

"Per caso ti riferisci ad un monaco dai capelli lunghi?" - chiese l'alieno.

"Oh no, non credo proprio. Ora tutto si può dire di Azrael, tranne che sia un monaco. Non ho dubbi in proposito. Per il resto, beh, so soltanto che ti ha condotto qui, chiedendomi di aiutarti. Si, insomma, a rimetterti in sesto, e nemmeno stavolta ho saputo dirgli di no." - rispose lei, sedendosi.

"E quando è successo? Possibile che io non ricordi nulla di tutto questo?"

"Non eri certo messo bene. Anzi, direi il contrario. Quando sei arrivato qui eri già privo di sensi, con un'orrenda ferita al petto. E' stato circa tre settimane fa."

L'alieno restò di sasso. Quasi come colto da un malore improvviso, cercò un appoggio dove potersi sedere, restando completamente stupito, attonito, completamente spiazzato.

"Ho fatto tutto il possibile, rimuovendo l'infezione. Il resto lo hai fatto tu, con l'aiuto della mia vasca di rigenerazione. Vi sei rimasto per ben 21 giorni, ma da quello che vedo, l'operazione è riuscita perfettamente. Ora dovrò tenerti sotto osservazione per un po', e soprattutto, dovrai cominciare il recupero fisico. Per quanto efficace sia stata quella macchina, hai bisogno di nutrirti, e non intendo per via venosa. Quindi, per prima cosa, dovrai mangiare. DUMAS!!!" - urlò, improvvisamente.

Una porta scorrevole, appena fuori dal corridoio della stanza esagonale, si aprì. Ne venne fuori una figura strana, decisamente goffa, che sembrava saltellasse invece di camminare. Appena giunto nella stanza, finalmente fu chiaro. Per quanto fosse incredibile, la figura era quella di un dugongo, buffo ed allo stesso tempo aggraziato. Aveva un grembiule bianco ed un cappellino bianco, con una "D" cucita su di esso. Portava con sé una cloche in acciaio, sotto la quale si celava una enorme ciotola colma di stufato fumante. Con fare impeccabile, il dugongo si avvicinò all'alieno, porgendogli la scodella e le posate per poter mangiare. 

"Ah, giusto, si. Ti presento Dumas, il mio assistente. Anche lui si è preso cura di te durante questo periodo. E, come potrai notare, è molto bravo ai fornelli." - disse la donna, con sguardo compiaciuto.

"Grazie, davvero. E grazie anche a te, Dumas." - rispose l'alieno, mangiando senza fare complimenti.

Dopo tre settimane di nutrimento via flebo, avrebbe divorato perfino un paio di vecchi scarponi. Ma non era quello il caso. La zuppa era davvero squisita (oltre che abbondante), e fu una vera consolazione, da ogni punto di vista. L'alieno la mangiò senza fare storie, fino all'ultimo boccone, mostrando i primi segni di vera ripresa. Era un po' che non sentiva il senso di sazietà.

In quel momento, percepì che le forze gli stavano tornando. Aveva riposato abbastanza, e si era anche rifocillato. Non avrebbe potuto chiedere di meglio, dopo quella che sembrava essere una situazione disperata. Si alzò di scatto, con innaturale reattività. Sollevò poi lo sguardo, fino ad incontrare gli occhi di colore ambrato della donna flessuosa, dai capelli bianchi come la neve.

Per un attimo, la donna rimase sorpresa, ma in men che non si dica, la sua espressione cambiò, tramutandosi in una sorta di ghigno di approvazione. Senza proferire parola, i due avevano comunicato, nella maniera più efficace possibile.

Posò la bottiglia di rum sul tavolo e porse la mano affusolata all'alieno, invitandolo a seguirla. Prendendogli la mano, lo condusse verso l'uscita della stanza esagonale, in un silenzio che, proprio come all'inizio, pareva surreale. Nei pressi dell'ascensore, sopraggiunse anche Dumas, con una cloche in acciaio. All'interno, vi erano i vestiti dell'alieno, perfettamente rammendati e lavati, quasi come nuovi. C'era persino il suo fagotto, seppure fosse visibilmente più leggero rispetto a prima.

L'alieno accettò volentieri l'offerta, riprese i suoi abiti, ed istintivamente abbracciò Dumas, prima di ricongiungersi alla dottoressa, che lo stava aspettando nella cabina dell'ascensore. 
In pochi secondi, risalirono in superficie, sulla cima di Colle Melanconico, da cui ora avrebbe potuto riprendere il discorso. Riuscì, per quanto possibile, a trasmettere tutta la sua gratitudine mediante i suoi occhi, con il suo sguardo. La dottoressa non faticò a recepire, abbozzando un sorriso che celava commozione. Solo allora, le loro mani finirono per separarsi. 

"Mi ha chiesto di curarti, e l'ho fatto. Non so nemmeno io perché. Dovevo aiutarti a rimetterti in piedi, ed ora eccoti qua. Però adesso sta a te. Sta a te solamente. Non ho voluto tagliare quel Filo Rosso che ti porti dietro. Non dovrai farlo nemmeno tu. Dall'altro capo di quel Filo, c'è qualcuna che ti sta aspettando. Di te conserverà anche il cuore, oltre all'anello. Non ti farà del male. Non lasciare che ti abbattano. E, soprattutto, cerca il tizio con la Mappa del Mondo disegnata sul volto. Non fermarti. Non fin quando non lo avrai trovato!!!".

L'alieno ascoltò in religioso silenzio, limitandosi ad annuire, stampando un sorriso enorme sulla sua faccia, non più provata. Fu il suo ultimo saluto nei confronti di quella donna. Pur non sapendo come fosse arrivato lì, si lasciò guidare dall'istinto, voltandosi, e dirigendosi verso Ovest, verso il Mare.
Lo stesso Mare da cui, inevitabilmente, il suo viaggio doveva continuare.


domenica 3 settembre 2017

Collide...

E' incredibile come, in alcune circostanze, certe cose possano cambiare, subire evoluzioni, al punto da avere un impatto notevole sulla propria vita. Scendendo più nel particolare, è incredibile come certe cose possano accadere, quasi come se "qualcuno" avesse scelto il momento più adatto per farle capitare. Basti pensare soltanto al periodo, quello immediatamente successivo alle vacanze.

Settembre è ormai arrivato, l'Estate è sempre più lontana. Forse è soltanto una mia sensazione, ma sembra che già il tempo stia cambiando. Qualche nuvola, un venticello sottile. Non ne potevo più di notti insonni in preda all'afa, o del caldo insopportabile tra le vie della città. 
Ebbene, a quanto pare, quello climatico non sarà il solo cambiamento. Adesso è ufficiale.

Pur consapevole della mia necessità di ripresa, le ultime due o tre settimane mi avevano visto annaspare in un pantano di dubbi, deriva della mia debolezza caratteriale, che spesso non riesce a far fronte a tutte le situazioni. Come quando un altro dei tuoi migliori amici-colleghi, riesce a cogliere una nuova opportunità lavorativa (sensazione, questa, già sperimentata un paio di mesi fa, di cui ho abbondantemente discusso). O come quando, nel fare nuove conoscenze, rimani bloccato, finendo per rovinare tutto, precludendoti qualcosa di interessante. Oppure come quando, mettendo da parte tutto il tuo orgoglio, riesci a fare un passo indietro ed a chiedere scusa, per poi vederti sbattere la porta in faccia, senza possibilità di appello.

Ecco, fosse dipeso soltanto da me, non sarebbe stato difficile andare al tappeto, restando fermo per un po' a cercare spiegazioni. Spiegazioni e risposte a domande che nemmeno esistono. O che, in ogni caso, non vale la pena porsi. Perché poi, seppure in ritardo, si, poi arrivi a capirlo. Capire che c'è dell'altro, che in alcuni momenti è semplicemente tutto quello che ti occorre.

A fronte delle persone (amici, colleghi, parenti, familiari) che mi stimano, o soltanto di tutto l'affetto che ricevo, giorno per giorno, una porta sbattuta in faccia, un singolo rifiuto, o l'incomprensione che ne scaturisce, possono starci. Sono assolutamente comprensibili, e non dovranno prendere il sopravvento. Non ce n'è motivo. E soprattutto non serve a nulla.

Anche perché, appunto, le cose cambiano, continuano ad evolvere e, ironia della sorte, lo fanno proprio nei momenti più particolari. Come quello che stavo vivendo fino a giusto una settimana fa.
Poi ho compreso che basta liberare la mente, smettere di pensare o di desiderare troppo che qualcosa accada. Concentrarsi su sé stessi, per dare sempre il massimo, restando positivi.

Non credo alle coincidenze, ma so per certo che entrando in questa prospettiva, tutto sembra tornare al proprio posto. E' come assistere ad una serie di incastri, apparentemente casuali, eppure perfetti, quanto sistematici. Praticamente quello che mi sta accadendo in questo istante.

Ancora una volta, e se possibile in maniera ancora più inaspettata, mi ritrovo a "chiudere" le valigie, preparandomi ad una nuova esperienza in quel di Roma, per un periodo di almeno sei mesi.
Inutile descrivere quanto questo evento mi "galvanizzi" e quanto faccia bene alla mia psiche. Un'autentica iniezione di fiducia. Ed ecco il punto: non poteva capitare in un momento migliore.

Non ho dimenticato tutti i benefici che ho riscontrato dopo l'ultima esperienza dei collaudi, all'inizio dell'anno. Soprattutto non ne ho sottovalutato l'importanza, non solo dal punto di vista professionale.
Più in generale, semmai non bastasse, mi aiuterà a capire ed a comprendere che, almeno nella mia vita, non occorre voler a tutti i costi precorrere i tempi. 

Sia che si tratti di un'opportunità professionale, o della realizzazione del mio sogno di indipendenza, o ancora, del desiderio di ritrovare la donna che "mi attende" dall'altra parte del Filo Rosso, mi basterà non pensarci più di tanto, e vivere godendomi il momento.

Ancora una volta, quando tutto sembrerà impensabile, ed allo stesso tempo nell'istante più opportuno, tutto colliderà, in una imprevedibile serie di incastri. 
Sarà come attraversare uno sciame di asteroidi, facendosi coinvolgere da tutto ciò che questo comporterà, vedendo di volta in volta come la situazione evolverà. Entrando in collisione, a cominciare da domani. 

Settembre è già arrivato, l'Estate è sempre più lontana. Forse è soltanto una mia sensazione, ma sembra che già il tempo stia cambiando. Qualche nuvola, un venticello sottile, decisamente più fresco. Chissà che tempo farà a Roma. Ancora un po' e potrò scoprirlo. Sicuramente cambierà.
E a quanto pare, quello climatico non sarà il solo cambiamento. 
Del resto, Settembre rappresenta la ripresa, il nuovo inizio. E sento che tutto stia per ricominciare.












martedì 29 agosto 2017

Mood of the Day...

I primi cambiamenti iniziano ad avere effetto. Ci sono molte incertezze ed è come aver subito una serie di colpi (anche bassi) in rapida successione. Non so se si tratti di una primissima sensazione, o soltanto di una vana speranza. Ma mi pare di poter restare in piedi, nonostante tutto, riuscendo a non perdere di vista gli obiettivi. Forse non sempre sarà così, forse ci saranno giorni in cui mi troverò ad essere meno preparato. So soltanto che oggi, ed in questo particolare momento, sento di potercela fare, di essere più "incisivo" e determinato, nel tagliare i ponti con il passato e nel prendere decisioni nette, seppur drastiche. Non credo di avere tempo di buttar giù le mie impressioni, le mie analisi e una serie di possibili arringhe difensive a favore della mia psiche. Preferisco, una volta tanto, sfruttare l'intervento esterno di un testo, una poesia, scritta da Roberto Vecchioni, che spesso e volentieri mi capita sottomano, spuntando come fulmine a ciel sereno dalla mia playlist. Ne lascerò traccia qui, come se queste parole non fossero già impresse a fuoco sulla superficie della mia anima.

"E ti diranno parole rosse come il sangue
Nere come la notte
Ma non è vero, ragazzo
Che la ragione sta sempre col più forte
Io conosco poeti
Che spostano i fiumi con il pensiero
E naviganti infiniti
Che sanno parlare con il cielo
Chiudi gli occhi, ragazzo
E credi solo a quel che vedi dentro
Stringi i pugni, ragazzo
Non lasciargliela vinta neanche un momento
Copri l'amore, ragazzo
Ma non nasconderlo sotto il mantello
A volte passa qualcuno
A volte c'è qualcuno che deve vederlo 
Sogna, ragazzo sogna
Quando sale il vento
Nelle vie del cuore
Quando un uomo vive
Per le sue parole
O non vive più
Sogna, ragazzo sogna
Non lasciarlo solo contro questo mondo
Non lasciarlo andare sogna fino in fondo
Fallo pure tu
Sogna, ragazzo sogna
Quando cade il vento ma non è finita
Quando muore un uomo per la stessa vita
Che sognavi tu 
Sogna, ragazzo sogna
Non cambiare un verso della tua canzone
Non lasciare un treno fermo alla stazione
Non fermarti tu
Lasciali dire che al mondo
Quelli come te perderanno sempre
Perchè hai già vinto, lo giuro
E non ti possono fare più niente
Passa ogni tanto la mano
Su un viso di donna, passaci le dita
Nessun regno è più grande
Di questa piccola cosa che è la vita 
E la vita è così forte
Che attraversa i muri per farsi vedere
La vita è così vera
Che sembra impossibile doverla lasciare
La vita è così grande
Che quando sarai sul punto di morire
Pianterai un ulivo
Convinto ancora di vederlo fiorire 
Sogna, ragazzo sogna
Quando lei si volta
Quando lei non torna
Quando il solo passo
Che fermava il cuore
Non lo senti più 
Sogna, ragazzo, sogna
Passeranno i giorni
Passerrà l'amore
Passeran le notti
Finirà il dolore
Sarai sempre tu
Sogna, ragazzo sogna
Piccolo ragazzo
Nella mia memoria
Tante volte tanti
Dentro questa storia
Non vi conto più
Sogna, ragazzo, sogna
Ti ho lasciato un foglio
Sulla scrivania
Manca solo un verso
A quella poesia
Puoi finirla tu"


venerdì 25 agosto 2017

The IceMan (A Million Little Pieces)...

Ci sono volte in cui non controllo bene le mie azioni. Forse sarebbe meglio parlare di volte in cui non controllo bene le mie "reazioni". Per quanto provi a negarlo, o a ridimensionare il problema, continua a far parte del mio carattere. Averci lavorato su, per qualche tempo, può sicuramente aver aiutato.
Questo non lo metto in dubbio. Dubito però che questa sia la soluzione definitiva. Non lo è, e tutto quello che so è che al momento riesce difficile calibrare certi aspetti della mia indole. Soprattutto quando ci si trova dinanzi a determinate situazioni. 

Insomma, ci sono volte in cui voler restare fedeli a sé stessi, può portare a commettere errori, capaci di perseguitarti, di tenerti fermo lì, a pensare. Pensare a come sarebbe stato se, in quella circostanza, tu fossi stato capace di mettere da parte l'orgoglio, quello stupido orgoglio, senza scattare. Evitando di sentirsi chiamato in causa, discriminato, senza aver avuto prima la possibilità di mettersi attivamente in gioco, facendo seguire i fatti alle parole. 

Errori di valutazione, deriva di una natura dannatamente sensibile (forse anche troppo), forgiata dal passato. Una natura che, pur prevedendo possibili scenari negativi, persiste nel non imparare la lezione. Decisamente recidiva.
Scelte dettate da quell'istinto di conservazione irrazionale, che segue l'impulso senza alcun preavviso.
E' qualcosa che fa parte di me, nonostante tutto. La risultante delle mie esperienze e del dolore che, spesso, le ha caratterizzate. Esplode e riaffiora anche quando sembra tutto realmente sotto controllo.
Viaggiando sulla scia del mio vissuto, emerge come parte dominante del mio carattere, continuando a sedimentare strato su strato, come una barriera di ghiaccio, lì, sul cuore. Ora è nettamente più visibile, me ne rendo conto. Non so fino a quando continuerà a condizionarmi, ma so che esiste, da qualche parte nel mio petto. Così come so, ne sono certo, di fare il possibile per renderla impercettibile agli altri, per ferirli il meno possibile. Non sempre questo sarà possibile, purtroppo.

Una parete fredda ed apparentemente intangibile, può esser più che una superba arma di difesa. Da ieri ne so qualcosa. E' stato dopo quel meraviglioso susseguirsi di contrasti. Di fronte a me una persona apparentemente scostante, disinteressata, per certi versi annoiata. Guardando meglio, e non soltanto con gli occhi, ho visto di più. Molto di più. Un involucro spigoloso, scorza coriacea, a protezione di un animo gentile. Da un lato l'aspetto procace e disinvolto, dall'altro la timidezza e la dolcezza smisurata nel suo sguardo. Ho creduto di aver raggiunto l'equilibrio. Mi sentivo bene.
Non ricordavo l'ultima volta in cui mi ero sentito così a mio agio, così perfettamente a mio agio.

Ma è stato un attimo. E' durato un istante soltanto. E' stato prima che arrivasse il (pre)giudizio, e con esso, la diffidenza. Il frutto, appunto, di ferite passate e di un trascorso che ha lasciato i segni sul suo cuore, smussandone la personalità. Che diventava nuovamente scostante, disinteressata, per certi versi annoiata. Sicuramente scettica, come fosse in cerca di prove, pronta a giudicare e a giudicarmi.

E' possibile sentirsi vicinissimo ad una persona e, nello stesso tempo, distante anni luce da essa?
Eppure è ciò che ho percepito, ed è stato sufficiente a far palesare i miei limiti e le mie criticità.
Il moto d'orgoglio ha preso il sopravvento, dando forma al muro di ghiaccio che è dentro di me.
E senza accorgermene, l'avevo già travolta, con l'irruenza e l'impeto di una valanga, sigillando nel gelo ogni margine di discussione. Tagliando fuori ogni eventuale possibilità di sviluppo, che a questo punto, non mi sarà mai più dato sapere.

Non dico sia corretto. Non cerco attenuanti. Non intendo giustificarmi per ciò ho fatto. Ma so che in questa fase non intendo farmi carico delle responsabilità di altri. Non ho intenzione di pagare i loro conti arretrati. Non resterò inerme nei loro tribunali mentali. Non sarò oggetto di pregiudizi, né di valutazioni.
Perché in fondo, anche se può sembrare il contrario, conosco bene il mio valore. So bene quanto io abbia da dare, nonostante tutto. So di essere pronto, reattivo, di volermi impegnare. E sento di non aver proprio nulla da dimostrare. A nessuno.

Darò il massimo per migliorare anche sotto questo aspetto, ed imparare finalmente dai miei sbagli, per quanto sia possibile. Non so quanto ci vorrà, e in fondo non importa saperlo.
A costo di continuare a vivere nell'illusione, preferisco tornare a credere che non tutti i confronti siano simili o seguano le stesse regole. Voglio pensare che un giorno troverò la persona giusta e che non faticherò a riconoscerla: mi aspetto che lei faccia altrettanto, senza aggredirmi, senza farmi percepire il peso del giudizio. Che sappia leggere lo sguardo, interpretando l'anima nel profondo, semplicemente osservandone i gesti in superficie. Riuscendo ad andare oltre, superando la coltre di ghiaccio che ricopre il mio cuore. Facendosi strada tra le sue crepe, insinuandosi in ogni suo solco.
Riuscendo ad infrangerla, mandandola in pezzi, un milione di piccoli pezzi, una volta per tutte, con un soffio d'Estate, racchiuso in un solo sorriso.





martedì 15 agosto 2017

After the Sunset...

Siamo alle battute finali di queste ferie estive, edizione 2017. La sensazione che siano volate vie quasi in maniera impercettibile, è come sempre una costante. Ma nemmeno quest'anno avrò modo di lamentarmi. Basterebbe pensare alla fantastica esperienza vissuta poco più di una settimana fa. E, molto probabilmente, non sarebbe l'unico motivo.

Spesso le mie ferie sono frutto di adeguata "pianificazione" aziendale, e soprattutto in passato, questa cosa tendeva spesso a prescindere dalla mia volontà o dalla mia preferenza in senso assoluto. Negli ultimi tempi, avendo sempre a disposizione un "monte ore" residuo molto più alto rispetto ad altri colleghi (che fruiscono di ferie e permessi durante l'anno), ho avuto la possibilità di scegliere quasi del tutto in autonomia, e, quando posso, non esito a preferire la prima parte del mese di Agosto.
E' un po' in controtendenza rispetto alla prassi generale, questo lo so. E non sempre conviene dal punto di vista economico (le mie povere tasche ne sanno qualcosa). Eppure ancora una volta credo di aver fatto la scelta più giusta. Domani dovrò rientrare in operativo (dopo essermi fermato nuovamente per il giorno di Ferragosto), mentre praticamente tutta la popolazione cittadina si appresta a partire per le vacanze.

Da un certo punto di vista, l'ho già sperimentato, la cosa mette un po' di tristezza o, meglio, malinconia, e viene quasi il magone. Ma dall'altro lato, e personalmente si tratta della sensazione dominante, è magnifico godersi la città semi-deserta, senza dover far fronte al traffico tentacolare o alla massa di imbecilli che ne affolla le strade durante tutto il resto dell'anno. Tralasciando la possibilità di non perdersi l'inizio della Stagione in Premier League (cosa per me essenziale), il valore aggiunto è proprio questo. 

Aree che in altri periodi dell'anno risultano quasi sempre "off-limits", diventano facilmente accessibili, sia con la propria auto che con i mezzi pubblici. Sembra assurdo, ma si ha quasi l'impressione che sia proprio la qualità della vita a migliorare, ed il tutto praticamente restando nella stessa città. O persino nello stesso pessimo quartiere. Ci voleva proprio, e seppur non sarà semplicissimo tornare alla routine, non avrei potuto auspicare un rientro migliore di questo.
Funzionerà come una specie di paracadute, come quelli che si aprono dal "posteriore" di quelle auto da corsa (credo si chiamino Dragster) che effettuano gare di accelerazione in rettilineo.

Ecco, servirà ad attutire il colpo, ad ammorbidire la frenata, rendendo tutto più semplice.
Lo stato d'animo inevitabilmente si adatta, si adegua, ne ricalca la forma. E' come vivere una piccola fase di transizione, che per quanto breve, si renderà comunque necessaria ed avrà la sua funzione propedeutica a quello che ritengo come il "quadrimestre" più importante del mio 2017.

Avevo l'intenzione di riposarmi, di fare mente locale, recuperare le forze, ed alla fine sono riuscito nel mio intento. Nel frattempo ho avuto anche il modo (nonché il piacere) di confrontarmi con persone nuove, cogliendone le "affinità", ma soprattutto apprezzandone le differenze.

Curioso, in questo senso, scoprire l'esistenza di persone che pur ricercando il dialogo con personalità compatibili, non esitano ad ammettere di "star bene soltanto con loro stessi", rifuggendo i legami.
Nel novero delle varianti caratteriali fin qui incontrate, di volta in volta, lungo il mio tragitto, questa "visione del Mondo" (se così la vogliamo definire) rasenta decisamente il sublime. E per quanto sembri difficile da credere, il mio tono non è ironico. Anzi.

Non è un caso che la cosa meriti un approfondimento, o comunque, una menzione tra le pagine di questo spazio. Altrimenti che "raccoglitore di pensieri" sarebbe, questo?
Dunque, una sorta di apparente contraddizione, la coesistenza di due impulsi praticamente antitetici.
Questo è ciò che subito mi appare, provando a ragionarci su, di primo acchito. E so bene di essere alquanto limitato, dal punto di vista delle facoltà intellettive.

In seconda battuta, verrebbe poi da chiedermi dove sia il senso (ammesso sempre che vi sia) nel vagliare un qualsiasi mezzo di comunicazione, come ad esempio uno dei tanti "social media" utilizzati ai giorni nostri, alla curiosa ricerca di profili (anche psicologici) più o meno compatibili, ben sapendo, a-priori, di non essere disposti ad allacciare legami, qualunque ne sia la natura.
Ancora una volta, ed è bene precisarlo, non sto facendo retorica. La mia non vuole essere una domanda retorica. Vorrei, anzi, porre davvero questa domanda, e sarei curiosissimo della risposta.
Anche perché, sebbene io cerchi sempre di mettermi in discussione e di comprendere le teorie altrui, non sono mai stato un fan dei postulati o delle verità incontrovertibili.

Il pensiero, piuttosto comune, secondo cui "per poter stare bene con gli altri, è necessario stare bene da soli" ne rappresenta, in questo senso, un esempio direi più che calzante.
Stare bene con sé stessi, accettarsi comprendendo i propri limiti, cercando di migliorarsi quotidianamente anche per il bene delle persone che ci orbitano attorno, è condizione fondamentale. Su questo non potrei essere più d'accordo. Ciò che invece non condivido è il voler stare bene con sé stessi, nel senso di "stare da soli", quasi auto-infliggendosi forzatamente la condizione di solitudine (o comunque di repulsione nei confronti di possibili legami), come per voler dimostrare qualcosa. Che sia a sé stessi, o agli altri, è indifferente. Come se, fondamentale e più del proprio benessere psicologico, fosse importante provare il punto. Avere ragione.

E, se non altro, l'inconsistenza di questo modo di pensare, sta proprio nella contraddittoria tendenza a voler comunque ricercare una o più personalità "compatibili" con cui confrontarsi, dialogare, e dove possibile, approfondire la conoscenza. Del resto, non è forse questa la tipica sequenza di step finalizzati alla creazione di un legame? 
Beh, posso dire di essere un tipo molto curioso per mia natura, e continuerò ad avere sempre molti dubbi in generale. Ma, per certo, saprò che il mio attuale "star bene" non dipenderà da una scommessa che vorrò a tutti i costi imporre a me stesso. So che si tratta di una fase momentanea della mia vita, e che non determinerà il mio modo di interagire con gli altri o, addirittura, le mie scelte future. E, alla stessa maniera, so che non influirà sui miei obiettivi e sui sogni che intendo continuare ad inseguire, fin quando ne avrò la possibilità.

Ho intenzione di rimettermi in carreggiata, nonostante il terreno perduto. Ho un sogno che intendo realizzare, possibilmente entro la fine del 2017, ed a cui dare continuità, per crescere come persona e per concretizzare la mia voglia di indipendenza. Non ho intenzione di precludermi le possibilità di conoscere gente nuova, di creare legami e di fidarmi delle persone (nonostante le esperienze vissute) solo per provare a me stesso di stare "egoisticamente bene, da solo". Spero che tutto questo possa permettermi di migliorare, e di trovare la persona adatta, con cui vivere e, perché no, con cui creare una famiglia, non perché i canoni o le tendenze lo impongono. Scelgo di vivere seguendo i desideri che ho in fondo al cuore, di viaggiare e di vedere il più possibile.

Perché, è vero, la vista di un tramonto rimane emozionante anche se al momento sono lì, a guardarlo da solo. Riuscirei sempre e comunque ad emozionarmi, ammirandone i colori e la transizione.
Ma so che, alla fine, resterei ad ammirarlo con la speranza, un giorno, di poterlo condividere con una persona speciale, con la mia "complice". E non certo per questo non riuscirei a coglierne la bellezza.

In fondo, anche questo stesso periodo, che prima ho definito come un piccolo periodo di transizione, non è altro che qualcosa di simile ad un continuo susseguirsi di tramonti. Ogni volta, spettacolo dopo spettacolo, resto a contemplarne la magnificenza, chiedendomi cosa verrà dopo. 
E il bello sarà riuscire a scoprirne la risposta, magari anche un pezzetto alla volta, lungo la strada di questo viaggio che non ha ancora una destinazione.