lunedì 30 aprile 2018

LONDON TRIP - Vol.2 - Part Three...

(Dal Diario del 03/07/2008)


Ricordavo di aver visto quella struttura fantastica da qualche parte in televisione. Molto spesso la associavo ai servizi del sempre impeccabile Antonio Caprarica, che seguivo con interesse al TG1. Ad ogni modo, Piccadilly Circus, o meglio la sua immagine, era da sempre irrimediabilmente stampata nella mia mente, come uno degli emblemi più ricorrenti da attribuire alla mia innata “anglofilia”, se così si può dire. Pur non avendo chissà quali doti mnemoniche, ho sempre avuto una buona memoria fotografica, spesso utilizzando la particolare tecnica di associare cose, concetti o persone ad immagini. Penso sia una tecnica infantile, banalissima, lo so. Sta di fatto che continuo tuttora ad utilizzarla, e spesso si rivela piuttosto efficace per chi, come il sottoscritto, fatica ad immagazzinare certe moli di dati in maniera meccanica. 

Nella fattispecie, la mia immagine associata all’idea di Piccadilly Circus, è quel gigantesco tabellone/schermo con su impresso il logo della Sanyo, illustre azienda di elettronica giapponese. Non mi sono mai interessato più di tanto alle sorti di quella ditta. Né mi sono mai documentato sul perché il loro marchio fosse così platealmente esposto in una delle piazze più importanti di Londra. Sapevo che fosse lì. Nulla di più. Nulla di meno. Avendo già avuto esperienza su come funzionassero i trasporti pubblici britannici, non aspettavo altro che scrutare la nostra fermata, per poi verificare la correttezza della mia associazione di immagini. Peppe era invece un neofita, e non poté fare a meno di restare allibito di fronte a quanto avevamo sotto i nostri occhi. La perfetta sintesi di efficienza, pulizia, ordine, comodità e tranquillità. Mi guardò esterrefatto, poi sorrise. La mia risposta fu un semplice sguardo di compiacimento, quasi di orgoglio, come a dire: “Di che ti meravigli? Mica siamo a Napoli?”

Non una semplice frase fatta. Il percorso prescelto contemplava 5 fermate ed un cambio di linea. Tempo complessivo: circa 13 minuti. Mio fratello fa più o meno lo stesso tipo di tragitto, percorrendo più o meno gli stessi chilometri, per arrivare alla facoltà di Ingegneria, con 3 fermate in più. Tempo complessivo: 50 minuti circa. Tralasciando i dettagli, potevamo entrambi constatare quanto fosse comodo ed agile quel mezzo di trasporto. Anche l’operazione del cambio risultò più che agevole. Dopo aver attraversato Lancaster Gate, Marble Arch e Bond Street, eravamo giunti ad Oxford Street, dove poi saremmo dovuti scendere per cambiare, prendendo la Bakerloo Line. Una sola fermata ed eccoci a Piccadilly. Non vedevo l’ora di vedere quell’enorme logo scintillante, sebbene non fosse certo quello il monumento cardine della piazza. Tuttavia, tra le tante uscite della metro, quella che imboccammo non ci fece ritrovare di fronte a quell’edificio. 

Al punto da farmi sentire quasi disorientato. Ben presto capimmo che era solo una questione di posizione. Posizione dell’uscita, più che altro. Il che non fu così spiacevole. Anzi. Per essere onesto, la mancata apparizione del “gigante nipponico” non evitò lo spalancarsi sproporzionato della mia mascella. E credo di poter parlare anche a nome di Giuseppe in questo senso. Riuscì a malapena a contenere l’emozione. Così come riesco a malapena a dipingerla ora. Quasi stentavo a credere ai miei occhi. Il mondo che avevamo davanti a noi era tremendamente bello, variopinto, multietnico. La realizzazione piena del concetto di ombelico del mondo, ma in senso ancora più pieno di quanto volesse dire Lorenzo Cherubini. Mai visto un crogiolo di etnie, culture, tradizioni e colori così armonioso e compatto. Il tutto, poi, era naturalmente incastonato in un contesto urbanistico così favoloso da mozzare il fiato. Con lo sguardo in su e a bocca aperta, ci limitavamo a contemplare quello scenario indescrivibile che ci era capitato sottomano. Il suono dei passi che compivamo per risalire le scale della metro veniva completamente sovrastato dal suono del mio battito cardiaco. Facevo fatica, molta fatica a comprendere quanto mi stesse succedendo.

 Fu però una mera questione di tempo. Ben presto dovemmo far mente locale, e fare attenzione a tutto quello che osservavamo, come a voler avidamente riempire l’anima di tutte quelle immagini colorate e pulsanti di vita. Quasi come se la fotocamera non avesse potuto fare abbastanza. E allora via, trascinati consapevolmente in quel turbine iperattivo e multietnico, per le vie della City di Westminster. Uno sguardo al cielo, quello tanto sognato, per rendermi conto, ogni tanto, della veridicità della cosa. Ad ogni passo, la meraviglia, la gioia, la felicità in senso stretto, che mancava da mesi e mesi a quella parte. Di fronte a noi, subito la rinomatissima bisteccheria Aberdeen, nei pressi della quale non potevano mancare le caratteristiche cabine telefoniche. Un paio di passi in direzione nord, ed eccoci in prossimità di un Virgin Megastore: davanti alla sua gigantografia apposta sulla vetrata, giurai a Solid Snake che avrei portato a termine la sua ultima missione. E sono già a buon punto nell’adempimento di quella promessa. 

Non con poche difficoltà, Peppe riuscì a farmi schiodare da lì, recandoci poi alla volta del corso principale, con tutti i caratteristici negozi di souvenir, tra cui spiccava senza dubbio il Whittard of Chelsea. Complesso, veramente complesso cogliere tutti i dettagli di quelle scene. Attraversando la strada, potevamo ammirare lo sfarzoso Cinema Teatro Empire, ma ben presto ci rendemmo conto che era solo uno dei tanti multisala posti nella piazza. Uno più bello dell’altro. Ad ogni modo, avevamo costeggiato un intero lato del “Circus”, per poi spuntare nella piazzetta centrale, inscritta in un bellissimo giardino, anch’esso di forma vagamente circolare. Si trattava di Leicester Square Garden, un favoloso mini-parco con tanto di animazione dal vivo al suo interno. Avemmo anche modo di riposarci per qualche istante, dopo esserci seduti su una delle affollatissime panchine che spuntavano qua e là, in quella meravigliosa macchietta di verde. 

Penso che sarei rimasto lì, immobile, a contemplare quella bellezza, rilassandomi in silenzio per ore e ore. Giuseppe non era invece del mio stesso avviso. Giustamente, non avevamo la possibilità di stazionare troppo, tra una meta e l’altra. Il tempo a nostra disposizione era quello che era, e andava sfruttato al massimo per vedere quanto più possibile ci fosse da vedere. Ero consapevolissimo del fatto che avesse ragione su tutta la linea, sebbene le mie chiappe stanche facessero spesso fatica ad accettarlo. Imparai tuttavia ad utilizzare il suo entusiasmo come carburante alternativo, laddove la mia energia fisica non fosse stata sufficiente. E poi, come se questo non bastasse, mi ripeteva spesso:” hai detto che quando rientriamo scriverai un diario di viaggio come la prima volta… se non andiamo in giro a vedere le cose, cosa ci racconterai? io voglio leggere più dettagli possibili, non vorrai solo descrivere la camera dell’Hotel, spero…”

Aveva ragione, ancora una volta. Preso atto di ciò, stabilimmo una nuova regola secondo la quale le nostre giornate sarebbero dovute cominciare la mattina alle 9,30, per poi rientrare alla base direttamente la sera tardi. A seconda della contingenza, ovviamente. Proseguimmo il cammino, ancora più entusiasti dopo quell’accordo, circumnavigando Leicester Square. Sulla sinistra si poteva scorgere un Casino, con all’ingresso un curioso tizio che non passava certamente inosservato. Proprio lì, in prossimità dei ritrattisti, dei caricaturisti e del marciapiede delle celebrità (con tanto di impronte di mani), si stanziava lui, imperioso, con il suo frac giallo oro, arricchito di sgargianti paillette, camicia bianca e papillon abbinato al vestito. Aveva grossi occhiali da sole, e capelli lunghissimi, raccolti con la classica coda alla “Fiorello”, quello dei bei tempi di Karaoke e di Katia Noventa.  Sicuro di sé, col suo microfono, urlava dispensando battute e invitando le persone ad entrare, raccogliendo l’attenzione (e le risate) di quella fiumana di gente, trovatasi lì, ad attraversare quel tratto di strada. Né io né Giuseppe potemmo fare a meno di commentare quel tipo così stravagante. Non riuscivo a non pensare a cosa avrebbero potuto dire, o anche fare, i miei fratelli se si fossero trovati lì con noi, e si fossero imbattuti in un tipo così. Lo stesso pensai di Antonio, di Pasquale, di Francesco e di tutti i nostri amici più cari. Nella comicità del momento, si aggiunse un filino di nostalgia. 

Mi resi anche conto che l’effetto di stupore e di meraviglia del trovarsi lì, si sarebbe moltiplicato esponenzialmente nel caso anche gli altri fossero stati lì con noi. Sarebbe solo stato uno sprone in più per ritornare con loro e rivivere questa favolosa esperienza. Passando da Gerrard Place, al caratteristico quartiere di Chinatown, non avevamo la benché minima possibilità di deprimerci. Il tempo passò veloce, e senza che ce ne rendessimo conto si erano già fatte le 18,30 (ore locali). Decidemmo di andare a bere qualcosa, in uno dei tanti, tantissimi locali che costeggiavano Piccadilly. Del resto, erano così tanti e diversi che sceglierne uno risultava autentica impresa. Poi a Giuseppe venne l’ispirazione, notando un’insegna curiosa, quanto familiare. Il simbolo era quello di un simpatico vecchietto, vagamente somigliante a Stalin. 

La sigla del ristorante diceva “KFC”. Escludendo la possibilità che fosse qualche ritrovo per mafiosi sovietici, ci avvicinammo, per dare un’occhiata. Ben presto, Peppe riconobbe il marchio, ricordandosi che si trattava di una catena di ristoranti, di cui un esercizio era presente anche a Bayswater. Aveva ragione, ricordavo anche io quel logo, quella combinazione di colori, quella particolare grafica da film americano. Decidemmo di entrare per bere qualcosa, ma finimmo per restare a mangiare, incuriositi da quel particolare menu. Fu una scelta tutto sommato positiva. Il layout era quello solito del fast-food, ma la scelta non era limitata al classico panino imbottito. Infatti, sebbene non ricordo il nome di quello che mangiammo, ricordo bene che si trattava di una specie di involtino, fatto di una sfoglia leggera, molto simile alla piadina. Al suo interno c’era di tutto e di più, tra pollo, formaggio, insalata verde, pomodori, salsa piccante e spezie varie. 

Qualcosa di insolito, di diverso, ma nel contempo veramente buono. La missione cena era compiuta e potevamo dedicare ulteriore tempo al nostro giro turistico. Poi, ad un certo punto, quando sembrava mi fossi scordato di lui, eccolo lì. Per un attimo, sembrò che il mio cuore si fermasse. Proprio quando tutto il resto mi aveva fatto dimenticare di lui, era magicamente apparso dinanzi a noi quell’edificio. L’edificio con la scritta Sanyo, gigantesco e sorridente, come a dire:” beh, ce ne hai messo di tempo…” 

Saltai di gioia come un bimbo che riceve il suo regalo di Natale tanto atteso. Avevo finalmente modo di vedere quella cartolina ideale, da sempre affissa sul mio cuore. La sensazione provata è stata ed è ancora difficile da esprimere a parole. Una strepitosa sequenza di immagini e di posti magici scorreva davanti ai miei occhi. La megastruttura del London Pavilion, con la sede dello stupendo Trocadero (altro che Vulcano Buono), la deliziosa Coventry Street, ricca di negozi e di locali alla moda, la fontana memoriale di Shaftesbury, con la statua di Eros, la zona dei Teatri e le statue dei Cavalli di Helios.

La fotocamera lavorava alacremente per mettere a fuoco quelle immagini. Noi facevamo altrettanto, per imprimere con forza tutto quello che avevamo vissuto. Erano tante, tantissime cose. Tutte in una sola volta, con una intensità inaudita. Ed era solo il secondo giorno di quella fantastica esperienza. Mentre percorrevamo il tragitto a ritroso, verso la grande stazione della metropolitana, quelle scene e quelle immagini si fissarono ancora meglio dentro me. Con una ardente voglia di ritornare, e di contemplare ancora meglio il tutto. Dopo quella immane dose di felicità, la stanchezza era impercettibile. Pensavo che sarebbe stato fantastico, al rientro in albergo, chiamare a casa, e raccontare ai miei cari quanto avevo visto e fatto in quella giornata. 

Di sicuro non pensavo che sarei potuto essere più felice quella sera. Ignoravo tuttavia quello che il viaggio mi avrebbe riservato. Ignoravo che di lì a poco avrei inanellato un altro dei miei sogni più grandi. Ignoravo che la felicità del momento potesse subire una positiva sferzata verso l’infinito. Ma fu proprio Peppe a smentirmi mentre, nella metro, si trovava già a consultare con precisione la sua Tube Map. E ci riuscì con una semplice, quanto efficace frase:” Allora domani è già deciso. Si va all’Emirates!”


mercoledì 18 aprile 2018

LONDON TRIP - Vol. 2 - Part Two...

(Dal Diario del 24/06/2008)

Giorno 6 Giugno. Inconsciamente ero lì, proprio sul punto di svegliarmi. Inconsciamente aspettavo il fastidioso suono della sveglia, seguito dalla voce di mia madre. Inconsciamente, forse, mi preparavo pure psicologicamente ad affrontare orde di clienti pazzoidi, pronti a straziarmi i maroni per sapere dove fossero finiti gli ultimi quattro centesimi di credito residuo dalla loro sim… Dopo qualche minuto, la sveglia suonò davvero. Per fortuna non era quella di casa mia. Peppe l’aveva giustappunto impostata, prevedendo che avremmo avuto difficoltà ad alzarci ad un orario decente. 

Vista l’ora tarda della sera prima, non potevamo pretendere chissà cosa. Furono circa 6 ore di sonno, ma filarono via lisce. Così lisce, che avevo quasi dimenticato dove fossi. Incredibile. Facemmo entrare il sole in camera, così come avevamo fatto entrare Londra nei nostri cuori il giorno prima. In pochi decimi di secondo, quel senso di apatia e di frustrazione latente sparì. Il mio risveglio fisiologico completo si sarebbe realizzato solo a seguito di una doccia calda. Come tutte le mie mattine. Ma con una bella e sostanziale differenza. Visto il tempo che mi si prospettava dinanzi, non potevo certo dirmi a corto di energie. Per Giuseppe, ovviamente, era lo stesso. 

Non gli piaceva affatto perdere tempo, e faceva della precisione organizzativa il suo marchio di fabbrica. Laddove il mio entusiasmo non fosse stato sufficiente ad interrompere il mio oziare nel lettuccio, ci avrebbe pensato lui a farmi cadere dalla branda. In realtà, dovevamo ancora organizzarci, ma dopo esserci lavati e vestiti, pensammo che sarebbe stato opportuno scompattare gli obbiettivi e ragionare per piccoli passi. Nell’Ordo Naturalis delle cose, il primo obbiettivo sarebbe stato quello di fare colazione. Il regolamento parlava chiaro. La colazione veniva servita entro le 10,00. Peppe regolò il cronometro sull’ora locale già la sera prima. A poche ore di distanza, lo stesso era già lì ad ammonirci per il nostro ritardo sulla tabella di marcia. Raccogliemmo tutte le nostre cose, organizzando i nostri zaini come meglio potevamo. Il controllo amministrativo sulle chiavi della stanza venne affidato a Peppe, all’unanimità. Considerando soprattutto la mia proverbiale sbadataggine. 

Accettò di buon grado. Quantomeno non protestò. Poi ci dirigemmo verso l’ascensore. Ricordavo che la sala breakfast fosse sulla nostra sinistra. Convenimmo di entrare ostentando il cartellino, ma non c’era nessuna hostess di sala che ne potesse prendere atto. Probabilmente, anche per l’orario. Ci fu in ogni caso utile. Capimmo che la regola del “chi prima arriva, meglio alloggia” fosse una consuetudine piuttosto diffusa dell’albergo. E soprattutto della sala breakfast. Il buffet era infatti ormai ridotto ai minimi termini. Ma personalmente, non sono un tipo così esigente. Per Giuseppe invece fu una bella delusione. La cioccolata calda in effetti non era delle migliori. Ma si sentiva che il sapore fosse quello tipico del fondo della caraffa. Quella dura legge ci aveva impietosamente investito in pieno. Ma non ci saremmo fatti beffare nei giorni successivi. Ero dispiaciuto per il disappunto di Peppe. 

Dopo aver consegnato le chiavi alla reception, lasciammo l’albergo e iniziammo a consultare le nostre mappe informative. Poi capimmo che senza una reale destinazione, non avremmo combinato molto. Del resto, sebbene fossimo due cervelli pensanti distinti, l’intenzione era di percorrere quel viaggio come un unico vettore. Era perciò necessario procedere per proposte, suggerimenti e idee che fossero concordi. Tenendo sempre a mente il paradigma del “Conosci te stesso” delle iscrizioni di Delfi e dei precetti Socratici, elaborai la mia proposta proprio in questo senso. Conoscere “noi stessi”, implicava strettamente conoscere dove fossimo posizionati. Traducendo il tutto, proposi a Peppe di cominciare a guardarci intorno, capendo come spostarci, e soprattutto orientarci per rientrare alla base. Per di più, la zona in cui ci trovavamo era davvero ben messa. L’organizzazione comportava ovviamente anche un minimo di sforzo mnemonico. 

Supportato da un minimo di appunti. Il vialetto in cui si trovava il nostro Bayswater Inn era Prince’s Square. Sarebbe stato subito uno tra i nostri principali punti di riferimento. Procedendo lungo quella direzione, ci trovavamo su Porchester Gardens, a pochi isolati di distanza. Percorrendolo fino alla fine, venivamo immessi su quella che era la via principale della zona di Bayswater: Queensway. Naturalmente, si trattava del corso principale, ed era, manco a dirlo, pullulante di gente di ogni luogo e cultura. Si stava veramente bene a passeggiare lungo quelle strade così affollate. Nel più banale dei cliché, una delle prime cose che notammo, fu la classica cabina telefonica inglese, rosso fiammante. Quale occasione migliore, per immortalarci al fianco di uno dei più classici degli status symbol anglosassoni? Era solo la prima delle meraviglie che ci attendevano lungo il percorso. Mi bastava respirare quell’aria per sentirmi come epurato, dallo stress tossico della mia vita quotidiana. Immaginavo come mi sarei potuto sentire con l’andare del tempo e delle giornate. Sapevamo inoltre che la nostra posizione era praticamente nei pressi di una delle strade più rinomate della capitale: Oxford Street. Che fosse una strada commercialmente importante, non v’era dubbio alcuno. Negozi, boutique, locali e ristoranti a ogni piè sospinto. 

Facevo davvero fatica a realizzare il bello che mi circondava. Faceva parte di un pezzo di vita che avevo sempre sognato, con tutte le mie forze. Fu in quegli stessi attimi che i miei sogni, le mie speranze, la mia fantasia e i miei ricordi si intrecciarono, come un’unica cordicella. Tirando la quale, era possibile attivare il juke box della mia anima che già risuonava dentro di me. Avevo l’impressione di ascoltare le note di “There She goes”, dei “The Las”. Per chi non lo conoscesse, è uno dei brani più noti di tale band, utilizzato come prologo di un film chiamato Fever Pitch, a me molto caro. Forse non era un caso, aver avuto la sensazione di ascoltarne musica e parole. Proprio lì, dove tutto stava cominciando. 

L’orientamento ci era alquanto facilitato dalla segnaletica e dalla cartellonistica. Procedendo verso destra, potevamo tagliare tutta Queensway, e proseguire in direzione Oxford Street. Dopo pochi minuti di cammino, notammo una prima fermata della “tube”. Si trattava di Bayswater, dalla quale, stando alla nostra mappa, avremmo avuto accesso alla linea gialla (Circle Line) e a quella verde chiaro (District Line). C’era una folla spaventosa. Non sapevamo se prendere o meno la metro proprio da lì. Riuscimmo a procurarci guide sull’utilizzo della tube ancora più efficaci di quelle che avevamo noi. Gli avvisi in bacheca erano numerosi. Senza chiedere agli inservienti del posto, mi bastò leggere le notifiche appese un po’ dappertutto per capire che la District Line fosse momentaneamente fuori servizio. Ad ogni modo, guardando sulla nuova guida della metro, pare che fossimo vicinissimi ad un’altra stazione della underground. 

Era praticamente a 50 metri, e pareva molto più pratica, anche per quanto riguardava l’affluenza. Sicuramente più agevole rispetto alla precedente, la fermata di Queensway ci metteva in collegamento con la linea rossa (Central Line), da cui si sarebbe potuti arrivare ovunque. Potevamo tranquillamente usufruirne, ma poi lì per lì pensammo che non ci fossimo decisi sulla nostra eventuale destinazione e che quindi sarebbe stato meglio continuare a guardarci intorno. Del resto, proprio di fronte a noi, sull’altra sponda della strada, avremmo trovato un ottimo motivo per stazionare in zona. Giusto attraversando la strada, ci trovavamo in prossimità di una delle entrate principali dei Giardini di Kensington. L’imponenza di quella meraviglia, ci lasciò per un attimo esterrefatti. Una volta realizzato che non stavamo sognando, potemmo varcare quei cancelli, e visitare uno dei più vasti parchi reali di tutta l’Inghilterra. 

L’estensione di Kensington Gardens era notevolissima già dalla mappa impressa sull’insegna all’entrata. Lo era ancora di più nel percorrerlo, osservando tutto l’immenso verde che ci circondava. Impressionante. Una infinita distesa di alberi, querce, panchine, prati, cespugli e animaletti selvatici. Il senso della civiltà e del rispetto per le loro risorse pubbliche era percettibile ad ogni sguardo. Una sensazione sconosciuta, rispetto al mondo da cui provengo. Quasi mi vergognavo, sapendo di come fosse la situazione qui a Napoli. Tuttavia, vista la mole di cose da vedere (e da sentire), pensai che non fosse il caso di deprimermi in quella circostanza. In particolare, una stupenda Quercia centenaria, in cui uno scultore aveva ben pensato di scolpire degli elfi, intagliando il legno stesso dell’arbusto. Tra tutti gli alberi disseminati nel parco, non era affatto difficile imbattersi in vivacissimi scoiattoli. Allo stesso modo, non era proibitivo osservare anatre, ochette, cigni e altre specie di uccelli, mentre stazionavano nei pressi del bordo del laghetto, sito più o meno al centro del parco. 

C’era la possibilità di sedersi su autentiche sedie a sdraio, per godersi quello spettacolo naturale di tranquillità e di pace. Una semplicità disarmante, ma nello stesso tempo così lontana dalle nostre consuetudini. Procedendo in fondo alla strada, c’era una zona del Parco dedicata alla povera Lady Diana, con vari monumenti e roseti dedicati alla sua memoria. Mentre ci trovavamo in prossimità di quell’area, una donna, seguita da diverse ragazze DISTINTAMENTE italiane, mi si avvicina. Già pensavo che avremmo potuto interfacciarci con dei nostri connazionali. Non mi sarebbe affatto dispiaciuto. L’illusione si dissolse presto, quando la donna mi chiese informazioni sull’area in cui ci trovavamo, e il nome del Parco stesso. La cosa singolare fu che, nonostante avessi capito che lei fosse più italiana di me (in particolare, romana), le risposi in inglese, e francamente, nemmeno in modo tanto impeccabile. Tant’è che stava per pronunciare la parola “grazie”, salvo poi correggersi dopo la prima sillaba, e restituirmi il “meritato” thank you. Peccato per l’occasione sfumata. Ma sapevamo, con estremo ottimismo, che quelli non sarebbero stati gli unici italiani incontrati lungo la nostra sortita. Con la meraviglia negli occhi, attraversammo (percorrendolo interamente), tutti i giardini di Kensington. Uscendo nuovamente su Queensway, procedemmo sulla nostra sinistra, cercando di capire dove saremmo arrivati su quella strada alberata. 

Pensavo che avremmo potuto in qualche modo giungere fino a Marble Arch, e mi piaceva l’idea di tornarci, in qualche modo per provare, quasi fosse una sfida, ad eseguire il percorso inverso, per tornare alla base. In maniera del tutto rischiosa, Peppe si lasciò convincere dal mio strampalato senso dell’orientamento, e decise di seguirmi. Dopo un bel tratto a piedi, ci trovammo di fronte alla fermata di Notting Hill Gate, una zona davvero deliziosa, nonché rinomata. E non soltanto per il film di Hugh Grant. Rispetto al percorso che avevamo fatto tramite il bus della National Express, quella bella zona aveva un non so che di familiare. Inoltre, speravamo che ci fosse una successiva fermata della metro, di lì a poco, per renderci conto della nostra posizione attuale. Purtroppo per noi, le nostre speranze erano più che vane. La fermata successiva era Holland Park, ed era a quasi 25 minuti buoni di cammino da Notting Hill. Solo a quel punto, potemmo renderci conto che Marble Arch fosse dalla parte opposta, e che il mio stoico tentativo di raggiungerlo si tradusse in una leggerissima passeggiatina di 2 chilometri, non proprio messa in preventivo. Anzi. 

Considerando anche il ritorno da mettere in conto, i chilometri a quel punto sarebbero stati 4. E non furono così leggeri. Soprattutto in virtù del fatto che il nostro serbatoio fosse in riserva. Per cui le cose erano semplici. Dato che le nostre gambe avrebbero avuto la parte di mezzo di locomozione preferenziale, dovevamo assolutamente far rifornimento. Con tutti i locali nella zona, avremmo solo avuto l’imbarazzo della scelta. E in tal senso, optammo per adeguarci allo spirito del fast-food. Veloce, non troppo costoso, ma soprattutto efficace. Infatti dopo essere tornati nella zona di Queensway, ci fermammo da Burger King, dove potemmo tranquillamente rifocillarci. 

E soprattutto recuperare energie. Ne approfittammo anche per rientrare in albergo, e per recuperare un’oretta di sonno arretrato. Dopo esserci riposati, Peppe propose di sganciarci dalla base, per una prima incursione in quel di Piccadilly Circus. Oramai conoscevamo bene il circondario, per cui saremmo stati pronti a saggiare la qualità del servizio dei trasporti pubblici. Che in realtà non era sconosciuta al sottoscritto. Il percorso era già tracciato. Da Queensway bastava prendere la Central, scendere ad Oxford Circus, cambiare prendendo la Bakerloo Line (linea marrone) e scendere dopo una fermata a Piccadilly. La linea su cui continuare a percorrere il sogno era proprio lì davanti a noi. Dovevamo solo “unirne i puntini”, come a voler farle prendere forma. Giusto il tempo di vidimare il biglietto.





domenica 8 aprile 2018

Breathe...


La Primavera è ormai arrivata da un paio di settimane piene ed i suoi effetti iniziano a sentirsi. Al netto di una manciata di giorni caratterizzati da temperature molto basse (nulla di eccessivamente preoccupante, in verità), il clima tende sempre più ad assestarsi, soprattutto per la gioia dei freddolosi atavici. A dirla tutta (ma questa non è una novità, almeno nel mio caso), non hanno perso occasione di farsi sentire anche gli effetti della famigerata Ora Legale: come essere investiti in pieno da un rinoceronte bianco, come venire storditi da una granata “flashbang”, insomma... ci siamo capiti.

Ci è voluto un po' per riprendere il ritmo consueto, e devo dire che la cosa diventi sempre più fastidiosamente percettibile, anno dopo anno. La mia (fortunatamente) lieve condizione di meteoropatia atavica potrebbe avere avuto un ruolo in questo. Immagino di doverne tener conto.

Come sempre, e si potrebbero fare tantissimi altri esempi relativi a mie esperienze passate, la risposta a certi interrogativi risiede maggiormente in una sommatoria, per non dire concomitanza, di fattori, piuttosto che in un unico "fenomeno". I pensieri si accumulano ultimamente. Può capitare di non riuscire a sbrigare tutto, a riordinare le idee, mettendo ogni cosa a suo posto, come darsi da fare, nel prendere le proprie t-shirt appena stirate (sicuramente da qualcun altro, visto che al momento non sono capace di stirare), e metterle a posto, ciascuna nel proprio cassetto.

A volte è un po' più semplice, mentre in altre occasioni, il disordine è tale da renderti impacciato, poco reattivo, ed inevitabilmente fai fatica, anche solo a pensare di voler gestire il tuo tempo.
Potremmo definirla la parte peggiore, dello status di "solitario", a dispetto di tutto ciò che di buono sto ricevendo dalla mia condizione di indipendenza. Possono esserci dei momenti di debolezza (anche se mi rendo conto che il termine non sia esattamente calzante in questo caso specifico), durante i quali si tende a fare paragoni, ad immaginare situazioni diverse, ad accendere il motore dei propri desideri. Questi ultimi, in maniera particolare, sono tutti lì, nessuno li muove da dove li abbiamo lasciati. Eppure, la prospettiva può subire minuscole, quanto percettibili variazioni e, pur restando intatti, possono talvolta sembrare più lontani, o viceversa. Magari è tutto legato a questo periodo, oppure, più banalmente, si tratta di uno stato d'animo passeggero. Tutto è possibile.

Personalmente mi piace pensare che persino una fase del genere possa essere una sorta di prologo, chiamiamola "introduzione" a qualcos'altro. Qualcosa di positivo, di sorprendente dal punto di vista positivo. E, giuro su ciò che mi è più caro, non sto fingendo di essere all'oscuro di chissà quali avvenimenti futuri. Non sto bluffando, dico sul serio. E' più che altro un overflow di convinzione, forse riflesso della mia volontà. Non lo so, non posso dirlo con estrema certezza.

So di dover continuare a non dare per scontato le cose, le persone soprattutto e le opportunità. So bene di avere il compito di restare con i piedi ancorati al terreno, di sfruttare al massimo il tempo e le occasioni ad esso legate, per provare sempre a migliorare. E so che, per far tutto questo, dovrò metterci parecchio "del mio". Magari anche un pizzico di creatività. Poco ma sicuro.

Del resto, non sarebbe certo qualcosa da improvvisare. Non posso ancora ritenermi un vero esperto, ma nemmeno sarebbe corretto definirmi un principiante. Persino in questi ultimi giorni, ho avuto modo di far pratica, non senza aver fatto comunque un po' di fatica. E, potete credermi, ve lo dice uno dotato di fervida immaginazione, solo per usare un eufemismo.

In questo modo, per quanto possa sembrare contorto, il mio piatto di "yakisoba" ordinato con Just Eat, ha discretamente sopperito alla profonda nostalgia per la tradizionale zuppa di cozze (meglio definirla zuppa di pesce, visto che mia madre evita l'utilizzo delle cozze) del Giovedì Santo.
E, sì, magari l'atmosfera di goliardia e di spensieratezza tipica della classica scampagnata di Pasquetta può in certi casi essere inarrivabile, ma posso confermare (e non credo di essere il solo) che condividere un intero "casatiello" napoletano in ufficio, con i tuoi colleghi trasferisti (lucani, pugliesi, romani e sardi), ci va molto, molto vicino.

Sono solo due piccoli esempi, me ne rendo conto. E non fraintendetemi. Non sto assolutamente dicendo che non abbia sentito la mancanza di casa o della zuppa del Giovedì Santo (mi è mancata da morire, e nemmeno lo avrei mai creduto). Per non dire di quanto avrei voluto trascorrere il Lunedì "in albis" con una grandiosa gita fuori porta, grigliando carne, bevendo birra, e calciando momentaneamente via i miei problemi, con la stessa enfasi con cui si calcia l'onnipresente Super Santos. Talvolta è solo questione di atteggiamento, di consapevolezza, e ci metterei pure una non trascurabile dose di pazienza. Come a voler prendere fiato. Quell'attimo in cui si trattiene il respiro, espandendo al massimo la propria cassa toracica, prima di tuffarsi in acqua, percependo il brivido.
Nell'attesa, spesso frenetica, è vero, di gustare esperienze nuove. Nella voglia di mettersi costantemente in gioco, di sfidare le proprie possibilità. Nel desiderio di assecondare le proprie passioni, mettendo da parte i dubbi, lasciando spazio al cuore.

Perché intanto la Primavera ormai è arrivata, ed è con essa che tornerà il bel tempo. Il tempo da dedicare alle persone care, trascorrendo buona parte delle prossime domeniche con i miei amici, organizzando barbecue e aperitivi al mare. 

Tempo, inteso in senso atmosferico, ideale per rinunciare a giubbini, cappotti e sciarpe, in favore di sgargianti t-shirt e fantasiose magliette a mezze maniche. Dovrò comprarne delle altre.
Tempo da utilizzare per programmare il mio prossimo viaggio all'esterno (Cracovia e Varsavia in netto vantaggio su altre mete), per mettere a frutto ulteriormente l'esperienza che sto vivendo qui durante i collaudi, per stringere nuove amicizie, godermi l'affetto dei miei familiari.
Tempo da centellinare per riordinare le idee, riprendere da ciò che era stato interrotto, dando un senso a tutti gli obiettivi da perseguire, senza mai perderli di vista. 
Tempo di prendere fiato e tornare a combattere, ad amare, a vivere. Cose che, in fondo, possono essere semplici. Come respirare.









martedì 27 marzo 2018

LONDON TRIP - Vol. 2 - Part One...

(dal Diario del 17/06/2008)

Ne sono successe tante di cose, in questi ultimi giorni. Tante, e di diverso genere. Eppure, tra tutte le cose, quella da cui non riuscivo a staccare il pensiero, era il senso di nostalgia che provavo dentro di me. Me ne sono reso conto anche ieri, mentre camminavo per strada, verso la mia auto. Non che fossi triste in realtà. Ma per quanto fossi ancora estasiato da ciò che avevo vissuto in prima persona, sapevo che alzando lo sguardo in alto, il cielo di Londra non fosse più sopra di me… Dopo la prima esperienza del viaggio a Londra, da solo, risalente a circa 2 anni fa, avevo sempre pensato che (questione di tempo) sarei ritornato per rivivere quella fantastica esperienza. 

Ciò che non potevo tuttavia immaginare, è che stavolta le emozioni e le sensazioni si sarebbero moltiplicate in maniera esponenziale, giorno dopo giorno, lungo quella che è stata e che resterà una delle settimane più indimenticabili della mia esistenza. E, cosa ancora migliore, stavolta non sarei stato da solo a contemplare quella meraviglia. Bensì avrei potuto condividere quei momenti con uno dei miei amici più cari. Beh, certo, in realtà le cose sarebbero andate anche meglio se con me ci fossero stati anche tutti gli altri miei amici (sia vicini, che lontani), e i miei fratelli. Spesso e volentieri l’idea che tutti loro potessero essere lì con me, aveva affollato la mia mente in altre occasioni. Non escludo che questo si possa verificare in futuro. 

Nel frattempo, colgo anche l’occasione per ringraziare il mio amico Peppe, per aver condiviso con me questo magnifico viaggio. Alla stessa maniera in cui ho raccontato la mia prima esperienza a Londra, ho deciso di tracciare per iscritto gli appunti che, volta dopo volta, ho meticolosamente lasciato su queste pagine. Credo che ne valga davvero la pena, non solo per fissare meglio la bellezza straordinaria di quel “mondo” così affascinante per me. Quanto per condividere il tutto con le persone che mi conoscono, con quelle che fanno parte della mia vita e, perché no, anche con quelle che potrebbero entrarne a far parte, in futuro. Ovviamente non sarà semplice, ma ci proverò ugualmente. Perché non vi sarebbe un modo migliore per dare forma e nel contempo sostanza a delle banalissime parole. Per cui, cominciamo con ordine.

Parliamo di un caldo pomeriggio di Giugno, il giorno 5 per la precisione. Ci eravamo cautelati, muovendoci con largo anticipo su tutti i fronti, tra le varie prenotazioni e svariati accorgimenti. Avevamo anche perso qualche “pezzo” per strada. “The Show must go on”, cantava Freddie. E così è stato. Il giorno precedente, avevamo deciso di vederci, in serata, a cena fuori. Quattro colleghi, nello specifico quattro amici, qualche blanda considerazione, molte speranze, ancor più incertezze, un abbraccio, per salutarsi. Sapendo di ritrovarci dopo una settimana. 

Per il giorno 5, il volo è fissato alle ore 20,50 circa. Ma si sa, le operazioni di check-in sono anticipate di almeno un paio d’ore. Per cause di forza maggiore, conveniamo che è meglio recarsi insieme in aeroporto, con un buon margine di tempo a nostro favore. Antonio non si fa problemi, e si prodiga per accompagnarci all’aeroporto verso le 16,15. Così mi reco a casa di Giuseppe, e giusto il tempo si sistemare le ultime cose, ci prepariamo a scendere per attendere l’arrivo di Antonio. Nervoso e tesissimo come sempre, il nostro amico si fa vivo dopo una ventina di minuti. La paurosa frenata, nei pressi del portone del palazzo dove ci trovavamo, la diceva abbastanza lunga. Dopo aver raccolto i nostri bagagli, e le nostre prime sensazioni sulla imminente partenza, ci incamminiamo verso Capodichino. 

Ricordo con estremo piacere le risate che ci siamo fatti in macchina, lungo il tragitto, mentre le palpitazioni incominciavano il loro lento ma progressivo incedere. Era tanta la voglia di partire. Così tanta, che si aveva quasi la percezione di non raggiungere mai l’aeroporto. Già, quasi. Perché poi, in fondo, così non è stato. Il tempo di scambiare due parole tra amici, di dar voce alle proprie aspettative (anche urlando dal finestrino anteriore della vettura!), di ascoltare i consigli di Max Pezzali, a ricordarci che, mezzo pieno o mezzo vuoto, ci è concesso un solo bicchiere, ed eravamo oramai giunti a destinazione. Un ultimo saluto, qualche raccomandazione da “fratello maggiore” della situazione, e un abbraccio lasciavano cadere il sipario sulla fine della prefazione. Come per Pasquale, sapevamo che la presenza di Antonio ci sarebbe mancata in quella esperienza che ci accingevamo a compiere. Se non altro, perché ci avevamo maledettamente sperato. E non poco. Dall’altro lato, sapevamo entrambi che, in un modo o nell’altro, lui si sarebbe fatto sentire, magari per una sorta di mancanza reciproca. Magari mascherandola con l’impellente esigenza di chiedermi “dove gioca Benaglio?” 

Attualmente è il portiere della nazionale Svizzera e del Wolfsburg. Ma non è questo il punto. Mancavano ancora alcune ore al decollo, ma eravamo giunti giusto in tempo per completare tutte le operazioni necessarie all’imbarco. Quelle poche ore furono (stranamente) appena sufficienti, per fare tutto con estrema calma e oculatezza. Le procedure non erano più un mistero per me, mi sentivo tranquillo e preparato. Anche Giuseppe sapeva già come muoversi per ogni situazione. Al nostro arrivo, il check-in era già aperto, in sostanzioso anticipo. Fu una piacevole sorpresa, di cui onestamente, non si poteva non approfittarne. 

Liberi dal nostro bagaglio da stiva, potemmo concentrarci sul resto del da farsi, girando tranquillamente per l’aeroporto. In realtà, la priorità vera e propria prima di rilassarci ad aspettare l’apertura dei controlli, era il cambio della moneta. Completata anche quella formalità, ciò che maggiormente mi balenava per la mente era il fatto di non veder l’ora di giungere in albergo. Non so quante volte lo avrò detto anche a Giuseppe. Era una costante, un pensiero ricorrente. Il pensiero dominante tra gli altri pensieri. Ma solo in quella fase. Perché il pensiero di un nuovo mondo che stava di lì a poco per accogliermi, non poteva non sfiorarmi. E non soltanto questo. C’era il pensiero di tutte le persone che avevo e che mi avevano salutato, consapevoli di questa mia “assenza”. Era bello pensare al loro affetto, proprio in quegli istanti. Sapevano che sarei partito, che sarei stato via per una settimana, lontano da qui. Sapevano allo stesso modo che sarei tornato, nuovamente tra loro. Manco a farlo apposta, in poco tempo quei pensieri si intrecciarono saldamente a numerosi sms di saluto, messaggi di affetto e attestati di stima, a cui non esitai a rispondere. Il tempo passò notevolmente in fretta, e dopo un po’ decidemmo di mangiare qualcosa, prima di recarci ai controlli. Anche quello era stato calcolato preventivamente. 

Merito di Peppe, ovviamente, che si occupo' di preparare un pranzo al sacco per entrambi. Il distributore delle bibite era lì a pochi passi e funzionava perfettamente. Lo credevamo un nostro fidato alleato, finché non ci distribuì due bottigliette d’acqua (di cui non ricordo la marca) con tre o quattro metri cubi di anidride carbonica compressa per bottiglia. Da far rabbrividire perfino l’acqua Bertier, citata da Paolo Villaggio nelle sue opere fantozziane. Non avevamo tuttavia tempo per lamentarci. Una volta consumata la nostra cena farinacea (un modo come un altro per intendere il panino), ci recammo ai controlli doganali. Buon per noi, non trovammo chissà quale caos. L’unico problemino fu recuperare tutti i miei oggetti metallici, che tra catenine, anelli, portachiavi, ciondoli e compagnia, non sono pochi. 

Mi resi conto di aver creato un po’ di fila dietro di me, così, quasi in colpa, recuperai tutti i miei oggetti personali, compresa la cintura dei pantaloni, e mi portai verso un punto dove mi sarei potuto ricomporre. Vi lascio immaginare la scena. Senza finire nell’osceno (forse ero già finito nel ridicolo per il modo in cui raccattai le mie cose), cioè senza far cadere i miei pantaloni privi di cintura, riuscì a risistemare tutto, preparando biglietto aereo e documento. Avevamo individuato il gate, e mancava veramente poco all’imbarco. Ricordo lo sguardo di Peppe in quei frangenti. Era visibilmente emozionato. Probabilmente più del sottoscritto. Eravamo come quei bimbi che attendono trepidanti il loro turno per salire sulla giostra. Una condizione che ci ha caratterizzato lungo ogni tappa del nostro viaggio. Io già ci pensavo. 

E più ci pensavo, più mi sentivo il cuore in gola. Avevo con me il lettore mp3 del cellulare, con tutti i brani che componevano la colonna sonora della mia vita fino a quel momento. Non potevano mancare. Assolutamente. Ero tentato dal mettere le cuffiette e dal premere il tasto PLAY, per sentire la mia musica e il mio cuore all’unisono. Non era ancora il momento però. La signorina dell’Easyjet era appena arrivata per comunicare l’ordine di imbarco. Naturalmente in inglese stretto. E, naturalmente, la maggior parte degli italiani fece finta di capire il tutto, stravolgendo letteralmente l’ordine d’ingresso. Anzi, per dirla meglio, strafottendosene. Sarà stato un caso ma all’uscita del gate, proprio in prossimità della porta, si erano portati tutti quelli che avevano la lettera “B”, e che pertanto avrebbero dovuto dar precedenza a coloro che avevano la lettera “A” sul biglietto o sulla carta d’imbarco. Una spiegazione fatta di gesti e di italiano maccheronico non fu sufficiente per far capire alla “mandria” come in realtà stessero le cose. Per cui fummo costretti ad avanzare ostentando il biglietto, indicando la nostra scintillante letterina, come a giustificarci del fatto di poter passare per primi. Una vera gioia per il mio fegato e per i miei nervi. Ciononostante, riuscì a calmarmi, consapevole che quello era l’ultimo atto. O comunque, il primo del viaggio che stavamo per intraprendere. 

Oramai era fatta. Peppe era entusiasta, io già pensavo allo sbarco. Non trovammo posti vicini, ma avemmo comunque modo di salutarci con un “ci vediamo in Inghilterra!”. Per il resto, ho preferito affrontare il viaggio rilassandomi, chiudendo gli occhi e dedicandomi completamente alla musica. Una decina di minuti di ritardo, nulla più. Eravamo già arrivati, con le luci luminose e l’insegna della HSBC che illuminavano Stansted. Proprio come durante il mio primo viaggio, da solo. Stavolta non ero per niente intimorito. Sapevo come muovermi, dove muovermi. Mi sentivo in una realtà nuova, completamente differente, eppur così familiare. Ciò che non mi aspettavo, fu l’enorme fiumana di gente al controllo dei passaporti. Doveva esserci stato qualche disservizio. Per forza. Perdemmo una quarantina di minuti buoni, e non senza qualche difficoltà per colpa della mia tessera d’identità (anche questo un déjà-vu), riuscimmo a venirne fuori. A quel punto, avevo già un’idea di come fare per andare a Bayswater. 

Mi incamminai con passo sicuro e spedito verso la biglietteria. Sapevamo che a quell’ora lo Stansted Express fosse fuori uso. Per cui, all’inserviente della biglietteria, chiesi direttamente le informazioni sul Bus per Stratford, dicendo che da lì avremmo preso la metro per Bayswater. Ero convinto di ciò che dicevo, Peppe naturalmente asseriva, ed ero anche convinto che il tizio mi avrebbe dato ragione. Ci mise poco a smentirmi. “Personalmente non sono d’accordo, signore” – fece lui con il classico aplomb britannico. Distrusse le mie (le nostre) convinzioni, ma almeno gli chiesi il perché.  Ci spiegò che dalle 22,00 in poi, la underground fosse inutilizzabile per dei lavori di aggiornamento. E disse che il modo migliore per arrivare in zona, fosse prendere il National Bus A6, che ci avrebbe condotti dritti dritti a Marble Arch. Sulla nostra mappa, la fermata di Marble Arch era apparentemente vicina. 

Ci venne da pensare “idea grandiosa”, tanto da ringraziare il gentile signore e da prendere subito il bus alla modica cifra di 10 pounds cadauno. Era proprio in partenza. Una comodità pazzesca, che avevo già vissuto la prima volta. Pensammo che l’inserviente ci avesse dato un consiglio favoloso, facendoci risparmiare tempo e un altro eventuale mezzo per Bayswater. L’entusiasmo morì circa un’ora dopo, quando, arrivati a Marble Arch, venimmo a sapere che Bayswater fosse distante mezz’ora di cammino. Provammo a chiedere indicazioni, ma non fu come nel mio caso precedente (l’Ibis era a 400 metri da Royal Victoria). Era anche tardissimo, tra le altre cose. Ma non perdemmo la calma. Una volta guardatici intorno, anche dopo aver chiesto, sfruttammo l’occasione per chiamare un taxi. 

Loro dovevano per forza conoscere il percorso esatto. Bayswater sarebbe stata però troppo generica come indicazione. Così come il nome dell’albergo, Bayswater Inn. Chiesi a Peppe il voucher dell’albergo, e la passai al tassista. Disse che era a cinque minuti di taxi, e non ebbe manco il tempo di finire la frase che avevo già riposto i bagagli sulla vettura. Stavolta era davvero fatta. E potevamo gioirne senza problemi. Impiegammo poco a raggiungerlo, grazie anche alla paurosa guida da rally del tassista (un paio di drift davvero di pregevole fattura), forse per ingannare il tassametro, chissà. Sta di fatto che questo Bayswater Inn sarebbe stato quasi impossibile da raggiungere a piedi, si trovava a Porchester Gardens, dopo un paio di isolati da Bayswater Road. Il tassista ci diede il benvenuto in maniera calorosa. 

Noi pagammo la corsa e ringraziammo di cuore. Ad attenderci alla reception, c’era un curioso tizio orientale. Ci spiegò il regolamento, cosa fare, cosa non fare, e capendo che fossimo italiani, pronunciò un decente “buonanotte”. La camera era al secondo piano, e l’hotel era fornito di l’ascensore. Una volta entrati, ciascuno di noi si fiondò sul proprio lettino. Eravamo esausti, ma felicissimi. Personalmente, non stavo nei panni dalla contentezza. Il tempo di avvisare a casa, e poi chiusi gli occhi. Consapevole che, quando li avrei riaperti, il cielo di Londra sarebbe stato ancora sopra di me.



giovedì 15 marzo 2018

The Bitter End...

Nella mia personalissima Classifica, chiamiamola pure "Top 5" (che fa decisamente più figo) degli appuntamenti più imbarazzanti della mia vita, non posso non considerare la "situazione Ilaria". Mi rendo conto che nel caso specifico, forse, parlare di appuntamento possa essere riduttivo, o comunque non del tutto appropriato. Certo, alla stessa identica maniera, non potrei nemmeno parlarne come una "storia" o conferirle lo status di relazione vera e propria. Considerandone la durata (passatemi il termine), quello no, senza alcuna ombra di dubbio. 

Resta ad ogni modo una di quelle persone degna di menzione, un highlight che inserisco molto volentieri nella lista. Andiamo per gradi.
Mi ero appena trasferito in quel di Roma per il mio secondo periodo di collaudi, parliamo dei primissimi giorni di Settembre. In questo senso, Ilaria rappresentava una piacevolissima novità, una delle più liete. La nostra fu una conoscenza "lampo". Non ero certo nuovo a questa tipologia di incontri virtuali, e probabilmente, proprio in virtù di questa mia discreta esperienza, avrei tranquillamente potuto classificare Ilaria come un caso completamente a parte. Spigliata, esuberante, con una forte carica di autoironia: insomma, davvero niente da dire sulla presentazione. 

Dal canto suo sembrava esserci un riscontro, non so fino a che punto, sebbene potesse concernere l'aspetto fisico, ma più in generale pareva esserci una certa affinità. Per quanto particolare e comunque positivo come inizio (qualcosa di difficile ma non impossibile da trovare), non fu certo questo l'elemento più sorprendente di tutta la faccenda. Provo a spiegarmi meglio.

A qualsiasi livello, proprio come regola non scritta, va da sé che ogni conoscenza abbia bisogno di una sostanziosa dose di fiducia, un'impalcatura di compatibilità, ed una imprescindibile predisposizione ad allacciare rapporti interpersonali, non inficiata da paure, insicurezze e pregiudizi derivanti da fantasmi del passato. Generalmente, nell'arco di questi ultimi anni, mi son quasi sempre trovato di fronte a delle combinazioni più o meno distinte di tutti questi elementi, il più delle volte (inutile nasconderlo) dovendo necessariamente far fronte a dei veri compromessi. Su un piano ideale, detto onestamente, mi sarebbe piaciuto poter disporre di un equalizzatore con cui regolare una componente, piuttosto che un'altra, con un meticoloso gioco di manopole, fatto ad arte. Impossibile anche soltanto da immaginare. Figuriamoci.

Forse, per la prima volta nella mia esperienza, con Ilaria non ve ne sarebbe stato nessun bisogno. Gli elementi erano tutti lì, addirittura strabordavano. La semplicità nel dialogo aveva già prepotentemente preso il sopravvento. Ed io avrei potuto gettar via il mixer o riporlo nello sgabuzzino. Eravamo esattamente sullo stesso piano, a livello di comunicazione. Nessuno dei due si era perso in fronzoli nel presentarsi, avevamo deciso entrambi di puntare sull'essere diretti, quanto più possibile. 

"Parlami di questi 26 km che ci separano..." - iniziò così, più o meno, la nostra prima conversazione. Mi fece questa richiesta basandosi sui pochi dati che aveva a disposizione del sottoscritto. Fu un utilissimo spunto, per quanto scarno, sufficiente a permettermi di conoscere un bel po' di cose: proveniente dalla provincia di Caserta (adesso non ricordo di preciso il nome del paese o della relativa frazione), sebbene suo padre fosse di origini partenopee, 32 anni, laureata, impiegata come informatrice nel settore farmaceutico, amante dell'arte e viaggiatrice assidua.

Mi aveva fatto un'ottima impressione e quella sua descrizione, fatta così, anche se soltanto per sommi capi, l'aveva resa ancor più accattivante ai miei occhi. Sincera, onesta e diretta, reggeva incredibilmente il confronto, senza mai scadere nella banalità. Era sempre piena di spunti, e sapeva come orchestrare la conversazione sulla base di una sua sottile ma piacevolissima ironia di fondo. Nel contempo, si dimostrava curiosa nel conoscermi, nel farmi domande anche sul personale. Nel suo immaginario, quello strumento "virtuale" non era né più né meno di un bar, dove la gente si sarebbe potuta incontrare, a seconda del tipo di approccio stabilito, chiacchierare e, nel caso, continuare a frequentarsi.

Tale concezione, così "matura" per certi aspetti, così intelligente (oserei dire), era spaventosamente simile alla mia, ed in quel momento costituiva una novità, che difficilmente avrei pensato di riscontrare. Rimasi piacevolmente sorpreso, a conferma di tutte le premesse che già mi erano state paventate. E' possibile che, per arrivare a pensarla così, Ilaria avesse maturato diverse esperienze in quell'ambito. O, molto più semplicemente, si trattava soltanto di una ragazza estremamente in gamba, un tipo sveglio, in grado di saper distinguere e valutare i propri interlocutori, senza farsi avvelenare da possibili turbe mentali o pregiudizi senza senso. Quel nostro confronto, evidentemente, fu tale da incuriosirla ad un livello successivo, e senza farsi troppi problemi, mi chiese di poterci sentire telefonicamente, con lo scopo di rendere quella situazione del tutto reale.

Inutile dire quanto la cosa mi interessasse. Non ci sarebbe stato nulla di sbagliato. Non avremmo fatto nulla di male, ed entrambi ne eravamo consapevoli.
"Posso farti una domanda? Sei forse il primo che incontro in questo contesto a non avermi chiesto contatti, numero di cellulare, Facebook, ecc ecc... Perchè?"
 Aveva proprio una marcia in più, da questo punto di vista. Ed anche quando si ipotizzava soltanto la possibilità di vederci, era capace di gestire la cosa, con semplicità e con la sua proverbiale ironia, scherzando sull'eventuale impatto visivo derivante dal nostro primo incontro ("E se poi quando ci vediamo non ti dovessi piacere? Io sono molto sensibile su questo tema... Dovremmo inventarci un segnale, o qualcosa del genere..."). 

Preoccupazione legittima, immagino ancor di più dal punto di vista della psiche femminile, ma nel suo caso si trattava di una paranoia del tutto superflua. Le sue fotografie lasciavano intendere che si trattasse di una ragazza molto bella, mi piaceva, incontrava i miei gusti, e soprattutto mi intrigava tutto il "contorno": il modo in cui descriveva il suo lavoro, l'interesse che lasciava trasparire, il modo in cui raccontava le sue molteplici esperienze di viaggi in giro per il mondo (decisamente più numerosi rispetto ai miei, benchè le mancasse Londra) e la passione con cui descriveva il suo amore per il teatro e la recitazione. Uno dei temi, proprio quest'ultimo, che maggiormente riuscì a favorire le nostre conversazioni. Mi disse di frequentare da circa due anni questa Scuola di Teatro, e di essere completamente presa da quella attività, al punto da sentirsi rigenerata ogni volta. Non era difficile capire, sentendola parlare al telefono, quanta dedizione e quanto trasporto vi mettesse.

Ricordo che, un giorno, le dissi che mi sarebbe piaciuto, così, anche soltanto per scherzo, formare un gruppo teatrale (o eventualmente partecipare ad uno dei tanti esistenti), per mettere su uno spettacolo, ispirato alla commedia "Miseria e Nobiltà" (tra le mie preferite in assoluto), in maniera goliardica e assolutamente amatoriale. Non ne fu esattamente entusiasta ribadendo con fermezza ed in maniera risoluta, che il Teatro andava preso sul serio, insistendo che fosse qualcosa da fare con studio certosino e doverosa applicazione. Mi smontò, alla sua maniera, un po' come il maestro di Biliardo del Ragionier Fantozzi, nottambulo inguaribile, reperito dietro indicazione di un metronotte ("Con me, o si diventa campioni o niente!!!"). Credo facesse parte della sua schiettezza, che l'aveva sempre contraddistinta. Anche quando, già dalle primissime telefonate, non esitava a dirmi di quanto il mio tono fosse "strambo", a suo dire quasi da conduttore del TG1. Non ho mai ben compreso se fosse stato il caso di ritenermi lusingato oppure offeso da questa sua considerazione. Immagino che non abbia poi così importanza.

E, comunque, a discapito di questo, la sua stima nei miei confronti non ne usciva certamente scalfita. Anzi. Quando possibile, non perdeva occasione di farmelo intendere a chiare lettere. Nei giorni successivi iniziai a notare che l'interesse (reciproco) fosse in graduale aumento. Ne ebbi un'ulteriore prova quando, durante una lunga chiacchierata, mi raccontò di questa sua prova di recitazione, da affrontare nello spazio di una settimana, dove avrebbe dovuto eseguire un monologo. Non avrei mai pensato che mi avesse chiesto un aiuto, in merito alla scelta del "pezzo" da utilizzare in tal senso. Preso alla sprovvista, mi limitai a suggerirle un passo di "Non buttiamoci giù" (romanzo di cui stavo ultimando la lettura in quei giorni) e la cosa sembrò funzionare. Restai ancor più sorpreso nel sapere quanto avesse apprezzato. Una fortuna sfacciata.

Verso la fine di Settembre, dopo circa due settimane dal nostro primo "contatto", provai a sondare concretamente il terreno per proporle un'uscita. 
Sarebbe stata molto interessata anche lei, su questo non nutrivo dubbi. Ma non so per quale recondito motivo, il mio approccio fu timido, poco deciso. Non avrei voluto metterla in difficoltà, ma anche in quella situazione, sarebbe stata una preoccupazione tutta mia personale.
"Non mi hai messo in difficoltà. Mica mi metti in difficoltà così? In effetti... Pensavo che potevamo vederci il pomeriggio, io e te, a Caserta. E poi andare ad Aversa, la sera."

Una preoccupazione, un timore, del tutto personale, che aveva dissolto in poche righe. Poche semplici righe. E di lì a poco, complice anche l'aiuto di mia cugina Lisa (sempre interessata sul mio tema "sentimentale") organizzai questa uscita durante il primo weekend utile, contemplando la possibilità di una cena, nulla di impegnativo, insieme ad i miei amici. Anche nell'eventualità di stemperare il possibile clima di imbarazzo, che spesso accompagna il primo incontro. Ci saremmo visti nel pomeriggio. Le lasciai decidere il posto, ed essendo comunque una persona molto attenta e giudiziosa, finì per far ricadere la sua scelta su un bar, all'interno di un noto centro commerciale. Posto pubblico, affollato, senza possibilità di equivoci. Avevamo anche un mezzo accordo in merito all'orario, si parlava di metà pomeriggio, intorno alle 17,30 o giù di lì.

Come mio solito, giunsì in leggero anticipo. Lei, invece, era in ritardo clamoroso, per aver esagerato nella sua consueta pennica del sabato.
Vedendola venire verso di me, me ne dimenticai. Il vestitino, completamente intonato alle sue scarpe con tacco a spillo, le stava d'incanto.
Era davvero una bella ragazza, nulla da dire. Ordinammo da bere, e ci mettemmo comodi, seduti ad un tavolino, leggermente in disparte. Era visibilmente impacciata, ma riusciva a compensarlo con una buonissima dialettica, e non sarebbe stato difficile metterla in condizione di parlare ed argomentare. Ci sentimmo entrambi a nostro agio, e giusto a ridosso dell'ora di cena, le proposi di unirsi a me ed ai miei amici, per una puntatina al ristorante giapponese, in quel di Aversa. Sapevo che il genere fosse di suo gradimento, e cercai di insistere gentilmente, vincendo alla fine la sua timida resistenza. La convinsi a lasciare lì la sua auto, in modo da poterci andare insieme, con la mia macchina. Serata tranquillissima, non si sentì per nulla in imbarazzo o in difficoltà. Ad eccezione del momento in cui decisi di offrirle la cena (e posso assicurare che in quel caso la resistenza fu tutt'altro che timida). Poco dopo le 23,30 i miei amici ci salutarono, ma il nostro appuntamento sarebbe andato avanti, senza forzature. Semplicemente perchè entrambi lo avremmo voluto. Lo capimmo al volo, senza bisogno di cenni o di parole. Tornammo in macchina, e ci dirigemmo verso Caserta, in zona Centro Storico. Continuammo a parlare, a chiacchierare amabilmente, scherzando e ridendo, per gran parte del tempo. Prese anche l'iniziativa, in alcuni frangenti, tenendomi per mano, o mettendosi "sottobraccio". Ho ricambiato molto volentieri. Tra un drink e l'altro, nei piccoli bar sparsi tra i vicoli della zona, non ci rendemmo conto di quanto velocemente volassero le lancette. La riaccompagnai alla sua auto, l'unica rimasta lì, nell'enorme parcheggo del centro commerciale. Mi ringraziò per la serata, per la cena, e tutto il resto, dicendomi di essersi sentita bene. Non avrei voluto sentire altro, onestamente. Le andai incontro per salutarla, morendo dalla voglia di chiederle un secondo appuntamento. Senza preavviso, mi anticipò, con uno scatto, stringendomi fortissimo, prendendomi totalmente alla sprovvista, ancora una volta: "Certo che voglio vederti ancora...".

Mi rubò decisamente la battuta, ma ne fui contento. Al punto da andare nel pallone, riprendere possesso del mio veicolo e guidare a fari spenti nella notte (non è una metafora). Per fortuna ci pensò lei a farmelo notare, chiamandomi giusto pochi minuti dopo esserci lasciati lì, in quell'enorme parcheggio, ridendoci su e punzecchiandomi, quasi, per non averci pensato io a richiarmarla. In quel momento pensai a quanto fosse stato "stupido" da parte mia, reprimere un impulso, una cosa che avrei voluto fare. Ma quando mi chiese se ci fossimo potuti rivedere già all'indomani, la cosa passò in secondo piano. Un secondo appuntamento, soprattutto se sulla falsa riga di quello appena concluso, era proprio ciò che ci voleva. Stavolta ci saremmo incontrati proprio sotto casa sua, ma non mi avrebbe permesso di fare altro. Aveva in mente di sdebitarsi, dopo la cena che le avevo offerto, e si propose di guidare per andare insieme ad una mostra di arte contemporanea, tenuta nel celebre palazzo del Belvedere di San Leucio (una frazione del Casertano). Trascorremmo poco più di un'ora in quell'edificio gremito di persone, ed ancora una volta il tempo passò via in maniera fulminea. Continuammo a passeggiare nei dintorni del complesso monumentale, godendoci il panorama, tra chiacchiere piacevoli ed un calice di vino bianco. Poi ci fermammo, restando a parlare in maniera più "intima", delle nostre esperienze, dei nostri trascorsi, di ciò che avremmo voluto e delle nostre paure. Per quanto si mostrasse forte, doveva esserci una parte estremamente delicata, ancora ferita, e difficilmente tendeva a mostrarla. Sentì l'impulso di abbracciarla, mentre continuava a confidarsi liberamente. Poco prima delle 21,30 prese il cellulare, e rispose ad una telefonata. Roba di pochi secondi, davvero una manciata. Mi guardò con aria lievemente infastidita, poi, scusandosi mi disse:"Mi ero proprio scordata della cena con i ragazzi del gruppo teatrale... Perdonami, mi era passato di mente, sono mortificata." - ed in effetti sembrava che lo fosse sul serio. Le feci capire che una cosa del genere sarebbe potuta capitare a chiunque, e le dissi di non preoccuparsi. Nel tragitto verso la mia auto, che avevo lasciato non lontano da casa sua, mi notò particolarmente silenzioso, e provò a chiedersi se fosse tutto OK. Mi limitai ad annuire, dicendo che stavo semplicemente pensando a quello che ci eravamo detti ed alla bella serata trascorsa, nonostante tutto. Ancora una volta, prima di salutarci, mi strinse forte. Ma stavolta quell'abbraccio aveva un sapore decisamente diverso, non so per quale motivo. Sapevo che ci sarebbero state altre occasioni per rivederci, ma nei giorni successivi, non vi fu modo di parlarne in maniera concreta. 

L'incredibile semplicità che Ilaria mi aveva dimostrato fin dalle prime battute, lasciò il passo ad una serie di messaggi (tra l'altro progressivamente centellinati) dal contenuto astruso, alquanto intricato da interpretare. Vennero fuori in maniera energica le nostre divergenze su come gestire un rapporto, e sul senso dello stesso. L'appuntamento interrotto da quella telefonata, con conseguente impegno improcrastinabile, non dico che mi fece rimanere male (forse un pochino sì), ma mi diede da pensare. Fu inevitabile fare un confronto, ed immedesimarmi in quella situazione. Avrei fatto lo stesso? L'avrei coinvolta nella mia uscita con gli amici? O avrei mandato tutto al diavolo, pur di passare il resto della serata con lei? Una serie di domande di cui non credo ancora oggi di avere una risposta certa.

So soltanto che a lungo andare, in seguito, continuò con pochi, pochissimi messaggi, di cui faticavo a comprendere il senso.
"Ho capito che felice, ma felice veramente, senza se e senza ma, insomma... incondizionatamente, felice, in amore, non lo sono mai stata. Ma ho trovato la serenità conoscendomi ed imparando ad amarmi." - tanto per citarne uno, ma l'elenco potrebbe continuare.
"Generalmente io vado molto lenta. Devo capire, studiare, realizzare tante cose. Se la persona mi piace, se provo attrazione fisica, se mi sento serena a starci insieme... Sono stata istintiva soltanto con una persona nella mia vita, è stato davvero bellissimo, ma ero talmente innamorata di lui, da perdermi completamente ed alla fine ho fatto un macello."

La spensieratezza di quella conoscenza era quasi ormai del tutto andata a farsi benedire. Per quanto non mi piacesse ammetterlo, sembravamo sempre più su due pianeti nettamente diversi, e non facevo che rendermene conto, di giorno in giorno. 

Arrivai presto a percepire il mio scriverle quotidiano come un atto quasi a senso unico. Più che plausibile, quando dall'altra parte vi fosse una donna così impegnata. Pensai che, forse, sarebbe stato opportuno da parte mia adeguarmi a quei suoi "ritmi", ridurre la pressione, e cercare, quanto più possibile, di non farmi sentire così assiduamente, per poter di fatto valutare meglio il suo grado di interesse. L'esperimento ovviamente fallì, e fu addirittura lei che si risentì per il mio atteggiamento, accusandomi di scarso interesse nei suoi confronti. La cosa stava assumendo le sembianze di una barzelletta, e benchè Ilaria mi piacesse, facevo molta, troppa fatica a credere che per lei fosse lo stesso nei miei riguardi. Sarebbe potuta star lì a dirlo o a scriverlo in migliaia di forme e lingue diverse, non mi sarei smosso facilmente da quella mia convinzione. 

Si può essere lenti, prudenti, cauti e misurati quanto si vuole, ma se un tizio ti piace, c'è poco da fare. Se non al primo, magari al secondo appuntamento qualcosa sarebbe dovuto scattare. Considerando tutti gli elementi che avevo tra le mani, mi venne da pensare che nulla sarebbe mai potuto scattare da parte sua nemmeno in altri dieci appuntamenti consecutivi. Ancora oggi non gliene faccio una colpa, e non gliela attribuirò mai. Dovevo comunque prendere atto della incompatibilità delle nostre esigenze, e dopo averci riflettuto attentamente, decisi di congedarmi, esprimendo come meglio avrei potuto il concetto, mediante una serie di lunghissimi messaggi. 

Mi rispose a distanza di qualche ora, e lo fece in modo energico, trasmettendomi tutto il suo disappunto per quella mia scelta, a cominciare dal mezzo di comunicazione selezionato (anche se non so quale differenza avesse mai potuto fare) e contestandomi il fatto di non avere avuto pazienza, di voler dettare i tempi a tutti i costi, di non aver rispettato la sua persona, di non averle dato la possibilità di fare le sue valutazioni, e tutta una serie di sermoni che per me continuavano a non avere senso, se non quello di circumnavigare il vero nocciolo della questione. 

Mi piace pensare che, nonostante tutto, Ilaria sia una ragazza veramente in gamba (probabilmente è una constatazione riduttiva e banale) e che, forse, si meriti qualcosa di meglio del sottoscritto, magari una persona capace di comprenderne i lati più complessi, di riuscire a sostenerla a prescindere da questi, condividendone i tempi e le aspettative. Sapevo già di non poter essere io quella persona. Ed oggi, rendendomi conto di poterle giusto dare un bel secondo posto nella mia personalissima Classifica degli appuntamenti più imbarazzanti della mia vita, ne sono ancora più sicuro.



martedì 6 marzo 2018

Hurricane...

Vagò senza sosta per due giorni e due notti. Nemmeno una sosta, neanche una pausa. In un modo o nell'altro, riuscì a proseguire nel cammino, senza rallentare il passo. Aveva da poco rivisto la luce, non avrebbe ancora avuto intenzione di perdersi nell'oscurità. Non si sarebbe lasciato andare. Pur non sapendo in alcun modo come fosse giunto in cima al Colle, trovò di puro istinto un sentiero che lo avrebbe condotto verso il mare. Aggrappandosi alle sporgenze più evidenti della scogliera, si aiutò nella discesa, facendo appello al suo coraggio, alla sua determinazione.

Di tanto in tanto, i fendenti della stanchezza provavano a debilitarne il fisico. Ma, almeno per una volta, nulla poterono contro la resistenza del suo spirito. Ci era riuscito, e nell'occasione, senza alcun aiuto. L'alieno era giunto in prossimità della spiaggia. Una distesa sabbiosa, che si estendeva a perdita d'occhio. Di fronte a quella vastità, gli sembrò di essere più insignificante di uno solo di quegli infiniti granelli di sabbia.

Eppure, nonostante il senso di profondo smarrimento, sapeva che gli sarebbe mancato poco. Sapeva che non sarebbe stato lontano dal poter prendere il Mare, proseguendo il viaggio. Forse, e sarebbe stato lecito pensarlo, la smania di procedere, di potersi imbarcare, proprio quella, aveva contribuito a non farlo vacillare, a non fargli percepire la fatica. Il corpo martoriato, da poco ristabilito, seppe rispondere agli stimoli.

Percorrendo alcuni tratti solo ed esclusivamente per inerzia, l'alieno divorò chilometri di sabbia, senza nemmeno rendersene conto.
Giunse così al tramonto, deciso a risparmiare energie per quell'ultimo, decisivo tratto che lo avrebbe separato dal suo biglietto per il futuro.
Le motivazioni che gli riempivano cuore e mente avevano alimentato a sufficienza le sue gambe e le sue braccia. Poteva dirsi soddisfatto.

Avrebbe tranquillamente potuto mettere a tacere la sua impazienza, e restarsene fermo, a cercare di riposare, provando a dormire ed a recuperare gran parte delle energie spese. La cosa gli sembrò una buona idea, e non perse tempo a cercarsi un riparo dove potersi rannicchiare.
Il suo zainetto, tenuto legato ad una leggera asta di carbonio, come fosse un fagotto, benchè sensibilmente più leggero rispetto a prima, era stato completamente rammendato, con cuciture precise ed essenziali. Non sembrava più lo stesso. Resistente come i suoi vestiti, completamente rigenerati, era stato sistemato a dovere, e riempito di cose utili ed essenziali, persino del pane opportunamente razionato, che di volta in volta avrebbe scoperto.

Tra questi, una piccola copertina di lana, con una trama a rombi, con colori che tendevano a svariate sfumature di arancione. Conoscendone la provenienza, non si meravigliò di quelle tonalità per certi versi così eccentriche. Gli sfuggì un sorriso, misto a leggera malinconia. Non aveva scordato quanto gli fosse stato "dato". Non aveva certamente perduto il senso di riconoscenza, a discapito delle sue necessità. Pensò che, chissà, forse un giorno, avrebbe potuto indirizzare il suo viaggio verso quei luoghi, per poter esprimere pienamente la sua gratitudine. 

Non avrebbe potuto prometterlo in qualsiasi altro modo garantirlo. La priorità risiedeva nel portare avanti il suo percorso, nell'incontrare l'Uomo con la Mappa del Mondo disegnata sul volto. Nel riceverne le risposte. Per quanto remota ed impervia fosse stata la sua attuale posizione, egli l'avrebbe raggiunta, ad ogni costo. Lasciandosi semplicemente guidare dal suo istinto e dai suoi impulsi primordiali. 

Si lasciò travolgere dal sonno, abbandonando ogni pensiero. Nulla lo avrebbe potuto turbare, se non la frenetica attesa dell'indomani, per poter raggiungere quelle navi in lontananza, appena scrutate poco prima dell'imbrunire. Come potervisi imbarcare sarebbe stata tutt'altra situazione ma, ci avrebbe riflettuto in un secondo momento, e senza troppa pressione. Qualcosa gli sarebbe senz'altro venuto in mente.

E tanto bastava a rendere quella notte ancor più tranquilla di quanto già non sembrasse. Ma non sarebbe durato ancora a lungo.
Senza alcun preavviso, il suo sonno fu violentemente interrotto da un verso stridulo, potente e sinistro. L'alieno si alzò di scatto, reattivo abbastanza per quanto ancora intontito. Il sangue gli si gelò nelle vene. Quel verso spaventoso pareva in grado di squarciare il cielo da un momento all'altro. Tanto poderoso da farne risentire l'eco in lontananza. Ancora nulla in confronto a ciò che stava per materializzarsi.

Un secondo verso, come un lamento demoniaco, ancor più veemente, e se possibile ancor più terrificante, lo indusse a guardar verso l'alto, naso all'insù. Nessuna parola avrebbe potuto descrivere la scena. Un mostro alato di proporzioni notevoli, dall'aspetto di un rettile maestoso, gli si stava avvicinando, con una furiosa picchiata. Forse un Drago, o qualcosa di molto simile, che credeva potesse esistere. La livrea scura completamente coperta di scaglie color verde petrolio, non lasciava intravedere velleità. Le fauci spalancate non lasciavano presagire nulla che non fosse lo scenario di un incubo atroce. I grandi occhi gialli non tradivano emozioni, se non quelle legate al mero desiderio di morte e distruzione.

L'alieno rimase impietrito, non aveva mai provato nulla del genere. Qualunqua capacità di reazione finì per spegnersi. Restò inerme, senza riuscire a muovere un dito, paralizzato dal terrore. Quell'essere immondo era ormai a pochi metri, e finì per terminare il suo nefasto volo, planando non lontanissimo da lui. La spiaggia iniziò a vibrare, sentendo il peso di quel mostro, appena atterrato su di essa. 

A quella distanza, così irrisoria, lo spettacolo risultava ancor più agghiacciante. Gli artigli e le zanne acuminate di quel demone, avrebbero sbaragliato un esercito senza batter ciglio, ed in pochi minuti anche. Non vi sarebbe stato aiuto plausibile in quella situazione, persino la minima possibilità di speranza gli venne preclusa. Non ci sarebbe stato nessuno da invocare. Nessuno all'altezza di quella situazione.

Gli ultimi segnali di razionalità abbandonarono l'alieno, che smise addirittura di tremare, ben più che annichilito dalla paura.
Il demone doveva averlo capito, ed iniziò ad avvicinarsi, muovendo le zampe artigliate sinuosamente, con incedere lento ma ad ogni modo sicuro.
La sicurezza di chi conosce bene il proprio ruolo di predatore, la consapevolezza della propria supremazia su una vittima indifesa.

Nel suo incedere, c'era qualcosa di ancora più strano e forse misterioso. Una luce tetra sembrava imporsi al di sotto delle sue scaglie, quasi pulsando. L'immensa figura mostruosa, stava progressivamente mutando nell'aspetto, riducendo le sue dimensioni, passo dopo passo.

Cominciò poi ad ergersi, in posizione eretta, assumendo sempre più sembianze antropomorfe. Non più quelle di un terrificante rettile alato. Bensì di un uomo, un Cavaliere dalla corazza nera come la pece, ed i riflessi verde petrolio. Le scaglie erano ancora ben visibili, ma stavolta andavano a formare le trame di un'armatura di acciaio, solida, pesante, vistosa. Non una sola parte del corpo era lasciata scoperta. Nemmeno gli occhi, che potevano farsi spazio relativamente da una sottile fessura, da cui veniva fuori un mostruoso bagliore ambrato. Non più ali demoniache, ma un mantello color porpora. Non più denti e zanne acuminate in bella vista, ma due robusti corni posti nella parte alta, ed esterna dell'elmo, in maniera simmetrica, che nulla toglievano al suo minaccioso aspetto. L'alieno dovette assistere, incredulo, a quella trasformazione, ma lo sgomento non gli consentì di manifestare il suo stupore. I due erano ormai giunti a pochi passi l'uno dall'altro. L'Oscuro Cavaliere mostrò infine la lancia, affilatissima, che per lunghezza, quasi nulla aveva da invidiare alla coda del maestoso rettile volante. La brandiva, in segno di sfida, pur conoscendo quale sarebbe stato l'eventuale esito. Poi, finalmente, si decise a rivolgergli la parola:


"Tu... Tu non appartieni a queste terre. Tu non appartieni a questo Mondo. Non esiste ragione che ti tenga vincolato qui, Noi ti porteremo indietro, e tu ci seguirai, nell'Oscurità..."



Così disse, sollevando la sua lancia al cielo, per poi scagliarla con violenza verso il basso, piantandola con veemenza nella sabbia. La spiaggia iniziò nuovamente a vibrare, scossa dall'impatto tremendo. Il colpo fu tale da creare una voragine, sempre più larga, sempre più simile ad una frattura.

Un sisma violento, capace di giungere fino al mare, scuotendone inevitabilmente le onde, spaventando i pescatori, e tutti i presenti al molo di attracco delle navi ben visibili in lontananza.

L'atroce spaccatura nel terreno sabbioso, sempre più ampia, celava un'inquietante scalinata, quasi come fosse una via di collegamento, un passaggio ad una sorta di antro infernale, dalla cui bocca era possibile intravedere una manciata di scalini sconnessi. Il fumo che, in maniera macabra, ne veniva fuori, preannunciava un rumore sordo, come di passi pesanti. 

Per quanto attonito ed incapace di qualsiasi moto di reazione, l'alieno non potè fare a meno di sentirli, per poi trovarsi una schiera di cavalieri, tutti pesantemente armati con asce e spadoni, tutti bardati da una spessa armatura di color nero corvino, dotata di spuntoni all'altezza delle spalle e delle ginocchia.
Uno ad uno, uno dopo l'altro, risalivano da quell'antro, schierandosi con meticoloso ordine, alle spalle del Cavaliere demoniaco. Un esercito in formato ridotto, composto da 25 fanti armati, tutti dal viso completamente coperto da un elmo, vagamente simile alla figura di un teschio umano.

"Non opporre resistenza, sarebbe del tutto inutile. Lascia che i Cavalieri Spettro ti incatenino, e non ti verrà fatto alcun male, per ora. E' tempo di tornare indietro. Non importa quante volte proverai a ribellarti, implorando di poter fuggire via. Non importa quante volte proverai a gridare, o ad esternare il tuo dolore, perchè ogni volta ti priverò del respiro!" - disse il Demone, caricando nel frattempo la stoccata, con la sua potente lancia.

Senza esitare, lasciò scoccare il colpo, caricando con forza il braccio all'indietro, e scagliandosi con inaudito impeto, verso il corpo dell'alieno, ancora privo di ogni reazione.
Inavvertitamente, la punta della lancia mortifera non riuscì a raggiungere il bersaglio, fermandosi in maniera inspiegabile, a pochi centimetri dal volto della vittima.

"Che succede? Quale arcana forza trattiene il mio fendente? Perchè non riesco a scoccare il colpo?"

L'alieno, fin lì completamente immobile e annichilito dal terrore, alzò infine il volto, mostrando uno sguardo assente, privo di espressione. Gli occhi, finalmente aperti, eran diventati incandescenti, come se qualcuno, o qualcosa, se ne fosse impossessato. Erano diretti al Cavaliere demoniaco, lo fissavano, senza lasciargli un attimo di respiro. Occhi senza pupilla, di una luminescenza a dir poco surreale.
Il cielo cominciò a cambiare, sempre più invaso da nuvole, che in apparenza non promettevano nulla di buono. Nuvole scure, probabilmente cariche di tempesta, si radunavano come impazzite.
Nulla era rimasto ormai di quello scenario di tranquillità. Persino l'aria sembrava elettrica.

"Dimmi. Arriveresti ad uccidere pur di salvare una vita?" - chiese l'alieno, con sguardo furioso.

"Cosa stai dicendo? Chi sei tu?" - rispose, incredulo, il Cavaliere demoniaco.

"Saresti capace di uccidere, pur di dimostrare di avere ragione? Dimmi..." - chiese ancora l'alieno, con espressione inquietante sul volto.

Benchè fosse aiutato dalla sua schiera di soldati, quell'essere mostruoso non fu capace di muovere, nè di ritirare la sua lancia, come fosse bloccata da un campo magnetico invisibile.
Sotto un cielo denso di nuvole scure dal contorno argenteo, per le prime luci dell'alba, l'alieno fece un passo in avanti, afferrando la punta della lancia nemica, tenendola senza problemi. Il vento si alzò senza preavviso, Sempre più forte, ad interrompere il silenzio, successivo alle scosse precedenti, provocate dal Cavaliere demoniaco. Non erano normali folate, qualcosa di più vi si celava dietro.

"Non è possibile... Perchè sta succedendo questo? Che significa?" - incalzò il nemico in armatura.

"Perchè, in questo caso, la risposta è... SI!" - così disse l'altro, spalancando gli occhi incandescenti, in uno sguardo irriconoscibile. La punta della lancia nel suo pugno era già ridotta in frantumi, senza alcuna fatica. Qualcosa di impensabile stava accadendo lì. Un tremendo Uragano si abbattè su quella spiaggia, travolgendo ogni cosa. Con i piedi ancora ben saldi nella sabbia, l'alieno urlò in maniera incomprensibile, spiegando le sue ali d'acciao, ancor più enormi e scintillanti. L'energia prodotta dalla tempesta sradico alberi e capanni, spaventando a morte i pescatori non lontani da lì. Le onde, imbestialite, portarono via alcune barche, sfasciandole del tutto. L'energia prodotta da quella furia spazzò via il Demone ed i suoi sgherri urlanti, lacerandone ferocemente le corazze, e riducendo tutto in polvere. Attimi di paura, di forza incontrollata e brutale. Andò avanti per diversi minuti, senza soluzione di continuità. Devastando ogni cosa gli si parasse a tiro. La natura che esplodeva in un boato indescrivibile. Poi, nulla più.

L'alieno rinsavì, chiudendo a sè le ali, e spegnendo il fuoco azzurro negli occhi. Si guardò subito intorno, per poter realizzare quanto fosse accaduto. Spaesato e ancor confuso, gli sembrò di ricordare. Per un attimo desiderò che il tutto fosse un incubo. Ma poi, osservando meglio, quella distruzione non lasciò più spazio al dubbio. Aveva da poco rivisto la luce, non credeva si sarebbe perduto di nuovo nell'oscurità. Solo, in lacrime, senza volerlo, si era già perso. O forse, senza saperlo, si era soltanto salvato.