Nella mia personalissima Classifica, chiamiamola pure "Top 5" (che fa decisamente più figo) degli appuntamenti più imbarazzanti della mia vita, non posso non considerare la "situazione Ilaria". Mi rendo conto che nel caso specifico, forse, parlare di appuntamento possa essere riduttivo, o comunque non del tutto appropriato. Certo, alla stessa identica maniera, non potrei nemmeno parlarne come una "storia" o conferirle lo status di relazione vera e propria. Considerandone la durata (passatemi il termine), quello no, senza alcuna ombra di dubbio.
Resta ad ogni modo una di quelle persone degna di menzione, un highlight che inserisco molto volentieri nella lista. Andiamo per gradi.
Mi ero appena trasferito in quel di Roma per il mio secondo periodo di collaudi, parliamo dei primissimi giorni di Settembre. In questo senso, Ilaria rappresentava una piacevolissima novità, una delle più liete. La nostra fu una conoscenza "lampo". Non ero certo nuovo a questa tipologia di incontri virtuali, e probabilmente, proprio in virtù di questa mia discreta esperienza, avrei tranquillamente potuto classificare Ilaria come un caso completamente a parte. Spigliata, esuberante, con una forte carica di autoironia: insomma, davvero niente da dire sulla presentazione.
Dal canto suo sembrava esserci un riscontro, non so fino a che punto, sebbene potesse concernere l'aspetto fisico, ma più in generale pareva esserci una certa affinità. Per quanto particolare e comunque positivo come inizio (qualcosa di difficile ma non impossibile da trovare), non fu certo questo l'elemento più sorprendente di tutta la faccenda. Provo a spiegarmi meglio.
A qualsiasi livello, proprio come regola non scritta, va da sé che ogni conoscenza abbia bisogno di una sostanziosa dose di fiducia, un'impalcatura di compatibilità, ed una imprescindibile predisposizione ad allacciare rapporti interpersonali, non inficiata da paure, insicurezze e pregiudizi derivanti da fantasmi del passato. Generalmente, nell'arco di questi ultimi anni, mi son quasi sempre trovato di fronte a delle combinazioni più o meno distinte di tutti questi elementi, il più delle volte (inutile nasconderlo) dovendo necessariamente far fronte a dei veri compromessi. Su un piano ideale, detto onestamente, mi sarebbe piaciuto poter disporre di un equalizzatore con cui regolare una componente, piuttosto che un'altra, con un meticoloso gioco di manopole, fatto ad arte. Impossibile anche soltanto da immaginare. Figuriamoci.
Forse, per la prima volta nella mia esperienza, con Ilaria non ve ne sarebbe stato nessun bisogno. Gli elementi erano tutti lì, addirittura strabordavano. La semplicità nel dialogo aveva già prepotentemente preso il sopravvento. Ed io avrei potuto gettar via il mixer o riporlo nello sgabuzzino. Eravamo esattamente sullo stesso piano, a livello di comunicazione. Nessuno dei due si era perso in fronzoli nel presentarsi, avevamo deciso entrambi di puntare sull'essere diretti, quanto più possibile.
"Parlami di questi 26 km che ci separano..." - iniziò così, più o meno, la nostra prima conversazione. Mi fece questa richiesta basandosi sui pochi dati che aveva a disposizione del sottoscritto. Fu un utilissimo spunto, per quanto scarno, sufficiente a permettermi di conoscere un bel po' di cose: proveniente dalla provincia di Caserta (adesso non ricordo di preciso il nome del paese o della relativa frazione), sebbene suo padre fosse di origini partenopee, 32 anni, laureata, impiegata come informatrice nel settore farmaceutico, amante dell'arte e viaggiatrice assidua.
Mi aveva fatto un'ottima impressione e quella sua descrizione, fatta così, anche se soltanto per sommi capi, l'aveva resa ancor più accattivante ai miei occhi. Sincera, onesta e diretta, reggeva incredibilmente il confronto, senza mai scadere nella banalità. Era sempre piena di spunti, e sapeva come orchestrare la conversazione sulla base di una sua sottile ma piacevolissima ironia di fondo. Nel contempo, si dimostrava curiosa nel conoscermi, nel farmi domande anche sul personale. Nel suo immaginario, quello strumento "virtuale" non era né più né meno di un bar, dove la gente si sarebbe potuta incontrare, a seconda del tipo di approccio stabilito, chiacchierare e, nel caso, continuare a frequentarsi.
Tale concezione, così "matura" per certi aspetti, così intelligente (oserei dire), era spaventosamente simile alla mia, ed in quel momento costituiva una novità, che difficilmente avrei pensato di riscontrare. Rimasi piacevolmente sorpreso, a conferma di tutte le premesse che già mi erano state paventate. E' possibile che, per arrivare a pensarla così, Ilaria avesse maturato diverse esperienze in quell'ambito. O, molto più semplicemente, si trattava soltanto di una ragazza estremamente in gamba, un tipo sveglio, in grado di saper distinguere e valutare i propri interlocutori, senza farsi avvelenare da possibili turbe mentali o pregiudizi senza senso. Quel nostro confronto, evidentemente, fu tale da incuriosirla ad un livello successivo, e senza farsi troppi problemi, mi chiese di poterci sentire telefonicamente, con lo scopo di rendere quella situazione del tutto reale.
Inutile dire quanto la cosa mi interessasse. Non ci sarebbe stato nulla di sbagliato. Non avremmo fatto nulla di male, ed entrambi ne eravamo consapevoli.
"Posso farti una domanda? Sei forse il primo che incontro in questo contesto a non avermi chiesto contatti, numero di cellulare, Facebook, ecc ecc... Perchè?"
Aveva proprio una marcia in più, da questo punto di vista. Ed anche quando si ipotizzava soltanto la possibilità di vederci, era capace di gestire la cosa, con semplicità e con la sua proverbiale ironia, scherzando sull'eventuale impatto visivo derivante dal nostro primo incontro ("E se poi quando ci vediamo non ti dovessi piacere? Io sono molto sensibile su questo tema... Dovremmo inventarci un segnale, o qualcosa del genere...").
Preoccupazione legittima, immagino ancor di più dal punto di vista della psiche femminile, ma nel suo caso si trattava di una paranoia del tutto superflua. Le sue fotografie lasciavano intendere che si trattasse di una ragazza molto bella, mi piaceva, incontrava i miei gusti, e soprattutto mi intrigava tutto il "contorno": il modo in cui descriveva il suo lavoro, l'interesse che lasciava trasparire, il modo in cui raccontava le sue molteplici esperienze di viaggi in giro per il mondo (decisamente più numerosi rispetto ai miei, benchè le mancasse Londra) e la passione con cui descriveva il suo amore per il teatro e la recitazione. Uno dei temi, proprio quest'ultimo, che maggiormente riuscì a favorire le nostre conversazioni. Mi disse di frequentare da circa due anni questa Scuola di Teatro, e di essere completamente presa da quella attività, al punto da sentirsi rigenerata ogni volta. Non era difficile capire, sentendola parlare al telefono, quanta dedizione e quanto trasporto vi mettesse.
Ricordo che, un giorno, le dissi che mi sarebbe piaciuto, così, anche soltanto per scherzo, formare un gruppo teatrale (o eventualmente partecipare ad uno dei tanti esistenti), per mettere su uno spettacolo, ispirato alla commedia "Miseria e Nobiltà" (tra le mie preferite in assoluto), in maniera goliardica e assolutamente amatoriale. Non ne fu esattamente entusiasta ribadendo con fermezza ed in maniera risoluta, che il Teatro andava preso sul serio, insistendo che fosse qualcosa da fare con studio certosino e doverosa applicazione. Mi smontò, alla sua maniera, un po' come il maestro di Biliardo del Ragionier Fantozzi, nottambulo inguaribile, reperito dietro indicazione di un metronotte ("Con me, o si diventa campioni o niente!!!"). Credo facesse parte della sua schiettezza, che l'aveva sempre contraddistinta. Anche quando, già dalle primissime telefonate, non esitava a dirmi di quanto il mio tono fosse "strambo", a suo dire quasi da conduttore del TG1. Non ho mai ben compreso se fosse stato il caso di ritenermi lusingato oppure offeso da questa sua considerazione. Immagino che non abbia poi così importanza.
E, comunque, a discapito di questo, la sua stima nei miei confronti non ne usciva certamente scalfita. Anzi. Quando possibile, non perdeva occasione di farmelo intendere a chiare lettere. Nei giorni successivi iniziai a notare che l'interesse (reciproco) fosse in graduale aumento. Ne ebbi un'ulteriore prova quando, durante una lunga chiacchierata, mi raccontò di questa sua prova di recitazione, da affrontare nello spazio di una settimana, dove avrebbe dovuto eseguire un monologo. Non avrei mai pensato che mi avesse chiesto un aiuto, in merito alla scelta del "pezzo" da utilizzare in tal senso. Preso alla sprovvista, mi limitai a suggerirle un passo di "Non buttiamoci giù" (romanzo di cui stavo ultimando la lettura in quei giorni) e la cosa sembrò funzionare. Restai ancor più sorpreso nel sapere quanto avesse apprezzato. Una fortuna sfacciata.
Verso la fine di Settembre, dopo circa due settimane dal nostro primo "contatto", provai a sondare concretamente il terreno per proporle un'uscita.
Sarebbe stata molto interessata anche lei, su questo non nutrivo dubbi. Ma non so per quale recondito motivo, il mio approccio fu timido, poco deciso. Non avrei voluto metterla in difficoltà, ma anche in quella situazione, sarebbe stata una preoccupazione tutta mia personale.
"Non mi hai messo in difficoltà. Mica mi metti in difficoltà così? In effetti... Pensavo che potevamo vederci il pomeriggio, io e te, a Caserta. E poi andare ad Aversa, la sera."
Una preoccupazione, un timore, del tutto personale, che aveva dissolto in poche righe. Poche semplici righe. E di lì a poco, complice anche l'aiuto di mia cugina Lisa (sempre interessata sul mio tema "sentimentale") organizzai questa uscita durante il primo weekend utile, contemplando la possibilità di una cena, nulla di impegnativo, insieme ad i miei amici. Anche nell'eventualità di stemperare il possibile clima di imbarazzo, che spesso accompagna il primo incontro. Ci saremmo visti nel pomeriggio. Le lasciai decidere il posto, ed essendo comunque una persona molto attenta e giudiziosa, finì per far ricadere la sua scelta su un bar, all'interno di un noto centro commerciale. Posto pubblico, affollato, senza possibilità di equivoci. Avevamo anche un mezzo accordo in merito all'orario, si parlava di metà pomeriggio, intorno alle 17,30 o giù di lì.
Come mio solito, giunsì in leggero anticipo. Lei, invece, era in ritardo clamoroso, per aver esagerato nella sua consueta pennica del sabato.
Vedendola venire verso di me, me ne dimenticai. Il vestitino, completamente intonato alle sue scarpe con tacco a spillo, le stava d'incanto.
Era davvero una bella ragazza, nulla da dire. Ordinammo da bere, e ci mettemmo comodi, seduti ad un tavolino, leggermente in disparte. Era visibilmente impacciata, ma riusciva a compensarlo con una buonissima dialettica, e non sarebbe stato difficile metterla in condizione di parlare ed argomentare. Ci sentimmo entrambi a nostro agio, e giusto a ridosso dell'ora di cena, le proposi di unirsi a me ed ai miei amici, per una puntatina al ristorante giapponese, in quel di Aversa. Sapevo che il genere fosse di suo gradimento, e cercai di insistere gentilmente, vincendo alla fine la sua timida resistenza. La convinsi a lasciare lì la sua auto, in modo da poterci andare insieme, con la mia macchina. Serata tranquillissima, non si sentì per nulla in imbarazzo o in difficoltà. Ad eccezione del momento in cui decisi di offrirle la cena (e posso assicurare che in quel caso la resistenza fu tutt'altro che timida). Poco dopo le 23,30 i miei amici ci salutarono, ma il nostro appuntamento sarebbe andato avanti, senza forzature. Semplicemente perchè entrambi lo avremmo voluto. Lo capimmo al volo, senza bisogno di cenni o di parole. Tornammo in macchina, e ci dirigemmo verso Caserta, in zona Centro Storico. Continuammo a parlare, a chiacchierare amabilmente, scherzando e ridendo, per gran parte del tempo. Prese anche l'iniziativa, in alcuni frangenti, tenendomi per mano, o mettendosi "sottobraccio". Ho ricambiato molto volentieri. Tra un drink e l'altro, nei piccoli bar sparsi tra i vicoli della zona, non ci rendemmo conto di quanto velocemente volassero le lancette. La riaccompagnai alla sua auto, l'unica rimasta lì, nell'enorme parcheggo del centro commerciale. Mi ringraziò per la serata, per la cena, e tutto il resto, dicendomi di essersi sentita bene. Non avrei voluto sentire altro, onestamente. Le andai incontro per salutarla, morendo dalla voglia di chiederle un secondo appuntamento. Senza preavviso, mi anticipò, con uno scatto, stringendomi fortissimo, prendendomi totalmente alla sprovvista, ancora una volta: "Certo che voglio vederti ancora...".
Mi rubò decisamente la battuta, ma ne fui contento. Al punto da andare nel pallone, riprendere possesso del mio veicolo e guidare a fari spenti nella notte (non è una metafora). Per fortuna ci pensò lei a farmelo notare, chiamandomi giusto pochi minuti dopo esserci lasciati lì, in quell'enorme parcheggio, ridendoci su e punzecchiandomi, quasi, per non averci pensato io a richiarmarla. In quel momento pensai a quanto fosse stato "stupido" da parte mia, reprimere un impulso, una cosa che avrei voluto fare. Ma quando mi chiese se ci fossimo potuti rivedere già all'indomani, la cosa passò in secondo piano. Un secondo appuntamento, soprattutto se sulla falsa riga di quello appena concluso, era proprio ciò che ci voleva. Stavolta ci saremmo incontrati proprio sotto casa sua, ma non mi avrebbe permesso di fare altro. Aveva in mente di sdebitarsi, dopo la cena che le avevo offerto, e si propose di guidare per andare insieme ad una mostra di arte contemporanea, tenuta nel celebre palazzo del Belvedere di San Leucio (una frazione del Casertano). Trascorremmo poco più di un'ora in quell'edificio gremito di persone, ed ancora una volta il tempo passò via in maniera fulminea. Continuammo a passeggiare nei dintorni del complesso monumentale, godendoci il panorama, tra chiacchiere piacevoli ed un calice di vino bianco. Poi ci fermammo, restando a parlare in maniera più "intima", delle nostre esperienze, dei nostri trascorsi, di ciò che avremmo voluto e delle nostre paure. Per quanto si mostrasse forte, doveva esserci una parte estremamente delicata, ancora ferita, e difficilmente tendeva a mostrarla. Sentì l'impulso di abbracciarla, mentre continuava a confidarsi liberamente. Poco prima delle 21,30 prese il cellulare, e rispose ad una telefonata. Roba di pochi secondi, davvero una manciata. Mi guardò con aria lievemente infastidita, poi, scusandosi mi disse:"Mi ero proprio scordata della cena con i ragazzi del gruppo teatrale... Perdonami, mi era passato di mente, sono mortificata." - ed in effetti sembrava che lo fosse sul serio. Le feci capire che una cosa del genere sarebbe potuta capitare a chiunque, e le dissi di non preoccuparsi. Nel tragitto verso la mia auto, che avevo lasciato non lontano da casa sua, mi notò particolarmente silenzioso, e provò a chiedersi se fosse tutto OK. Mi limitai ad annuire, dicendo che stavo semplicemente pensando a quello che ci eravamo detti ed alla bella serata trascorsa, nonostante tutto. Ancora una volta, prima di salutarci, mi strinse forte. Ma stavolta quell'abbraccio aveva un sapore decisamente diverso, non so per quale motivo. Sapevo che ci sarebbero state altre occasioni per rivederci, ma nei giorni successivi, non vi fu modo di parlarne in maniera concreta.
L'incredibile semplicità che Ilaria mi aveva dimostrato fin dalle prime battute, lasciò il passo ad una serie di messaggi (tra l'altro progressivamente centellinati) dal contenuto astruso, alquanto intricato da interpretare. Vennero fuori in maniera energica le nostre divergenze su come gestire un rapporto, e sul senso dello stesso. L'appuntamento interrotto da quella telefonata, con conseguente impegno improcrastinabile, non dico che mi fece rimanere male (forse un pochino sì), ma mi diede da pensare. Fu inevitabile fare un confronto, ed immedesimarmi in quella situazione. Avrei fatto lo stesso? L'avrei coinvolta nella mia uscita con gli amici? O avrei mandato tutto al diavolo, pur di passare il resto della serata con lei? Una serie di domande di cui non credo ancora oggi di avere una risposta certa.
So soltanto che a lungo andare, in seguito, continuò con pochi, pochissimi messaggi, di cui faticavo a comprendere il senso.
"Ho capito che felice, ma felice veramente, senza se e senza ma, insomma... incondizionatamente, felice, in amore, non lo sono mai stata. Ma ho trovato la serenità conoscendomi ed imparando ad amarmi." - tanto per citarne uno, ma l'elenco potrebbe continuare.
"Generalmente io vado molto lenta. Devo capire, studiare, realizzare tante cose. Se la persona mi piace, se provo attrazione fisica, se mi sento serena a starci insieme... Sono stata istintiva soltanto con una persona nella mia vita, è stato davvero bellissimo, ma ero talmente innamorata di lui, da perdermi completamente ed alla fine ho fatto un macello."
La spensieratezza di quella conoscenza era quasi ormai del tutto andata a farsi benedire. Per quanto non mi piacesse ammetterlo, sembravamo sempre più su due pianeti nettamente diversi, e non facevo che rendermene conto, di giorno in giorno.
Arrivai presto a percepire il mio scriverle quotidiano come un atto quasi a senso unico. Più che plausibile, quando dall'altra parte vi fosse una donna così impegnata. Pensai che, forse, sarebbe stato opportuno da parte mia adeguarmi a quei suoi "ritmi", ridurre la pressione, e cercare, quanto più possibile, di non farmi sentire così assiduamente, per poter di fatto valutare meglio il suo grado di interesse. L'esperimento ovviamente fallì, e fu addirittura lei che si risentì per il mio atteggiamento, accusandomi di scarso interesse nei suoi confronti. La cosa stava assumendo le sembianze di una barzelletta, e benchè Ilaria mi piacesse, facevo molta, troppa fatica a credere che per lei fosse lo stesso nei miei riguardi. Sarebbe potuta star lì a dirlo o a scriverlo in migliaia di forme e lingue diverse, non mi sarei smosso facilmente da quella mia convinzione.
Si può essere lenti, prudenti, cauti e misurati quanto si vuole, ma se un tizio ti piace, c'è poco da fare. Se non al primo, magari al secondo appuntamento qualcosa sarebbe dovuto scattare. Considerando tutti gli elementi che avevo tra le mani, mi venne da pensare che nulla sarebbe mai potuto scattare da parte sua nemmeno in altri dieci appuntamenti consecutivi. Ancora oggi non gliene faccio una colpa, e non gliela attribuirò mai. Dovevo comunque prendere atto della incompatibilità delle nostre esigenze, e dopo averci riflettuto attentamente, decisi di congedarmi, esprimendo come meglio avrei potuto il concetto, mediante una serie di lunghissimi messaggi.
Mi rispose a distanza di qualche ora, e lo fece in modo energico, trasmettendomi tutto il suo disappunto per quella mia scelta, a cominciare dal mezzo di comunicazione selezionato (anche se non so quale differenza avesse mai potuto fare) e contestandomi il fatto di non avere avuto pazienza, di voler dettare i tempi a tutti i costi, di non aver rispettato la sua persona, di non averle dato la possibilità di fare le sue valutazioni, e tutta una serie di sermoni che per me continuavano a non avere senso, se non quello di circumnavigare il vero nocciolo della questione.
Mi piace pensare che, nonostante tutto, Ilaria sia una ragazza veramente in gamba (probabilmente è una constatazione riduttiva e banale) e che, forse, si meriti qualcosa di meglio del sottoscritto, magari una persona capace di comprenderne i lati più complessi, di riuscire a sostenerla a prescindere da questi, condividendone i tempi e le aspettative. Sapevo già di non poter essere io quella persona. Ed oggi, rendendomi conto di poterle giusto dare un bel secondo posto nella mia personalissima Classifica degli appuntamenti più imbarazzanti della mia vita, ne sono ancora più sicuro.

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