mercoledì 18 aprile 2018

LONDON TRIP - Vol. 2 - Part Two...

(Dal Diario del 24/06/2008)

Giorno 6 Giugno. Inconsciamente ero lì, proprio sul punto di svegliarmi. Inconsciamente aspettavo il fastidioso suono della sveglia, seguito dalla voce di mia madre. Inconsciamente, forse, mi preparavo pure psicologicamente ad affrontare orde di clienti pazzoidi, pronti a straziarmi i maroni per sapere dove fossero finiti gli ultimi quattro centesimi di credito residuo dalla loro sim… Dopo qualche minuto, la sveglia suonò davvero. Per fortuna non era quella di casa mia. Peppe l’aveva giustappunto impostata, prevedendo che avremmo avuto difficoltà ad alzarci ad un orario decente. 

Vista l’ora tarda della sera prima, non potevamo pretendere chissà cosa. Furono circa 6 ore di sonno, ma filarono via lisce. Così lisce, che avevo quasi dimenticato dove fossi. Incredibile. Facemmo entrare il sole in camera, così come avevamo fatto entrare Londra nei nostri cuori il giorno prima. In pochi decimi di secondo, quel senso di apatia e di frustrazione latente sparì. Il mio risveglio fisiologico completo si sarebbe realizzato solo a seguito di una doccia calda. Come tutte le mie mattine. Ma con una bella e sostanziale differenza. Visto il tempo che mi si prospettava dinanzi, non potevo certo dirmi a corto di energie. Per Giuseppe, ovviamente, era lo stesso. 

Non gli piaceva affatto perdere tempo, e faceva della precisione organizzativa il suo marchio di fabbrica. Laddove il mio entusiasmo non fosse stato sufficiente ad interrompere il mio oziare nel lettuccio, ci avrebbe pensato lui a farmi cadere dalla branda. In realtà, dovevamo ancora organizzarci, ma dopo esserci lavati e vestiti, pensammo che sarebbe stato opportuno scompattare gli obbiettivi e ragionare per piccoli passi. Nell’Ordo Naturalis delle cose, il primo obbiettivo sarebbe stato quello di fare colazione. Il regolamento parlava chiaro. La colazione veniva servita entro le 10,00. Peppe regolò il cronometro sull’ora locale già la sera prima. A poche ore di distanza, lo stesso era già lì ad ammonirci per il nostro ritardo sulla tabella di marcia. Raccogliemmo tutte le nostre cose, organizzando i nostri zaini come meglio potevamo. Il controllo amministrativo sulle chiavi della stanza venne affidato a Peppe, all’unanimità. Considerando soprattutto la mia proverbiale sbadataggine. 

Accettò di buon grado. Quantomeno non protestò. Poi ci dirigemmo verso l’ascensore. Ricordavo che la sala breakfast fosse sulla nostra sinistra. Convenimmo di entrare ostentando il cartellino, ma non c’era nessuna hostess di sala che ne potesse prendere atto. Probabilmente, anche per l’orario. Ci fu in ogni caso utile. Capimmo che la regola del “chi prima arriva, meglio alloggia” fosse una consuetudine piuttosto diffusa dell’albergo. E soprattutto della sala breakfast. Il buffet era infatti ormai ridotto ai minimi termini. Ma personalmente, non sono un tipo così esigente. Per Giuseppe invece fu una bella delusione. La cioccolata calda in effetti non era delle migliori. Ma si sentiva che il sapore fosse quello tipico del fondo della caraffa. Quella dura legge ci aveva impietosamente investito in pieno. Ma non ci saremmo fatti beffare nei giorni successivi. Ero dispiaciuto per il disappunto di Peppe. 

Dopo aver consegnato le chiavi alla reception, lasciammo l’albergo e iniziammo a consultare le nostre mappe informative. Poi capimmo che senza una reale destinazione, non avremmo combinato molto. Del resto, sebbene fossimo due cervelli pensanti distinti, l’intenzione era di percorrere quel viaggio come un unico vettore. Era perciò necessario procedere per proposte, suggerimenti e idee che fossero concordi. Tenendo sempre a mente il paradigma del “Conosci te stesso” delle iscrizioni di Delfi e dei precetti Socratici, elaborai la mia proposta proprio in questo senso. Conoscere “noi stessi”, implicava strettamente conoscere dove fossimo posizionati. Traducendo il tutto, proposi a Peppe di cominciare a guardarci intorno, capendo come spostarci, e soprattutto orientarci per rientrare alla base. Per di più, la zona in cui ci trovavamo era davvero ben messa. L’organizzazione comportava ovviamente anche un minimo di sforzo mnemonico. 

Supportato da un minimo di appunti. Il vialetto in cui si trovava il nostro Bayswater Inn era Prince’s Square. Sarebbe stato subito uno tra i nostri principali punti di riferimento. Procedendo lungo quella direzione, ci trovavamo su Porchester Gardens, a pochi isolati di distanza. Percorrendolo fino alla fine, venivamo immessi su quella che era la via principale della zona di Bayswater: Queensway. Naturalmente, si trattava del corso principale, ed era, manco a dirlo, pullulante di gente di ogni luogo e cultura. Si stava veramente bene a passeggiare lungo quelle strade così affollate. Nel più banale dei cliché, una delle prime cose che notammo, fu la classica cabina telefonica inglese, rosso fiammante. Quale occasione migliore, per immortalarci al fianco di uno dei più classici degli status symbol anglosassoni? Era solo la prima delle meraviglie che ci attendevano lungo il percorso. Mi bastava respirare quell’aria per sentirmi come epurato, dallo stress tossico della mia vita quotidiana. Immaginavo come mi sarei potuto sentire con l’andare del tempo e delle giornate. Sapevamo inoltre che la nostra posizione era praticamente nei pressi di una delle strade più rinomate della capitale: Oxford Street. Che fosse una strada commercialmente importante, non v’era dubbio alcuno. Negozi, boutique, locali e ristoranti a ogni piè sospinto. 

Facevo davvero fatica a realizzare il bello che mi circondava. Faceva parte di un pezzo di vita che avevo sempre sognato, con tutte le mie forze. Fu in quegli stessi attimi che i miei sogni, le mie speranze, la mia fantasia e i miei ricordi si intrecciarono, come un’unica cordicella. Tirando la quale, era possibile attivare il juke box della mia anima che già risuonava dentro di me. Avevo l’impressione di ascoltare le note di “There She goes”, dei “The Las”. Per chi non lo conoscesse, è uno dei brani più noti di tale band, utilizzato come prologo di un film chiamato Fever Pitch, a me molto caro. Forse non era un caso, aver avuto la sensazione di ascoltarne musica e parole. Proprio lì, dove tutto stava cominciando. 

L’orientamento ci era alquanto facilitato dalla segnaletica e dalla cartellonistica. Procedendo verso destra, potevamo tagliare tutta Queensway, e proseguire in direzione Oxford Street. Dopo pochi minuti di cammino, notammo una prima fermata della “tube”. Si trattava di Bayswater, dalla quale, stando alla nostra mappa, avremmo avuto accesso alla linea gialla (Circle Line) e a quella verde chiaro (District Line). C’era una folla spaventosa. Non sapevamo se prendere o meno la metro proprio da lì. Riuscimmo a procurarci guide sull’utilizzo della tube ancora più efficaci di quelle che avevamo noi. Gli avvisi in bacheca erano numerosi. Senza chiedere agli inservienti del posto, mi bastò leggere le notifiche appese un po’ dappertutto per capire che la District Line fosse momentaneamente fuori servizio. Ad ogni modo, guardando sulla nuova guida della metro, pare che fossimo vicinissimi ad un’altra stazione della underground. 

Era praticamente a 50 metri, e pareva molto più pratica, anche per quanto riguardava l’affluenza. Sicuramente più agevole rispetto alla precedente, la fermata di Queensway ci metteva in collegamento con la linea rossa (Central Line), da cui si sarebbe potuti arrivare ovunque. Potevamo tranquillamente usufruirne, ma poi lì per lì pensammo che non ci fossimo decisi sulla nostra eventuale destinazione e che quindi sarebbe stato meglio continuare a guardarci intorno. Del resto, proprio di fronte a noi, sull’altra sponda della strada, avremmo trovato un ottimo motivo per stazionare in zona. Giusto attraversando la strada, ci trovavamo in prossimità di una delle entrate principali dei Giardini di Kensington. L’imponenza di quella meraviglia, ci lasciò per un attimo esterrefatti. Una volta realizzato che non stavamo sognando, potemmo varcare quei cancelli, e visitare uno dei più vasti parchi reali di tutta l’Inghilterra. 

L’estensione di Kensington Gardens era notevolissima già dalla mappa impressa sull’insegna all’entrata. Lo era ancora di più nel percorrerlo, osservando tutto l’immenso verde che ci circondava. Impressionante. Una infinita distesa di alberi, querce, panchine, prati, cespugli e animaletti selvatici. Il senso della civiltà e del rispetto per le loro risorse pubbliche era percettibile ad ogni sguardo. Una sensazione sconosciuta, rispetto al mondo da cui provengo. Quasi mi vergognavo, sapendo di come fosse la situazione qui a Napoli. Tuttavia, vista la mole di cose da vedere (e da sentire), pensai che non fosse il caso di deprimermi in quella circostanza. In particolare, una stupenda Quercia centenaria, in cui uno scultore aveva ben pensato di scolpire degli elfi, intagliando il legno stesso dell’arbusto. Tra tutti gli alberi disseminati nel parco, non era affatto difficile imbattersi in vivacissimi scoiattoli. Allo stesso modo, non era proibitivo osservare anatre, ochette, cigni e altre specie di uccelli, mentre stazionavano nei pressi del bordo del laghetto, sito più o meno al centro del parco. 

C’era la possibilità di sedersi su autentiche sedie a sdraio, per godersi quello spettacolo naturale di tranquillità e di pace. Una semplicità disarmante, ma nello stesso tempo così lontana dalle nostre consuetudini. Procedendo in fondo alla strada, c’era una zona del Parco dedicata alla povera Lady Diana, con vari monumenti e roseti dedicati alla sua memoria. Mentre ci trovavamo in prossimità di quell’area, una donna, seguita da diverse ragazze DISTINTAMENTE italiane, mi si avvicina. Già pensavo che avremmo potuto interfacciarci con dei nostri connazionali. Non mi sarebbe affatto dispiaciuto. L’illusione si dissolse presto, quando la donna mi chiese informazioni sull’area in cui ci trovavamo, e il nome del Parco stesso. La cosa singolare fu che, nonostante avessi capito che lei fosse più italiana di me (in particolare, romana), le risposi in inglese, e francamente, nemmeno in modo tanto impeccabile. Tant’è che stava per pronunciare la parola “grazie”, salvo poi correggersi dopo la prima sillaba, e restituirmi il “meritato” thank you. Peccato per l’occasione sfumata. Ma sapevamo, con estremo ottimismo, che quelli non sarebbero stati gli unici italiani incontrati lungo la nostra sortita. Con la meraviglia negli occhi, attraversammo (percorrendolo interamente), tutti i giardini di Kensington. Uscendo nuovamente su Queensway, procedemmo sulla nostra sinistra, cercando di capire dove saremmo arrivati su quella strada alberata. 

Pensavo che avremmo potuto in qualche modo giungere fino a Marble Arch, e mi piaceva l’idea di tornarci, in qualche modo per provare, quasi fosse una sfida, ad eseguire il percorso inverso, per tornare alla base. In maniera del tutto rischiosa, Peppe si lasciò convincere dal mio strampalato senso dell’orientamento, e decise di seguirmi. Dopo un bel tratto a piedi, ci trovammo di fronte alla fermata di Notting Hill Gate, una zona davvero deliziosa, nonché rinomata. E non soltanto per il film di Hugh Grant. Rispetto al percorso che avevamo fatto tramite il bus della National Express, quella bella zona aveva un non so che di familiare. Inoltre, speravamo che ci fosse una successiva fermata della metro, di lì a poco, per renderci conto della nostra posizione attuale. Purtroppo per noi, le nostre speranze erano più che vane. La fermata successiva era Holland Park, ed era a quasi 25 minuti buoni di cammino da Notting Hill. Solo a quel punto, potemmo renderci conto che Marble Arch fosse dalla parte opposta, e che il mio stoico tentativo di raggiungerlo si tradusse in una leggerissima passeggiatina di 2 chilometri, non proprio messa in preventivo. Anzi. 

Considerando anche il ritorno da mettere in conto, i chilometri a quel punto sarebbero stati 4. E non furono così leggeri. Soprattutto in virtù del fatto che il nostro serbatoio fosse in riserva. Per cui le cose erano semplici. Dato che le nostre gambe avrebbero avuto la parte di mezzo di locomozione preferenziale, dovevamo assolutamente far rifornimento. Con tutti i locali nella zona, avremmo solo avuto l’imbarazzo della scelta. E in tal senso, optammo per adeguarci allo spirito del fast-food. Veloce, non troppo costoso, ma soprattutto efficace. Infatti dopo essere tornati nella zona di Queensway, ci fermammo da Burger King, dove potemmo tranquillamente rifocillarci. 

E soprattutto recuperare energie. Ne approfittammo anche per rientrare in albergo, e per recuperare un’oretta di sonno arretrato. Dopo esserci riposati, Peppe propose di sganciarci dalla base, per una prima incursione in quel di Piccadilly Circus. Oramai conoscevamo bene il circondario, per cui saremmo stati pronti a saggiare la qualità del servizio dei trasporti pubblici. Che in realtà non era sconosciuta al sottoscritto. Il percorso era già tracciato. Da Queensway bastava prendere la Central, scendere ad Oxford Circus, cambiare prendendo la Bakerloo Line (linea marrone) e scendere dopo una fermata a Piccadilly. La linea su cui continuare a percorrere il sogno era proprio lì davanti a noi. Dovevamo solo “unirne i puntini”, come a voler farle prendere forma. Giusto il tempo di vidimare il biglietto.





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