(dal Diario del 17/06/2008)
Ne sono successe tante di cose, in questi ultimi giorni. Tante, e di diverso genere. Eppure, tra tutte le cose, quella da cui non riuscivo a staccare il pensiero, era il senso di nostalgia che provavo dentro di me. Me ne sono reso conto anche ieri, mentre camminavo per strada, verso la mia auto. Non che fossi triste in realtà. Ma per quanto fossi ancora estasiato da ciò che avevo vissuto in prima persona, sapevo che alzando lo sguardo in alto, il cielo di Londra non fosse più sopra di me… Dopo la prima esperienza del viaggio a Londra, da solo, risalente a circa 2 anni fa, avevo sempre pensato che (questione di tempo) sarei ritornato per rivivere quella fantastica esperienza.
Ne sono successe tante di cose, in questi ultimi giorni. Tante, e di diverso genere. Eppure, tra tutte le cose, quella da cui non riuscivo a staccare il pensiero, era il senso di nostalgia che provavo dentro di me. Me ne sono reso conto anche ieri, mentre camminavo per strada, verso la mia auto. Non che fossi triste in realtà. Ma per quanto fossi ancora estasiato da ciò che avevo vissuto in prima persona, sapevo che alzando lo sguardo in alto, il cielo di Londra non fosse più sopra di me… Dopo la prima esperienza del viaggio a Londra, da solo, risalente a circa 2 anni fa, avevo sempre pensato che (questione di tempo) sarei ritornato per rivivere quella fantastica esperienza.
Ciò che non potevo tuttavia immaginare, è che stavolta le emozioni e le sensazioni si sarebbero moltiplicate in maniera esponenziale, giorno dopo giorno, lungo quella che è stata e che resterà una delle settimane più indimenticabili della mia esistenza. E, cosa ancora migliore, stavolta non sarei stato da solo a contemplare quella meraviglia. Bensì avrei potuto condividere quei momenti con uno dei miei amici più cari. Beh, certo, in realtà le cose sarebbero andate anche meglio se con me ci fossero stati anche tutti gli altri miei amici (sia vicini, che lontani), e i miei fratelli. Spesso e volentieri l’idea che tutti loro potessero essere lì con me, aveva affollato la mia mente in altre occasioni. Non escludo che questo si possa verificare in futuro.
Nel frattempo, colgo anche l’occasione per ringraziare il mio amico Peppe, per aver condiviso con me questo magnifico viaggio. Alla stessa maniera in cui ho raccontato la mia prima esperienza a Londra, ho deciso di tracciare per iscritto gli appunti che, volta dopo volta, ho meticolosamente lasciato su queste pagine. Credo che ne valga davvero la pena, non solo per fissare meglio la bellezza straordinaria di quel “mondo” così affascinante per me. Quanto per condividere il tutto con le persone che mi conoscono, con quelle che fanno parte della mia vita e, perché no, anche con quelle che potrebbero entrarne a far parte, in futuro. Ovviamente non sarà semplice, ma ci proverò ugualmente. Perché non vi sarebbe un modo migliore per dare forma e nel contempo sostanza a delle banalissime parole. Per cui, cominciamo con ordine.
Parliamo di un caldo pomeriggio di Giugno, il giorno 5 per la precisione. Ci eravamo cautelati, muovendoci con largo anticipo su tutti i fronti, tra le varie prenotazioni e svariati accorgimenti. Avevamo anche perso qualche “pezzo” per strada. “The Show must go on”, cantava Freddie. E così è stato. Il giorno precedente, avevamo deciso di vederci, in serata, a cena fuori. Quattro colleghi, nello specifico quattro amici, qualche blanda considerazione, molte speranze, ancor più incertezze, un abbraccio, per salutarsi. Sapendo di ritrovarci dopo una settimana.
Per il giorno 5, il volo è fissato alle ore 20,50 circa. Ma si sa, le operazioni di check-in sono anticipate di almeno un paio d’ore. Per cause di forza maggiore, conveniamo che è meglio recarsi insieme in aeroporto, con un buon margine di tempo a nostro favore. Antonio non si fa problemi, e si prodiga per accompagnarci all’aeroporto verso le 16,15. Così mi reco a casa di Giuseppe, e giusto il tempo si sistemare le ultime cose, ci prepariamo a scendere per attendere l’arrivo di Antonio. Nervoso e tesissimo come sempre, il nostro amico si fa vivo dopo una ventina di minuti. La paurosa frenata, nei pressi del portone del palazzo dove ci trovavamo, la diceva abbastanza lunga. Dopo aver raccolto i nostri bagagli, e le nostre prime sensazioni sulla imminente partenza, ci incamminiamo verso Capodichino.
Ricordo con estremo piacere le risate che ci siamo fatti in macchina, lungo il tragitto, mentre le palpitazioni incominciavano il loro lento ma progressivo incedere. Era tanta la voglia di partire. Così tanta, che si aveva quasi la percezione di non raggiungere mai l’aeroporto. Già, quasi. Perché poi, in fondo, così non è stato. Il tempo di scambiare due parole tra amici, di dar voce alle proprie aspettative (anche urlando dal finestrino anteriore della vettura!), di ascoltare i consigli di Max Pezzali, a ricordarci che, mezzo pieno o mezzo vuoto, ci è concesso un solo bicchiere, ed eravamo oramai giunti a destinazione. Un ultimo saluto, qualche raccomandazione da “fratello maggiore” della situazione, e un abbraccio lasciavano cadere il sipario sulla fine della prefazione. Come per Pasquale, sapevamo che la presenza di Antonio ci sarebbe mancata in quella esperienza che ci accingevamo a compiere. Se non altro, perché ci avevamo maledettamente sperato. E non poco. Dall’altro lato, sapevamo entrambi che, in un modo o nell’altro, lui si sarebbe fatto sentire, magari per una sorta di mancanza reciproca. Magari mascherandola con l’impellente esigenza di chiedermi “dove gioca Benaglio?”
Attualmente è il portiere della nazionale Svizzera e del Wolfsburg. Ma non è questo il punto. Mancavano ancora alcune ore al decollo, ma eravamo giunti giusto in tempo per completare tutte le operazioni necessarie all’imbarco. Quelle poche ore furono (stranamente) appena sufficienti, per fare tutto con estrema calma e oculatezza. Le procedure non erano più un mistero per me, mi sentivo tranquillo e preparato. Anche Giuseppe sapeva già come muoversi per ogni situazione. Al nostro arrivo, il check-in era già aperto, in sostanzioso anticipo. Fu una piacevole sorpresa, di cui onestamente, non si poteva non approfittarne.
Liberi dal nostro bagaglio da stiva, potemmo concentrarci sul resto del da farsi, girando tranquillamente per l’aeroporto. In realtà, la priorità vera e propria prima di rilassarci ad aspettare l’apertura dei controlli, era il cambio della moneta. Completata anche quella formalità, ciò che maggiormente mi balenava per la mente era il fatto di non veder l’ora di giungere in albergo. Non so quante volte lo avrò detto anche a Giuseppe. Era una costante, un pensiero ricorrente. Il pensiero dominante tra gli altri pensieri. Ma solo in quella fase. Perché il pensiero di un nuovo mondo che stava di lì a poco per accogliermi, non poteva non sfiorarmi. E non soltanto questo. C’era il pensiero di tutte le persone che avevo e che mi avevano salutato, consapevoli di questa mia “assenza”. Era bello pensare al loro affetto, proprio in quegli istanti. Sapevano che sarei partito, che sarei stato via per una settimana, lontano da qui. Sapevano allo stesso modo che sarei tornato, nuovamente tra loro. Manco a farlo apposta, in poco tempo quei pensieri si intrecciarono saldamente a numerosi sms di saluto, messaggi di affetto e attestati di stima, a cui non esitai a rispondere. Il tempo passò notevolmente in fretta, e dopo un po’ decidemmo di mangiare qualcosa, prima di recarci ai controlli. Anche quello era stato calcolato preventivamente.
Merito di Peppe, ovviamente, che si occupo' di preparare un pranzo al sacco per entrambi. Il distributore delle bibite era lì a pochi passi e funzionava perfettamente. Lo credevamo un nostro fidato alleato, finché non ci distribuì due bottigliette d’acqua (di cui non ricordo la marca) con tre o quattro metri cubi di anidride carbonica compressa per bottiglia. Da far rabbrividire perfino l’acqua Bertier, citata da Paolo Villaggio nelle sue opere fantozziane. Non avevamo tuttavia tempo per lamentarci. Una volta consumata la nostra cena farinacea (un modo come un altro per intendere il panino), ci recammo ai controlli doganali. Buon per noi, non trovammo chissà quale caos. L’unico problemino fu recuperare tutti i miei oggetti metallici, che tra catenine, anelli, portachiavi, ciondoli e compagnia, non sono pochi.
Mi resi conto di aver creato un po’ di fila dietro di me, così, quasi in colpa, recuperai tutti i miei oggetti personali, compresa la cintura dei pantaloni, e mi portai verso un punto dove mi sarei potuto ricomporre. Vi lascio immaginare la scena. Senza finire nell’osceno (forse ero già finito nel ridicolo per il modo in cui raccattai le mie cose), cioè senza far cadere i miei pantaloni privi di cintura, riuscì a risistemare tutto, preparando biglietto aereo e documento. Avevamo individuato il gate, e mancava veramente poco all’imbarco. Ricordo lo sguardo di Peppe in quei frangenti. Era visibilmente emozionato. Probabilmente più del sottoscritto. Eravamo come quei bimbi che attendono trepidanti il loro turno per salire sulla giostra. Una condizione che ci ha caratterizzato lungo ogni tappa del nostro viaggio. Io già ci pensavo.
E più ci pensavo, più mi sentivo il cuore in gola. Avevo con me il lettore mp3 del cellulare, con tutti i brani che componevano la colonna sonora della mia vita fino a quel momento. Non potevano mancare. Assolutamente. Ero tentato dal mettere le cuffiette e dal premere il tasto PLAY, per sentire la mia musica e il mio cuore all’unisono. Non era ancora il momento però. La signorina dell’Easyjet era appena arrivata per comunicare l’ordine di imbarco. Naturalmente in inglese stretto. E, naturalmente, la maggior parte degli italiani fece finta di capire il tutto, stravolgendo letteralmente l’ordine d’ingresso. Anzi, per dirla meglio, strafottendosene. Sarà stato un caso ma all’uscita del gate, proprio in prossimità della porta, si erano portati tutti quelli che avevano la lettera “B”, e che pertanto avrebbero dovuto dar precedenza a coloro che avevano la lettera “A” sul biglietto o sulla carta d’imbarco. Una spiegazione fatta di gesti e di italiano maccheronico non fu sufficiente per far capire alla “mandria” come in realtà stessero le cose. Per cui fummo costretti ad avanzare ostentando il biglietto, indicando la nostra scintillante letterina, come a giustificarci del fatto di poter passare per primi. Una vera gioia per il mio fegato e per i miei nervi. Ciononostante, riuscì a calmarmi, consapevole che quello era l’ultimo atto. O comunque, il primo del viaggio che stavamo per intraprendere.
Oramai era fatta. Peppe era entusiasta, io già pensavo allo sbarco. Non trovammo posti vicini, ma avemmo comunque modo di salutarci con un “ci vediamo in Inghilterra!”. Per il resto, ho preferito affrontare il viaggio rilassandomi, chiudendo gli occhi e dedicandomi completamente alla musica. Una decina di minuti di ritardo, nulla più. Eravamo già arrivati, con le luci luminose e l’insegna della HSBC che illuminavano Stansted. Proprio come durante il mio primo viaggio, da solo. Stavolta non ero per niente intimorito. Sapevo come muovermi, dove muovermi. Mi sentivo in una realtà nuova, completamente differente, eppur così familiare. Ciò che non mi aspettavo, fu l’enorme fiumana di gente al controllo dei passaporti. Doveva esserci stato qualche disservizio. Per forza. Perdemmo una quarantina di minuti buoni, e non senza qualche difficoltà per colpa della mia tessera d’identità (anche questo un déjà-vu), riuscimmo a venirne fuori. A quel punto, avevo già un’idea di come fare per andare a Bayswater.
Mi incamminai con passo sicuro e spedito verso la biglietteria. Sapevamo che a quell’ora lo Stansted Express fosse fuori uso. Per cui, all’inserviente della biglietteria, chiesi direttamente le informazioni sul Bus per Stratford, dicendo che da lì avremmo preso la metro per Bayswater. Ero convinto di ciò che dicevo, Peppe naturalmente asseriva, ed ero anche convinto che il tizio mi avrebbe dato ragione. Ci mise poco a smentirmi. “Personalmente non sono d’accordo, signore” – fece lui con il classico aplomb britannico. Distrusse le mie (le nostre) convinzioni, ma almeno gli chiesi il perché. Ci spiegò che dalle 22,00 in poi, la underground fosse inutilizzabile per dei lavori di aggiornamento. E disse che il modo migliore per arrivare in zona, fosse prendere il National Bus A6, che ci avrebbe condotti dritti dritti a Marble Arch. Sulla nostra mappa, la fermata di Marble Arch era apparentemente vicina.
Ci venne da pensare “idea grandiosa”, tanto da ringraziare il gentile signore e da prendere subito il bus alla modica cifra di 10 pounds cadauno. Era proprio in partenza. Una comodità pazzesca, che avevo già vissuto la prima volta. Pensammo che l’inserviente ci avesse dato un consiglio favoloso, facendoci risparmiare tempo e un altro eventuale mezzo per Bayswater. L’entusiasmo morì circa un’ora dopo, quando, arrivati a Marble Arch, venimmo a sapere che Bayswater fosse distante mezz’ora di cammino. Provammo a chiedere indicazioni, ma non fu come nel mio caso precedente (l’Ibis era a 400 metri da Royal Victoria). Era anche tardissimo, tra le altre cose. Ma non perdemmo la calma. Una volta guardatici intorno, anche dopo aver chiesto, sfruttammo l’occasione per chiamare un taxi.
Loro dovevano per forza conoscere il percorso esatto. Bayswater sarebbe stata però troppo generica come indicazione. Così come il nome dell’albergo, Bayswater Inn. Chiesi a Peppe il voucher dell’albergo, e la passai al tassista. Disse che era a cinque minuti di taxi, e non ebbe manco il tempo di finire la frase che avevo già riposto i bagagli sulla vettura. Stavolta era davvero fatta. E potevamo gioirne senza problemi. Impiegammo poco a raggiungerlo, grazie anche alla paurosa guida da rally del tassista (un paio di drift davvero di pregevole fattura), forse per ingannare il tassametro, chissà. Sta di fatto che questo Bayswater Inn sarebbe stato quasi impossibile da raggiungere a piedi, si trovava a Porchester Gardens, dopo un paio di isolati da Bayswater Road. Il tassista ci diede il benvenuto in maniera calorosa.
Noi pagammo la corsa e ringraziammo di cuore. Ad attenderci alla reception, c’era un curioso tizio orientale. Ci spiegò il regolamento, cosa fare, cosa non fare, e capendo che fossimo italiani, pronunciò un decente “buonanotte”. La camera era al secondo piano, e l’hotel era fornito di l’ascensore. Una volta entrati, ciascuno di noi si fiondò sul proprio lettino. Eravamo esausti, ma felicissimi. Personalmente, non stavo nei panni dalla contentezza. Il tempo di avvisare a casa, e poi chiusi gli occhi. Consapevole che, quando li avrei riaperti, il cielo di Londra sarebbe stato ancora sopra di me.

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