domenica 19 febbraio 2017

Lettera ad Elena Sepe...

(dal Diario del 29/10/2009)

Da quanto tempo avrò terminato il liceo? Sembra una vita fa. Eppure sono trascorsi 8 anni. Già, sono passati 8 anni dall’ultima volta che ci siamo visti… Ha ragione, lo so. So bene che non è questo il modo giusto per scrivere o intestare una lettera. E non avrebbe torto a piazzarmi un bel 4 sul registro, se ora questo foglio fosse lì, davanti a lei, tra le sue mani. Cerchi, però, di giustificarmi se può. Per me non è semplice. Di lettere ne ho scritte tante, ma non mi era mai capitata una simile circostanza. Colpa mia se tra quelle che ho inviato, spesso inutilmente, non ne ho mai messa una da parte per lei. Per ringraziamento, riconoscenza, o per un semplice saluto. Nè mai ho trovato il tempo di farmi rivedere, di venire a trovarla, per darle giusto tributo di quanto ha fatto per me. Poi in questi giorni ho appreso la notizia. La notizia che ha mollato tutto, e se ne è andata via. E così ho perso la mia occasione, la mia chance, come direbbe anche lei, di passare a salutarla, e soprattutto di ringraziarla.
Ci ho messo un po’ di tempo per ordinare le idee. Per fare mente locale e per capire ciò che ho provato. Ho saputo tutto tramite un Social Network. Ironico, non trova? Dopo tanti anni sono venuto ad avere sue notizie mediante una di quelle “diavolerie moderne” che lei deprecava tanto. Ora riesco leggermente a comprendere la sua avversità verso quel “mondo”, così distante dal suo ideale di cultura, di formazione, di educazione… Non le nascondo che l’impatto è stato duro, crudele, spietato. Ho accusato il colpo, lo ammetto. E, per adesso, la consapevolezza che le sue sofferenze siano terminate, è per me una magra consolazione. Egoisticamente, vorrei che fosse ancora qui, per avere ancora tempo.
Chissà se si sarebbe ricordata di me… Io di lei conservo le sensazioni e le emozioni più disparate. Dal timore, all’ilarità, passando per l’ammirazione, fino alla tenerezza. Siamo stati insieme solo per tre anni. Ma che intensità! Mi ricordo del primo giorno in cui ci siamo conosciuti, quando chiamò me e Diego Zedda (gli estremi dell’elenco di classe), all’interrogazione di latino (c’erano delle frasi con ablativo assoluto e perifrastica passiva), rigorosamente al primo banco. Ricordo le ginocchia che mi tremavano, e il mio sguardo fisso rivolto verso il pavimento. Ricordo lei, che mi chiamava e mi scherniva (“Ma che fa? sta dormendo quello?”) e i compagni di classe che giustamente ridevano. Quello fu forse l’unico momento di imbarazzo, per il quale provavo odio e frustrazione. Ma lei doveva capire chi aveva davanti, e soprattutto doveva far capire chi fosse a comandare lì… Non son cose facili da comprendere a 16 anni, o giù di lì. Col senno di poi, ci si arriva. E, mi creda, lo si apprezza. Mi ricordo della sua personalità, nel suo stile anche nel vestire. Ho ancora bene in mente il suo sguardo austero e i suoi toni severi, ma ricordo anche di come sapeva attenuare tali aspetti con fare materno. Avevamo iniziato col piede sbagliato. Per poi intraprendere un sentiero armonico, costante e privo di intoppi. Ricordo il suo orgoglio nel leggere i voti dei miei compiti di Letteratura, i suoi incentivi a fare sempre meglio. Ricordo la passione che ci metteva, anche nel leggere una terzina di Dante, o nel chiedermi di delineare una figura autorevole dei Classici Latini (Acanfora, parlaci di Terenzio, anzi fallo entrare da quella porta e presentalo a tutti noi…) in maniera così coriacea e scenografica. La passione per cui risultava spesso oggetto di derisione da parte nostra, da parte dei suoi alunni, è oggi la stessa passione che mi guida quando scrivo, o almeno quando provo a farlo. Ed è una passione che lei, forse più di tutti, è riuscita ad infondere in me. Indimenticabili saranno i suoi consigli, i suoi continui moniti alla disciplina e allo studio, per il proprio accrescimento individuale. Indimenticabile sarà la gioia, dipinta sul suo volto, ahimè, già segnato dalla malattia, quando dalla Commissione ci comunicò che la prova di Italiano dell’Esame di Stato avrebbe avuto come oggetto l’analisi del testo di “Uomo del mio Tempo”, di Quasimodo, che lei ci aveva fatto studiare così bene, poco prima della fatidica maturità. Se continuassi ad elencare tutti i ricordi che ho di lei, non la finirei più. L’esser così prolisso potrebbe costarmi un altro mezzo voto in meno, per cui direi che sia il caso di fermarmi. Mi sarebbe piaciuto presentarmi da lei, raccontarle un po’ di me e ringraziarla di cuore per tutto questo ed altro ancora. Anche a costo di darle qualche delusione per ciò che sono diventato. Ma lo avrei fatto. Ora che non posso più rimediare, ora che se ne è andata via per sempre, non volevo congedarmi così, in silenzio e senza dir niente.
Ci tenevo con tutto me stesso a lasciarle questa lettera. Non vuol essere un epitaffio (non meriterei certamente io di scriverglielo), né tantomeno un insignificante intruglio di retorica di circostanza. La prenda come una normalissima lettera. Come un saluto che per mia negligenza non le ho mai portato. E che invece avrebbe meritato.
Mi piace pensare che, ovunque lei sia, da qualche parte, lassù, possa leggerla e, ovviamente correggerla, dandomi poi uno schiaffetto sulla faccia, ed infine dicendomi:”Mettiti a studiaaare…”

Addio, Professoressa Sepe.          
                                                                                                                                






domenica 12 febbraio 2017

My Sacrifice...

C'è poco da fare, è inutile. Le persone non riusciranno mai a comprendere l'importanza di un legame, per quanto questo possa essere atipico, avulso dalla realtà, non convenzionale. Perfino gli "attori" coinvolti potrebbero non comprenderne pienamente la forza, la sua straordinaria capacità di rimanere indissolubile, nel tempo. Quindi, perché preoccuparsi di ciò che la gente potrebbe pensare? Perché interrogarsi se sia lecito portarlo avanti, curandolo e lasciandolo crescere, giorno dopo giorno?
Non sono certo quelli gli aspetti importanti. Non credo siano quelli gli aspetti che contano. Credo piuttosto che la dimensione personale di un legame e dei relativi sentimenti che lo accompagnano, non sia per niente sbagliata, soprattutto quando essa rappresenta l'unica strada percorribile. Io ne so qualcosa, lo sto vivendo proprio durante questi giorni intensi e ricchi di significato. Giorni in cui, semmai ve ne fosse stato il bisogno, ho compreso molte cose, scandagliato il cuore fin negli spazi più angusti, scoprendo meravigliose certezze e momenti preziosi che mi sono stati donati ultimamente, in maniera spontanea, e senza chiedere nulla in cambio. Degli incredibili sprazzi di generosità, così rari da scorgere nel quotidiano, al punto che ignorarli diventa impossibile.
E se dicessi che il mio recupero psicofisico, che l'aver ritrovato gran parte delle mie energie mentali, non sia passato da lì, mentirei spudoratamente. La gratitudine che provo continua a gonfiarmi il petto.
E' stato tutto così immediato, sorprendentemente concreto, a tratti adrenalinico. E, come in tutte le situazioni analoghe, il tempo è volato, e con esso i giorni, le settimane ed i mesi. Un lasso di tempo durante il quale è stato tutto così semplice e, nello stesso tempo, tutto sempre più complicato. Un periodo sufficiente a capire, e lo dico con grande rammarico, che certi legami, certi rapporti interpersonali, semplicemente non possano andare oltre. Potremmo star lì a desiderare che questo accada con tutte le nostre forze, sperando di trovare ragioni inesplorate e validi motivi per continuare.
Ma alla fine dovremo convincerci ed accettare il fatto che ciò non sia sempre possibile. 
Specialmente in tutte quelle circostanze dove il confine tra il proprio benessere ed il rispetto nei confronti di terze parti, è così sottile e nello stesso tempo fragile. 
E' una linea di demarcazione che non posso permettermi di valicare. Il rischio, anche solo di scalfire un bene supremo, ancora più prezioso, diventerebbe troppo alto, e non lo correrò. In fondo resto convinto che anche questo faccia parte della capacità di amare, voler bene e provare sentimenti autentici. E sebbene vi siano molte probabilità che questa scelta venga fraintesa, diventando oggetto di rancore e repulsione, non potrò fare altrimenti. A differenza di episodi passati, in cui ho dovuto necessariamente spezzare i miei legami, stavolta agirò in maniera diversa. Pur nella posizione di quello "sacrificabile", conserverò questo nodo e lo farò a modo mio. Facendomi da parte, si, ma senza finire nell'oblio. Aumentando la distanza, la lunghezza del cavo di ritenuta, un po' come un aquilone.
Osservando da lontano, con lo stesso affetto, conservando il nodo e i sentimenti che lo intrecciano. Restandovi aggrappato, con un fortissimo abbraccio, che non finirà mai.




domenica 5 febbraio 2017

Live Forever...

Non si fece attendere, come previsto. Le nubi si erano addensate, già da qualche giorno. L'ira del cielo si manifestò tutta in un'unica volta, con una Tempesta memorabile. Veniva giù senza sosta, con inaudita ferocia, implacabile. L'alieno provò tutto il possibile per ripararsi, ma poté ben poco. Non più soltanto il suo fagotto, ora. Anche quel paio d'ali sulla schiena. Nuove e sgargianti, si. Eppure così pesanti e difficili da utilizzare. Fin lì non aveva mai pensato a quanto fosse importante quel dono, a quanto fosse speciale. Tuttavia, durante il suo incedere sotto la pioggia battente, non aveva mai desiderato così tanto saperle usare. Non aveva mai desiderato così tanto avanzare il passo e spingersi più lontano. Se non altro verso la fine di quel diluvio, ormai sempre più fastidioso.
Quel viaggio, iniziato da poco, sembrava già arenarsi nel fango. Ma a dispetto della scarsa visibilità, ecco apparire un enorme cancello, con sbarre di ferro e mura in cemento.
L'alieno riuscì a scorgere una provvidenziale apertura, e senza indugiare, così, per istinto, vi si infilò.
Senza sapere dove fosse, così, per impulso, violò quell'entrata sottraendosi alle intemperie.
Superò il viale d'ingresso, che dava su un ampio corridoio, fortunatamente al coperto e quindi all'asciutto. Sgusciò di soppiatto, percorrendolo fino in fondo, in un silenzio tombale. Come se nessuno abitasse quei luoghi. Come se nessuno ne fosse il custode.
Indugiò per un attimo, pensando di poter recar disturbo al legittimo proprietario. Ma, giunto a quel punto, la curiosità era troppa, e continuò ad avanzare verso la fine del corridoio, ormai sempre più visibile. L'oscuro silenzio venne presto interrotto da un progressivo vociare, probabilmente una moltitudine di persone riunite in un sol posto. L'alieno si affacciò timidamente, osservando con non poco stupore l'immenso atrio che gli si parava dinanzi. Ben più simile ad una piazza, che non ad un salone, quello spazio racchiudeva aiuole, serre e giardini, piacevolmente intervallati da stradine meticolosamente composte da ciottoli e sassi, con staccionate in legno poste ai lati. Rivolgendo lo sguardo verso l'alto, si poteva ammirare una volta a cupola, in vetro completamente trasparente, altissima e di proporzioni gigantesche. Il ruggito della tempesta era solo un un sommesso miagolio.
Non riusciva ad essere tranquillo, avrebbe almeno voluto chiedere il permesso per stare lì, o soltanto giustificarsi. Pensò quindi di guardarsi intorno, e cercare qualcuno con cui parlare. Si fece spazio tra le persone presenti nei pressi dei giardini, ma nessuna di queste sembrava dargli ascolto. Troppo impegnate ad ammirare le innumerevoli piante ed i coloratissimi fiori che contornavano le aiuole, troppo impegnate a chiacchierare tra loro, finirono per snobbarlo. L'alieno fu spiazzato, ma se non altro capì che la sua presenza non creava disagi. Si sentì più libero di gironzolare e, nel contempo, di riposarsi, senza che questo potesse metterlo nei guai. Fin quando la sua attenzione non venne catturata da una torre, completamente in pietra, che sembrava giungere alla stessa altezza della cupola. Alla base della stessa, proprio all'entrata, v'era un ascensore che, presumibilmente, lo avrebbe condotto in cima e non esitò ad utilizzarlo. In un attimo giunse proprio lì, sulla sommità di quell'edificio, simile ad una serra. il pavimento, ad esclusione un piccolo sentiero in marmo che conduceva al finestrone frontale, era completamente ricoperto da rose di un vivacissimo rosso scarlatto. Non ebbe il tempo di contemplare quella bellezza mozzafiato, né di fare un solo passo.

"Come hai fatto ad entrare? Lo sai che non è permesso stare qui senza autorizzazione?"

"No... Io domando scusa..." - rispose l'alieno, con palese imbarazzo. Davanti a sé, una giovane donna, una ragazza, di inaudita bellezza: carnagione chiara, pelle liscia come seta, avvolta in un regale abito color verde smeraldo; il viso era acceso da due meravigliosi occhi azzurri ed incorniciato da una chioma di capelli castani, dai forti riflessi scarlatti, come le rose che componevano il contesto.

"Io sono Mamba, lieta di conoscerti. Tu devi essere un pretendente. In realtà sei parecchio diverso dalle persone che giungono qui e questo, lo ammetto, mi incuriosisce non poco."

"Pretendente? No, non so di cosa parli... io sono solo di passaggio, cercavo un rifugio per scampare alla Tempesta. Non volevo intrufolarmi qui senza permesso..."

"Non importa, non preoccuparti. Comunque ho deciso, anche se non sarai un pretendente, per me sei già nella Lista. Giusto il tempo di ultimare i preparativi, poi ci sposeremo e diverrai mio marito."

"Ma come sarebbe? Io? Sposarti? Non ci conosciamo e non ne sarei degno! Non sai ciò che dici..."

Così disse l'alieno, e in men che non si dica, ecco accorrere quattro guardie, armate di alabarda e corazze composte da squame di ferro.

"Sua Altezza! Sua Altezza, che succede qui? va tutto bene?" - fece una di loro

"Tranquillo, fedele Thaul, non è successo nulla. Ho trovato uno dei pretendenti, deve essersi smarrito, e gli stavo indicando la strada. Vi prego, conducetelo nelle stanze insieme agli altri. Al momento opportuno, lo convocherò." - rispose la Principessa.

Senza esitare, le guardie reali eseguirono l'ordine, e l'alieno non ebbe la forza di opporsi. Venne scortato immediatamente in un'area del palazzo che non aveva visto in precedenza. Una stanza enorme e ben arredata, con pavimento in marmo, e pilastri scolpiti come colonne doriche. L'opulenza la faceva da padrona. Mobili intarsiati, statue e sculture si alternavano con divani e baldacchini in raso. L'alieno ebbe modo di parlare con alcuni degli ospiti, accorsi lì per chiedere la mano della Principessa Mamba sperando di essere scelti da quest'ultima. 
Venne a sapere che si trattava di una persona potentissima, la legittima erede al trono del Regno Serpente, e per questo dotata di una intelligenza e di uno spirito combattivo superiori all'immaginazione. Non solo una bellezza straordinaria, dunque. 
Inoltre, la Principessa Serpente aveva la facoltà di scegliere i suoi mariti, senza alcun limite di numero: ne contava già ben dieci, tra cui spiccava il nome di Bill, il più audace tra i cavalieri "ammazzadraghi". Come avrebbe potuto competere? Come aveva fatto a ritrovarsi in quella situazione? A quale prezzo era scampato alla Tempesta?
Ci pensò tutta la notte, senza riuscire a chiudere occhio. All'indomani, Thaul il Capitano delle guardie giunse nella grande stanza, convocandolo per ordine diretto della Principessa. Ancora una volta fu scortato senza opporre resistenza, ancora una volta nel Roseto della torre.

"Eccoti qui, finalmente! Siedi pure, e ammira pure i meravigliosi giardini che ti circondano. Noi non vivremo per sempre, eppure questi fiori, queste rose, continueranno a crescere e proliferare fin quando vi sarà chi ne avrà cura. Presto sarai uno dei miei mariti, e tutto questo sarà tuo per mia volontà." - disse Mamba.

"Non vorrei sembrarti impertinente, ma forse a me non interessa sapere come cresce il tuo giardino e chi si occuperà dei tuoi fiori. A costo di rischiare la tua ira, io non mentirò..." - rispose l'alieno.

"E' la prima volta che qualcuno rifiuta la possibilità di sposarmi, ma in fondo questo ha poca importanza. Io ho già deciso per te, nell'istante in cui hai messo piede qui, è come se avessi firmato un contratto, un contratto che ti lega a me. Forse non conosci il potere della Dinastia Serpente. Dimmi, pensi di opporti alla mia decisione?" - chiese la Principessa.

L'alieno si guardò intorno, fissando le pareti trasparenti della cupola. Poi chinò il capo e, mestamente, rispose: "No, non conosco quel potere. E non so se sarò mai in grado di oppormi ma so solo che vorrei volare. Vorrei vivere, non voglio morire qui. Devo trovare una persona..."

"Sei coraggioso, non è da tutti rispondermi così. Ma in fondo tu sembri diverso, non come gli altri. Seppur indifeso e senza alcun potere, forse tu sei uguale a me. Noi riusciamo a vedere ciò che gli altri non vedranno mai."

"Noi due uguali? Forse non sarò mai tutto ciò che vorrei essere, ma definirci uguali... Tu vivi in un palazzo, circondata da ricchezze e potere. Suvvia, dimmi. Hai mai sentito il dolore che si prova stando sotto la pioggia del mattino, che ti infradicia fin dentro le ossa?"

"Perché cercare una risposta che non avrai mai? Inizia a rassegnarti, non vivrai per sempre, ed è qui che passerai il resto dei tuoi giorni. Ho già fatto preparare la carrozza e i cavalli. Ci sposeremo domani e diventerai uno dei miei mariti. Così è stato deciso." - concluse la Principessa, con un sorriso sornione.

L'alieno guardò ancora una volta le pareti di vetro, fissando per un istante il finestrone. Poi si avvicinò alla Principessa, le prese timidamente la mano ed inchinandosi le disse così:
"E sia. Non potrò mai contraddire una tua decisione. Accetterò senza esitare ma in cambio vorrei solo chiederti di esaudire un mio desiderio. Confido nella tua generosità."

"Chiedi pure. Ti sto ascoltando." - fece Mamba, ancora una volta incuriosita da tale reazione.

"Chiedo solo di poter passare la notte qui, in questo roseto. Potrò osservare l'esterno, e ricordarmi ci come di siamo conosciuti. E' tutto ciò che chiedo. Ti prego di concedermelo."

"Se è solo questo, credo di poter fare un'eccezione. Solo per questa volta ti permetterò di passare la notte qui. Domattina manderò Thaul a prenderti per prepararti alla Cerimonia. Non tardare." - disse lei, uscendo dal giardino reale.

"Grazie di cuore, Mamba." - rispose l'alieno, salutando la Principessa Serpente

Per quanto fosse disperata la situazione, per quanto non volesse accettare il suo destino, non era quello il tempo di piangere. Era piuttosto il tempo di scoprire i suoi "perché", trovarne le risposte.
E per farlo avrebbe dovuto continuare il suo viaggio, cercare il tizio con la Mappa del Mondo disegnata sul volto e ricordarsi che, solo pochi giorni prima, aveva ricevuto un dono. Un dono prezioso, proprio lì, cucito sulle sue spalle. Era giusto arrivato il momento di spiegare quel paio d'ali sulla schiena. Nuove e sgargianti, si. Una sola occasione, che non avrebbe potuto sprecare.
Le urla di Thaul risuonarono nella Torre all'indomani. La Principessa Mamba pretese spiegazioni, e restò incredula quando fu messa al corrente dei fatti. Nel mezzo dei preparativi, si fiondò come una furia verso l'ascensore della Torre, per poi giungere su, in cima. In preda alla collera, provò a setacciare il roseto, facendone controllare ogni angolo. Una leggera folata di vento le sferzò il viso tanto da farle sollevare lo sguardo verso la cupola di vetro trasparente. Il finestrone spalancato, nessuna traccia dell'alieno. Al suo posto, soltanto un biglietto, con su scritto: "Noi vivremo per sempre".







domenica 29 gennaio 2017

I'm Outta Time...

Ho sempre avuto molte, moltissime aspettative per questo 2017. Non credo che la cosa fosse un mistero, semplicemente leggendo qualcuno dei post precedenti.
Si, lo so, in genere è sempre così che il "nuovo anno" viene accolto, fin da subito con un enorme carico di speranze e di motivazioni (senza contare gli improbabili buoni propositi, destinati a prendere polvere sul comodino). E mi rendo conto che, abbandonando per un attimo la mia sfera personale, per molte persone questo 2017 stia sempre più assumendo le fattezze di un "annus horribilis", a causa di diversi fattori, purtroppo non sempre prevedibili.
Nel mio caso specifico, e qui inizio a toccare tutto il toccabile, faccio davvero fatica a ricordare un mese di Gennaio così folgorante.
Nonostante non siano stati pochi i momenti di sconforto, non avevo mai dubitato nelle possibilità di un riscatto, di una netta ripresa, con la giusta dose di tempo e di energie mentali.
Ma mai avrei pensato che tutto questo avrebbe avuto inizio così presto, ed in maniera così "brusca", per certi versi. E' bastato non pensarci più di tanto, è stato sufficiente non arrivare all'esasperazione, spostare il focus. E poi, chi lo avrebbe mai detto, ecco giungere uno di quei meravigliosi passaggi smarcanti, di quelli clamorosi, capaci di innescare potenti reazioni, una dopo l'altra, e in grado di dare una scossa così veemente al mio stato d'animo da lasciarmi disorientato.
Disorientato, si, ma felice. Una felicità che sa di soddisfazione, di quelle che non ti fan sentire la stanchezza, e che possono persino tenerti sveglio di notte. Un'opportunità improvvisa, quella di un semplice trasferimento temporaneo, che nella sua semplicità riesce a contenere così tanto.
Come, ad esempio, un piccolo ma gradevolissimo sprazzo di vita nuova, un cambio di direzione improvviso, che se da un lato spezza progetti o ne rallenta gli sviluppi, dall'altro apre a nuovi scenari, a "galassie" inesplorate e ad intrecci interessanti.
E la cornice di Roma, con il suo meraviglioso contesto artistico, ne completa meravigliosamente il quadro, con un incastro a dir poco perfetto. 
So che non sarò da solo, che avrò dei compagni con cui condividere questa esperienza. So che riuscirò ad essere me stesso, e che mi giocherò questa occasione al massimo delle mie possibilità. So che farò sempre del mio meglio e che questa avventura non potrà far altro che accrescere il mio bagaglio di vita. Per la prima volta, dopo tanto tempo, non c'è più dolore. Non c'è più nessuna preoccupazione, non avrò pesi sulla coscienza, né altrove. 
Tutti i progetti restano accantonati, ma solo momentaneamente. Non ho perso di vista quello che voglio, ed ora, forse più di prima, mi sento deciso ad ottenerlo, senza forzare la mano o bruciare le tappe. Non è proprio il caso, sebbene mi sia sentito pressato. Perché a dispetto di ciò che ho pensato, il tempo non è ancora scaduto. Non ancora, non del tutto. Ne sono più consapevole. Può ancora essere un mio alleato, in un modo o nell'altro, può ancora combattere al mio fianco ed anche se viaggia velocissimo, con incedere sicuro ed inarrestabile, sono ancora nella sua scia, e non intendo perderne le tracce. Soprattutto non intendo pagarne le conseguenze, per eventuali rinunce. Quindi, ancora una volta, dovrò correggermi. Avevo lasciato un messaggio per "salutare" tutti, proprio prima della partenza, scrivendo una frase del tipo "Non c'è più tempo, dobbiamo andare", ma solo ora mi rendo conto che non è proprio così. Credo che salverò giusto la seconda parte, senza rimarcarne l'urgenza. Vedo ancora del tempo, lì davanti a me. In questi ultimi anni, ha guadagnato un bel po' di vantaggio su di me. Ma io sono ancora qui. Mi rimetto in piedi, pronto a partire al suo inseguimento. E non mi fermerò fin quando non lo avrò afferrato saldamente nelle mie mani.




giovedì 19 gennaio 2017

Dark Gravity...

Anche quando sembrava che fossero stati debellati del tutto, ci sono sempre dei periodi in cui gli incubi tornano a farsi vivi. Non so, sinceramente, da cosa possa dipendere. Forse si tratta di un "riflesso" della situazione nel suo insieme. Non che questa sia da incubo, figuriamoci.
Eppure la sensazione che vi siano dei vuoti, delle lacune insomma, da colmare, è palpabile e - si - ci sono dei giorni in cui si percepisce di più. E, devo dirlo, anche con un certo fastidio.
Non mi risulta proprio facile da esternare, ma potrei in questa sede tentare una rapida disamina.
Parlando della questione sentimentale, e di tutto ciò che da essa ne deriva, non credo ci sia molto da dire. E' fisiologico, e purtroppo non è come cambiare uno pneumatico. Per queste cose occorre del tempo, ed io fortunatamente sento di averne guadagnato tanto, anche grazie ad aiuti "esterni" che in tutto ciò hanno avuto un ruolo cruciale. E non ho alcuna fretta, per quanto si possa sentire la mancanza di quel "calore" e di quella sfera intima. Tutto tornerà a scorrere, in modo naturale.
L'impazienza, quella si, resta legata al progetto di indipendenza e, meglio ancora, alla sua realizzazione. La prospettiva di una nuova vita in un nuovo appartamento (si spera bilocale) mi elettrizza non poco. Certo, il dispendio di energie sarà notevole, non sono così sprovveduto da non pensarlo. Ma saranno comunque problematiche "nuove" da affrontare, diverse dalla routine sistematica e, per quanto toste, non riusciranno a smorzare le sensazioni positive.
Potrei in ultimo citare le perplessità in un ambito lavorativo sempre più incerto e lontano dalle aspettative, la ricerca di una posizione, in questo senso, più stabile ed appagante, o il convergere di opportunità improvvise, che però possano implicare decisioni non facili ed aprire a scenari imprevedibili. Insomma, pur non essendo stato particolarmente dettagliato, credo di aver reso l'idea.
Ora, non penso di riuscire a distinguere quali tra questi elementi abbia avuto, o quantomeno, stia avendo maggiore impatto sulla mia psiche. Ma so che tutta questa roba qua, nel suo insieme, di tanto in tanto, riesce ad imprimere su di me una sua "forza peso", una sorta di gravità oscura, non difficile da riconoscere. Un qualcosa che, spesso, riesce a traslare dal quotidiano, dal mondo reale, delle sensazioni, dei rapporti interpersonali, fino a raggiungere quella dimensione onirica, di cui parlavo inizialmente. Ed è proprio da lì che si generano questi incubi, questi momenti di paura mista a perplessità, improvvisi e fulminei, durante il sonno.
A me non capita spesso di ricordare l'oggetto dei miei sogni, salvo alcuni casi particolari. E' strano, lo ammetto, ma a volte capita di svegliarsi con la sola consapevolezza di aver "vissuto" un sogno in qualche modo particolare. Tuttavia, per quanto riguarda l'incubo, il brutto sogno, mi è senz'altro successo di averne avuto uno ricorrente, di cui riesco a ricordare bene qualche tratto:
Lo scenario è quello della mia camera, gli spazi sono sicuramente più angusti rispetto alla norma, così come il buio è nettamente dominante. La visuale è in soggettiva, e da sulla porta della stanza, inizialmente semichiusa. Il silenzio è assordante, si percepisce anche il più debole respiro. 
Poi la porta si apre, lentamente ma in maniera inesorabile. Ciò che ne viene fuori, è una figura umana, non definita, di cui si distingue a malapena il contorno, che comunque emerge rispetto all'oscurità circostante. Il suo volto è completamente anonimo, privo di tratti, senza bocca, senza espressione.
Si avvicina a me, in maniera lenta, sollevando le braccia e portandole alla mia testa.
Senza alcun motivo apparente, la sua forza aumenta, tendendo a schiacciarmi al suolo, opprimendomi con la sua intera figura. E' come se una parte di me, il mio inconscio forse, volesse svegliarsi, sentendo tutto il peso di quell'agguato sulle palpebre. Faccio non poca fatica a farlo e dopo qualche istante, riesco a svegliarmi di soprassalto, nella normalità della mia camera.
Avrò avuto quest'incubo tre o quattro volte, in quest'ultimo periodo. So che esiste una specie di simbolismo, e persone che sono in grado di interpretarli, traducendone il senso ed il possibile significato. Forse dovrei rivolgermi, giusto per curiosità, a qualcuna di queste persone, cercando di ottenere un'eventuale spiegazione sul senso di questo sogno così particolare. 
Oppure, più semplicemente, sperare di ritrovare quel senso di serenità e spensieratezza, che riusciva ad accompagnarmi anche durante il sonno.




giovedì 5 gennaio 2017

Glowing Stars and Winged Hopes...

“Non trovi che il dolore possa essere ancora più insopportabile, quando non lo si può condividere con qualcuno?”

“Cosa?” – rispose l’alieno, sentendo quella voce così premurosa e gentile. Si voltò, per poi accorgersi della presenza di una anziana signora, intenta ad osservarlo, pensieroso.

“Beh, si… Ecco non è bello essere soli… Ma mi hanno detto che, continuando a cercare e a crederci, un giorno potremo trovare la felicità e tante persone speciali con cui condividerla…” – aggiunse l’alieno, in risposta alla domanda.

“Concordo con te, caro giovanotto. Ma non capisco perché te ne stai qui, seduto tra queste rocce, ad osservare la vallata che ti sei lasciato alle spalle, sapendo che il villaggio è da quest’altra parte” – fece, con un sorriso, la gentile vecchietta.

“Oh, vedi, non sono diretto al villaggio. Di sicuro ci sarei passato, ma è stato meglio proseguire da qui. Dopo un intenso camminare, ho avvertito stanchezza e, trovando una di quelle casette pronte a riaccogliermi, avevo pensato di accettare l’invito, e riposarmi un po’…” – soggiunse l’alieno, chinando il capo.

“Ma tu guarda!” – esclamò la vecchietta – “E poi, cosa hai trovato all’interno? Il riposo che cercavi era forse lì?”

“Pensavo che fosse il caso di restare… E di lasciar perdere tutto. Ma non ci ho messo molto a capire di essere in errore. Non sarei dovuto rientrare, e ora sono stanco per aver faticato nel venirne fuori. Procederò spedito, come mi ha detto il monaco…”

“Fai bene ad ascoltare le parole di quell’uomo, è molto saggio e sa quello che dice. Ma non devi preoccuparti per quello che hai fatto, perché come poi avrai modo di capire in futuro, hai acquisito utile esperienza per superare l’ostacolo, senza problemi. E, a quanto vedo, ne sei uscito con un bel ricordino appeso lì, al tuo collo…”

“Ah, si… è tutto ciò che mi rimane. Inizialmente pesava un pochino, poi mi ci sono abituato. Brilla in una maniera incredibile… E credo che non smetterà di farlo per me… Non ho voluto lasciarla così. E farò in modo di portarla con me, lungo il mio viaggio…” – replicò l’alieno.

“E’ una bella cosa da parte tua, non ci vedo assolutamente nulla di male. Quel tesoro che hai appeso al collo è una Stella, di inestimabile valore. So che tu te ne sei reso conto perfettamente, e ora lo sai ancora di più. Oltretutto, potrai mostrarla all’uomo con la mappa del Mondo, disegnata sul volto… Lui apprezzerà!” – affermò, sghignazzando, la premurosa vecchietta.

“E tu come fai a sapere che lo sto cercando?” – rispose con meraviglia, il piccolo alieno.

La vecchietta gli sorrise ancora una volta. Poi, con fare materno, gli prese la mano, come a volerlo accompagnare lungo la sua stessa strada. Per poi dire:”Coraggio, stare qui esposto al freddo non ti restituirà ristoro. Le rocce non sono mai state comode. E si vede lontano un miglio che sei stanco, ferito ed affamato. Stavo giusto andando a casa per riscaldare la mia famosa minestra di verdure. Prima di finire i miei lavori a maglia, avrò piacere di averti ospite a cena. La compagnia degli stranieri è cosa gradita da queste parti…”

“Ma… Veramente io…”

“Niente ma!” – disse, interrompendolo, la vecchietta – “Non vorrai mica contraddire una povera vecchia? Ho deciso, stasera mangerai con me. E per quanto riguarda l’uomo con la mappa del Mondo disegnata sul volto, non ti meravigliare. Intuisco che sei qui per lui, del resto quale altro potrebbe essere il motivo che ti spinge a scalare questi monti? Non certo la mia minestra di verdure?!?! Lui si fa vedere raramente da queste parti, ma sono certa che lo incontrerai. Una breve sosta al villaggio, non te lo impedirà assolutamente.”

Rientrarono entrambi al villaggio, a sera inoltrata. L’anziana donna lo condusse dentro, nella sua modesta casetta, dove l’alieno poté finalmente riscaldarsi e rifocillarsi, dopo tanto tempo. Le intemperie a cui era stato esposto, gli avevano procurato fastidiose ferite, che la vecchietta curò sapientemente, nel giro di due giorni. Al termine dei quali, dovette riprendere il cammino.

“Non so davvero come ringraziarti…” – disse l’alieno, visibilmente commosso.

“Non devi, ho assecondato il mio volere, ed ho ottenuto la compagnia che volevo. Sei riuscito ad affrontare meglio il tuo dolore, condividendolo, e fartelo capire era nei miei intenti. Sono molto contenta di questo.” – rispose dolcemente la vecchietta.

“Beh, ma il merito è solo tuo… Vorrei regalarti il mio ciondolo per sdebitarmi…”

“Ma no, figurati, ci mancherebbe.” – replicò lei – “Non potrei mai accettarla, e poi non sarebbe mai mia. Te l’ho già detto piccolo, quella è la tua Stella, una delle tante che riuscirai a trovare lungo questo percorso. Ti appartiene, fa parte di te e ne farà sempre parte. Così come ti appartiene quel filo rosso da cui pende. Una cosa del genere non si può dar via. Sarà utile, affinchè il tizio con la mappa del Mondo disegnata sul volto possa riconoscerti meglio. Nonostante ora sia pesante da portare, ti ho ospitato per rimetterti in sesto, e darti la forza di correre più forte, quando sarà necessario farlo. Ora sei in grado di portare sulle spalle molto più di quel piccolo peso. Ecco il perché del mio ultimo regalo…”

“Sulle mie spalle?!? – esclamò, sorpreso l’alieno – Sento qualcosa… qualcosa sulle mie spalle…”

“Non avere paura, giovanotto. Quelle che hai sulle spalle, sono Ali d’acciaio. Le ho cucite io, rammendando un po’ le tue, che erano ferite e malridotte. Sono ideali per chi come te tende a volare in alto, ma dovrai abituarti alla difficoltà del loro impiego, e so che ne sarai capace. La forza di volontà che risiede nel tuo cuore ne sarà il motore. Ora sta a te. E a te soltanto. Abbine cura. Ma soprattutto, abbi cura di te.” – disse, salutandolo per l’ultima volta.

L’alieno ringraziò, commosso, e riprese il viaggio nella tipica quiete che precede la Tempesta.