(dal Diario del 29/10/2009)
Da quanto tempo avrò terminato il liceo? Sembra una vita fa. Eppure sono trascorsi 8 anni. Già, sono passati 8 anni dall’ultima volta che ci siamo visti… Ha ragione, lo so. So bene che non è questo il modo giusto per scrivere o intestare una lettera. E non avrebbe torto a piazzarmi un bel 4 sul registro, se ora questo foglio fosse lì, davanti a lei, tra le sue mani. Cerchi, però, di giustificarmi se può. Per me non è semplice. Di lettere ne ho scritte tante, ma non mi era mai capitata una simile circostanza. Colpa mia se tra quelle che ho inviato, spesso inutilmente, non ne ho mai messa una da parte per lei. Per ringraziamento, riconoscenza, o per un semplice saluto. Nè mai ho trovato il tempo di farmi rivedere, di venire a trovarla, per darle giusto tributo di quanto ha fatto per me. Poi in questi giorni ho appreso la notizia. La notizia che ha mollato tutto, e se ne è andata via. E così ho perso la mia occasione, la mia chance, come direbbe anche lei, di passare a salutarla, e soprattutto di ringraziarla.
Ci ho messo un po’ di tempo per ordinare le idee. Per fare mente locale e per capire ciò che ho provato. Ho saputo tutto tramite un Social Network. Ironico, non trova? Dopo tanti anni sono venuto ad avere sue notizie mediante una di quelle “diavolerie moderne” che lei deprecava tanto. Ora riesco leggermente a comprendere la sua avversità verso quel “mondo”, così distante dal suo ideale di cultura, di formazione, di educazione… Non le nascondo che l’impatto è stato duro, crudele, spietato. Ho accusato il colpo, lo ammetto. E, per adesso, la consapevolezza che le sue sofferenze siano terminate, è per me una magra consolazione. Egoisticamente, vorrei che fosse ancora qui, per avere ancora tempo.
Chissà se si sarebbe ricordata di me… Io di lei conservo le sensazioni e le emozioni più disparate. Dal timore, all’ilarità, passando per l’ammirazione, fino alla tenerezza. Siamo stati insieme solo per tre anni. Ma che intensità! Mi ricordo del primo giorno in cui ci siamo conosciuti, quando chiamò me e Diego Zedda (gli estremi dell’elenco di classe), all’interrogazione di latino (c’erano delle frasi con ablativo assoluto e perifrastica passiva), rigorosamente al primo banco. Ricordo le ginocchia che mi tremavano, e il mio sguardo fisso rivolto verso il pavimento. Ricordo lei, che mi chiamava e mi scherniva (“Ma che fa? sta dormendo quello?”) e i compagni di classe che giustamente ridevano. Quello fu forse l’unico momento di imbarazzo, per il quale provavo odio e frustrazione. Ma lei doveva capire chi aveva davanti, e soprattutto doveva far capire chi fosse a comandare lì… Non son cose facili da comprendere a 16 anni, o giù di lì. Col senno di poi, ci si arriva. E, mi creda, lo si apprezza. Mi ricordo della sua personalità, nel suo stile anche nel vestire. Ho ancora bene in mente il suo sguardo austero e i suoi toni severi, ma ricordo anche di come sapeva attenuare tali aspetti con fare materno. Avevamo iniziato col piede sbagliato. Per poi intraprendere un sentiero armonico, costante e privo di intoppi. Ricordo il suo orgoglio nel leggere i voti dei miei compiti di Letteratura, i suoi incentivi a fare sempre meglio. Ricordo la passione che ci metteva, anche nel leggere una terzina di Dante, o nel chiedermi di delineare una figura autorevole dei Classici Latini (Acanfora, parlaci di Terenzio, anzi fallo entrare da quella porta e presentalo a tutti noi…) in maniera così coriacea e scenografica. La passione per cui risultava spesso oggetto di derisione da parte nostra, da parte dei suoi alunni, è oggi la stessa passione che mi guida quando scrivo, o almeno quando provo a farlo. Ed è una passione che lei, forse più di tutti, è riuscita ad infondere in me. Indimenticabili saranno i suoi consigli, i suoi continui moniti alla disciplina e allo studio, per il proprio accrescimento individuale. Indimenticabile sarà la gioia, dipinta sul suo volto, ahimè, già segnato dalla malattia, quando dalla Commissione ci comunicò che la prova di Italiano dell’Esame di Stato avrebbe avuto come oggetto l’analisi del testo di “Uomo del mio Tempo”, di Quasimodo, che lei ci aveva fatto studiare così bene, poco prima della fatidica maturità. Se continuassi ad elencare tutti i ricordi che ho di lei, non la finirei più. L’esser così prolisso potrebbe costarmi un altro mezzo voto in meno, per cui direi che sia il caso di fermarmi. Mi sarebbe piaciuto presentarmi da lei, raccontarle un po’ di me e ringraziarla di cuore per tutto questo ed altro ancora. Anche a costo di darle qualche delusione per ciò che sono diventato. Ma lo avrei fatto. Ora che non posso più rimediare, ora che se ne è andata via per sempre, non volevo congedarmi così, in silenzio e senza dir niente.
Ci tenevo con tutto me stesso a lasciarle questa lettera. Non vuol essere un epitaffio (non meriterei certamente io di scriverglielo), né tantomeno un insignificante intruglio di retorica di circostanza. La prenda come una normalissima lettera. Come un saluto che per mia negligenza non le ho mai portato. E che invece avrebbe meritato.
Mi piace pensare che, ovunque lei sia, da qualche parte, lassù, possa leggerla e, ovviamente correggerla, dandomi poi uno schiaffetto sulla faccia, ed infine dicendomi:”Mettiti a studiaaare…”
Addio, Professoressa Sepe.

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