domenica 27 novembre 2016

Ch-ch-ch-ch-Changes...

Ultima domenica di Novembre, temperature in discesa (più simili a quelle invernali) e pranzo con i miei, con tanto di caldarroste per il gran finale. Dopo una settimana trascorsa all'insegna di "amoxicillina" e dolori influenzali, la ripresa è stata buona, seppur lenta, e non posso lamentarmi.
Del resto, siamo in pieno periodo pre-natalizio, uno di quelli che amo di più in assoluto. Finalmente se ne inizia a sentire il "profumo", che inizia a saturare l'atmosfera, tra una pubblicità del Pandoro, e qualche addobbo appena appena accennato. Non riuscirei a descriverlo meglio di così.
Quasi a scoppio ritardato, mi son accorto che questo sia stato il weekend del Black Friday, espressione di cui davvero tutti (dagli esercenti ai consumatori), non han fatto che riempirsi la bocca. Il più delle volte anche a sproposito. Ma non è che ne abbia risentito più di tanto, eh. Posso dire di essere, forse, una delle poche persone a non aver affollato centri commerciali o siti web, per acquisti opportunistici last-minute. E, nonostante questo, il fine settimana è andato bene, trascorso con gli amici, il buon cibo e la fedele birra, a rilasciare aggiornamenti sullo stato attuale e sulle coordinate della nuova rotta da seguire. Che è ancora ben lontana dall'essere del tutto definita, ma piano piano, devo ammetterlo, sta prendendo forma. Meno schemi fissi, meno turbe mentali, diventerò più possibilista e predisposto ai cambiamenti. E, proprio a proposito di questi ultimi, dovrò tornare a concentrare ogni mio sprazzo di energia nella ricerca di un nuovo appartamento. Ne ho già intravisto uno che mi sconfinfera non poco. Se Babbo Natale fosse in ascolto...
C'è qualcosa che inizia a pulsare. Non è ancora vicino, ma sembrerebbe in dirittura, a seconda della mia velocità di crociera. A giudicare dall'intensità che percepisco, potrebbe essere una stella. Non devo far altro che scoprirlo, magari con l'ausilio di una nuova "navicella". Nel frattempo, riparto da qui, avviando i motori. Tenendo sempre a mente che il viaggio continua.


sabato 26 novembre 2016

Il Sentiero dell'Addio...

"Ma... Avrò percorso si e no cento metri... Come ci sono arrivato qui?" - disse l'alieno, con espressione visibilmente sorpresa. In un vuoto quasi siderale, la strada era interrotta e davanti a lui si predisponeva un ponte sospeso a mezz'aria, tenuto quasi a stento da sbilenche funi di giunco intrecciato. Non c'era modo di vedere il sentiero che riprendeva dall'altra parte, e così decise di avvicinarsi. La temperatura si faceva più bassa e l'atmosfera più cupa.

"Questo posto... è così... così..." - sussurrò l'alieno.

"Familiare?" - fece una voce non molto distante.

"Chi ha parlato? Dove sei?" - gridò, quasi impaurito.

"Sono qui, non avere paura." - rispose l'uomo, vestito di bianco. Indossava una tunica di seta, di un bianco scintillante, portava al collo un rosario tutto fatto di ambra, dai grani molto spessi e in testa aveva un larghissimo cappello di paglia, che in parte gli copriva il volto. Sedeva praticamente sul ciglio del ponte, appoggiandosi al suo bastone di legno, in cima al quale vi erano cinque anelli d'oro penzolanti. Senza dire nulla, e con il solo gesto della mano, invitò l'alieno ad avvicinarsi. Lo guardò con curiosità e con meraviglia. L'eventuale paura era ora diventata stupore. 

"Cosa c'è? Non hai mai visto un monaco?" Ehehehehe!"

"Beh, come te, mai." - rispose, abbozzando un sorriso.

"Immagino che ci sia sempre una prima volta, ma tu... Tu non devi essere di queste parti, vero?"

"No... Ecco, non lo so... Stavo camminando, ero felice, non avevo alcuna preoccupazione. A un tratto poi, mi son ritrovato qui. Ammetto che all'inizio ero stranito, ma poi, avvicinandomi, mi son reso conto che questo posto io l'ho già visto..."

"Forse è perché ci sei già stato, anche se non ne hai memoria. Del resto è un posto così vasto e ripido, che in genere lo si tende a rimuovere dai ricordi."

"Come sarebbe dimenticare? Che posto è mai questo? - chiese, preoccupato, l'alieno.

"Quello che vedi davanti a te, è il Sentiero dell'Addio. Solitamente lo si percorre per dimenticare e, nello stesso tempo, ci si dimentica di averlo percorso. Tutto qui finisce nell'oblio dello spazio."

"Oh no! Di nuovo? Io... Io non ci volevo tornare! Ce l'ho messa tutta per non rivedere più questi luoghi... Non puoi dirmi che ci sono rifinito! Non puoi! - disse il piccolo alieno, singhiozzando.

"Credimi, mi dispiace, mentirei se ti dicessi che non è così..." - disse l'uomo, asciugandogli le lacrime e allacciandogli al collo una mantella di lana - "Questa è per il freddo... Coraggio, devi sapere che non tutto dipende dalla nostra volontà. A volte siamo costretti ad agire in una maniera, piuttosto che in un'altra. Ciò non vuol dire che non ti sia impegnato abbastanza. Hai fatto quello che potevi e ora la strada prosegue da qui."

"Da qui non si può più tornare... E se indietreggiassi? Si, se tornassi sul percorso precedente, in modo da risalire indietro senza attraversare questo sentiero? Così almeno non le farei del male..."

"Indietreggiando soffriresti molto di più e molto più a lungo. Da qui la via non è semplicissima, ma ti prenderai il dolore in una sola volta e impiegherai meno tempo per trovare la felicità. Devi pensare un po' anche alla tua, non trovi? In fondo è ciò che vuole anche lei. Quindi, non temere, lei capirà..."

"Non puoi fare proprio niente per evitare tutto questo? Non potresti darmi un aiuto tu?"

"Sono solo un uomo... Per quanto desideri aiutarti, purtroppo non è nelle mie facoltà. Vorrei solo tranquillizzarti e farti capire che percorrere questo sentiero è, al momento, la scelta migliore per te."

"Va bene, mi arrendo... Seguirò la via che mi hai indicato, senza lamentarmi."

"Ecco, bravo, è questo lo spirito. Prima di andare, ricorda di svuotare il tuo zainetto, in modo da alleggerirti il viaggio. Vi sono diversi tratti accidentati ed in salita laggiù."

"Grazie per tutti i tuoi consigli, ma... lo zainetto viene con me..."

"Come sarebbe? Stai scherzando? Non è una buona idea, ti appesantirà il cammino!"

"Forse è come dici tu, ma non importa..."

"Perché ti rifiuti di capire?"

"Sono solo un alieno, però limitato come voi uomini. E talvolta posso anche non capire il perché di certe cose che accadono nella vita. Vorrei solo farti comprendere che i miei sentimenti, i miei ricordi, tutto ciò che ho provato e vissuto... Non intendo rimuoverli. Anzi, voglio cristallizzarli e tenerli con me, mentre percorrerò questo sentiero così aspro. Anche se sarà più difficile. Anche se questo vorrà dire che ci perderemo per sempre..."

"E' una tua scelta e la rispetterò. Sii prudente, non cedere, mi raccomando, e abbi cura di te!" - sussurrò l'uomo.

"Addio anche a te..." - rispose l'alieno, mentre la sua figura scompariva nella luce del tramonto.


venerdì 25 novembre 2016

Results may vary...

Credo fermamente che, per quanto possa essere difficile o triste un periodo, in futuro ce ne possano essere anche di peggiori. Così come credo che, in ogni caso, prima o poi il peggio passi. Credo che nella vita la sofferenza sia una componente essenziale. Può essere più o meno presente, questo si. Ma, alla fine, trovo che essa serva solo ad esaltare il sapore della felicità. Infatti credo anche che si possa essere felici. Persino quando questo possa sembrare assurda, impossibile, irrealizzabile. Ci sono tante, svariate piccole cose, le più semplici, capaci di attenuare la tristezza. Il segreto sta, magari, nel saperle apprezzare. Credo di essere diventato abbastanza bravo in questo. E sicuramente ho intenzione di far ancora meglio.

Credo che, come ha detto qualcuno, non possa piovere per sempre. Di certo, anche se il diluvio fosse duraturo, non aspetterei che la pioggia mi infradiciasse all’infinito. Credo infatti che aspettare sotto la pioggia non sia piacevole. Ma in compagnia è più sopportabile. Senza dubbio. Assolutamente.

Credo di sapere, a 33 anni ormai, cosa voglia dire avere a che fare con le persone. Mettersi in discussione, provare a non deluderle, facendo del proprio meglio. Magari non ne saremo sempre all’altezza, e non tutte ci apprezzeranno. D’altro canto credo che il tempo a nostra disposizione non sia illimitato, e che starà a noi trovare il modo giusto di utilizzarlo con le persone adatte.

Credo che viaggiare sia una delle cose più entusiasmanti al mondo. Probabilmente il modo migliore di spendere i propri soldi. Considerando le emozioni vissute e i ricordi acquisiti, l’investimento è assicurato. Credo che non smetterò mai di viaggiare.

Credo che gli amici abbiano bisogno dei nostri consigli. Nel contempo, a volte, non siamo del tutto in grado di darli e ci sentiamo in imbarazzo, quasi in difficoltà. Magari siamo troppo razionali in quel momento e, non essendo emotivamente coinvolti, rischiamo di consigliar male o di essere inopportuni.  Però io credo che il solo ascoltare, il condividere, o il semplice esser presenti, possano valere più di 500 consigli buoni. E questo a prescindere dalla immediata o meno risoluzione del problema. A maggior ragione quando l’amico non ha il coraggio di chiederti aiuto. Quando non esterna il suo dolore. Perché può capitare anche questo. E, nel dubbio, è sempre meglio esserci. In un modo o nell’altro.

Credo che non si debba mai rinnegare sé stessi, in base ai giudizi delle persone. Quelle vanno e vengono. Gli amici sono quelli che restano. E gli amici ti apprezzano per come sei, non per come vorrebbero tu fossi. Credo negli anni ’80, da cui provengo. Con annessi Depeche Mode e telefilm di Super Car… Beh, forse un po’ questi ultimi li rinnego… Credo sia fantastico avere un professore che ti dispensa consigli a 250 km di distanza. Credo, in generale, che sia fantastico avere sempre qualcosa da imparare. Sono perciò fortunatissimo ad avere persone che, in questo senso, possono far veramente tanto per me.

Credo di aver sperato troppo nel mio lieto fine. Ed ora che ho perso tutto, faccio un po’ di fatica. La strada alle mie spalle si sgretola man mano. Il legame con il passato prima o poi sarà impalpabile. Credo di dover aumentare il passo, verso le luci che vedo in lontananza. Forse ho impiegato troppo a capire che stare fermo, attribuendosi le colpe, non sia la soluzione. Credo di essere arrivato a buon punto adesso. Da qui in poi, guarderò solo e soltanto avanti. Giorno dopo giorno.


Perciò, alla fine, credo che valga sempre la pena provarci. Questo in linea generale. Non importa quanto alto sia il rischio. E’ meglio un verdetto negativo, rispetto ad una eterna incertezza. E credo, sinceramente, che, per quanti possano essere tanti i verdetti negativi collezionati, l’ultima figurina dell’album sia un verdetto positivo. In pieno. Perché è così che va vissuta la vita. Senza accontentarsi. Non è difficile. Basta leggerne accuratamente il libretto di istruzioni. E fare attenzione, perché i risultati possono variare.


Running High...

Correre, correre forte. A volte sembra la soluzione universale, per ogni cosa. Che sia a bordo della propria auto, in sella alla propria moto, a piedi, o con la fantasia, non ha importanza. Già. Pensandoci, mi viene in mente che a volte è così. Qualche esempio? Cos’è che mi viene in mente a riguardo? Beh, di sicuro, la prima associazione che mi viene da fare, si riferisce a quando c’era il problema di sbloccare una partita difficile, o addirittura rimontare: in entrambi i casi, c’era lui, Thierry Henry, che correva, correva forte, più velocemente di qualsiasi altro in campo e, portando a spasso il Carragher o il Sergio Ramos di turno, trovava la soluzione, nella maniera più magica e sorprendente possibile. Così come in alcuni momenti difficili, è stato utile correre, correre a vuoto, per non pensare, e alleviare il senso di rabbia. Correre, per andare avanti, sicuramente. E in questo caso, la direzione è ovvia, spontanea, inequivocabile. Poi, è chiaro, dipende dalle situazioni. Dal grado di rabbia e di disperazione. Perché nei casi peggiori, nemmeno conta, in fondo, verso quale direzione correre. Si seguono, indistintamente, le luci che si scrutano volta per volta. Magari anche senza sapere se esiste una soluzione. Intanto la speranza che essa ci sia, ci spinge, a correre, a correre forte. Anche in maniera inconscia talvolta. Non vedere l’ora che passi un determinato periodo, essere impazienti di volerlo a tutti costi superare… Cos’è questo, se non un voler correre, fuggire lontano? Dalla propria città, dalla propria età, da una serie di spiacevoli ricordi, da una scelta sbagliata, da sé stessi… o da tutte queste cose insieme. Il punto di fuga da cui ci si allontana non differenzia il puro oggetto del proprio “conatus”. Quello rimane tale. Correre ai ripari, in senso figurato, come si suol dire. Correre per seminare qualcuno, per superare qualcosa, per far passare l’attesa e lasciarsi il mondo alle spalle. Gli ostacoli ci saranno sempre. E nessuno sarà insormontabile. Per alcuni di essi però, varrà la pena di provare a superarli, correndo, correndo forte. Se possibile, nella scia lasciata dai compagni che la vita ci assegnerà come gregari, per la nostra personalissima volata. Allora non sarà importante verso quale direzione correre. L’importante sarà farlo senza voltarsi. Sempre.



giovedì 24 novembre 2016

Turning point...

"Tutto comincia con uno straordinario passaggio…" – Vedendo un film di non molto tempo fa, mi capita di leggere questa frase, poco prima della scena iniziale. Lì per lì, sembra la più banale delle affermazioni. Soprattutto considerando il contesto, quello tutto sommato calcistico, in cui il suddetto film si collocava. A qualche giorno di distanza, non posso fare a meno di pensarci su, di rifletterci. Non posso, soprattutto, fare a meno di scattare un’istantanea sull’ultimo periodo della mia vita, e rendermi conto di quanto quella affermazione abbia ragionevolmente un senso.
Eppure, spesso, la gente lo sottovaluta. Ci si sofferma su un goal, sulla parte finale dell’azione. Senza magari enfatizzare il passaggio da cui esso è scaturito. Senza il quale, lo stesso non avrebbe nemmeno avuto luogo. Si tende a considerare solo la parte finale dell’azione, perdendosene così la percezione della sua interezza. Ci si abitua, insomma, ad una visuale distorta, parziale, che non aiuta certamente a venir fuori dagli spazi stretti, che la pesante marcatura della vita ci riserva. In una vita dove le scelte sono sempre più obbligate e dettate dalla necessità, vale la pena liberarsi da una simile consuetudine mentale. Smettendo di considerare soltanto il fatto, l’evento. Ma allargando la propria "visione di gioco" ai tanti, possibili assist, che in un modo o nell’altro ci vengono proposti. Molti di questi sono obiettivamente poco sfruttabili. Altri sono talmente ghiotti che possono spaventare, disorientare. Coglierci impreparati, o in posizione irregolare. A me è successo. E’ successo proprio questo. L’illusione di esser riuscito nel mio intento. Di aver finalizzato l’azione. Di aver capitalizzato l’occasione che la vita, così inaspettatamente, mi offriva. Prima di sentire un gelido fischio. Prima di scrutare una maledetta bandierina alzata. Che decretava la fine di un sogno, di una serie di progetti e di future intenzioni. Molto più di un offside.
Destino avverso o semplice incapacità di sfruttare un’occasione? Probabilmente un concorso di cause. Ma a cosa servirebbe saperlo? A che scopo? Un fardello inutile da portar con sé. L’ennesima domanda priva di risposte. Un dubbio inutile, che non occorre serbar dentro, come fosse zavorra. Nonostante tutto, non è successo niente. La partita della vita continua. Continua ancora. Continua finché gambe, cuore e polmoni reggeranno. Non si ferma su un goal annullato. Non si ferma su un fuorigioco inesistente. E non si ferma a chiedersi perché.

Del resto non si fermano nemmeno le occasioni. Quelle, magari, le perdiamo di vista. Ma ci sono, quantunque impercettibili. Ed è da esse che tutto ha inizio. E’ da esse che la svolta si può concretizzare. Credo di averne una, proprio qui. Credo che mi stiano per fare un passaggio strepitoso. Uno di quelli, per intenderci, da cui comincia tutto. O da cui si ricomincia tutto. Daccapo, perché no. Non starò lì a chiedermi come. Non perderò tempo a chiedere cosa potrà esserci dopo. O a cosa potrò perdere. Non cercherò l’azione personale. Non valuterò necessariamente la mia posizione. Non tergiverserò. Sono spalle alla porta. E tutto sta per ricominciare…


L'orlo argenteo delle nuvole...

"Il mondo ti spezza il cuore in ogni modo immaginabile, questo è garantito. Io non so come fare a spiegare questa cosa, né la pazzia che è dentro di me e dentro gli altri, ma indovinate un po'? Domenica è di nuovo il mio giorno preferito! Penso a tutto quello che gli altri hanno fatto per me e mi sento tipo... Uno molto fortunato!!!"


mercoledì 23 novembre 2016

L'uomo che mangia la sabbia...

Sedeva lì, da solo, in un angolo della galassia. Dagli altri era distante. Vuoto, senza sguardo. Comodamente insensibile, non tradiva emozioni. O quantomeno ci provava. Con gli occhi nascosti sotto un cappello, e l'espressione assente, così si presentava. Qualcuno gli passava accanto, forse per curiosità. C'era anche chi voleva restituirgli la sua stessa indifferenza. Ma, se la vista non mi aveva giocato brutti scherzi, mi era sembrato di aver visto dell'altro. Qualcuno attratto, come dalla gravità, non per schernirlo o per misurarsi. Provai ad avvicinarmi alla sua orbita, senza dare nell'occhio, per capirci di più. Non mi ero sbagliato. Proprio come pensavo, qualcun altro era lì, con l'apparente intenzione di restare. Salvo poi andare via, più o meno scappando, tra delusione e disappunto.
Ma il perché questo accadesse, non mi era dato saperlo. E intorno a me non se ne parlava affatto, se non in silenzio e lontano da sguardi indiscreti. Volevo capirne di più, indagare, sondare il terreno.
L'unico modo era parlarne con il diretto interessato. Che però era sfuggente, distante, come una nave in lontananza, o del fumo all'orizzonte. Non senza contrasti, non senza fatica, arrivai a lui. Era molto, molto più vicino di quanto non pensassi, ma ne resi conto solo dopo che fui al suo cospetto.
Un saluto familiare rompeva, finalmente, un fragoroso silenzio. C'era ancora l'ombra su di lui, ma la visuale era più chiara. Frammenti di vetro, sparsi ai suoi piedi e un mucchietto di sabbia sul tavolo, davanti a sé. Non volli indugiare, e brusco gli chiesi:
"Perché se ne vanno?"
Senza rispondere, se non con un ghigno, strinse la sabbia in un pugno, e la mangiò.
"Cosa vuol dire?" - chiesi allibito.
"Chiedono ciò che non posso dare loro. Sperano invano, poi vanno via." - rispose lui.
Non soddisfatto, provai ad incalzare:
"Ma perché la sabbia?"
"E' così che conserviamo il tempo, nelle clessidre. Anche quando andranno via, il tempo con loro sarà stato comunque prezioso, e questo è il solo modo di salvarlo e tenerlo con me. Non fa bene, inizialmente, provoca dolore, ma prima o poi si supera."
Parole prive di senso, eppure così stranamente nitide, che non riuscì a rispondere, restando in confusione. Avrei voluto fargli centinaia di domande, di cui forse custodivo già tutte le risposte.
Ma non riuscì a trovarlo, né a chiedere di lui. Benché sedesse sempre lì, da solo, in un angolo della galassia. Dagli altri era distante. Vuoto, senza sguardo. A mangiare quella sabbia, mentre era già troppo lontano.



Come back to what you know...

Forse il titolo non è casuale. Forse non riguarda soltanto ciò che ha avuto luogo negli ultimi giorni, ed il titolo dell'omonimo brano che ne ha fatto (ci ha fatto) da sottofondo. E' senz'altro un "ritorno", su questo non ho dubbi, a qualcosa che ho interrotto molto tempo fa. Qualcosa a cui, in un modo o nell'altro, potrei ancora provare a dare continuità, tracciando una sorta di linea ideale, tra ciò che è stato e quello che potrebbe venirne fuori. Ed ora come ora non ne sarebbe nemmeno la priorità. 
D'altro canto chi potrebbe stabilirle adesso? Non io, con tutta questa confusione. C'è solo voglia di dar fiato al proprio "ego", di tornare ad aprirsi, ascoltando sé stessi. Gli spazi sono pubblici e, per quanto resti "ermetico", non mi nasconderò. Giusto un cilindro, non si sa mai, per poter celar le lacrime. Lo scopo, in fondo, è terapeutico e chissà che non funzioni. Astenersi amanti dello stile e sedicenti possessori delle chiavi di lettura. Dopo anni di assenza, è tempo di tornare. Perché è giusto che il viaggio riprenda, più o meno da dove si era interrotto. Raccontando ancora vita, storie e pensieri di un alieno.