Correre, correre forte. A volte sembra la soluzione universale, per ogni cosa. Che sia a bordo della propria auto, in sella alla propria moto, a piedi, o con la fantasia, non ha importanza. Già. Pensandoci, mi viene in mente che a volte è così. Qualche esempio? Cos’è che mi viene in mente a riguardo? Beh, di sicuro, la prima associazione che mi viene da fare, si riferisce a quando c’era il problema di sbloccare una partita difficile, o addirittura rimontare: in entrambi i casi, c’era lui, Thierry Henry, che correva, correva forte, più velocemente di qualsiasi altro in campo e, portando a spasso il Carragher o il Sergio Ramos di turno, trovava la soluzione, nella maniera più magica e sorprendente possibile. Così come in alcuni momenti difficili, è stato utile correre, correre a vuoto, per non pensare, e alleviare il senso di rabbia. Correre, per andare avanti, sicuramente. E in questo caso, la direzione è ovvia, spontanea, inequivocabile. Poi, è chiaro, dipende dalle situazioni. Dal grado di rabbia e di disperazione. Perché nei casi peggiori, nemmeno conta, in fondo, verso quale direzione correre. Si seguono, indistintamente, le luci che si scrutano volta per volta. Magari anche senza sapere se esiste una soluzione. Intanto la speranza che essa ci sia, ci spinge, a correre, a correre forte. Anche in maniera inconscia talvolta. Non vedere l’ora che passi un determinato periodo, essere impazienti di volerlo a tutti costi superare… Cos’è questo, se non un voler correre, fuggire lontano? Dalla propria città, dalla propria età, da una serie di spiacevoli ricordi, da una scelta sbagliata, da sé stessi… o da tutte queste cose insieme. Il punto di fuga da cui ci si allontana non differenzia il puro oggetto del proprio “conatus”. Quello rimane tale. Correre ai ripari, in senso figurato, come si suol dire. Correre per seminare qualcuno, per superare qualcosa, per far passare l’attesa e lasciarsi il mondo alle spalle. Gli ostacoli ci saranno sempre. E nessuno sarà insormontabile. Per alcuni di essi però, varrà la pena di provare a superarli, correndo, correndo forte. Se possibile, nella scia lasciata dai compagni che la vita ci assegnerà come gregari, per la nostra personalissima volata. Allora non sarà importante verso quale direzione correre. L’importante sarà farlo senza voltarsi. Sempre.
Qualche pagina di appunti, dalla mente di un viaggiatore senza meta.
venerdì 25 novembre 2016
giovedì 24 novembre 2016
Turning point...
"Tutto comincia con uno straordinario passaggio…" – Vedendo un film di non molto tempo fa, mi capita di leggere questa frase, poco prima della scena iniziale. Lì per lì, sembra la più banale delle affermazioni. Soprattutto considerando il contesto, quello tutto sommato calcistico, in cui il suddetto film si collocava. A qualche giorno di distanza, non posso fare a meno di pensarci su, di rifletterci. Non posso, soprattutto, fare a meno di scattare un’istantanea sull’ultimo periodo della mia vita, e rendermi conto di quanto quella affermazione abbia ragionevolmente un senso.
Eppure, spesso, la gente lo sottovaluta. Ci si sofferma su un goal, sulla parte finale dell’azione. Senza magari enfatizzare il passaggio da cui esso è scaturito. Senza il quale, lo stesso non avrebbe nemmeno avuto luogo. Si tende a considerare solo la parte finale dell’azione, perdendosene così la percezione della sua interezza. Ci si abitua, insomma, ad una visuale distorta, parziale, che non aiuta certamente a venir fuori dagli spazi stretti, che la pesante marcatura della vita ci riserva. In una vita dove le scelte sono sempre più obbligate e dettate dalla necessità, vale la pena liberarsi da una simile consuetudine mentale. Smettendo di considerare soltanto il fatto, l’evento. Ma allargando la propria "visione di gioco" ai tanti, possibili assist, che in un modo o nell’altro ci vengono proposti. Molti di questi sono obiettivamente poco sfruttabili. Altri sono talmente ghiotti che possono spaventare, disorientare. Coglierci impreparati, o in posizione irregolare. A me è successo. E’ successo proprio questo. L’illusione di esser riuscito nel mio intento. Di aver finalizzato l’azione. Di aver capitalizzato l’occasione che la vita, così inaspettatamente, mi offriva. Prima di sentire un gelido fischio. Prima di scrutare una maledetta bandierina alzata. Che decretava la fine di un sogno, di una serie di progetti e di future intenzioni. Molto più di un offside.
Destino avverso o semplice incapacità di sfruttare un’occasione? Probabilmente un concorso di cause. Ma a cosa servirebbe saperlo? A che scopo? Un fardello inutile da portar con sé. L’ennesima domanda priva di risposte. Un dubbio inutile, che non occorre serbar dentro, come fosse zavorra. Nonostante tutto, non è successo niente. La partita della vita continua. Continua ancora. Continua finché gambe, cuore e polmoni reggeranno. Non si ferma su un goal annullato. Non si ferma su un fuorigioco inesistente. E non si ferma a chiedersi perché.
Del resto non si fermano nemmeno le occasioni. Quelle, magari, le perdiamo di vista. Ma ci sono, quantunque impercettibili. Ed è da esse che tutto ha inizio. E’ da esse che la svolta si può concretizzare. Credo di averne una, proprio qui. Credo che mi stiano per fare un passaggio strepitoso. Uno di quelli, per intenderci, da cui comincia tutto. O da cui si ricomincia tutto. Daccapo, perché no. Non starò lì a chiedermi come. Non perderò tempo a chiedere cosa potrà esserci dopo. O a cosa potrò perdere. Non cercherò l’azione personale. Non valuterò necessariamente la mia posizione. Non tergiverserò. Sono spalle alla porta. E tutto sta per ricominciare…
L'orlo argenteo delle nuvole...
"Il mondo ti spezza il cuore in ogni modo immaginabile, questo è garantito. Io non so come fare a spiegare questa cosa, né la pazzia che è dentro di me e dentro gli altri, ma indovinate un po'? Domenica è di nuovo il mio giorno preferito! Penso a tutto quello che gli altri hanno fatto per me e mi sento tipo... Uno molto fortunato!!!"
mercoledì 23 novembre 2016
L'uomo che mangia la sabbia...
Sedeva lì, da solo, in un angolo della galassia. Dagli altri era distante. Vuoto, senza sguardo. Comodamente insensibile, non tradiva emozioni. O quantomeno ci provava. Con gli occhi nascosti sotto un cappello, e l'espressione assente, così si presentava. Qualcuno gli passava accanto, forse per curiosità. C'era anche chi voleva restituirgli la sua stessa indifferenza. Ma, se la vista non mi aveva giocato brutti scherzi, mi era sembrato di aver visto dell'altro. Qualcuno attratto, come dalla gravità, non per schernirlo o per misurarsi. Provai ad avvicinarmi alla sua orbita, senza dare nell'occhio, per capirci di più. Non mi ero sbagliato. Proprio come pensavo, qualcun altro era lì, con l'apparente intenzione di restare. Salvo poi andare via, più o meno scappando, tra delusione e disappunto.
Ma il perché questo accadesse, non mi era dato saperlo. E intorno a me non se ne parlava affatto, se non in silenzio e lontano da sguardi indiscreti. Volevo capirne di più, indagare, sondare il terreno.
L'unico modo era parlarne con il diretto interessato. Che però era sfuggente, distante, come una nave in lontananza, o del fumo all'orizzonte. Non senza contrasti, non senza fatica, arrivai a lui. Era molto, molto più vicino di quanto non pensassi, ma ne resi conto solo dopo che fui al suo cospetto.
Un saluto familiare rompeva, finalmente, un fragoroso silenzio. C'era ancora l'ombra su di lui, ma la visuale era più chiara. Frammenti di vetro, sparsi ai suoi piedi e un mucchietto di sabbia sul tavolo, davanti a sé. Non volli indugiare, e brusco gli chiesi:
"Perché se ne vanno?"
Senza rispondere, se non con un ghigno, strinse la sabbia in un pugno, e la mangiò.
"Cosa vuol dire?" - chiesi allibito.
"Chiedono ciò che non posso dare loro. Sperano invano, poi vanno via." - rispose lui.
Non soddisfatto, provai ad incalzare:
"Ma perché la sabbia?"
"E' così che conserviamo il tempo, nelle clessidre. Anche quando andranno via, il tempo con loro sarà stato comunque prezioso, e questo è il solo modo di salvarlo e tenerlo con me. Non fa bene, inizialmente, provoca dolore, ma prima o poi si supera."
Parole prive di senso, eppure così stranamente nitide, che non riuscì a rispondere, restando in confusione. Avrei voluto fargli centinaia di domande, di cui forse custodivo già tutte le risposte.
Ma non riuscì a trovarlo, né a chiedere di lui. Benché sedesse sempre lì, da solo, in un angolo della galassia. Dagli altri era distante. Vuoto, senza sguardo. A mangiare quella sabbia, mentre era già troppo lontano.
Come back to what you know...
Forse il titolo non è casuale. Forse non riguarda soltanto ciò che ha avuto luogo negli ultimi giorni, ed il titolo dell'omonimo brano che ne ha fatto (ci ha fatto) da sottofondo. E' senz'altro un "ritorno", su questo non ho dubbi, a qualcosa che ho interrotto molto tempo fa. Qualcosa a cui, in un modo o nell'altro, potrei ancora provare a dare continuità, tracciando una sorta di linea ideale, tra ciò che è stato e quello che potrebbe venirne fuori. Ed ora come ora non ne sarebbe nemmeno la priorità.
D'altro canto chi potrebbe stabilirle adesso? Non io, con tutta questa confusione. C'è solo voglia di dar fiato al proprio "ego", di tornare ad aprirsi, ascoltando sé stessi. Gli spazi sono pubblici e, per quanto resti "ermetico", non mi nasconderò. Giusto un cilindro, non si sa mai, per poter celar le lacrime. Lo scopo, in fondo, è terapeutico e chissà che non funzioni. Astenersi amanti dello stile e sedicenti possessori delle chiavi di lettura. Dopo anni di assenza, è tempo di tornare. Perché è giusto che il viaggio riprenda, più o meno da dove si era interrotto. Raccontando ancora vita, storie e pensieri di un alieno.
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