Non è poi così raro rivolgere un pensiero al proprio passato. Non mi riferisco ad un periodo preciso. Certo, ultimamente credo di essermi concentrato maggiormente sul passato recente, enfatizzando quanto accaduto negli ultimi due anni. Ma può succedere di tornare ancora più indietro, in epoche remote, tra lampi di memorie che per anni si credevano perdute, sopite. Mi è successo, è successo proprio in questi giorni, nei miei ormai sempre più rari scampoli di tempo libero. Lo scorso fine settimana, si, esattamente. Ero alla guida della mia auto, non lontano da casa. Mi dirigevo verso il Centro Direzionale, per il mio consueto allenamento settimanale.
Quando sono a Roma, devo necessariamente arrangiarmi con gli attrezzi presenti nella "Fitness Room", messa a disposizione dall'albergo dove io ed i miei colleghi soggiorniamo. Ma il sabato, salvo necessità di straordinario o esigenze da parte del cliente, generalmente non ho scusanti, e mi reco già di buon mattino in palestra.
Dato il periodo senza dubbio "particolare" che sto attraversando, i pensieri si affollano, quasi annebbiandomi la mente. Sono quasi palpabili e, proprio come i nodi, vengono al pettine anche alla minima sollecitazione. La mia attenzione, rivolta alla strada, viene per un attimo catturata dall'immagine di un Ape Piaggio, all'occorrenza modificato in banco ortofrutticolo (tra l'altro non una scena singolare da queste parti), posto proprio sul ciglio sinistro della carreggiata.
La clientela non proprio nutrita, mi permette di scorgere il venditore (che a Roma presumibilmente chiamerebbero "er fruttarolo"): un tipo alquanto basso, tarchiato, pantaloni jeans classici che non si vedevano da 20 anni, ed un maglione in lana con improbabili trame multicolore. Lungo il tragitto, quel viso, solcato da un sorriso appena accennato, a labbra serrate che pareva posticcio, mi tornò in mente, evocandomi alcune scene relative agli anni della mia infanzia. Il ricordo è strettamente legato al periodo delle scuole elementari, ed a quello di mia madre che, per mia somma fortuna (cosa che comprendo solo a distanza di tempo), mi ci accompagnava tutti i giorni, impiegandoci giusto 5 minuti a piedi, dalla casa di mia nonna materna.
Le scene si fanno più nitide, e tutto sembra apparire più chiaro. E' passata un'eternità, eppure lo ricordo, è ancora "vivido" da qualche parte dentro di me. Mia madre accompagnava me e mio fratello (Giovanni era ancora troppo piccolo), praticamente fin dentro al cancello della scuola elementare. Non prima, però, di aver fatto tappa presso una bancarella, posta a pochi metri dall'ingresso, dove ci comprava la "merenda" che avremmo consumato a colazione. Quello si che era un momento epico! Il tizio aveva di tutto, almeno ogni cosa che avrebbe potuto solleticare la curiosità di un moccioso di 8 anni. Ora che ci penso, la maggior parte delle volte, quella bancarella rappresentava il punto di incontro con il mio miglior amico dell'epoca, Vincenzo.
Con lui c'era grandissimo feeling anche nella scelta della "merendina", che puntualmente ricadeva sulla coppia Kinder Bueno + Crackers Doriano: una combo micidiale, ed alla modica di cifra di 1000 lire sarebbe stato impossibile trovare di meglio.
Poco più avanti, c'era un camioncino di quelli molto piccoli, anch'esso allestito alla vendita, ma non di dolciumi. Era diviso in due "stand" diversi (se così si potevano definire), di cui uno dedicato ai fiori ed alle piante, mentre un altro, nettamente inferiore in quanto a dimensioni, costituito da cassette in legno, per la vendita di frutta e verdura. Il venditore era una presenza fissa, sempre con il suo sguardo "mono-espressivo", talvolta incorniciato da un cappello di lana, e sempre con questo sorriso a bocca chiusa, appena accennato.
Qualora ci fossimo trovati in buon anticipo rispetto al suono della campanella (e, dato lo stato d'ansia di mia madre, non succedeva poi così raramente), avremmo assistito alla scena in cui lui, il suddetto fruttivendolo, avrebbe dato le ultime raccomandazioni a suo figlio, prima di varcare il cancello.
Un bambino grassoccio, bassino, con un enorme massa di capelli ricci, visibilmente somigliante a suo padre, stessa espressione. Si, me lo ricordo perfettamente. Eravamo nella stessa classe, alle elementari. Si chiamava Luigi Sorrentino, persino il nome mi sovviene ora.
Non so se fosse per la sua attitudine al ritardo, ma ricordo che Luigi entrava in aula sempre senza il grembiule, con questi suoi pantaloni in jeans "a collo alto", ben stretti in vita.
Se ne stava quasi tutto il tempo per i fatti suoi, ma non era altezzoso, né tantomeno antipatico.
La sua timidezza, incredibile ma vero, superava di gran lunga anche la mia, ma non per questo non lo si poteva definire un bambino gentile. Suo malgrado, faceva grande difficoltà nell'apprendimento.
Quando le maestre lo chiamavano per leggere, anche solo tre righe di Gianni Rodari, la faccenda poteva impiegare anche una quarantina di minuti buoni, nella quasi incredulità generale. Non parliamo poi di cosa succedeva durante il dettato (avesse mai azzeccato una parola con la doppia, una!), o delle efferatezze che riusciva, seppur involontariamente, a commettere durante la divisione in sillabe.
Nonostante questo, già a quell'epoca sembrava completamente consapevole del fatto che con la scuola e con lo studio in generale non avrebbe mai avuto un buon rapporto. Lo accettava, serenamente, ed io, che già durante gli anni delle elementari, venivo spronato e motivato da mio padre, non riuscivo a spiegarmi il motivo. Sapevo che, a lungo andare, le scuole sarebbero state sempre più complicate, e che non sarebbe stato semplice, specialmente per un bambino, distaccarsi dall'età dei giochi e della spensieratezza, per far spazio a tabelline, paginette da riempire, coniugazioni, compiti a casa e verifiche in classe.
Ma a lui, in fondo, di questo non importava nulla. E la serenità che mostrava sul suo volto, occhi piccoli e sorriso appena accennato, a labbra serrate, la diceva lunga.
Qualcosa che avrei capito io stesso, sebbene a distanza di anni. E, probabilmente, non aveva poi tutti i torti. Potrebbe aver vissuto la sua infanzia in maniera diversa, magari senza troppe pressioni.
Oppure potrebbe aver dovuto subire la decisione "dall'alto", il volere dei suoi genitori, quasi un obbligo, di limitarsi a fare mera presenza (parliamo di scuola dell'obbligo, in effetti), ma di fatto senza nulla a pretendere. Questo non lo saprò mai. Ma, dopo averne perso le tracce, almeno so, a distanza di oltre vent'anni, quale sia sempre stata la sua vocazione.
Ci pensai durante il tragitto per rientrare a casa, dopo essermi allenato in palestra. Volevo assolutamente soddisfare la mia curiosità e sciogliere ogni riserva. L'Ape Piaggio era ancora lì, stavolta c'erano più clienti, eravamo a ridosso dell'ora di pranzo.
Riuscì a trovare un posto dove accostare l'auto, e pur non dovendo comprare nulla, mi avvicinai.
Gestiva contemporaneamente più clienti alla volta, ma questo non gli impedì di venirmi incontro, chiedendomi, a modo suo, di cosa avessi bisogno. Per un attimo lo fissai, notando l'incredibile somiglianza con il fruttivendolo che incontravo tutte le mattine, quando mia madre mi accompagnava a scuola. Non sapendo cosa dire, e trovandomi quasi in imbarazzo, chiesi giusto un chilo di mele "annurche". Che poi nemmeno mi piacciono le mele "annurche", ma fu la prima cosa che mi saltò in mente. Senza dire niente, si mise all'opera e mi servì, chiedendomi se mi servisse altro. Ovviamente in dialetto, ed anche al limite della comprensibilità.
"Basta così" - risposi io, prima di pagare la frutta, finendo di osservarlo. Non avevo più dubbi. I cassetti della mia memoria si erano aperti del tutto, e le immagini sbiadite iniziavano a sovrapporsi perfettamente con ciò a cui stavo assistendo. Nemmeno i segni del tempo mi impedirono di far mente locale, e di riconoscerne la figura. Poi, prima di andare via:
"Ah scusami, una curiosità... Ti chiami Luigi?"
"Si, Giggino, si. Perché?" - fece lui, che aveva ormai preso del tutto le sembianze di suo padre.
"No, niente... Grazie mille, arrivederci."
In quel momento non me la sentì di affrontare il discorso, o di dare spiegazioni. Avrei potuto chiedergli che fine avesse fatto in tutti quegli anni, di come aveva affrontato gli anni successivi alle scuole elementari, del perché avesse scelto già da bambino di seguire le orme del padre, e tutto il resto. Ma ciò che avevo visto, le sue risposte, e quel viso mono-espressivo, furono sufficienti.
Luigi Sorrentino era esattamente dove avrebbe voluto essere. E non c'era altro da sapere per me.

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