giovedì 30 novembre 2017

La Teoria del Sognatore...

Avete mai provato, almeno in un'occasione, a forzare il vostro carattere, smussandone i lati più spigolosi, cercando di cambiare (magari in parte, ma comunque in maniera significativa) voi stessi? Io sì, per quanto mi riguarda, ammetto di averci provato tempo fa. Attenzione, però. Non parlo della flessibilità o della capacità di sapersi adattare alle situazioni. Mi riferisco ad un radicale cambiamento del proprio modo di fare, di essere, di pensare… Sì, io ci ho provato, dico davvero. E' stato durante la delicatissima fase della adolescenza, una fase che sicuramente tende a lasciare il segno, un po' nella vita di tutti. Ed in tutta onestà, a distanza di qualche annetto (per essere buoni) non pare abbia ottenuto il benché minimo risultato. Ad oggi, e con una discreta dose di convinzione, sembra evidente che tale tipo di cambiamento sia del tutto fuori dalla mia portata.

Eppure vi confesso che, per una volta, specialmente in quella particolare fase, mi sarebbe piaciuto provare a cambiare carattere, modo di essere, di rapportarmi con le persone (ovviamente riuscendoci) per vedere come poi sarebbe cambiata la mia vita, di conseguenza. "Per vedere di nascosto l'effetto che fa", come avrebbe detto Jannacci. Ed in effetti, sì, la curiosità è rimasta forte in questo senso. Parecchio. Anche perché sono sempre stato portato a pensare (forse errando, non lo nego) che il cambiamento avrebbe potuto "migliorare" le cose o, quantomeno, migliorare la mia capacità di reagire ad imprevisti e/o situazioni spiacevoli a cui, un diverso modo di porsi, in generale, non darebbe il minimo peso.

A fronte di tutte le esperienze che, nel tempo, mi hanno temprato, rendendomi in pratica ciò che sono oggi, è sempre più subentrata una matura e serena accettazione di tutto quello che riguarda la mia indole. E questo vale nonostante le migliaia di difetti che mi caratterizzano. Si nota la mia spiccata vena di ottimismo, vero?

Ci metto anche la fortuna di aver ricevuto una solida educazione (merito, questo, dei miei genitori). Ma, essendo sempre stato abituato a mettermi in discussione in primis, non nascondo che ci sia stato un periodo della mia vita, durante il quale ho dubitato parecchio su me stesso e sul mio modo di pormi (specialmente nelle relazioni interpersonali). Ed in passato la cosa mi ha fatto star abbastanza male. Ora, per quanto ad oggi il problema non si ponga, non so se sia stato giusto o sbagliato. Come molti mi hanno detto, un criterio oggettivo per stabilirlo non esiste. E, con il senno di poi, mi trovo abbastanza d'accordo. Quello che so è che, di sicuro, non sarei riuscito a cambiare granché, nemmeno volendo. Oggi ne ho piena evidenza. C'è poco da fare, ed è comunque un argomento già ampiamente affrontato. Va anche bene così. Alla fine sono quasi giunto all'idea che l’essere fatto in una maniera, piuttosto che in un’altra, sia una questione “genetica”.

Qualcosa di impossibile da predeterminare. Mi è sempre piaciuta, in tal senso, la distinzione tra "Uomini d'Amore" e "Uomini di Libertà", evidenziata dal grande De Crescenzo, nel suo intramontabile "Così parlò Bellavista". Ciononostante, io che ho sempre voluto personalizzare ogni cosa, sono andato oltre (forse perché non in grado di collocarmi in una, piuttosto che nell'altra categoria), ed ho ipotizzato una diversa differenziazione. Magari più banale, lo so. Ma che ritengo un tantino più efficace.

Pertanto, secondo me, il genere umano può essere, grosso modo, divisibile in due gruppi. Il primo è formato da quelli che definirei "Razionalisti": persone che scrutano ed analizzano il mondo con occhio critico e attento, senza fidarsi mai delle apparenze, riuscendo, nel 99% dei casi ad arrivare ad una verità oggettiva. Per esclusione (e forse per sfortuna) io appartengo al secondo gruppo, opposto al precedente: quello dei "Sognatori".

Noi Sognatori non potremo mai competere con i Razionalisti. Loro vivono sicuramente meglio di noi, riuscendo sempre a fare ordine nella loro vita e, volendo, potrebbero viverne un’altra, parallela, gestendo molteplici situazioni, convincendo le persone che vi ruotano intorno; vestono perfino meglio di noi e, in quanto a intelligenza pura, sono talmente brillanti che ci separa un abisso. L'ordine che li caratterizza è impeccabile. Noi Sognatori possiamo solo cercare di imitarli, ma ci risulterà quasi sempre impossibile. Ogni tentativo resterà goffo ed effimero. Non ci possiamo permettere una doppia vita, quella reale è già abbastanza incasinata (mi sono appena ricordato di dover preparare il bagaglio per domani). Il caos rappresenta il nostro ordine, e non soltanto dal punto di vista mentale (avete visto un paio di calzini blu?)

Allora sapete cosa facciamo? Proiettiamo la nostra vita reale in una dimensione migliore, fatta di sogni, costellata di speranze, progetti apparentemente più grandi di noi. Viviamo parte della nostra giornata, con la testa immersa tra le nuvole. Se ci va bene, l'atra parte della giornata la dedichiamo a qualcosa di diverso, che non sia il cercare un paio di calzini. Il Razionalista è consapevole dei rischi che potrebbe eventualmente correre, interfacciandosi con gli altri; non ha nulla da perdere. Può persino mettere in preventivo il grado di "convenienza" di un qualsivoglia rapporto, e non teme la perdita di affetti. Una vita migliore, quella reale, sarà sempre lì ad attenderlo. Quindi, passando al vaglio le circostanze in cui si troverà coinvolto (per sua libera scelta) e le persone che incontrerà, di cui ne ascolterà le voci, di cui ne incrocerà gli sguardi, o di cui ne leggerà i messaggi, potrà scegliere di chi fidarsi; alla fine, il Razionalista arriverà sempre ad una verità oggettiva: “le parole, se non seguite dai fatti, resteranno tali”.

Noi Sognatori mettiamo in gioco la nostra vera vita. Che poi alla fine è pure l'unica che abbiamo (per fortuna). Abbiamo tutto da perdere, ma non ci importa, perché siamo incoscienti. Saremo dietro alle persone a cui vogliamo bene. Sappiamo che ci sarà chi non si fida, chi ci guarderà sempre con sospetto, ma preferiamo credere il contrario, credere nel buono, talvolta illudendoci. E non cerchiamo approvazione. Nonostante tutto, non lo faremo mai.

Sapete, io sono un Sognatore, uno dei più incalliti. Per me, persino dietro un messaggio, una semplicissima stringa di caratteri, ci sarà sempre un’anima con dei sentimenti, sensazioni, paure, di cui riesco quasi ad immaginare un volto, una figura in base a ciò che, di riflesso, sento a mia volta. Giustamente si potrebbe pensare che sia poco per poter provare una tale sensazione e per potervi attribuire tale importanza. Si potrebbe facilmente pensare che sia “irreale” (almeno inizialmente) e che non valga la pena illudersi, per questo. Ma a noi Sognatori questo basta. E' un valore inestimabile, che chi Sognatore non è, non coglierà mai. E vorremmo sempre tenercelo stretto. Il rischio di restarne delusi, finendo per soffrirne in silenzio, tornando con i piedi per terra, resterà concreto. Giusto il tempo di asciugare le lacrime e di raccogliere i pezzi di cuore dal pavimento, però. Perché presto o tardi, ricominceremo a sognare.


giovedì 23 novembre 2017

Time of Your Life... (Happy Birthday to You!!!)

Si, è vero. A differenza di quanto facevo inizialmente, mi ritrovo ad aggiornare questo "spazio" soprattutto nel fine settimana. Il più delle volte, questo accade tra sabato e domenica mattina o, al massimo, nel pomeriggio. Questo perché, in linea di massima, mi riesce più facile scrivere quando ho del tempo a disposizione, senza fretta o pressioni esterne. Senza contare il fatto di essere "materialmente" lontano da casa, e dal mio computer, tramite il quale riesco a dare libero sfogo a tutto quello che mi passa per la testa.

Quando sono qui, a Roma, trascorro la maggior parte della mia giornata in ufficio. Ma di questo ne avrò già abbondantemente parlato (o scritto) in uno degli ultimi post, tra quelli più recenti. Inutile ribadirlo, insomma. 

Tra un allenamento in palestra ed una possibile uscita tra colleghi, con annessa cena di rito (mi sa che sempre più spesso opteremo per il Cinema), ho comunque potuto constatare che ci sia ancora del tempo da poter dedicare a me stesso, e con questo intendo alla possibilità di aggiornare il blog. Sebbene non sembri necessariamente che sia così, sappiate che le due cose possono coincidere.

In fondo, è sempre stato così: che si trattasse di lasciare una dedica sulla Smemoranda di qualche compagno di classe al Liceo, o di scrivere un Match Report sul primissimo sito web di "Arsenal Italia Blog", ho sempre svolto questa attività per il mio benessere, e ancora oggi riesco a trarne beneficio. Con il tempo, e con tutto ciò che con esso è accaduto nella mia vita, ne avevo perso di vista gli effetti terapeutici, ne avevo sottovalutato l'importanza. Salvo poi ricredermi, fino a riprendere da dove avevo lasciato. Più o meno.

Magari avrei potuto aspettare sabato prossimo, al mio rientro a casa, per buttar giù qualche riga, ed aggiornare il mio diario. Invece no, non stavolta. Non me lo sarei potuto permettere. Non avrei mai voluto tardare, nemmeno di un solo giorno, per tornare a scrivere, come faccio già da un po' di tempo a questa parte. Magari non avrò il mio computer, ma il pc portatile che uso per lavoro andrà bene ugualmente. Ecco, trovato l'escamotage.

Ed ecco trovato anche lo spunto per introdurre l'argomento (a volte basta veramente poco per sbloccarsi). Si, lo so che spesso tendo a dilungarmi, partendo per la tangente. Non c'è bisogno di sottolinearlo. Sono perfettamente consapevole di non avere il dono della sintesi. Purtroppo o per fortuna.

Così come, alla stessa maniera, sono consapevole che la mia memoria, di tanto in tanto, tenda a perdere qualche colpo. 
Sarà in parte per la testaccia che mi ritrovo, in parte per gli impegni che si accumulano, e per la pressione che inevitabilmente ne consegue, ma, lo devo ammettere, spesso mi capita di registrare qualche passaggio a vuoto. Potremmo definirli piccoli vuoti di memoria. Non parlo di memoria "visiva", almeno: quella sembra ancora piuttosto efficiente, non posso proprio lamentarmi. Anzi.
Mi riferivo in particolare a "fatti", momenti, episodi, situazioni in senso stretto. Mi rendo conto che in alcuni casi, mi perda proprio i pezzi, faticando a ricostruire ed a ricordare.

Tanto per fare un esempio, così su due piedi, verrebbe da chiedermi se, approfittando di questo mio spazio personale, abbia già parlato delle vicende legate al mio compleanno e del modo in cui l'abbia sempre vissuto. Probabilmente, ne avrò già raccontato qualcosa in uno dei post più vecchi, magari introducendo l'argomento in maniera ermetica, o partendo da tutt'altro discorso. Mi sorge il dubbio. Potrei aver già scritto da qualche parte di essere nato il giorno 1 di Agosto del lontano 1983, in pieno periodo estivo. Non ricordo di aver scritto di quanto fosse strano il non avere mai avuto la possibilità di fare una festicciola in classe, con i propri compagni alle scuole elementari.

Potrebbe essermi passato di mente, ma non mi pare di aver raccontato di come, da adolescente, trascorressi il giorno del mio compleanno praticamente in "villeggiatura", con gli zii (il mio padrino Carmine, e zia Rita) che mi portavano con loro in Calabria, al mare, ospitandomi generosamente ogni anno, per ben sette anni, onorando ogni volta il primo di Agosto, con una "sontuosa" Torta Romantica dell'Algida (forse uscita fuori produzione già da qualche decennio), rigorosamente da dividere in quattro spicchi, rischiando una tremenda colite notturna, senz'altro in linea con il mood, già di per sé piuttosto nostalgico. E potrei non aver mai avuto l'occasione di raccontare della mia unica vera festa di compleanno (in effetti, l'unica di cui mi sarei potuto ricordare, escludendo quelle di quando portavo ancora il pannolino), la festa per eccellenza, quella dei fantomatici 18 anni, quella importante, da celebrare in bello stile, con tanto di locale "chic", brindisi a bordo-piscina, comprensiva di amici di classe, amici di infanzia, orologi Bulova, musica in filodiffusione, parenti e cugini, vicini e lontani. Un evento unico, mi dicevano, nella vita di ciascun individuo, con una priorità ed un'aura di sacralità talmente forte, da averlo posticipato ad Ottobre, in occasione del mio Onomastico. Bene, ma non benissimo.

E' possibile che ne abbia già parlato in precedenza, che ne abbia accennato qualcosa. Se così non fosse, ben venga questo rapido e striminzito "recap", che almeno a qualcosa servirebbe.
E comunque non è questo il punto. Perché, in fondo, magari starò perdendo colpi, ed è evidente quanto abbia, nel tempo, perduto la concezione del mio compleanno come evento da festeggiare nel vero senso del termine. Ma a dispetto di tutto questo, non ho certo perduto il senso della "ricorrenza", e dell'importanza soggettiva che da questa ne deriva.

Ecco perché la data di oggi non è casuale. Rappresenta il nuovo inizio, in particolare il "mio" nuovo inizio. Dopo un anno esatto, sono ancora "qui", a scrivere su queste pagine, a raccontare il mio tempo, la mia vita, i miei pensieri, a rivelare i miei sogni e, con essi, le mie paure.
Da quella sera del 23 Novembre del 2016, da quando, dietro suggerimento di una persona stimata, ho ripreso un'abitudine che credevo ormai del tutto sopita, è già trascorso un intero anno, durante il quale ne sono successe davvero tante, e durante il quale mi piace pensare di non essere stato da solo. Di aver condiviso, seppur in maniera particolare, molto più di quanto avrei mai immaginato. Un primo anno di attività, che soltanto per questo merita di essere ricordato, sottolineato, con tanto di evidenziatore. Un evento che resterà tale, senza preoccuparsi di chi ci sarà, di chi avrà altro da fare o di chi sarà già andato via, irrimediabilmente.

Non so ancora fin quando continuerò a scrivere, fin quando continuerò ad aggiornare questo spazio. Questo stesso post potrebbe essere l'ultimo, non c'è nulla di programmato, chi può dirlo? Al momento, praticamente nessuno.

Ma una cosa la so per certa, e questo prescinde anche dalle mie non brillantissime facoltà mnemoniche: fino a quando avrò modo di stare qui, di scrivere o, meglio, di trascrivere ciò che sento e ciò che ho dentro, lo farò sempre in maniera libera, spontanea e senza filtri.
Con la presunzione di trovare qualcuno interessato a leggerne gli stralci, con la passione sempre accesa per il confronto, con la speranza di crescere, diventando più maturo, senza per questo nuocere al mio lato di "ragazzino" ingenuo, senza mai perdere la fiducia, facendo il massimo per riuscire a far passare il messaggio. Sia esso improntato sul modo in cui mi troverò ad affrontare una determinata situazione, piuttosto che basato sulla descrizione di una o più mete, tra quelle che intendo raggiungere durante i miei futuri viaggi, non farà alcuna differenza.

Basterà solo che arrivi a destinazione, nella maniera più semplice e diretta possibile. Un po' come questo post. Che vuole essere un augurio, di Buon Compleanno, a tutto l'insieme ed a chi, da un anno a questa parte, si troverà in un modo o nell'altro, a curiosare tra queste pagine. Dove si raccontano la vita, la storia e i pensieri di un Alieno.




domenica 19 novembre 2017

Come Clean...

Ho imparato, sulla mia pelle, che le scelte facciano cosi tanto parte della nostra vita, da poterla determinare, fino al punto di modificarne (nel bene o nel male) completamente il corso. E a volte non importa in che modo lo facciano, perché lo fanno, inesorabilmente, senza che ce ne rendiamo conto. Certo, se dipendesse dall’entità delle scelte, capirlo o solo intuirlo sarebbe più facile. Perché spesso, il più delle volte insomma, ci sembra che tutto sia determinato da quelle scelte enormi. 

Quelle grandi, smisurate come montagne, importanti al punto da far tremare le gambe. Che già nel momento stesso in cui si pongono dinanzi a noi, sembra già sia cambiato qualcosa. Sembra… anche se poi non è così. Non sempre, almeno. Non vanno mai dimenticate infatti quelle scelte piccolissime, impercettibili, letteralmente invisibili. Sono tanto apparentemente insignificanti, che le prendiamo senza accorgercene. In un secondo momento, magari ce ne accorgiamo, Ma solo dopo. Quando sembra sia troppo tardi. O quando magari la nostra vita comincia a cambiare in meglio, e non sappiamo ancora a chi attribuirne il merito. Qualcosa di importante e di meraviglioso si staglia di fronte alla nostra vita, ed ecco che saltano fuori i come, i quando, e i perché. Poi ci si ferma, ci si calma. Iniziamo a pensare e a cercare di ricordare. A riflettere, facendo mente locale. Escludiamo i Santi, troppo impegnati (giustamente) altrove. Eliminiamo a priori i miracoli (non siamo certamente noi a meritarceli). E allora? Non ci viene in mente null’altro? Come volevasi dimostrare, quindi. Piccole, impercettibili scelte.

Difficilmente ci ricorderemo come e quando le abbiamo affrontate, o intraprese, ma sapremo che la nostra vita si sarà poi mossa in relazione a tali decisioni prese quasi inconsciamente. Pertanto a nulla varrà la “spinta” proveniente da tutte quelle decisioni imbarazzanti, solenni o difficili da prendere. Non sarà necessariamente la scelta della facoltà a influenzare con stabilità il proprio futuro. La decisione o meno di consegnare un documento agli addetti alla burocrazia, di presentare una candidatura ad una certa offerta di lavoro, non cambierà più di tanto. 

La scelta del ristorante in cui festeggiare il proprio Matrimonio, la propria Laurea, per dire, sarà pure importante, ma fino a che punto? E vogliamo parlare della scelta in merito alla propria ideologia politica? Ai giorni nostri poi? Oh no, da scartare completamente. Pensiamoci meglio, va. Ci dev’essere qualcos’altro. Si che c’è. Poi ce ne accorgiamo, con effetto ritardato. Ben altre sono le scelte che facciamo e che si ripercuotono poi significativamente su di noi. 

Scegliere di alzarsi, piuttosto che rimanere a letto. Può sembrare un’inezia, ma può influenzare il nostro modo di comportarci, di affrontare gli ostacoli, e ci abitua al sacrificio. Scegliere di fidarsi delle persone, per poi trovarsele, al proprio fianco, e non rimanere soli. Scegliere di seguire il cuore nelle situazioni che ci si presentano, anche a costo di soffrirne; scegliere di farsi in quattro per un amico, senza pensare al fatto che possa, o meno, sdebitarsi in egual misura; scegliere di mettersi in discussione in prima persona, senza giudicare gli altri; scegliere di non fare gli sbagli che fanno gli altri, temendo il rischio di sembrare meno interessante o popolare agli occhi delle persone; scegliere di essere sé stessi, nonostante sia talvolta una cosa difficile da accettare, senza tendere a voler essere qualcun altro; scegliere di essere “veri”, senza nascondersi dietro ciò che non si è, senza filtri, facendo il proprio dovere, con correttezza e lealtà, per venirne sempre fuori puliti. 

Tutto questo ci determina veramente, ed influirà su ciò che saremo poi. Piccole o grandi che siano, le scelte implicano e comporteranno sempre delle conseguenze che andranno ad influire su quello che sarà di noi. E non importa perché, come e quando lo facciano. Perché intanto lo fanno, sebbene non sia semplicissimo rendersene conto all’inizio. Ogni scelta ha sempre delle conseguenze. 

C’è poco da fare. Si è liberi di scegliere ma nello stesso tempo, ironia della sorte, si è obbligati ad accettarne le conseguenze. Buffo, vero? Conseguenze che possono essere dure come sentenze a volte, ma che vanno accettate completamente, senza differenze. Bisogna prendere tutto il pacchetto. Anche quando magari non risulta di nostro gradimento. Lo sa bene chi sceglie (anche inconsapevolmente) di estromettere una persona dalla propria vita. Sia che lo faccia di sua volontà, con una scelta ben determinata, sia che lo faccia perché non si capacita a scegliere, credendo di poter rimanere in eterno in bilico, con la propria indecisione. Credendo. Perché poi non sarà sempre così. 

L’indecisione lo lascerà privo di quella persona, e con solo un mucchio di polvere nel vento. Penserà che avrebbe dovuto scegliere. Scegliere diversamente. Eh si… Perché in effetti gli esseri umani sono proprio strani. Apprezzano ciò che hanno, solo dopo averlo perso.


martedì 14 novembre 2017

The Chronicles of a Best Man...

Ho sempre pensato che, nell'arco della mia vita, mi sarebbe potuta capitare prima o poi l'opportunità di fare il "Testimone di nozze". Crescendo in una famiglia (e intendo la famiglia in senso allargato) con un retaggio fortemente legato al matrimonio ed a tutto ciò che ne deriva, non nascondo di essermi fin da sempre immaginato a ricoprire questo ruolo, oltre a quello più scontato (e non se ne comprende il motivo) dello sposo. Da ragazzino, ai tempi delle Scuole Superiori, delle amicizie quotidiane nate per le strade del Rione, o sul campetto di cemento di fronte alla casa di mia nonna, ricordo di aver discusso per qualche tempo di questo argomento, in un raro momento di serietà e di introspezione, con uno dei miei migliori amici di allora, con il quale si era persino arrivati ad ipotizzare la possibilità che un giorno, se e quando uno dei due si fosse sposato, saremmo stati l'uno il testimone dell'altro.

Inutile dire che la cosa sia rimasta ferma allo stato dell'ipotesi. Nel corso degli anni successivi, poco più che ventenne, Antonio ha trovato lavoro in quel di Milano, trasferendosi a Novara, ed ora la sua vita, dopo oltre 10 anni, è tutta concentrata lì. Si è anche sposato nel frattempo, optando di fare qui a Napoli la cerimonia in bello stile con tutti i suoi parenti. Non ho scordato l'amicizia forte che ci ha legato fin da quando eravamo ragazzini quindicenni, ed ho avuto piacere a partecipare al suo matrimonio. Ma l'ho fatto da semplice invitato, e non come entrambi avevamo "progettato" soltanto in maniera ipotetica, anni fa. Non mi sorprese il fatto che la scelta di quel ruolo, così importante, fosse ricaduta sul suo unico fratello minore, Francesco. Nettamente più giusto così. Ci mancherebbe.

Lo ammetto: dopo la fine della mia relazione più lunga, non dico di aver messo da parte tutte le mie idee sulla famiglia, il matrimonio, una relazione stabile e sulla possibilità di fare da testimone di nozze. Forse l'avevo soltanto messo in secondo piano, come un pensiero da tirare fuori all'occorrenza, quando e qualora si fosse presentato il momento giusto. Era semplicemente fermo lì, da qualche parte, in attesa. Nessun desiderio era (ancora) naufragato.

Come spesso accade (ma questo vale in generale, non soltanto per quanto concerne la mia esperienza personale), le occasioni non tardano a palesarsi, ed a volte il "karma" (o chi per esso) pare proprio divertirsi a farle capitare nella maniera più stramba e irriverente possibile. Alla faccia nostra.

Voglio dire, come ho già avuto modo di scrivere in passato, io ho due fratelli, il più giovane dei quali, Giovanni, è impegnato in una relazione meravigliosa da circa 10 anni, che a breve (si spera) dovrebbe concretizzarsi nel matrimonio. Senza voler sminuire le chance di mio fratello Salvatore, sarebbe facile pensare che possa essere scelto come sue testimone. Decisione sacrosanta, incontestabile, proprio come quella di Antonio, qualche anno fa. Ma evidentemente, una simile eventualità sarebbe stata troppo lineare, banale, prevedibile. Addirittura scontata, sotto certi aspetti.
Avrebbe mai potuto, il Dio del Caos (sempre che esista), riservarmi qualcosa di così piatto e "normale"?

A quanto pare, la risposta è "no". Semplicemente perché, magari da un lato avrei potuto facilmente realizzare la mia aspirazione di fare da testimone di nozze di qualcuno, ma dall'altro mai avrei potuto prevedere che questo "qualcuno" sarebbe stato il fidanzato di mia cugina Lisa.

Nulla di strano, penserete. Già. In effetti non c'è proprio nulla di strano o di trascendentale. Se non fosse che sto parlando di un ragazzo americano, proveniente da Nampa, Idaho (U.S.A.), nato a Sacramento, California (U.S.A.) di origini russe, membro dei Marines della U.S. NAVY, addetto alla sicurezza in missione qui in una base di Napoli, probabilmente lo penserei anche io.
Quando l'ho conosciuto, a Febbraio del 2015, mi trovavo a Firenze per trascorrere il giorno di S.Valentino. Per una assurda coincidenza (chissà quanto coincidenza) mia cugina era lì, con il suo fidanzato, per lo stesso motivo. Tramite Facebook (ed i miei aggiornamenti di stato) aveva capito che entrambi fossimo nella stessa città, e non esitò a contattarmi telefonicamente, emozionata per la possibilità di presentarmi il ragazzo che le aveva sconvolto la vita, facendole cambiare idea sull'amore, e tutto il resto.

Non ho mai capito quanto potesse aver inciso il fatto che fossi l'unico della famiglia di mia cugina a capirlo ed a potergli parlare in inglese (grazie mille, British Institutes! grazie mille Serie TV in lingua originale con i sottotitoli!), ma so per certo che quella sera di quasi tre anni fa, si stabilì un legame, capace di far venire fuori la compatibilità dei nostri caratteri. Seppur lentamente, avevamo messo le basi per costruire una solida amicizia, capace di consolidarsi nel tempo, un weekend dopo l'altro.

In tutto questo, Lisa sembrava ancor più entusiasta: Slavic (così si chiama) avrebbe avuto una persona con cui poter comunicare liberamente, un punto di riferimento per potersi adattare più facilmente ad una realtà così diversa dalla sua, e forse avrebbe sentito di meno la nostalgia di casa.
Devo ammettere che in questo il mio ruolo è stato abbastanza semplice. Ho fatto davvero ben poco, considerando la sua maturità (nonostante abbia quasi 10 anni in meno a me), il suo senso del dovere ed il suo spirito di adattamento. La cosa mi riempiva d'orgoglio, inutile dirlo.

E, per quanto lo ritenessi altamente improbabile, la nostra amicizia ha continuato ad andare avanti, con la stessa intensità, sfociando nella sua richiesta di fargli da testimone, o, come dicono dalle sue parti, di essere il suo "Best Man". Non ho esitato nemmeno per un istante, naturalmente.
E ieri, 13 Novembre 2017, sono riuscito a realizzare questa mia aspettativa, per la prima volta.
Si, magari non sarò stato sempre all'altezza della situazione. Ho cercato di non eccedere troppo nel vestiario, ed a conti fatti, sono contento di aver optato per la semplicità.

Non mi è stato commissionato alcun discorso di circostanza (in genere rientra nei compiti di un "Best Man" come si deve), ma a dispetto di questo, ho avuto la responsabilità di provvedere alle fedi nuziali (insieme al testimone della Sposa) e di accompagnare sia all'andata, che al ritorno, i parenti dello Sposo, tra cui sua madre ed uno dei suoi fratelli, Dimitri (gli unici con cui potessi comunicare in inglese), sua zia, sua cugina e sua nonna (provenienti dalla Siberia e, no, non sono sarcastico).
Ovviamente ho rischiato di tardare clamorosamente, per via del traffico del centro città (classico nelle giornate di pioggia), ma nonostante i possibili impedimenti, sono riuscito a portare a termine il mio compito. Beccandomi persino i complimenti della signora Yezersky per il mio inglese, e per i miei modi educati (lo ha detto lei, eh?).

Russi di origine ucraina, abitanti delle fredde regioni della Siberia, californiani emigrati nel "northwest": gli interni della mia Ford Fiesta non avevano mai visto così tante culture in una sola volta. Roba da non credere. 

Tra la cerimonia in chiesa, con l'Atto da firmare dinanzi al parroco, e quella svoltasi poco più tardi, al Ristorante, direi che sia stato tutto perfetto, dall'inizio alla fine.
Il buon cibo, la goliardia, le danze, lo sguardo realmente felice di mia cugina Lisa, e vederla coronare il suo sogno, che per diversi anni aveva segregato. Non mancava davvero niente a quella scena.
A pensarci bene, tutto quel nervosismo dei giorni scorsi, appare adesso totalmente ingiustificato.
Non dico che l'intera giornata sia stata assolutamente priva di stress. Anzi.
Ma a fronte di quanto vissuto, e dell'esperienza fatta, posso tranquillamente affermare che ne sia valsa la pena, in tutto e per tutto. 

E' stata la mia prima esperienza in questo senso, e non so se mi ricapiterà in futuro. Non lo escludo, per quanto scritto prima, in relazione alla mia situazione familiare, i miei fratelli, ecc. ecc.
Del resto, ho sempre pensato che, nell'arco della mia vita, mi sarebbe potuta capitare prima o poi l'opportunità di fare il "Testimone di nozze". Beh, certo, magari non nelle stesse circostanze descritte fin qui. Ma, ci tenevo talmente tanto, che, alla fine, importa davvero poco. Perché, nonostante tutte quelle stesse imprevedibili circostanze, è stata una giornata indimenticabile. Proprio come avevo immaginato.









domenica 12 novembre 2017

November Rain...

E' stata una settimana piuttosto dura. Non è raro quando si è in prossimità della chiusura di un collaudo (uno dei tanti da qui a Febbraio, almeno). Ancora una volta, però, ho fatto del mio meglio per gestire il tempo che avevo a disposizione. Tempo che, di fatto, non è stato così abbondante come in altre occasioni. A cominciare già dallo scorso lunedì, con Roma letteralmente paralizzata dal traffico: solo uno dei possibili effetti delle lunghe e copiose piogge che continuano a sferzare la città da giorni e giorni. Senza contare lo sciopero generale dei trasporti di venerdì, che ci ha regalato un'ora e poco più di ritardo, giusto in tempo per il nostro rientro a Napoli. Naturalmente sotto la pioggia. Avevo dimenticato quanto l'umidità potesse incidere materialmente sul clima.

Lo sbalzo di temperatura è stato notevole, forse più per quanto riguarda le percepite. 
Si, lo so, in fondo siamo a Novembre inoltrato, e non dovrei lamentarmi troppo, tutto sommato.
E, pur passando periodicamente dal clima sub-tropicale dell'ufficio, ai 12 gradi (con annessa umidità) dell'esterno, posso ritenermi fortunato a non aver beccato febbre, influenza, varie ed eventuali.

Non posso permettermi di ammalarmi, considerando l'impegno di lunedì prossimo, fatidico giorno per mia cugina Annalisa che convolerà a giuste nozze con il suo fidanzato americano. Ah, proprio quest'ultimo, a proposito, ha scelto me come suo testimone di nozze. Una bella responsabilità, che mi onora non poco. Soprattutto conoscendo il valore "anglosassone" di tale ruolo. E' la prima volta che mi succede, e provo un bel po' di sentimenti misti.

Soprattutto orgoglio, ma non nascondo di essere un tantino nervoso. Avete presente quella sensazione che si prova quando si è impreparati? O quando si teme (anche in maniera ingiustificata) di non essere all'altezza della situazione o delle aspettative altrui? Ecco, diciamo che più o meno siamo lì.
Succede a periodi, non si tratta di una condizione cronica. Alti e bassi, all'ordine del giorno.

Ci sono volte in cui ho meno preoccupazioni per il futuro. Meno pensieri che mi frullano per la testa.
Di solito riesco ad essere più positivo, spensierato, ottimista in generale. Suppongo sia uno dei tanti riflessi della mia età, della mia educazione, del contesto in cui sono cresciuto.

Che si tratti di una giornata dedicata ad un evento importante, o del mio rendimento sul lavoro, piuttosto che della costruzione di nuovi rapporti interpersonali, cerco sempre, per quanto possibile, di controllare le mie perplessità, i miei piccoli momenti di sfiducia, provando a trasmettere energia positiva. Sono convinto che riuscirò a farlo in ogni momento, imparando a gestirmi ancora meglio sotto questo aspetto. E so anche che, in questo percorso, potrò subire dei colpi o, cosa addirittura peggiore, potrò rischiare di ferire qualcuno. Ad oggi non ho alternative, se non quelle di assumermene i rischi e tutte le responsabilità che ne deriveranno. Come ho sempre fatto.

In fondo questo periodo rappresenta il preambolo alla stagione invernale, al dormire sotto la trapunta, al calore familiare, alle festività Natalizie ed a tutta una serie di cose che personalmente adoro: per quanto possa sembrare retorico, non sarà qualche "giorno di pioggia", a cambiare ciò che provo.
Certo, lo so. Di strada da fare ne ho ancora parecchia, e non posso permettermi il lusso di perdere altro terreno. Non dopo quanto fatto e visto durante quest'ultimo anno.

Dal vuoto di una camera d'albergo, fisicamente lontano dai miei affetti, sarà tutto meno semplice. Certi giorni, anche la solitudine potrà sembrare più cupa e più pesante rispetto al solito.

Ma d'altro canto mi aiuterà a concentrarmi meglio sui traguardi che intendo raggiungere, a dispetto dei sacrifici da fare, ed a farmi scivolare addosso tutta la diffidenza che potrò ricevere. 

Perché, nonostante tutto, come recita una delle mie canzoni preferite, "non far caso all'oscurità, possiamo ancora trovare una soluzione, e non c'è nulla che duri per sempre, persino la fredda pioggia di Novembre".




domenica 5 novembre 2017

Sign of the Times...

Non è poi così raro rivolgere un pensiero al proprio passato. Non mi riferisco ad un periodo preciso. Certo, ultimamente credo di essermi concentrato maggiormente sul passato recente, enfatizzando quanto accaduto negli ultimi due anni. Ma può succedere di tornare ancora più indietro, in epoche remote, tra lampi di memorie che per anni si credevano perdute, sopite. Mi è successo, è successo proprio in questi giorni, nei miei ormai sempre più rari scampoli di tempo libero. Lo scorso fine settimana, si, esattamente. Ero alla guida della mia auto, non lontano da casa. Mi dirigevo verso il Centro Direzionale, per il mio consueto allenamento settimanale. 

Quando sono a Roma, devo necessariamente arrangiarmi con gli attrezzi presenti nella "Fitness Room", messa a disposizione dall'albergo dove io ed i miei colleghi soggiorniamo. Ma il sabato, salvo necessità di straordinario o esigenze da parte del cliente, generalmente non ho scusanti, e mi reco già di buon mattino in palestra.

Dato il periodo senza dubbio "particolare" che sto attraversando, i pensieri si affollano, quasi annebbiandomi la mente. Sono quasi palpabili e, proprio come i nodi, vengono al pettine anche alla minima sollecitazione. La mia attenzione, rivolta alla strada, viene per un attimo catturata dall'immagine di un Ape Piaggio, all'occorrenza modificato in banco ortofrutticolo (tra l'altro non una scena singolare da queste parti), posto proprio sul ciglio sinistro della carreggiata. 

La clientela non proprio nutrita, mi permette di scorgere il venditore (che a Roma presumibilmente chiamerebbero "er fruttarolo"): un tipo alquanto basso, tarchiato, pantaloni jeans classici che non si vedevano da 20 anni, ed un maglione in lana con improbabili trame multicolore. Lungo il tragitto, quel viso, solcato da un sorriso appena accennato, a labbra serrate che pareva posticcio, mi tornò in mente, evocandomi alcune scene relative agli anni della mia infanzia. Il ricordo è strettamente legato al periodo delle scuole elementari, ed a quello di mia madre che, per mia somma fortuna (cosa che comprendo solo a distanza di tempo), mi ci accompagnava tutti i giorni, impiegandoci giusto 5 minuti a piedi, dalla casa di mia nonna materna. 

Le scene si fanno più nitide, e tutto sembra apparire più chiaro. E' passata un'eternità, eppure lo ricordo, è ancora "vivido" da qualche parte dentro di me. Mia madre accompagnava me e mio fratello (Giovanni era ancora troppo piccolo), praticamente fin dentro al cancello della scuola elementare. Non prima, però, di aver fatto tappa presso una bancarella, posta a pochi metri dall'ingresso, dove ci comprava la "merenda" che avremmo consumato a colazione. Quello si che era un momento epico! Il tizio aveva di tutto, almeno ogni cosa che avrebbe potuto solleticare la curiosità di un moccioso di 8 anni. Ora che ci penso, la maggior parte delle volte, quella bancarella rappresentava il punto di incontro con il mio miglior amico dell'epoca, Vincenzo.


Con lui c'era grandissimo feeling anche nella scelta della "merendina", che puntualmente ricadeva sulla coppia Kinder Bueno + Crackers Doriano: una combo micidiale, ed alla modica di cifra di 1000 lire sarebbe stato impossibile trovare di meglio.
Poco più avanti, c'era un camioncino di quelli molto piccoli, anch'esso allestito alla vendita, ma non di dolciumi. Era diviso in due "stand" diversi (se così si potevano definire), di cui uno dedicato ai fiori ed alle piante, mentre un altro, nettamente inferiore in quanto a dimensioni, costituito da cassette in legno, per la vendita di frutta e verdura. Il venditore era una presenza fissa, sempre con il suo sguardo "mono-espressivo", talvolta incorniciato da un cappello di lana, e sempre con questo sorriso a bocca chiusa, appena accennato. 

Qualora ci fossimo trovati in buon anticipo rispetto al suono della campanella (e, dato lo stato d'ansia di mia madre, non succedeva poi così raramente), avremmo assistito alla scena in cui lui, il suddetto fruttivendolo, avrebbe dato le ultime raccomandazioni a suo figlio, prima di varcare il cancello.
Un bambino grassoccio, bassino, con un enorme massa di capelli ricci, visibilmente somigliante a suo padre, stessa espressione. Si, me lo ricordo perfettamente. Eravamo nella stessa classe, alle elementari. Si chiamava Luigi Sorrentino, persino il nome mi sovviene ora. 
Non so se fosse per la sua attitudine al ritardo, ma ricordo che Luigi entrava in aula sempre senza il grembiule, con questi suoi pantaloni in jeans "a collo alto", ben stretti in vita. 

Se ne stava quasi tutto il tempo per i fatti suoi, ma non era altezzoso, né tantomeno antipatico. 
La sua timidezza, incredibile ma vero, superava di gran lunga anche la mia, ma non per questo non lo si poteva definire un bambino gentile. Suo malgrado, faceva grande difficoltà nell'apprendimento.
Quando le maestre lo chiamavano per leggere, anche solo tre righe di Gianni Rodari, la faccenda poteva impiegare anche una quarantina di minuti buoni, nella quasi incredulità generale. Non parliamo poi di cosa succedeva durante il dettato (avesse mai azzeccato una parola con la doppia, una!), o delle efferatezze che riusciva, seppur involontariamente, a commettere durante la divisione in sillabe.

Nonostante questo, già a quell'epoca sembrava completamente consapevole del fatto che con la scuola e con lo studio in generale non avrebbe mai avuto un buon rapporto. Lo accettava, serenamente, ed io, che già durante gli anni delle elementari, venivo spronato e motivato da mio padre, non riuscivo a spiegarmi il motivo. Sapevo che, a lungo andare, le scuole sarebbero state sempre più complicate, e che non sarebbe stato semplice, specialmente per un bambino, distaccarsi dall'età dei giochi e della spensieratezza, per far spazio a tabelline, paginette da riempire, coniugazioni, compiti a casa e verifiche in classe.

Ma a lui, in fondo, di questo non importava nulla. E la serenità che mostrava sul suo volto, occhi piccoli e sorriso appena accennato, a labbra serrate, la diceva lunga. 
Qualcosa che avrei capito io stesso, sebbene a distanza di anni. E, probabilmente, non aveva poi tutti i torti. Potrebbe aver vissuto la sua infanzia in maniera diversa, magari senza troppe pressioni.
Oppure potrebbe aver dovuto subire la decisione "dall'alto", il volere dei suoi genitori, quasi un obbligo, di limitarsi a fare mera presenza (parliamo di scuola dell'obbligo, in effetti), ma di fatto senza nulla a pretendere. Questo non lo saprò mai. Ma, dopo averne perso le tracce, almeno so, a distanza di oltre vent'anni, quale sia sempre stata la sua vocazione.

Ci pensai durante il tragitto per rientrare a casa, dopo essermi allenato in palestra. Volevo assolutamente soddisfare la mia curiosità e sciogliere ogni riserva. L'Ape Piaggio era ancora lì, stavolta c'erano più clienti, eravamo a ridosso dell'ora di pranzo.
Riuscì a trovare un posto dove accostare l'auto, e pur non dovendo comprare nulla, mi avvicinai.
Gestiva contemporaneamente più clienti alla volta, ma questo non gli impedì di venirmi incontro, chiedendomi, a modo suo, di cosa avessi bisogno. Per un attimo lo fissai, notando l'incredibile somiglianza con il fruttivendolo che incontravo tutte le mattine, quando mia madre mi accompagnava a scuola. Non sapendo cosa dire, e trovandomi quasi in imbarazzo, chiesi giusto un chilo di mele "annurche". Che poi nemmeno mi piacciono le mele "annurche", ma fu la prima cosa che mi saltò in mente. Senza dire niente, si mise all'opera e mi servì, chiedendomi se mi servisse altro. Ovviamente in dialetto, ed anche al limite della comprensibilità. 

"Basta così" - risposi io, prima di pagare la frutta, finendo di osservarlo. Non avevo più dubbi. I cassetti della mia memoria si erano aperti del tutto, e le immagini sbiadite iniziavano a sovrapporsi perfettamente con ciò a cui stavo assistendo. Nemmeno i segni del tempo mi impedirono di far mente locale, e di riconoscerne la figura. Poi, prima di andare via:
"Ah scusami, una curiosità... Ti chiami Luigi?"
"Si, Giggino, si. Perché?" - fece lui, che aveva ormai preso del tutto le sembianze di suo padre.
"No, niente... Grazie mille, arrivederci."

In quel momento non me la sentì di affrontare il discorso, o di dare spiegazioni. Avrei potuto chiedergli che fine avesse fatto in tutti quegli anni, di come aveva affrontato gli anni successivi alle scuole elementari, del perché avesse scelto già da bambino di seguire le orme del padre, e tutto il resto. Ma ciò che avevo visto, le sue risposte, e quel viso mono-espressivo, furono sufficienti. 
Luigi Sorrentino era esattamente dove avrebbe voluto essere. E non c'era altro da sapere per me.