Ad una settimana, o poco più, di distanza forse (e sottolineo, forse) sono in grado di raccogliere tutte le sensazioni e le emozioni provate durante il Concerto dei Coldplay del 4 Luglio scorso. Beh, non proprio tutte, suppongo. Ma proverò a concentrarne qui una buona parte, per quanto mi sia possibile.
Parlando di sensazioni, al momento, così su due piedi, mi viene in mente la fatica. No, non intendo quella relativa all'allenamento di oggi pomeriggio. Potrebbe influenzare il discorso, ma non è così.
Si, pensandoci bene è stata una bella faticaccia. La sveglia alle 5,00 del mattino, la corsa in stazione per beccare il Treno Alta Velocità (Italo, nella fattispecie) per Milano Centrale delle 6,55, raggiungendo così i miei amici, mia cugina e suo marito intorno alle 11,30 nei pressi della Stazione.
Ancora ancora, parliamo di un "viaggetto", allietato poi dalla prima classe strategica beccata settimane fa con le offerte di NTV (benedetta newsletter!). Nulla di trascendentale. Dio solo sa quanto sia abituato ormai a viaggi del genere. Fino a quel momento mi era sembrato tutto estremamente semplice. L'hotel, veramente ben fatto, a pochi metri dalla stazione. Saliamo in camera giusto per posare gli zaini, rinfrescarci quanto basta, e imboccare la metro in direzione San Siro.
Anche lì, nonostante il massiccio flusso di persone (prevedibile), non è stato così complicato giungere a destinazione. Qualcosa come dieci fermate, un cambio, di una comodità estrema, nuovamente tutto troppo facile. Giunti nei pressi dello Stadio, prendiamo informazioni per localizzare un McDonald's non lontano da lì. Non ricordo quando è stata l'ultima volta che sono stato a mangiare in un McDonald's. Sia chiaro, non sono certo un salutista, e se si eccettuano questi ultimi mesi, in cui cerco di mangiare "sano" dal lunedì al venerdì, la mia dieta del weekend sarebbe tranquillamente passibile di ergastolo. Non abuso del fast-food, inteso come prodotto delle varie catene made in USA. Al massimo cinque, sei volte all'anno (non di più), soprattutto nei miei viaggi all'estero, per questioni di praticità (oltre che di economia). Il mio preferito resta KFC, ma proverò sicuramente il McDonald's all'estero, per capire se la qualità è scadente come quella riscontrata qui in Italia. Chiusa parentesi.
Dove ero rimasto? Ah già, il pranzo. Consumiamo il ridicolo menu della casa, concedendoci una pinta di birra per scaldare i motori, e ristorarci dal calore che inizia a farsi sentire (e non poco).
Al diavolo i luoghi comuni, ma Milano è veramente calda ed umida. Un clima nettamente più torrido rispetto a quello di casa. Non tardammo ad accorgercene, sulla via del ritorno, per potarci nei pressi del nostro varco di ingresso. Se prima il tutto mi era sembrato troppo facile, la mia fiducia stava ora iniziando a vacillare. C'era già una fila piuttosto corposa, per cui decidemmo di sistemarci come fanalino di coda, in attesa di altri "compagni d'avventura", che non si fecero attendere troppo. Correva voce che i cancelli sarebbero stati aperti solo dopo le 17,30. Non erano nemmeno le 14,00 e tutte le persone lì presenti, almeno quelle più attrezzate, pensarono bene di arrangiare una sorta di accampamento di fortuna, con tutto ciò che avevano a disposizione. Con l'asfalto a circa 200° C, avrei preso in considerazione l'idea di sedermi solo se qualcuno mi avesse conficcato una pallottola nel cranio.
Tanto per rendere l'idea. Non che l'alternativa fu comodissima. Ore ed ore passate in piedi, per lo più senza maglietta, abbrustolito letteralmente dal Sole. Mi resi finalmente conto che non sarebbe stato affatto semplice resistere ed arrivare alla fine della serata. Fui quasi colto da allucinazioni a sfondo mistico (sarà stato per il troppo caldo), ma dovevo resistere, nonostante tutto.
Quelle ore sembravano interminabili. Continuammo a bere ed a reidratarci quanto più possibile, comprando decine di bottigliette d'acqua. La fila si era ormai compattata, il caldo asfissiante non mollava manco un centimetro, era quasi una questione di sopravvivenza.
A differenza di mio fratello Salvatore, non mi definisco un "tipo da concerti", e non è che ne abbia visti così tanti in vita mia. Ma lì, in quella occasione, stavo senz'altro registrando il mio personalissimo record in fatto di attesa e di resistenza.
Cercai di ricordare la mia ultima volta al San Siro. Si, la ricordavo bene. Era il 15 Febbraio del 2012, una notte da incubo (sportivamente parlando). Ancora una volta a seguire l'Arsenal, impegnato contro il Milan in Champions League. Avevo il biglietto per il settore ospiti, praticamente sulla piccionaia, in trasferta con i tifosi inglesi, costretti a viaggiare in pullman speciali, con tragitto obbligato, scortati ed anche caricati dalla Polizia (prima e dopo). Ne vidi di tutti i colori.
Ma quella sera di Febbraio del 2012 fu una passeggiata in confronto a ciò che stavo vivendo.
Più o meno a ridosso delle 17,00 eravamo ormai vicini ad entrare, con la folla sempre più "asfissiante". Manco a dirlo, la fila era stata completamente stravolta, gli addetti alla sicurezza provavano ad indirizzare tutte le persone chiedendo a queste ultime di spostarsi, per incanalarsi agli ingressi dal verso giusto. Fossimo stati all'estero, ne sono convinto, non avremmo perso tutto quel tempo. Una volta dentro, non cambiò granché. Continuammo ad aspettare, provando a sederci sul prato, nei pressi della passerella che si estendeva dal palco, non distante da noi. Scambiai uno sguardo di "compassione" con mia cugina, anche lei visibilmente sfinita, ma assolutamente decisa a resistere. Ingannammo l'ulteriore attesa con qualche birra e due risate, coinvolgendo un gruppetto di ragazzine nelle nostre vicinanze. L'atmosfera stava prendendo forma, così come l'impazienza.
Il concerto iniziò intorno alle 19,15, con l'esibizione di due gruppi di cui non avevo mai sentito parlare. Cominciarono i Lyves, senza lasciare il segno. A seguire un altro gruppo, guidato da una tale Tove Lo, artista svedese che da quanto ho capito sta riscuotendo un discreto successo nel campo del Pop, e non solo nel suo paese. Decisamente non il mio genere.
Inizia a scendere la sera, l'emozione è sempre più palpabile, manca poco. Alle 21,15 circa, il palco si riempie di colori. Il pubblico è consapevole, e si anima, come fosse un tutt'uno, una sola entità.
Ero stremato, avevo passato una delle giornate più toste degli ultimi anni, subendo inerme il caldo e la fatica per circa otto ore. Ma in quel momento, nel particolare istante in cui la musica cominciava ad avvolgere lo Stadio, accendendo i cuori di tutte quelle persone, non sentivo più nulla.
Mi riesce difficile da raccontare, come ho detto all'inizio posso anche provarci, ma credetemi, è veramente complesso. Mai visto niente del genere. Era un concerto? Era una festa? Era una serata in una discoteca esclusiva? Un momento di svago senza fine? Impossibile stabilirlo.
Non avrei mai immaginato un tale tripudio di luci, di effetti visivi, di coriandoli sparati a raffica, palloncini, di partecipazione "interattiva". Mi lasciai andare, completamente, non volli pensare a nulla. Nonostante la fatica, non rinunciai a saltare, ballare, facendomi coinvolgere da quell'impressionante mole di persone, giunta lì da tutta Italia (e non solo). Canzone dopo canzone, il senso di meraviglia non accennava a diminuire. Sulle note di "Fix You", non ho saputo resistere. Avrei potuto fare appello al mio senso del pudore, al mio orgoglio maschile, e del resto ero in mezzo a decine di ragazze di tutte le età. Senza pensarci, senza dar troppo peso alla cosa, ho pianto.
La commozione ha avuto il sopravvento, i ricordi ancora recenti hanno avuto la meglio, il dolore è risalito a galla. Ma è stato liberatorio, è stato così liberatorio. Qualcosa che avrei voluto fare da tempo, e di cui, forse, aspettavo solo l'occasione giusta. Mia cugina, dietro di me, lo aveva notato. Probabilmente la sola ad averlo notato. La sua carezza attenuò le lacrime, c'era tutto il suo affetto, la sua comprensione. La comprensione di chi sa, di chi conosce il tuo stato d'animo, fin nelle sue crepe più profonde. Certo, avrebbero potuto fare "Ink", accennare almeno "The Hardest Part" o riesumare "Gravity". E avrei scommesso almeno 5 Sterline su una cover degli Oasis (Live Forever, magari) come al concerto di Manchester. Così non è stato, ma non importa. Perché il risultato è stato comunque perfetto, e si è tradotto in una delle notti più magiche della mia vita. Una notte che non dimenticherò facilmente.
La stanchezza, la spossatezza e la fatica dovuta a tutto quello stress sembrava ora solo un vago ricordo. Uscimmo dallo Stadio cercando di farlo il più velocemente possibile, ancora estasiati e carichi di emozione. Una volta fuori, decidemmo di mangiare qualcosa al volo, prima di tornare verso l'hotel. Uno di quei furgoncini piazzati lungo il perimetro fece al caso nostro. Non c'era molta fila (finalmente), e in poco tempo avevamo trovato il posto dove sederci e mangiare un discreto panino con porchetta, rigorosamente accompagnato da una Heineken alla spina. Fu un vero sollievo.
Quel breve momento di ristoro, ci diede la forza di camminare fino a "Lotto", ad un paio di km. buoni da San Siro (evitando la marea di persone che si erano riversate nella metro). Poco lontano da lì, trovammo la fermata del Bus e, non senza qualche imprevisto (che non sto qui a raccontare), alla fine riuscimmo a tornare in hotel, poco più tardi dell'una e mezza. Ho perso il conto dei minuti passati sotto la doccia. Raramente avevo desiderato così tanto farne una. Se non altro l'immane stanchezza mi aiutò a prendere sonno, ed il risveglio non fu così traumatico, anzi. L'adrenalina non si era scaricata del tutto, ma fu un bene in quella situazione. Senza svegliare gli altri, scesi a fare colazione, guardando e riguardando tutte le foto e i video fatti la sera prima.
Mia cugina mi raggiunse di lì a poco. Il suo sguardo sornione, un accenno di sorriso, per poi dirmi:
"Comunque la prossima volta voglio il posto numerato, tipo al primo anello. Non abbiamo più l'età..."
Proprio lei che aveva insistito così tanto per i posti nel prato, se ne usciva così. Per quanto mi seccasse ammetterlo, probabilmente aveva ragione. Le emozioni vissute quella sera, ed i ricordi accumulati resteranno sempre vivi nella nostra memoria, ma ciò non cambiava il fatto che ci fossimo distrutti. E questo bisognava comunque tenerlo a mente, per le prossime eventuali occasioni.
Continuai a pensarci anche dopo aver salutato lei e suo marito (loro sarebbero ripartiti nel pomeriggio con l'aereo), appena entrato in treno. Sempre alta velocità di Italo, non più prima classe.
Avevo già viaggiato in ambiente Smart, ma non mi era mai capitato che fosse così "scomodo" in realtà. Al mio fianco, una ragazzina intenta, per più di 40 minuti, a litigare con il suo fidanzato, al telefono, alternando con sapienza tenerezza e "pragmatismo" da scaricatore di porto.
Era, manco a dirlo, anche lei presente al concerto, ma non tra le persone nel prato. Aveva assistito allo spettacolo da un bel posto numerato, a sedere, sul primo anello rosso. Cercai di tranquillizzarla in merito alla sua lite, e mi raccontò parte della sua storia, di un passato per certi versi non dissimile dal mio. Una piacevole conversazione, che mi aiutò a gestire il tempo del viaggio, ancora una volta riuscendo ad ingannare i tempi di attesa prima dell'arrivo a Napoli.
L'atto finale di una "due giorni" stupenda. Non credo di esser riuscito bene a descrivere tutte le sensazioni e le emozioni provate durante quelle ore. Tornato a casa, l'ultimo sprazzo di adrenalina spiccò il volo, lasciando lo spazio ad un bel po' di sonno arretrato. Prima di appisolarmi, realizzai che forse mia cugina aveva ragione. Non avevamo più l'età o il "fisico" per quel genere di cose.
Ma, ciò nonostante, quella non era la sola certezza, e potevo ritenermi ben più che soddisfatto. Perché per quanto fossi praticamente senza forze, privo di energia e quasi del tutto senza voce, sapevo per certo di avere ancora la testa piena di sogni.

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