(dal Diario del 28/11/2010)
Poco più di dieci giorni sono già passati. Ci son volte in cui sembrano pochi. Altre, invece, in cui sembrano una vastità. Ma si sa che tutto questo fa parte del prezzo del biglietto di chi intende ripartire, iniziare daccapo. Ricominciare da zero. Verità incontrovertibile, muro invalicabile per i più agili entusiasmi. Un sentiero che agli inizi appare comodo e pianeggiante. Per poi mostrare le prime naturali avversità, nascoste tra le improvvise quanto ripide salite che lo caratterizzano, man mano lo si percorre.
Del resto lo si è scelto, di propria volontà. Lo si è desiderato fortemente, come alternativa ad un presente incerto, e non meno irto di ostacoli. Un'occasione non va sprecata. Mai. Può rivelarsi preziosa, come quel famoso passaggio, da cui tutto comincia. Un assist vincente, che starà poi a noi trasformare in qualcosa di concreto. Senza badar troppo al risultato. Consapevoli che solo chi non ci prova, non sbaglia mai. E che l'errore equivale ad esperienza.
Proprio ieri mi si è ripresentata una nuova chance. A testimonianza che la mia partita sia ancora aperta. Ancora tutta da giocare. Ancora senza un esito. E, solo per questo, degna di viverla, fino in fondo.
Una sfida nella sfida. Viaggio nel viaggio per chi, come me, può solo considerarsi viaggiatore nomade, al momento. In attesa di divenir sedentario.
Nel frattempo mi si propone un colloquio a Milano, zona centrale, con appuntamento alle 8,30 del mattino. Venendo qui a Modena, pensavo di aver già fatto una buona scorta di chilometri. Ma dovevo ricredermi in poco tempo e soprattutto affrontare la questione. Non senza qualche dubbio, preoccupazione, perplessità.
Qualche giorno per pensarci, i consigli delle persone care, il ricordo del viaggio solitario in Terra d'Albione, e solo ieri la partenza. L'emozione, mista ad un po’ di paura, batteva in scioltezza sia il sonno, sia la sveglia accuratamente impostata il giorno prima. Giù dal letto intorno alle 4,40 a.m., con più di un'ora di margine rispetto alla partenza, ma non per questo si allentava il ritmo. Simulando un caso di tremenda urgenza, imprimevo nella mente possibili scenari di ritardi con annesse figuracce, in modo tale da scuotere il mio corpo, ancora in parte assopito, per velocizzarne le operazioni di lavaggio e vestizione. Procedevo spedito per fantozziane memorie, scandendo il ritmo al cronometro, ma rinunciando volentieri al famigerato caffellatte con pettinata incorporata, per poi involarmi verso l'uscio, coprendomi quanto più possibile. Per fortuna niente nebbia, ma, essendo da poco le 5,00 del mattino, faceva ancora tanto freddo e del Sole non ve n'era manco la benché minima traccia.
Il rumore del vento, con le sue gelide folate, era il solo ad accompagnarmi lungo la traversata verso la stazione. Nei pressi della quale, riuscivo ad intravedere qualche altra anima, tra spiccioli di passeggeri, e un paio di addetti alle pulizie. Uno di questi fischiettava e canticchiava antiche canzoni napoletane, regalandomi involontario sollievo rispetto alla fredda notte emiliana. Soltanto un po’, e comunque non più del treno, dentro al quale si poteva finalmente trovar un comodo e caldo ristoro. Con l'attraversare delle varie fermate, le persone tendevano ad aumentare sempre più, fino a riempir lo scompartimento. Tra studenti universitari, operai, e viaggiatori di ogni genere, riuscì a trovar il modo di schiacciare un pisolino, svegliandomi di tanto in tanto, solo per controllare le fermate e guardar fuori dal finestrino nella speranza che il Sole si decidesse a spuntare. Ma non ve ne fu occasione. I toni scuri della notte venivano smorzati da una timida, labile luce che, nonostante gli sforzi, non era in grado di ottenere più di un grigio pallido. Poi, improvvisamente, mentre giungevamo a Milano Rogoredo, poco prima dell'arrivo, sembrava che ci fosse più luce; almeno questo era quanto trapelava dalla tendina del finestrino alla mia destra. Finché non decisi di guardare e di scoprire con aria sorpresa che quei toni chiari e leggermente luminosi non erano dettati dal Sole. Milano era imbiancata da una fitta nevicata, che aveva già ricoperto i tetti e le auto posteggiate sulla strada. Niente male. E, come se non bastasse, il treno portava un ritardo di 10 minuti, che relativamente alla mia tabella di marcia, voleva dire: sei spacciato.
In condizioni normali, il treno sarebbe dovuto arrivare a Milano centrale alle 8,00 in punto, dandomi così mezz'ora di tempo per prendere un taxi all'uscita della stazione, e raggiungere il Viale Piave (distante un chilometro e mezzo) in tutta comodità. La neve (che in altre circostanze avrei gradito) aveva giocato il suo ruolo da avversario, e lo aveva fatto con un più che modesto contributo. Rischiando una seria colluttazione con il mio ombrello e la mia tracolla, ne venni fuori riuscendo a ripararmi dalla bufera e, con la stessa mestizia dell'immenso Peppino dei Fratelli Caponi, mi impegnavo a cercare un taxi. Dribblando qualche brutto ceffo al di fuori della stazione (alcuni di questi propensi ad offrirti passaggi su improbabili veicoli e a prezzi da rapina), mi rassegnavo pian piano all'idea di aver fallito, di aver fatto troppo tardi (8,21 sul cronometro) e di aver sprecato i soldi del viaggio, oltre al sacrificio di essermi alzato alle 4 di notte. Intorno a me soltanto neve e freddo, in un contesto di ritmi frenetici e di caos urbano esponenzialmente superiori ai canoni modenesi. Le impronte che lasciavo nella neve, segnavano i miei passaggi a vuoto verso una possibile rinuncia.
Ma poco prima della resa, la mia parte istintiva voleva tentare l'ultimo impulso, con il quale trovare il riscatto definitivo. Un impulso che si trasformava in impeto, trasmesso a sua volta nelle mie gambe, volte a correre stavolta, più che a camminare. Ed alla fine ho percorso l'intero perimetro della stazione, fin quando non fosse visibile l'agognata colonnina dei taxi. Eccoli in lontananza, li vedo, sono loro. Non v'è dubbio.
La regola impone che bisogna prendere il primo alla testa della fila. L'ultimo scatto fu generosamente impiegato per adempiere a quella consuetudine, ed in men che non si dica la situazione si era nuovamente rovesciata.
Dopo quanto fatto, non mi importava più la possibilità di far tardi. C'era ancora qualche minuto e l'eventuale ritardo sarebbe stato più che accettabile. E fu così che andò.
Pochi minuti, qualche euro al conducente per quella mini-corsa e via, ancora di corsa, verso la sala colloqui, per la quale erano state messe tutte le indicazioni del caso. Nella anticamera della saletta, c'era una reception a cui mi bastò fornire le mie generalità. Erano le 8,32. Per un pelo, ma ce l'avevo fatta comunque.
Il mio stato d'animo cambiò totalmente. Provavo soddisfazione nel non essermi arreso nonostante le difficoltà e per quanto fosse una cosa semplicissima, non sentivo più il freddo né la spossatezza dovuta al viaggio.
Tra presentazione aziendale, test psico-attitudinali, questionari di logica, matematica e comprensione verbale, erano passate ben 4 ore e poco più. E io nemmeno me ne rendevo conto. I risultati ci sarebbero stati comunicati tra una decina di giorni, ma per quanto mi riguardava ero già soddisfatto per la piccola prova che ero riuscito a superare. Mi venivano in mente le parole di un mio amico, che solo poche ore prima mi ricordava quanto certi "treni" fossero difficili da ritrovare nella vita. Pensavo alle parole di mio padre, che sottolineava l'importanza di acquisire, nel bene e nel male, un'esperienza importante. Mi domando ancora come mi sarei comportato senza il loro contributo.
Avevo terminato la prima fase dei colloqui e mi sentivo speranzoso. Avendo anche la fortuna di trovare un taxi all'uscita dell'edificio, anticipai notevolmente il mio rientro verso la stazione. Ma avendo riscontrato che il mio treno sarebbe partito solo alle 13,20, potevo tranquillamente approfittarne per fare due passi, in tranquillità, e visitare l'enorme stazione di Milano, ormai non più assediata dalla neve.
Un immane crogiolo di persone, dalle più svariate culture ed etnie, provenienti dai più vari background socio-culturali. Erano tutte lì, bagaglio al seguito, a camminare più o meno frettolosamente, incrociando le direzioni, chi per uscire, chi per partire, creando involontariamente una fitta rete umana di vene e capillari, di cui la stazione stessa costituiva il gran cuore pulsante.
Ebbi modo di mangiare qualcosa al volo, e ancora una volta, il tempo trascorse veloce come un lampo. Ero riuscito ad orientarmi molto bene, trovando anche modo di sapere in largo anticipo il binario presso cui portarsi per prendere il treno regionale diretto a Modena. Mossa a dir poco vitale, per evitare due ore di viaggio in piedi. Non restava altro che attendere, attendere l'arrivo alla stazione. Rilassandosi completamente e godendosi il viaggio con la musica preferita nelle cuffiette, finalmente adoperate.
Improvvisamente, mentre la musica fluiva dentro me, e le immagini del paesaggio fuori dal finestrino mi scorrevano davanti, fui nuovamente pervaso dalla malinconia. D'un tratto mi resi conto che, anche se non tutte, gran parte di quelle persone, in fondo, rientrava a casa propria. Tornavano a casa, dai propri cari, dalle loro famiglie, dopo un'abbondante porzione di giornata. Per quanto condividessi con loro quello scompartimento, o quella particolare carrozza, o anche il prezzo di quel particolare biglietto, per me era tutto diverso. Tutto.
Passai il resto del viaggio a pensare a casa mia, quella vera, con annessi i miei genitori, la mia famiglia, i miei fratelli, e i miei amici più cari. Provavo un po' di invidia per tutte quelle persone che, dopo il viaggio, avrebbero potuto riabbracciare i loro familiari, come niente fosse. Ma in realtà, una volta giunto a Modena e sceso dal treno, iniziai a rasserenarmi. E a ragionare. Realizzai in poco tempo che tornare non avrebbe risolto i miei problemi. Capì che tornare avrebbe voluto dire arrendersi subito, senza provarci completamente. E mi ricordai che, solo qualche ora prima, non mi ero arreso, dando a me stesso una nuova opportunità. Dalla quale chissà quante altre ancora potranno derivarne. Di sicuro non lascerò che un po’ di nostalgia mi impedisca di scoprirlo.
Intanto poco più di dieci giorni sono già passati. Quasi due settimane. Ci son volte in cui sembrano pochi. Altre, invece, in cui sembrano una vastità. Però adesso non importa. Questa è la mia vita ora. Magari non sarà più come prima, ma è in questa nuova vita che mi ci gioco tutti i miei sogni, tutte le mie speranze. Ed ora che sono qui, così lontano da casa, sento di potercela fare. Per quanto inesperto, chiamerò a raccolta tutte le battaglie combattute invano, tutti i ricordi, tutti gli errori di una vita intera. E continuerò sempre a credere di poter affrontare il futuro.




