martedì 30 maggio 2017

So Far Away...

(dal Diario del 28/11/2010)


Poco più di dieci giorni sono già passati. Ci son volte in cui sembrano pochi. Altre, invece, in cui sembrano una vastità. Ma si sa che tutto questo fa parte del prezzo del biglietto di chi intende ripartire, iniziare daccapo. Ricominciare da zero. Verità incontrovertibile, muro invalicabile per i più agili entusiasmi. Un sentiero che agli inizi appare comodo e pianeggiante. Per poi mostrare le prime naturali avversità, nascoste tra le improvvise quanto ripide salite che lo caratterizzano, man mano lo si percorre. 

Del resto lo si è scelto, di propria volontà. Lo si è desiderato fortemente, come alternativa ad un presente incerto, e non meno irto di ostacoli. Un'occasione non va sprecata. Mai. Può rivelarsi preziosa, come quel famoso passaggio, da cui tutto comincia. Un assist vincente, che starà poi a noi trasformare in qualcosa di concreto. Senza badar troppo al risultato. Consapevoli che solo chi non ci prova, non sbaglia mai. E che l'errore equivale ad esperienza.
Proprio ieri mi si è ripresentata una nuova chance. A testimonianza che la mia partita sia ancora aperta. Ancora tutta da giocare. Ancora senza un esito. E, solo per questo, degna di viverla, fino in fondo.

Una sfida nella sfida. Viaggio nel viaggio per chi, come me, può solo considerarsi viaggiatore nomade, al momento. In attesa di divenir sedentario. 
Nel frattempo mi si propone un colloquio a Milano, zona centrale, con appuntamento alle 8,30 del mattino. Venendo qui a Modena, pensavo di aver già fatto una buona scorta di chilometri. Ma dovevo ricredermi in poco tempo e soprattutto affrontare la questione. Non senza qualche dubbio, preoccupazione, perplessità. 

Qualche giorno per pensarci, i consigli delle persone care, il ricordo del viaggio solitario in Terra d'Albione, e solo ieri la partenza. L'emozione, mista ad un po’ di paura, batteva in scioltezza sia il sonno, sia la sveglia accuratamente impostata il giorno prima. Giù dal letto intorno alle 4,40 a.m., con più di un'ora di margine rispetto alla partenza, ma non per questo si allentava il ritmo. Simulando un caso di tremenda urgenza, imprimevo nella mente possibili scenari di ritardi con annesse figuracce, in modo tale da scuotere il mio corpo, ancora in parte assopito, per velocizzarne le operazioni di lavaggio e vestizione. Procedevo spedito per fantozziane memorie, scandendo il ritmo al cronometro, ma rinunciando volentieri al famigerato caffellatte con pettinata incorporata, per poi involarmi verso l'uscio, coprendomi quanto più possibile. Per fortuna niente nebbia, ma, essendo da poco le 5,00 del mattino, faceva ancora tanto freddo e del Sole non ve n'era manco la benché minima traccia. 

Il rumore del vento, con le sue gelide folate, era il solo ad accompagnarmi lungo la traversata verso la stazione. Nei pressi della quale, riuscivo ad intravedere qualche altra anima, tra spiccioli di passeggeri, e un paio di addetti alle pulizie. Uno di questi fischiettava e canticchiava antiche canzoni napoletane, regalandomi involontario sollievo rispetto alla fredda notte emiliana. Soltanto un po’, e comunque non più del treno, dentro al quale si poteva finalmente trovar un comodo e caldo ristoro. Con l'attraversare delle varie fermate, le persone tendevano ad aumentare sempre più, fino a riempir lo scompartimento. Tra studenti universitari, operai, e viaggiatori di ogni genere, riuscì a trovar il modo di schiacciare un pisolino, svegliandomi di tanto in tanto, solo per controllare le fermate e guardar fuori dal finestrino nella speranza che il Sole si decidesse a spuntare. Ma non ve ne fu occasione. I toni scuri della notte venivano smorzati da una timida, labile luce che, nonostante gli sforzi, non era in grado di ottenere più di un grigio pallido. Poi, improvvisamente, mentre giungevamo a Milano Rogoredo, poco prima dell'arrivo, sembrava che ci fosse più luce; almeno questo era quanto trapelava dalla tendina del finestrino alla mia destra. Finché non decisi di guardare e di scoprire con aria sorpresa che quei toni chiari e leggermente luminosi non erano dettati dal Sole. Milano era imbiancata da una fitta nevicata, che aveva già ricoperto i tetti e le auto posteggiate sulla strada. Niente male. E, come se non bastasse, il treno portava un ritardo di 10 minuti, che relativamente alla mia tabella di marcia, voleva dire: sei spacciato.

In condizioni normali, il treno sarebbe dovuto arrivare a Milano centrale alle 8,00 in punto, dandomi così mezz'ora di tempo per prendere un taxi all'uscita della stazione, e raggiungere il Viale Piave (distante un chilometro e mezzo) in tutta comodità. La neve (che in altre circostanze avrei gradito) aveva giocato il suo ruolo da avversario, e lo aveva fatto con un più che modesto contributo. Rischiando una seria colluttazione con il mio ombrello e la mia tracolla, ne venni fuori riuscendo a ripararmi dalla bufera e, con la stessa mestizia dell'immenso Peppino dei Fratelli Caponi, mi impegnavo a cercare un taxi. Dribblando qualche brutto ceffo al di fuori della stazione (alcuni di questi propensi ad offrirti passaggi su improbabili veicoli e a prezzi da rapina), mi rassegnavo pian piano all'idea di aver fallito, di aver fatto troppo tardi (8,21 sul cronometro) e di aver sprecato i soldi del viaggio, oltre al sacrificio di essermi alzato alle 4 di notte. Intorno a me soltanto neve e freddo, in un contesto di ritmi frenetici e di caos urbano esponenzialmente superiori ai canoni modenesi. Le impronte che lasciavo nella neve, segnavano i miei passaggi a vuoto verso una possibile rinuncia.
Ma poco prima della resa, la mia parte istintiva voleva tentare l'ultimo impulso, con il quale trovare il riscatto definitivo. Un impulso che si trasformava in impeto, trasmesso a sua volta nelle mie gambe, volte a correre stavolta, più che a camminare. Ed alla fine ho percorso l'intero perimetro della stazione, fin quando non fosse visibile l'agognata colonnina dei taxi. Eccoli in lontananza, li vedo, sono loro. Non v'è dubbio.

La regola impone che bisogna prendere il primo alla testa della fila. L'ultimo scatto fu generosamente impiegato per adempiere a quella consuetudine, ed in men che non si dica la situazione si era nuovamente rovesciata. 

Dopo quanto fatto, non mi importava più la possibilità di far tardi. C'era ancora qualche minuto e l'eventuale ritardo sarebbe stato più che accettabile. E fu così che andò.
Pochi minuti, qualche euro al conducente per quella mini-corsa e via, ancora di corsa, verso la sala colloqui, per la quale erano state messe tutte le indicazioni del caso. Nella anticamera della saletta, c'era una reception a cui mi bastò fornire le mie generalità. Erano le 8,32. Per un pelo, ma ce l'avevo fatta comunque.

Il mio stato d'animo cambiò totalmente. Provavo soddisfazione nel non essermi arreso nonostante le difficoltà e per quanto fosse una cosa semplicissima, non sentivo più il freddo né la spossatezza dovuta al viaggio.

Tra presentazione aziendale, test psico-attitudinali, questionari di logica, matematica e comprensione verbale, erano passate ben 4 ore e poco più. E io nemmeno me ne rendevo conto. I risultati ci sarebbero stati comunicati tra una decina di giorni, ma per quanto mi riguardava ero già soddisfatto per la piccola prova che ero riuscito a superare. Mi venivano in mente le parole di un mio amico, che solo poche ore prima mi ricordava quanto certi "treni" fossero difficili da ritrovare nella vita. Pensavo alle parole di mio padre, che sottolineava l'importanza di acquisire, nel bene e nel male, un'esperienza importante. Mi domando ancora come mi sarei comportato senza il loro contributo.
Avevo terminato la prima fase dei colloqui e mi sentivo speranzoso. Avendo anche la fortuna di trovare un taxi all'uscita dell'edificio, anticipai notevolmente il mio rientro verso la stazione. Ma avendo riscontrato che il mio treno sarebbe partito solo alle 13,20, potevo tranquillamente approfittarne per fare due passi, in tranquillità, e visitare l'enorme stazione di Milano, ormai non più assediata dalla neve. 

Un immane crogiolo di persone, dalle più svariate culture ed etnie, provenienti dai più vari background socio-culturali. Erano tutte lì, bagaglio al seguito, a camminare più o meno frettolosamente, incrociando le direzioni, chi per uscire, chi per partire, creando involontariamente una fitta rete umana di vene e capillari, di cui la stazione stessa costituiva il gran cuore pulsante. 
Ebbi modo di mangiare qualcosa al volo, e ancora una volta, il tempo trascorse veloce come un lampo. Ero riuscito ad orientarmi molto bene, trovando anche modo di sapere in largo anticipo il binario presso cui portarsi per prendere il treno regionale diretto a Modena. Mossa a dir poco vitale, per evitare due ore di viaggio in piedi. Non restava altro che attendere, attendere l'arrivo alla stazione. Rilassandosi completamente e godendosi il viaggio con la musica preferita nelle cuffiette, finalmente adoperate. 

Improvvisamente, mentre la musica fluiva dentro me, e le immagini del paesaggio fuori dal finestrino mi scorrevano davanti, fui nuovamente pervaso dalla malinconia. D'un tratto mi resi conto che, anche se non tutte, gran parte di quelle persone, in fondo, rientrava a casa propria. Tornavano a casa, dai propri cari, dalle loro famiglie, dopo un'abbondante porzione di giornata. Per quanto condividessi con loro quello scompartimento, o quella particolare carrozza, o anche il prezzo di quel particolare biglietto, per me era tutto diverso. Tutto.

Passai il resto del viaggio a pensare a casa mia, quella vera, con annessi i miei genitori, la mia famiglia, i miei fratelli, e i miei amici più cari. Provavo un po' di invidia per tutte quelle persone che, dopo il viaggio, avrebbero potuto riabbracciare i loro familiari, come niente fosse. Ma in realtà, una volta giunto a Modena e sceso dal treno, iniziai a rasserenarmi. E a ragionare. Realizzai in poco tempo che tornare non avrebbe risolto i miei problemi. Capì che tornare avrebbe voluto dire arrendersi subito, senza provarci completamente. E mi ricordai che, solo qualche ora prima, non mi ero arreso, dando a me stesso una nuova opportunità. Dalla quale chissà quante altre ancora potranno derivarne. Di sicuro non lascerò che un po’ di nostalgia mi impedisca di scoprirlo. 
Intanto poco più di dieci giorni sono già passati. Quasi due settimane. Ci son volte in cui sembrano pochi. Altre, invece, in cui sembrano una vastità. Però adesso non importa. Questa è la mia vita ora. Magari non sarà più come prima, ma è in questa nuova vita che mi ci gioco tutti i miei sogni, tutte le mie speranze. Ed ora che sono qui, così lontano da casa, sento di potercela fare. Per quanto inesperto, chiamerò a raccolta tutte le battaglie combattute invano, tutti i ricordi, tutti gli errori di una vita intera. E continuerò sempre a credere di poter affrontare il futuro. 


domenica 21 maggio 2017

May the "Fortieth" be with You...

Penultima domenica di Maggio, siamo a ridosso dell'ora di pranzo. Ma, si sa, la domenica tendiamo a prendercela comoda, ci si sveglia un po' più tardi rispetto al solito (e vorrei vedere, con la sveglia settimanale puntata alle 6,10...). Insomma, ci vorrà ancora un po' prima di mettersi a tavola. Quasi quasi ne approfitto. L'ondata di caldo dei giorni scorsi sembra attenuata, almeno momentaneamente, da un venticello fresco e piacevole. Il clima perfetto per rilassarsi.

Purtroppo non ho ancora nulla di significativo da scrivere, o da raccontare, in particolar modo.
La settimana, quella buona, quella del turno di lavoro "umano", per intenderci, è andata molto bene ed è stata anche produttiva, non soltanto dal punto di vista lavorativo. Son riuscito a portare a termine tutte le cose da fare presenti in agenda, gli allenamenti e gli appuntamenti previsti per la questione "casa". Nel mezzo ci metto anche una interessante consulenza con un mediatore finanziario, circa la mia situazione (non così disastrata, a quanto sembra) che mi ha dato fiducia, in un momento sicuramente particolare. Del resto ci sono sempre, e sempre ci saranno, dei periodi in cui le cose sembreranno andare a rilento, salvo poi accelerare di colpo, senza preavviso, in un turbinio di eventi.
Solo fermandomi per un istante, e riflettendoci bene su, posso scuotermi da questo temporaneo senso di apatia e dire:"però... quante ne sono successe?"

E' buffo. Ciò che sembrava immobile, statico, quasi noioso, diventa una specie di tempesta di fatti e situazioni, che possono più o meno coinvolgerti direttamente. In questa fase, lo so, ho occupato per lo più il posto di passeggero, di personaggio secondario, se così si può dire. Ma in fondo resto consapevole che basta un niente per trovarsi "dall'altra parte", con il volante tra le mani, a farla da protagonista. E' solo... si, è solo che tutto questo accade quando meno te lo aspetti, con modalità difficili da prevedere. Probabilmente, in misura nettamente inferiore, sta accadendo anche ora.
Perché in realtà, e me ne accorgo ora, non mi aspettavo di trovarmi "qui".

Non avrei mai pensato di continuare a scrivere, facendolo sempre con lo stesso piacere, e con la stessa sensazione di benessere nel farlo. Per cui, si, forse non ho nulla di significativo da scrivere, o da raccontare, in particolar modo. Ma, non so per quale ragione, mi andava di sottolinearlo.
Da qui, e forse qualcuno lo avrà capito, il gioco di parole utilizzato nel titolo. Praticamente è tutto lì, nel titolo del post.

No, a scanso di equivoci, non sono un fan di Star Wars (anche se non ho mai capito il perché).
Pur essendo un mezzo nerd, appassionato di anime, manga, fumetti, modellismo e letteratura fantasy, non volevo fare alcun riferimento all'Universo creato da George Lucas.
Mi piaceva troppo l'assonanza del gioco di parole con la celebre frase di Guerre Stellari, e non ho saputo resistere. Mi sembrava un bel modo di celebrare questo Quarantesimo post che, ripeto, nemmeno avrei pensato di arrivare a scrivere.

Poi ti rendi conto che le cose cambiano, ed in effetti, dallo scorso Novembre, quando un'amica conosciuta da poco, mi convinse a riprendere questa specie di hobby, di cose ne sono successe eccome. Ecco, credo sia tutto. A te che mi hai sempre esortato a portare avanti questo blog, ed a tutti coloro che mi regalano del tempo, venendo qui a leggermi di tanto in tanto (talvolta discutendone e facendomi delle sane critiche costruttive), questo è per voi. Grazie. Con tutto il mio affetto.



lunedì 15 maggio 2017

Lettera aperta a Tomáš Rosický...


(dal Diario del 15/05/2016)


Caro Tomáš, 

chi ti scrive è un appassionato di calcio, irriducibile amante dei colori dell'Arsenal Football Club e tuo grande ammiratore, da tempi non sospetti. Seppur poco più che ventenne, il tuo nome era già sui taccuini degli osservatori di mezza Europa e sapevo che la tua permanenza allo Sparta Praga (il Club della tua città natale) sarebbe stata mera questione di tempo.

Ne ebbi addirittura la certezza, quando in quella fredda sera di Ottobre del 2000, durante la prima fase a gironi della UEFA Champions League, ti vidi segnare (in TV), un goal da cineteca, ad Highbury, contro la mia Squadra. Un goal inutile ai fini del risultato, a tempo scaduto, ma bello da togliere il fiato.

Erano in tanti a volerti, ma negli anni in cui sceicchi e petrodollari non la facevano ancora da padrone, fu il Borussia Dortmund ad ingaggiarti. Non per questo smisi di seguirti. Su Eurosport mandarono in onda un servizio su di te e sul tuo trasferimento (credo che il programma si chiamasse Eurogoals). Ricordo ancora alcune parti di quell'intervista: i dubbi sullo stare lontano da casa, l'hobby della musica, le aspettative sul futuro e il curioso aneddoto sul perché fossi chiamato Dumpling (gnocco di pane).

Poteva un carattere così semplice e per certi aspetti introverso nascondere un così grande estro e talento in campo? A quanto pare, si. E  se ne resero conto presto i tifosi del Westfalen Stadion. Li convincesti a suon di giocate e prestazioni, tanto da far dimenticare quello strano soprannome, ed abbastanza da farti chiamare "Little Mozart".

Un nickname più che appropriato, come i due premi di Calciatore Ceco dell'anno che avevi conquistato di lì a poco, diventando nel frattempo uno dei punti di riferimento della tua Nazionale. 
A dispetto degli alti e bassi vissuti dal BVB, il tuo valore di giocatore restava indiscusso. E nel 2006 l'ulteriore salto di qualità diventava inevitabile: si concretizza così il tuo passaggio a titolo definitivo all'Arsenal. Non puoi nemmeno immaginare quanto fosse incontenibile la mia gioia. Del resto avresti ereditato la prestigiosa maglia numero 7, una responsabilità non da poco considerando chi fosse il suo precedente possessore (e non solo). Per quanto mi riguarda, beh, posso dire che non hai mai deluso le aspettative. 

Ti sei messo a disposizione del manager e dei compagni sempre con estrema umiltà. Mai una lamentela, mai una parola fuori posto. Ci hai dimostrato, dentro e fuori il rettangolo di gioco, la tua immensa classe, pareggiata solo da una beffarda serie di infortuni (ne ho contati circa 50) che hanno di fatto condizionato la tua carriera, limitandone gli sviluppi. In tutti questi anni, ben 10 di onorato servizio, sei tornato più volte da lunghi infortuni, sempre motivato a dare tutto, a dare l'esempio ai più giovani ed a lottare su ogni pallone. Ben 10 anni di dedizione e lealtà incondizionata, fino ad oggi, ultima gara di una Stagione controversa, durante la quale il fisico ti ha impedito di contribuire come avrei voluto. 

Per fortuna son riuscito a vederti durante il tuo saluto finale, durante la Guardia d'Onore, che il Club ha giustamente deciso di concederti.
Non sarà facile immaginare questa squadra senza di te. Non che vi siano stati pochi addii negli ultimi tempi. Ma il tuo, lo devo ammettere, fa davvero male e lascerà il segno. 
Purtroppo o per fortuna non faccio parte di quelle "nuove generazioni" capaci di giudicare, lodare ed incensare un atleta, esclusivamente in base al palmares.
Si può essere Campioni anche sotto l'aspetto umano, per la determinazione e per il senso d'appartenenza verso i propri colori. Ed in questo senso, a mio avviso, ne assumi pienamente lo status.

Con questa lettera, che non leggerai mai, ci tenevo a ringraziarti con tutto il cuore per aver onorato l'Arsenal Football Club con la tua presenza. 
Conserverò sempre il ricordo della tua finta "stop-and-go", dei tuoi micidiali passaggi filtranti e del tuo inimitabile tocco d'esterno. Ovviamente insieme alla tua maglia, quella col numero 7, che custodirò gelosamente nella mia collezione. 
Grazie di tutto. Grazie di vero cuore, Super Tom. Non ti dimenticherò. Mai.


giovedì 11 maggio 2017

Human Wheels...

Ci sono notizie che riescono a spiazzarti. Quel genere di notizie in grado di lasciarti basito, direi interdetto. Ma forse non sono proprio felicissimo nell'esprimermi, o meglio, nel rendere l'idea.

Non è semplice, per quanto possa provarci. E' strano persino provare a spiegarlo. Come potrebbe, del resto, una notizia renderti felice, orgoglioso, ed in un certo senso anche triste, e malinconico, allo stesso tempo? Possibile, molto più che possibile. Ed in effetti avevo già provato in passato questa strana sensazione. Ma, semmai ve ne fosse bisogno, questa sera ne ho avuto un ulteriore assaggio.

Roba di pochi minuti fa, ancora molto vivida. Roba che ancora non credo di aver messo bene a fuoco.

Una roba simile a come quando un tuo collega, nella fattispecie uno dei tuoi più cari amici, ti incontra, quasi per caso, negli asettici corridoi del nuovo ufficio. Sguardo di intesa, come al solito, ed immancabile stretta di mano, con tanto di abbraccio. Fin qui tutto normale, la buona routine. 

Però... non so, c'è qualcosa di strano, di diverso dal solito. Un mezzo sorriso, un'insolita smorfia. Espressione che tradisce emozioni miste, e faccio fatica a decifrarle. Penso all'impossibile.

Poi in serata, dopo uno sfibrante turno serale, ci sentiamo al telefono, per riprendere il discorso.

Ritorna l'imbarazzo, qualche frase di circostanza, e rimango ad ascoltare in religioso silenzio.

"Te lo volevo dire in privato, non lo sa ancora nessuno. Settimana prossima mi dimetto..."

Notizie che riescono a spiazzarti, appunto. Chissà quante migliaia di pensieri mi saran passate per la testa in quel momento. Un numero inimmaginabile. 

L'effetto è difficile da descrivere. Da un lato c'è l'amarezza: se ne va uno dei miei migliori amici in quel contesto, un punto di riferimento con cui ho condiviso quasi 7 anni di battaglie, di gioie e di amarezze. Perdo un alleato prezioso, uno che non ha esitato ad insegnarmi i "trucchi" del mestiere, a fidarsi di me. Insostituibile compagno di scrivania, sempre presente quando ho avuto bisogno.

Dall'altro c'è la gioia, quasi incontenibile, nel vedere che ci sia riuscito. Essere comunque testimone del suo "successo", in questo senso, gratifica, mi rende orgoglioso e speranzoso al tempo stesso.

"Hai dovuto sopportare parecchio in questi ultimi mesi, finalmente una soddisfazione. La meritavi! Cazzo, se la meritavi!"

E nel dirlo, non è stato poi così difficile immedesimarsi. Vivere, seppur in maniera indiretta, la sua stessa soddisfazione, dopo una discreta serie di bocconi amari. Ancora una volta, in te, ci sarà l'esempio da seguire. Una delle tante lezioni che mi hai impartito in questi anni e che, più o meno costantemente, ho cercato di assimilare. Del resto, che si trattasse dell'ambito strettamente lavorativo, o della vita, intesa come esperienza, in generale, non hai mai lesinato buoni consigli.

Tra giusto qualche giorno, probabilmente tra lunedì o martedì, ci saluteremo (spero almeno con una buona pizza), e in cuor mio so già che molte cose resteranno pressoché invariate.

Perderò un eccellente collega, non certo uno dei miei migliori amici di sempre. Per il momento non so come prenderla, non so come sentirmi. Sarà che ultimamente di "perdite" ne ho dovute registrare anche troppe, e può darsi che mi senta più fragile del solito.

Prometto che riuscirò ad esserne fiero e, soprattutto, felice. Non potrebbe essere altrimenti.

In fondo, come dicevi sempre anche tu, "la vita è una ruota", ed è bello pensare che possiamo esserlo anche noi, a nostra volta. In alcuni casi possiamo perdere la direzione, uscire fuori strada. 

In altri invece potremmo subire sconfitte, restando "a terra", sgonfi e privi di forza. 

In qualunque caso però, il bello è che avremo sempre la possibilità di rifarci, soffiando fiducia nella camera ad aria, e rimettendoci in carreggiata. L'importante è che si continui a girare.



domenica 7 maggio 2017

Ramble On...

La sabbia del deserto aveva in qualche modo attutito la caduta. Beh, per quanto una distesa di sabbia possa aver "ammorbidito" l'impatto, ovviamente. Sempre meglio di un burrone roccioso, o di una scogliera. Dalla sommità della Torre, fino ad arrivare lì, la distanza percorsa era notevole.
Facendo appello a tutto il suo coraggio, l'alieno fu costretto a lanciarsi nel vuoto, lasciandosi andare.
Un salto nel buio, uno slancio pauroso, magari disperato. Ma comunque nell'ignoto.
Pur non sapendo ancora usare le ali, cucite sulla schiena, forse era riuscito a planare, controllando la discesa. Limitando, almeno in parte, i danni fisici, al suo corpo già provato.
Giaceva inerme, privo di forze. Braccia larghe, sguardo al cielo, occhi sbarrati. Occhi che muoveva a malapena, occhi che tradivano sofferenza. Riuscire a muoversi, in quella fase, sembrava impossibile.
L'arsura soffocante del deserto di certo non lo aiutava. Sapeva che, per quanto fosse impresa proibitiva, avrebbe dovuto raccogliere le sue forze, e cercare rifugio.
Il vento, fin lì suo alleato, gli si rivolse contro, iniziando a soffiare sempre più forte, alzando la sabbia. Percepì delle vibrazioni provenire dal terreno, non pareva nulla di buono.
Con non poca fatica, l'alieno provò a girarsi sul fianco, per osservare meglio il luogo in cui si trovava.
Nulla più di qualche roccia, oltre ad una immenso deserto. Sembrava che la terra fosse scossa, le vibrazioni venivano adesso accompagnate da un frastuono, simile al rombo di motori in lontananza.
La vista era appannata, ma non abbastanza da non vedere una fitta colonna di fumo e polvere, avvicinarsi minacciosamente. Chi avrebbe potuto mai attraversare il deserto, creando peraltro un putiferio simile, proprio in quel momento?
Restare lì per scoprirlo non sembrava una cosa saggia. Ogni secondo era prezioso per potersi spostare da lì. Con ciò che rimaneva del suo istinto di conservazione, l'alieno mise in moto le braccia, trascinandosi, distrutto, verso una delle rocce non lontano dalla sua posizione. Ve ne era una abbastanza grande da coprire interamente la sua figura, e non esitò a nascondersi lì, accovacciandosi.
Il gran trambusto era sempre più nitido, quasi fastidioso. Come una carovana, grossi veicoli a motore, simili a tricicli, si trovarono a passare di là, sgasando rumorosamente.
Dovendosi nascondere, non poteva vedere bene, ma dovevano essercene tanti, probabilmente una decina. L'alieno, incuriosito e spaventato allo stesso tempo, provò a sporgersi per osservare meglio.
Su ognuno di quei tricicli motorizzati, c'era una donna. Tutte vestite più o meno alla stessa maniera, forse appartenevano ad una setta, uno squadrone, o qualcosa del genere.
Avevano tutte i capelli rossi, per quanto potessero portarli in maniera diversa. Che li avessero lunghi, ricci, corti o raccolti in una treccia, erano tutte rosse di capelli.
A giudicare dal modo in cui transitavano, dovevano essere in ricognizione o qualcosa del genere.
Forse erano lì per cercare un villaggio da saccheggiare. Oppure erano in cerca di criminali da catturare per intascarne la taglia. Non avrebbe mai potuto saperlo. E, ancor più importante, non avrebbe mai voluto chiederlo. Restò in silenzio assoluto, sperando che nessuna di loro lo notasse.
Fu un attesa di pochi minuti, ma gli sembrarono un'eternità.
Gli enormi tricicli a motore ripresero a transitare verso l'orizzonte, accelerando a più non posso.
Il rumore assordante tendeva a scemare, finalmente. L'alieno smise di tremare, pensando di esser salvo. Era ridotto male, ma poteva andar peggio, e non avrebbe potuto rischiare.
Non certo in quelle condizioni. Avrebbe dovuto pensare a come rimettersi in piedi, a ritrovare le forze ed a riprendere il viaggio. Capendo che il deserto lo avrebbe esposto a rischi difficilmente prevedibile, non aveva più un solo minuto da perdere.
Per puro caso, notò la presenza del suo bastone (lo stesso cui teneva legato il fagotto), a pochi metri dal suo nascondiglio improvvisato. A quanto pare, non aveva perso proprio tutto.
Era l'unica possibilità per rimettersi in piedi, ed avere un appoggio per camminare, lungo il tragitto.
Non ci sarebbe stato nessun monaco ad aiutarlo, questo lo sapeva bene.
Doveva farcela da solo, almeno in quel frangente. Salvo poi cercare aiuto in seguito.
Stravolto dal caldo e dalla sete, l'alieno sgusciò pian piano dalla roccia, strisciando faticosamente verso il suo unico appiglio. Giusto li tempo di arrivarci, ed ecco sopraggiungere un rumore simile a prima. Sta volta era meno intenso, non un frastuono infernale. Non una moltitudine, bensì uno solo di quei tricicli a motore. Non c'erano dubbi a riguardo, era proprio lo stesso tipo di veicolo.
Non c'era più modo di nascondersi, né di scappare. Cuore e cervello avrebbero voluto correre via, ma le gambe non avrebbero mai potuto reagire. Riuscì ugualmente ad usare il bastone per mettersi in piedi, volgendo lo sguardo allo sconosciuto, che aveva da poco spento il motore.
Una figura alquanto esile, flessuosa, avvolta in una sorta di mantella con cappuccio, scese dalla moto, avvicinandosi all'alieno. Non si riusciva a capire bene quali fossero le sue intenzioni. Fin quando non iniziò a parlare:

"Non devi essere di queste parti, dico bene?" - disse, con voce femminile.

L'alieno si limitò a rispondere scuotendo la testa, preoccupato.

"Lo sospettavo. Devi essere proprio quello che cercano."

"N-non so di che parli... Chi mi cerca? E tu chi sei?" - rispose l'alieno, visibilmente impaurito.

"Le hai viste, no? Quelle furie attraversavano il deserto per te. Per catturarti. Non che lo vogliano, no. E' che si tratta di una setta. Mercenarie, in verità. Le chiamano le Rosse Leggendarie. Lo so perché ero una di loro. Ma adesso non più..." - così disse, abbassando il cappuccio che le nascondeva il viso.
Un viso dai lineamenti gentili, aggraziati, incorniciato da capelli rossi liscissimi.

"Cosa... cosa volete da me?"

"Sta calmo, ti ho già detto che non sono più una di loro. Non voglio nulla, solo aiutarti. Se ti stanno cercando è perché è stato chiesto loro di farlo. Si dice che siano state assoldate dalla Principessa del Regno Serpente. Tutti la detestano. Me compresa."

"Come posso fidarmi di te? Come saprò che non mi condurrai da loro?"

"Hai alternative? Sei ferito, stai sanguinando e non riesci a camminare. A me non sembra. Mi chiamo Roxy, e voglio aiutarti ad attraversare il deserto, per condurti al confine. Non puoi farcela da solo."

L'alieno accennò un sorriso, respirando a fatica. Poi usò il suo ultimo filo di voce e disse:
"Io... io non ho scelta..." - terminò la sua frase, per poi cadere privo di sensi. 
Roxy accorse subito in suo aiuto, sistemandolo a fatica sul sedile posteriore del suo veicolo.
Si guardò intorno, dopo aver raccolto le sue poche cose, per poi indossare di nuovo il cappuccio.
Era già tempo di mettere in moto, era già tempo di mettersi in viaggio. Senza conoscerne la destinazione.