domenica 26 marzo 2017

Instant Crush...

Bene. La prima settimana post-collaudi è ormai alle mie spalle, e un po' mi aspettavo sarebbe stata dura. Più che altro, mi riferisco all'impatto con le nuove procedure, il dover riprendere confidenza con i sistemi e con i ritmi frenetici della produzione. Ci aggiungo anche il dover fronteggiare sguardi di superiorità ingiustificata, e il dover far fronte ad un rigido schematismo, molte volte privo di senso.
Per fortuna l'accoglienza dei miei colleghi, e mi riferisco in questo senso a coloro che tra essi ritengo amici, è stata calorosa. Mi son sentito "a casa", e questo non va certamente dato per scontato. Non li ringrazierò mai abbastanza. Quindi, in definitiva, si, posso dire che una settimana sia stata assolutamente più che necessaria ad assestare le scosse seguite al mio ritorno in pianta stabile.
Peccato che questi non siano stati gli unici "movimenti tellurici" che abbiano caratterizzato il mio stato d'animo, specialmente in questi giorni. E' una settimana, forse poco più di dieci giorni ormai, che continuo a combattere con me stesso, con dei dubbi che poco alla volta, piano piano, riescono sempre più a far spazio a delle certezze, non sempre confortanti. Cose che succedono, queste, quando in maniera lenta, ma inesorabile, i propri pensieri iniziano ad accentrarsi ed a convergere verso una sola persona. Quando, per esser più chiari, l'idea di poter solamente sentire quella stessa persona, arriva a scandire il ritmo delle proprie giornate, sovrapponendosi, in un incastro perfetto, alle proprie frequenze cardiache. Tutto inaspettato, tutto incredibilmente desiderato, quasi surreale. 
Si resta increduli, quasi incapaci di accettare che tutto ciò stia realmente accadendo. Il che è plausibile, quando i propri sentimenti sono già stati spazzati via come un castello di sabbia travolto da un temporale estivo. E' necessario far mente locale, soffermarsi su quello che volta per volta comincia a riempirti l'anima, ammettere finalmente a sé stessi di aver rimesso in moto il cuore, magari dopo un po' di tempo, e di averne maturato la piena consapevolezza. 
Nello stesso tempo, però, proprio mentre si arriva a comprendere quanto quella persona sia fondamentale, indispensabile al proprio benessere, può capitare, in alcuni casi, di dover fare i conti con la realtà, e nello specifico, con i suoi spigolosi ostacoli. Numerosi ed apparentemente insormontabili ostacoli, disseminati qua e là, nel tragitto fra sé stessi e la realizzazione dei propri sogni.
Eppure, nonostante il senso di frustrazione sia per certi versi familiare, guardando meglio, mi sembra di scorgere qualcosa di nuovo, qualcosa di inedito, tra le righe della mia anima. E' evidente, e non lascia spazio a possibili errori. Dinanzi ad una tale serie di avversità, il "vecchio me" avrebbe gettato la spugna fin dagli inizi, chiudendo drasticamente sul nascere qualsiasi tipo di legame, privandosene totalmente. Ma non sarà questo il caso, non ora. Non dopo aver compreso quanto possa essere più appagante riuscire ad esprimere ciò che si prova, pur consapevoli di non avere chance. Non certo dopo aver sentito il bisogno, reale e fisico, di gridare il proprio amore, a più riprese, restando indifesi, senza barriere. Un amore, che seppur corrisposto, non potrà fare a meno di soccombere a tutte le difficoltà da esso scaturite, che non potrà avere sviluppi e che resterà come il miraggio di un oasi, nel terribile calore del deserto.
Non ho dubbi a riguardo, se la cosa fosse accaduta qualche anno fa, sarei fuggito via senza esitare. E solo adesso riesco a rendermi conto di quanto mi sarei perso, se lo avessi fatto anche stavolta. 
Mi vengono i brividi solo a pensarci. Quindi, benché abbia già fissato un limite, non intendo negarmi tutto questo. Non intendo reprimere ciò che sento, relegarlo alla mia coscienza, facendolo marcire in un tugurio mentale. Scelgo la "vita", scelgo il coraggio, non penserò alle conseguenze e non mi nasconderò. Non andrò giù, non mi farò troppo male. Resterò in piedi, dando voce al cuore, continuando ad amare, amare forte, fino alla fine. Che forse sarà l'inizio. Di un altro, lungo viaggio.


domenica 19 marzo 2017

I'll take the rain...


Ci siamo. La splendida esperienza della trasferta è giunta alla sua conclusione, ed è già tempo di tornare alla vecchia routine. Un paio di giorni di ferie, quanto basta per allungare il weekend e per sistemare alcuni dettagli, prima di riprendere ufficialmente le “ostilità”, già a partire da domani. Inutile in tal senso tirare le somme e stilare un bilancio di tutto ciò che ho vissuto in queste ultime settimane. L’apice del tutto resterà sempre impresso nei meravigliosi ricordi dell’ultimo giorno, tra i saluti, la commozione e gli abbracci delle persone lì presenti. Persone con cui mi sono confrontato, anche sul piano personale oltre che su quello meramente lavorativo. E con cui, senza rendermene conto, ho stabilito un rapporto sincero, fondato sulla fiducia e sulla stima reciproca. 
Non avevo mai preso parte ai collaudi, è stata la mia prima esperienza in trasferta, in quel di Roma. Mi avevano raccontato di quanto potesse essere interessante, soprattutto utile e stimolante dal punto di vista professionale. Un po' mi aspettavo l'effetto "boccata di aria fresca", ma non avrei immaginato di ricevere così tanto, dal punto di vista umano. Queste settimane sono letteralmente volate via, e questo per lo più succede quando trovi l'ambiente giusto, le persone giuste, non soltanto a livello lavorativo. 
Ed è proprio a queste persone, iniziando da Monia, Anna, Dario, Betta, Alessandra, passando per Fabrizio, Stefano, Cinzia, Francesca, Pietro, Federica, fino ad arrivare a Daniela, Francesco, Riccardo, Pino, incluso lo staff del Bar/Mensa di Viale Egeo, che vorrei rivolgere il mio più sentito GRAZIE, per aver reso questa esperienza SPETTACOLARE. E' stato fantastico e non non lo dimenticherò.
Parlando dal punto di vista strettamente personale, è stata una portentosa iniezione di fiducia, che sicuramente apprezzerò nei giorni a venire. Ho ricaricato le batterie, come volevo, e mi sento decisamente più pronto ad affrontare il ritorno e tutto ciò che ne consegue. Non sarà semplice fronteggiare lo stress e le vicissitudini dell’ufficio di Napoli.
Il cambio di sede, che dovrebbe avvenire da qui ad un mese, potrebbe favorire nuovi stimoli ed aumentare l’interesse, rinnovare il senso di curiosità.
Non sarà facile, alla stessa maniera, esser costretto ad un ennesimo confronto con me stesso ed i contrasti che mi caratterizzano: da un lato la consapevolezza di aver recuperato la capacità di provare sentimenti profondi, di riuscire nuovamente a fidarmi e ad amare una persona, seppure in condizioni precarie e senza possibilità di esserne ricambiato; dall’altro, la necessità di gestire un nuovo “addio” e di sparire, come purtroppo la vita mi ha insegnato così bene a fare. 
Stavolta non mi lascerò cogliere impreparato, userò questi ultimi giorni per esprimere ciò che sento, per gestire il dolore cercando di non impattarlo in una sola volta, e per non avere rimpianti. Del resto siamo ancora a Marzo/Aprile. Mi prenderò la pioggia, che comunque mi ristora. Prima di un nuovo, emozionante viaggio. Consapevole che l’estate arriverà.



venerdì 17 marzo 2017

London Trip (Vol. 1) - PART ONE

(Dal Diario del 26/12/2006)

Una settimana. E’ passata una settimana, o poco più, dal mio ritorno. Ed ancora stento a mettere insieme un pensiero, un testo, un qualcosa che possa solo lontanamente esprimere ciò che sento. Ciò che ho sentito nei momenti in cui ero lì. Ciò che ho provato al mio ritorno. Perché se fosse una singola emozione, magari mi sarebbe stato più facile poterla mettere nero su bianco, come in fondo ho sempre fatto. Mi trovo invece a dover far fronte ad un insieme così misto, variegato e intenso di sensazioni, di sapori, odori, rumori… E raramente ho percepito questa difficoltà nell’esprimere quello che porto dentro di me. E, attenzione, non certo per paura di esporre la mia sfera più privata e personale. E nemmeno per paura di riuscire a mettere insieme un testo stilisticamente decente.
Ora, non so se sarò in grado di proiettare su queste pagine l’esatto contenuto della mia anima, ma posso provarci, sapendo di avere comunque avuto del tempo per pensare a quanto successo e a quanto provato. L’intensità di quello che ho provato. È quella la parola più adatta. L’intensità. Nel bene e nel male. Perché nel calderone delle emozioni ci vanno anche quelle meno belle. Come la paura. La paura che l’entusiasmo ed il bisogno di partire non ti avrebbero mai fatto mettere in conto. Invece c’è stata anche quella. La paura di aver fatto un passo troppo più grande di sé, di non riuscire a far tutto in tempo, di perdersi in mezzo alla gente e quella della solitudine che venne a “prendermi” all’aeroporto di Stansted. E così non desideravo altro che avere qualcuno che mi aspettasse a quei cancelli, per potermi indirizzare, dare un consiglio, una mano, una parola di consolazione… Erano le 23,10 ormai. Mi ricordai che la mia passione per la cultura inglese comportava anche una discreta conoscenza della lingua, scritta e parlata. Forse alla sensazione di paura subentrò l’istinto di autoconservazione. E non pochi sanno quanto sia dominante in me la componente istintiva. Questa si accese, e si mise a gridare forte, come a volermi dire: “ANGIOLE’, NON VORRAI DORMIRE MICA IN AEROPORTO STASERA?”
Non potevo dar torto a quella cosa che gridava dentro di me. Avevamo un albergo da raggiungere e, vista l’ora, tanto tanto sonno. Ma la paura, beh quella, iniziava a “scogliersi” al freddo di Stansted. Lasciai che i miei impulsi si lasciassero aiutare anche da quel poco raziocinio di cui dispongo, e credo di aver scoperto una coppia ben assortita, si, ma abbastanza funzionante. Presi una mappa della città e quella della “Tube”, come prima cosa, giusto per poter capire dove fossi, dove andare, e cosa fare per arrivarci. Mi bastò poco, vista la semplicità di quegli strumenti di supporto. A quel punto dovevo usare il mio inglese e CHIEDERE PER SAPERE. Ci misi poco a capire che non fu affatto una cattiva idea. Iniziai col chiedere a dei ragazzi. Poi a cercare di carpire informazioni da comitive di miei connazionali apparentemente informati e con le idee chiare. Probabilmente, solo il fatto che fossero in compagnia non dava loro la sensazione che avevo provato io all’atterraggio. Mi resi poi conto che in effetti la loro sicurezza era apparenza. Erano spiazzati quanto me, nel cercare una soluzione al “nostro” problema comune. Non potendo fare affidamento su questa fonte, il passo successivo era quello di rivolgersi a CHI DI DOVERE (TICKETS AND ASSISTANCE). Furono poi quelle persone ad usufruire delle mie domande e della mia conoscenza della lingua. Incredibile ma vero.

Insomma, poche domande e la chiave dell’enigma venne fuori in due parole: STANSTED EXPRESS. Un simpatico trenino che in circa 45 minuti ci avrebbe portato al centro di Londra, per la precisione Liverpool Street, dove si poteva accedere alle linee più importanti della Tube e della National Railway. Provai felicità nell’ottenere quell’informazione. Felicità che si spense quando andai per comprare il biglietto e l’addetto alle informazioni mi congelò (ci congelò) dicendomi: I’m sorry, no trains at the moment… Il che però non significava necessariamente restare lì a tempo indeterminato. Perché subito dopo provai a farmi dare una via alternativa che, con mia sorpresa, si rivelò ancora migliore. Tutti gli altri andarono via, aspettando il funzionamento dello Stansted Express. Rimasi nuovamente solo, ma non mi importò stavolta. Ora mi importava solo trovare una soluzione alternativa per me. E mi fu data subito, grazie a una simpatica chiacchierata con quegli addetti alle informazioni così simpatici e disponibili. Tale soluzione si chiamava STRATFORD, e a separarmi da lei c’erano “solamente” 50 minuti di National Bus. Si, poteva andare. Feci il biglietto e seguì le indicazioni per arrivare a piedi alla fermata del mio Bus. Una volta salitoci su, avrei dovuto solo aspettare e, nonostante la prima parte del viaggio l’avessi completata, ero ancora lontano dalla destinazione finale. Per poter soffocare l’eventuale ritorno dello sconforto, mi lasciai andare alla stanchezza e mi addormentai. Mi servì non solo per ritemprarmi. Ma anche perché non ebbi nemmeno il tempo di rendermi conto che quei 50 minuti erano già passati, e la porta del Bus era spalancata sulla bellissima stazione di Stratford. Che meraviglia! Furono le prime parole che mi vennero in mente. Mai vista in vita mia un’organizzazione del genere! L’orologio segnava le 00,05, e non avevo tempo per ammirare la stazione. Anche lì c’era l’ufficio informazioni nei pressi della biglietteria. Il copione si sarebbe dovuto ripetere. Non una destinazione univoca stavolta. Solo la scelta della linea metropolitana più adatta. Dalla piccola mappa non era difficile capirlo. Stratford mi era stata consigliata anche per quello. La JUBILEE LINE (grigia) faceva al caso mio e mi bastò la conferma dell’addetto dell’ufficio per farmici saltar su. Ero molto più vicino di quanto non pensassi. La cartina segnava 2 fermate da fare, all’ultima delle quali sarei dovuto scendere ad un sottopassaggio (una specie di interscambio) per poi prendere la linea DLR (verde), di cui mi sarebbe bastata una sola fermata. Se il sonno non mi ingannava ero a 3 fermate dalla fine!!! E ancora non mi rendevo conto che l’efficienza della metropolitana di Londra fosse qualcosa di impensabile per me, abituato alla metropolitana di Napoli. Quindi bastava veramente poco a quel punto… a voler essere pignoli c’era solo da stare attenti a quel sottopassaggio, ma era tutto così chiaramente specificato e indicato che non avrei potuto sbagliare. Pochi minuti e la prima fermata era lì: WEST HAM, un nome non molto simpatico alle mie orecchie, ma fu comunque piacevole sapere che fosse quella precedente alla mia. Nel giro di un’altra manciata di minuti era arrivata anche lei: CANNING TOWN. Quasi incredulo, chiesi a dei passeggeri se fosse veramente lei… A quel punto dovevo trovare il sottopassaggio, e non fu affatto difficile. Giunsi alla DLR LINE, scendendo giù attraverso una scala mobile, e l’unica cosa che dovetti capire fu che il treno che ora mi serviva non passava sempre, ma si sarebbe alternato con un altro. Parlando con una signora gentile e spiegandole la mia situazione, imparai che tra i due treni che si alternavano a passare su quella piattaforma (ovvero KING GEORGE V e BECKTON) io avrei dovuto prendere il secondo. La signora fu gentilissima, non si limitò a rispondermi ma anche a farmi sentire a mio agio, conversando con me e chiedendomi i motivi di quel viaggio, intrapreso da solo, senza saper nulla di quella città di cui ero sempre stato così fortemente innamorato… fu bello poterne parlare con qualcuno, visto il silenzio in cui ero stato nei minuti precedenti. Ma il treno per Beckton era in partenza, così salutai, ringraziai per l’ennesima volta e in breve ero alla mia fermata finale: ROYAL VICTORIA DOCK!!!!! L’albergo IBIS doveva essere da quelle parti, ero in piena zona Excel, praticamente sulle sponde del Tamigi. Era tardissimo ormai, non volli nemmeno guardare le lancette dell’orologio, ma uscito dalla stazione non c’era letteralmente nessuno!!! Era tutto deserto e il rumore dominante era quello del vento che soffiava fortissimo. Poi vidi a 100 metri davanti a me un uomo con i suoi 2 figlioletti. Ero così vicino, dovevo chiedere, non potevo stare lì in mezzo alla carreggiata aspettando che l’albergo venisse da me come per magia. Feci uno scatto per raggiungerlo e, mostrandogli la cartina fornitami dall’agenzia, gli chiesi se conoscesse questo albergo, non lontano da lì. D’altra parte quel signore era un residente, e benché non seppe indicarmi la posizione esatta dell’hotel, disse comunque che il nome non gli era nuovo, e che avrei fatto bene a fare il giro della stazione per uscire dalla parte opposta. Secondo lui, pare che avrei trovato dei taxi o dei mezzi pubblici per i turisti che necessitavano di arrivare agli alberghi in zona. Lo ringraziai moltissimo per quanto aveva fatto, e la sua risposta (THAT’S OK SON, YOU ARE WELCOME!) mi fece sentire come nuovo, spazzando via in maniera completa le incertezze che avevo provato fino a quel momento. Aggirai subito la stazione, era come se avessi recuperato le forze, e non vi era alcun taxi o robe del genere. Trovai di meglio: una bellissima mappa della zona, con la visualizzazione di tutti gli alberghi nelle vicinanze. L’Ibis era a più o meno 700 metri. Li percorsi a piedi, galvanizzato dall’orgoglio e dalla soddisfazione. A un certo punto mi fermai. Davanti a me una enorme insegna rossa scintillante. Smisi di pensare, per poi esclamare: Eccoti finalmente…


domenica 12 marzo 2017

Outstanding Indifference...

Mi ero strettamente ripromesso di non discuterne, di non farne alcun cenno. E' passata giusto una settimana dal nostro contatto, da quel tuo messaggio che mi ha lasciato incredulo, interdetto per diversi giorni. Una settimana durante la quale, ad eccezion fatta per pochi preziosi confidenti, non ho avuto nemmeno la forza di parlarne, faticando non poco a mascherarne la delusione, lo sgomento sul volto. Ecco cosa provoca l'eccesso di self-confidence, e soprattutto la troppa fiducia nelle persone.
In questo senso ci metto la mia buona parte di responsabilità. Del resto, da quant'è che ci conosciamo? A Luglio sarebbero stati ben undici anni. Undici. E nonostante tutto questo tempo, mi ricordo bene di quei giorni iniziali. Di un'intesa scattata subito con te, seppur così diffidente, per certi versi selettivo e poco propenso ai rapporti interpersonali. Impiegammo veramente poco a cementare il tutto con un'amicizia, un'amicizia a cui non troppi mesi dopo ho attribuito il valore più alto della scala. Confesso di averlo dato per scontato, e solo oggi, per citare una vecchia canzone, "mi dipingo la faccia di rosso vergogna". Mi hai lasciato nell'imbarazzo più totale.
Qualcosa di familiare, che avevo forse già provato la scorsa estate, quando la vita decideva, così di punto in bianco, di mettermi in ginocchio, facendo saltare in aria una storia di otto anni, con annessi progetti e speranze future. Non è una cosa semplice da ingoiare a 33 anni suonati. Ma tu lo sapevi, lo sapevi benissimo. Eri lì, presente, con me, nel giorno del congedo. Come lo sei stato nel periodo precedente, così come mi sei stato vicino nei mesi successivi, nascondendo il marcio che covavi al tuo interno.
Con la mia storia distrutta, non esitasti a voler mettere in chiaro che avresti mantenuto il rapporto di amicizia con lei. Una cosa che inizialmente non riuscì a capire, salvo poi farmene una ragione, credendo nella legittimità delle tue azioni. Che ingenuo sono stato. Cieco come chi non vuol vedere.
Negli ultimi mesi mi tendevi una mano, per aiutarmi a venir fuori dalle macerie dei miei sogni infranti. Con l'altra, nello stesso tempo, mi affossavi, nascondendo menzogne ed orchestrando il più becero dei tradimenti. Poi la tua coscienza non ha retto, ha cominciato a scricchiolare. Non hai avuto il coraggio di mostrare la faccia per due settimane. Te ne sei uscito fuori con un messaggio, con un invito ad un confronto nel quale avresti voluto parlarmi, confessare il tuo vergognoso comportamento. Credi davvero te ne avrei dato la possibilità? Credi davvero che, dopo avermi mostrato la tua vera natura di sporco doppiogiochista, ti avrei concesso la soddisfazione di pulire, almeno in parte, la tua lurida coscienza? Se davvero lo hai pensato, anche solo per un istante, hai dimostrato di non essermi inferiore in quanto ad ingenuità. 
Non avresti meritato una pagina di questo spazio, né tantomeno una porzione del mio tempo.
Avevo solo bisogno di esternare il dolore provocatomi da questa vigliaccata, e stigmatizzare l'ennesimo episodio negativo della mia vita. Tenevo anche a dire che, a dispetto del danno procurato, stavolta non basterà a buttarmi giù. Undici anni di amicizia (almeno credevo lo fosse) sono tantissimi, ma prometto che riuscirò ad epurarli, come riuscirò a cancellare te. In fondo tu, nel pieno delle tue facoltà mentali, hai fatto lo stesso, scegliendo di iniziare una storia con l'unica donna che avrebbe sbriciolato il nostro legame. E' solo che, pateticamente, hai provato a tenerlo nascosto. E chissà da quanto tempo. Questo, purtroppo o per fortuna, non lo scoprirò mai. Certo, nulla mi vieta di pensare che la cosa stia andando avanti ormai da mesi. O che, addirittura, abbia contribuito alla fine della mia storia. Alla fine credo che mi convincerò proprio di quest'ultima ipotesi. Semmai ve ne fosse il bisogno, servirà a riabilitarmi da quelle intere orribili settimane passate a darmi colpe di un fallimento che solo oggi scopro essere premeditato. Non potrò dire lo stesso di lei, che (seppur in parte giustifico, data l'immaturità e la quasi totale assenza di personalità), finalmente scopre le carte, mostrando tutta la sua codardia. Ma, credimi, non è che mi interessi più di tanto ormai.
Indirettamente vi ringrazio, in una situazione del genere posso venirne fuori pulito, ed è più di una magra consolazione. Credo che lo apprezzerò ancor di più nei giorni a venire, e spero di poter costruire tutti i miei rapporti futuri su questa consapevolezza. 
Adesso posso veramente chiuderla qua. Mi resterà il dubbio di come mi sarei comportato se fossi stato nella tua posizione. Immagino che non sarò mai in grado di dare una risposta. Resterò sempre incapace di comprendere le motivazioni della tua scelta, ma non importa. Mi fa piacere tu sia consapevole che la nostra amicizia finisca qui, che non ti serberò rancore (è comunque un sentimento, e non lo meriteresti), che finirai nella più totale indifferenza, e che non potrò perdonarti per ciò che hai fatto. Semmai un giorno dovessi pensare di riuscire a guardarti in faccia, potremo anche vederci e chiarire la situazione, come mi hai chiesto. Fino ad allora...




domenica 5 marzo 2017

Satellite of Love...

Marzo è qui da pochi giorni, e sta già cominciando a sconvolgere il tempo. Mattinate soleggiate si alternano ad improvvisi temporali, senza alcun criterio. Nubi che si addensano, per poi diradarsi. Temperature che si avvicinano progressivamente ai climi primaverili inoltrati, ma dicono che presto si abbasseranno. No, non ho né le competenze, né l'intenzione di fare il bollettino meteo. Mi sembrava quasi di disegnare un parallelo tra l'imprevedibilità del tempo, inteso come tempo atmosferico, e l'alternarsi frenetico dei miei stati d'animo di questi giorni. Una fotografia, o forse più precisamente, un insieme di frame, una sequenza che in alcune occasioni sembra scorrere rapidamente, mentre in altre, assume tutte le caratteristiche di un "timelapse".
Parlando di tempo, non in senso meteorologico, dovrei proprio cominciare a fare il punto della situazione, soprattutto per quanto concerne il da farsi, preparare il terreno, cercando di non non farsi trovare impreparati. Proprio come mi aspettavo, il periodo dei collaudi è servito a ricaricare le pile, e questo è più che assodato. A circa 10 giorni dal termine (termine che nel frattempo è divenuto ufficiale), è già arrivato il momento di recuperare tutto ciò che avevo interrotto, tenuto in sospeso.
La lista non è corta, e bisognerà far mente locale, stabilire delle priorità. Andando per gradi, e cercando di non bruciare le tappe, laddove sarà più opportuno scegliere bene e valutare con calma.
Dovrò dedicare gran parte dei miei prossimi pomeriggi, prendendo appuntamento con venditori ed agenzie immobiliari. Ci saranno decine di appartamenti da visionare, ma del resto la decisione di acquistare un immobile (o comunque di trasferirsi) non può esser presa senza aver prima valutato le possibili alternative. Ci saranno tante spese da affrontare, un bel po' di preoccupazioni in più. E, come già detto in precedenza, la cosa non mi spaventa più di tanto. Più nell'immediato, bisognerà riprendere il ritmo costante e serrato degli allenamenti. Con essi, un nuovo regime alimentare (sigh!), che dovrò portare avanti fino ad Estate inoltrata. Ah, già, a proposito di Estate, è tempo di iniziare a programmare le vacanze, cercando, ove possibile, di prevedere il piano ferie aziendale. L'obiettivo concreto sarebbe una settimana, dieci giorni al massimo, per una capatina a Stoccolma e Copenhagen. Difficile, ma non impossibile. Certo, bisognerà cosa ne pensano i miei "compagni di viaggio", cercando di far quadrare budget ed esigenze. Dublino potrebbe essere una validissima alternativa, e comunque, da quel punto di vista, non sarà certo un problema. Sono uno che si adatta senza problemi.
Ci saranno altre mete da raggiungere, non necessariamente all'estero, e con esse, nuove esperienze da registrare, nuovi piatti da aggiungere al mio personalissimo tour enogastronomico, posti da visitare, e persone amiche che mi piacerebbe andare a trovare.
Penso anche ai corsi di formazione che voglio fare, alle possibilità di far crescere il mio curriculum e le mie competenze professionali. Ed anche se qui, in fondo, non sto così male, penso alla possibilità di guardarmi intorno, sempre, e magari migliorare. Con un occhio di riguardo alle persone che entreranno a far parte della mia vita, ed intorno alla quali mi troverò ad orbitare, senza fermarmi. Con curiosità, e nello stesso tempo, con molto entusiasmo. Dando tutto me stesso, come ho sempre fatto. 
Chissà che, tra queste, non trovi un altro "satellite", come me. Del resto siamo solo a Marzo. E ci sarà tempo e modo per scoprirlo.