(Dal Diario del 26/12/2006)
Una settimana. E’ passata una settimana, o poco più, dal mio ritorno. Ed ancora stento a mettere insieme un pensiero, un testo, un qualcosa che possa solo lontanamente esprimere ciò che sento. Ciò che ho sentito nei momenti in cui ero lì. Ciò che ho provato al mio ritorno. Perché se fosse una singola emozione, magari mi sarebbe stato più facile poterla mettere nero su bianco, come in fondo ho sempre fatto. Mi trovo invece a dover far fronte ad un insieme così misto, variegato e intenso di sensazioni, di sapori, odori, rumori… E raramente ho percepito questa difficoltà nell’esprimere quello che porto dentro di me. E, attenzione, non certo per paura di esporre la mia sfera più privata e personale. E nemmeno per paura di riuscire a mettere insieme un testo stilisticamente decente.
Ora, non so se sarò in grado di proiettare su queste pagine l’esatto contenuto della mia anima, ma posso provarci, sapendo di avere comunque avuto del tempo per pensare a quanto successo e a quanto provato. L’intensità di quello che ho provato. È quella la parola più adatta. L’intensità. Nel bene e nel male. Perché nel calderone delle emozioni ci vanno anche quelle meno belle. Come la paura. La paura che l’entusiasmo ed il bisogno di partire non ti avrebbero mai fatto mettere in conto. Invece c’è stata anche quella. La paura di aver fatto un passo troppo più grande di sé, di non riuscire a far tutto in tempo, di perdersi in mezzo alla gente e quella della solitudine che venne a “prendermi” all’aeroporto di Stansted. E così non desideravo altro che avere qualcuno che mi aspettasse a quei cancelli, per potermi indirizzare, dare un consiglio, una mano, una parola di consolazione… Erano le 23,10 ormai. Mi ricordai che la mia passione per la cultura inglese comportava anche una discreta conoscenza della lingua, scritta e parlata. Forse alla sensazione di paura subentrò l’istinto di autoconservazione. E non pochi sanno quanto sia dominante in me la componente istintiva. Questa si accese, e si mise a gridare forte, come a volermi dire: “ANGIOLE’, NON VORRAI DORMIRE MICA IN AEROPORTO STASERA?”
Non potevo dar torto a quella cosa che gridava dentro di me. Avevamo un albergo da raggiungere e, vista l’ora, tanto tanto sonno. Ma la paura, beh quella, iniziava a “scogliersi” al freddo di Stansted. Lasciai che i miei impulsi si lasciassero aiutare anche da quel poco raziocinio di cui dispongo, e credo di aver scoperto una coppia ben assortita, si, ma abbastanza funzionante. Presi una mappa della città e quella della “Tube”, come prima cosa, giusto per poter capire dove fossi, dove andare, e cosa fare per arrivarci. Mi bastò poco, vista la semplicità di quegli strumenti di supporto. A quel punto dovevo usare il mio inglese e CHIEDERE PER SAPERE. Ci misi poco a capire che non fu affatto una cattiva idea. Iniziai col chiedere a dei ragazzi. Poi a cercare di carpire informazioni da comitive di miei connazionali apparentemente informati e con le idee chiare. Probabilmente, solo il fatto che fossero in compagnia non dava loro la sensazione che avevo provato io all’atterraggio. Mi resi poi conto che in effetti la loro sicurezza era apparenza. Erano spiazzati quanto me, nel cercare una soluzione al “nostro” problema comune. Non potendo fare affidamento su questa fonte, il passo successivo era quello di rivolgersi a CHI DI DOVERE (TICKETS AND ASSISTANCE). Furono poi quelle persone ad usufruire delle mie domande e della mia conoscenza della lingua. Incredibile ma vero.
Insomma, poche domande e la chiave dell’enigma venne fuori in due parole: STANSTED EXPRESS. Un simpatico trenino che in circa 45 minuti ci avrebbe portato al centro di Londra, per la precisione Liverpool Street, dove si poteva accedere alle linee più importanti della Tube e della National Railway. Provai felicità nell’ottenere quell’informazione. Felicità che si spense quando andai per comprare il biglietto e l’addetto alle informazioni mi congelò (ci congelò) dicendomi: I’m sorry, no trains at the moment… Il che però non significava necessariamente restare lì a tempo indeterminato. Perché subito dopo provai a farmi dare una via alternativa che, con mia sorpresa, si rivelò ancora migliore. Tutti gli altri andarono via, aspettando il funzionamento dello Stansted Express. Rimasi nuovamente solo, ma non mi importò stavolta. Ora mi importava solo trovare una soluzione alternativa per me. E mi fu data subito, grazie a una simpatica chiacchierata con quegli addetti alle informazioni così simpatici e disponibili. Tale soluzione si chiamava STRATFORD, e a separarmi da lei c’erano “solamente” 50 minuti di National Bus. Si, poteva andare. Feci il biglietto e seguì le indicazioni per arrivare a piedi alla fermata del mio Bus. Una volta salitoci su, avrei dovuto solo aspettare e, nonostante la prima parte del viaggio l’avessi completata, ero ancora lontano dalla destinazione finale. Per poter soffocare l’eventuale ritorno dello sconforto, mi lasciai andare alla stanchezza e mi addormentai. Mi servì non solo per ritemprarmi. Ma anche perché non ebbi nemmeno il tempo di rendermi conto che quei 50 minuti erano già passati, e la porta del Bus era spalancata sulla bellissima stazione di Stratford. Che meraviglia! Furono le prime parole che mi vennero in mente. Mai vista in vita mia un’organizzazione del genere! L’orologio segnava le 00,05, e non avevo tempo per ammirare la stazione. Anche lì c’era l’ufficio informazioni nei pressi della biglietteria. Il copione si sarebbe dovuto ripetere. Non una destinazione univoca stavolta. Solo la scelta della linea metropolitana più adatta. Dalla piccola mappa non era difficile capirlo. Stratford mi era stata consigliata anche per quello. La JUBILEE LINE (grigia) faceva al caso mio e mi bastò la conferma dell’addetto dell’ufficio per farmici saltar su. Ero molto più vicino di quanto non pensassi. La cartina segnava 2 fermate da fare, all’ultima delle quali sarei dovuto scendere ad un sottopassaggio (una specie di interscambio) per poi prendere la linea DLR (verde), di cui mi sarebbe bastata una sola fermata. Se il sonno non mi ingannava ero a 3 fermate dalla fine!!! E ancora non mi rendevo conto che l’efficienza della metropolitana di Londra fosse qualcosa di impensabile per me, abituato alla metropolitana di Napoli. Quindi bastava veramente poco a quel punto… a voler essere pignoli c’era solo da stare attenti a quel sottopassaggio, ma era tutto così chiaramente specificato e indicato che non avrei potuto sbagliare. Pochi minuti e la prima fermata era lì: WEST HAM, un nome non molto simpatico alle mie orecchie, ma fu comunque piacevole sapere che fosse quella precedente alla mia. Nel giro di un’altra manciata di minuti era arrivata anche lei: CANNING TOWN. Quasi incredulo, chiesi a dei passeggeri se fosse veramente lei… A quel punto dovevo trovare il sottopassaggio, e non fu affatto difficile. Giunsi alla DLR LINE, scendendo giù attraverso una scala mobile, e l’unica cosa che dovetti capire fu che il treno che ora mi serviva non passava sempre, ma si sarebbe alternato con un altro. Parlando con una signora gentile e spiegandole la mia situazione, imparai che tra i due treni che si alternavano a passare su quella piattaforma (ovvero KING GEORGE V e BECKTON) io avrei dovuto prendere il secondo. La signora fu gentilissima, non si limitò a rispondermi ma anche a farmi sentire a mio agio, conversando con me e chiedendomi i motivi di quel viaggio, intrapreso da solo, senza saper nulla di quella città di cui ero sempre stato così fortemente innamorato… fu bello poterne parlare con qualcuno, visto il silenzio in cui ero stato nei minuti precedenti. Ma il treno per Beckton era in partenza, così salutai, ringraziai per l’ennesima volta e in breve ero alla mia fermata finale: ROYAL VICTORIA DOCK!!!!! L’albergo IBIS doveva essere da quelle parti, ero in piena zona Excel, praticamente sulle sponde del Tamigi. Era tardissimo ormai, non volli nemmeno guardare le lancette dell’orologio, ma uscito dalla stazione non c’era letteralmente nessuno!!! Era tutto deserto e il rumore dominante era quello del vento che soffiava fortissimo. Poi vidi a 100 metri davanti a me un uomo con i suoi 2 figlioletti. Ero così vicino, dovevo chiedere, non potevo stare lì in mezzo alla carreggiata aspettando che l’albergo venisse da me come per magia. Feci uno scatto per raggiungerlo e, mostrandogli la cartina fornitami dall’agenzia, gli chiesi se conoscesse questo albergo, non lontano da lì. D’altra parte quel signore era un residente, e benché non seppe indicarmi la posizione esatta dell’hotel, disse comunque che il nome non gli era nuovo, e che avrei fatto bene a fare il giro della stazione per uscire dalla parte opposta. Secondo lui, pare che avrei trovato dei taxi o dei mezzi pubblici per i turisti che necessitavano di arrivare agli alberghi in zona. Lo ringraziai moltissimo per quanto aveva fatto, e la sua risposta (THAT’S OK SON, YOU ARE WELCOME!) mi fece sentire come nuovo, spazzando via in maniera completa le incertezze che avevo provato fino a quel momento. Aggirai subito la stazione, era come se avessi recuperato le forze, e non vi era alcun taxi o robe del genere. Trovai di meglio: una bellissima mappa della zona, con la visualizzazione di tutti gli alberghi nelle vicinanze. L’Ibis era a più o meno 700 metri. Li percorsi a piedi, galvanizzato dall’orgoglio e dalla soddisfazione. A un certo punto mi fermai. Davanti a me una enorme insegna rossa scintillante. Smisi di pensare, per poi esclamare: Eccoti finalmente…
