martedì 27 marzo 2018

LONDON TRIP - Vol. 2 - Part One...

(dal Diario del 17/06/2008)

Ne sono successe tante di cose, in questi ultimi giorni. Tante, e di diverso genere. Eppure, tra tutte le cose, quella da cui non riuscivo a staccare il pensiero, era il senso di nostalgia che provavo dentro di me. Me ne sono reso conto anche ieri, mentre camminavo per strada, verso la mia auto. Non che fossi triste in realtà. Ma per quanto fossi ancora estasiato da ciò che avevo vissuto in prima persona, sapevo che alzando lo sguardo in alto, il cielo di Londra non fosse più sopra di me… Dopo la prima esperienza del viaggio a Londra, da solo, risalente a circa 2 anni fa, avevo sempre pensato che (questione di tempo) sarei ritornato per rivivere quella fantastica esperienza. 

Ciò che non potevo tuttavia immaginare, è che stavolta le emozioni e le sensazioni si sarebbero moltiplicate in maniera esponenziale, giorno dopo giorno, lungo quella che è stata e che resterà una delle settimane più indimenticabili della mia esistenza. E, cosa ancora migliore, stavolta non sarei stato da solo a contemplare quella meraviglia. Bensì avrei potuto condividere quei momenti con uno dei miei amici più cari. Beh, certo, in realtà le cose sarebbero andate anche meglio se con me ci fossero stati anche tutti gli altri miei amici (sia vicini, che lontani), e i miei fratelli. Spesso e volentieri l’idea che tutti loro potessero essere lì con me, aveva affollato la mia mente in altre occasioni. Non escludo che questo si possa verificare in futuro. 

Nel frattempo, colgo anche l’occasione per ringraziare il mio amico Peppe, per aver condiviso con me questo magnifico viaggio. Alla stessa maniera in cui ho raccontato la mia prima esperienza a Londra, ho deciso di tracciare per iscritto gli appunti che, volta dopo volta, ho meticolosamente lasciato su queste pagine. Credo che ne valga davvero la pena, non solo per fissare meglio la bellezza straordinaria di quel “mondo” così affascinante per me. Quanto per condividere il tutto con le persone che mi conoscono, con quelle che fanno parte della mia vita e, perché no, anche con quelle che potrebbero entrarne a far parte, in futuro. Ovviamente non sarà semplice, ma ci proverò ugualmente. Perché non vi sarebbe un modo migliore per dare forma e nel contempo sostanza a delle banalissime parole. Per cui, cominciamo con ordine.

Parliamo di un caldo pomeriggio di Giugno, il giorno 5 per la precisione. Ci eravamo cautelati, muovendoci con largo anticipo su tutti i fronti, tra le varie prenotazioni e svariati accorgimenti. Avevamo anche perso qualche “pezzo” per strada. “The Show must go on”, cantava Freddie. E così è stato. Il giorno precedente, avevamo deciso di vederci, in serata, a cena fuori. Quattro colleghi, nello specifico quattro amici, qualche blanda considerazione, molte speranze, ancor più incertezze, un abbraccio, per salutarsi. Sapendo di ritrovarci dopo una settimana. 

Per il giorno 5, il volo è fissato alle ore 20,50 circa. Ma si sa, le operazioni di check-in sono anticipate di almeno un paio d’ore. Per cause di forza maggiore, conveniamo che è meglio recarsi insieme in aeroporto, con un buon margine di tempo a nostro favore. Antonio non si fa problemi, e si prodiga per accompagnarci all’aeroporto verso le 16,15. Così mi reco a casa di Giuseppe, e giusto il tempo si sistemare le ultime cose, ci prepariamo a scendere per attendere l’arrivo di Antonio. Nervoso e tesissimo come sempre, il nostro amico si fa vivo dopo una ventina di minuti. La paurosa frenata, nei pressi del portone del palazzo dove ci trovavamo, la diceva abbastanza lunga. Dopo aver raccolto i nostri bagagli, e le nostre prime sensazioni sulla imminente partenza, ci incamminiamo verso Capodichino. 

Ricordo con estremo piacere le risate che ci siamo fatti in macchina, lungo il tragitto, mentre le palpitazioni incominciavano il loro lento ma progressivo incedere. Era tanta la voglia di partire. Così tanta, che si aveva quasi la percezione di non raggiungere mai l’aeroporto. Già, quasi. Perché poi, in fondo, così non è stato. Il tempo di scambiare due parole tra amici, di dar voce alle proprie aspettative (anche urlando dal finestrino anteriore della vettura!), di ascoltare i consigli di Max Pezzali, a ricordarci che, mezzo pieno o mezzo vuoto, ci è concesso un solo bicchiere, ed eravamo oramai giunti a destinazione. Un ultimo saluto, qualche raccomandazione da “fratello maggiore” della situazione, e un abbraccio lasciavano cadere il sipario sulla fine della prefazione. Come per Pasquale, sapevamo che la presenza di Antonio ci sarebbe mancata in quella esperienza che ci accingevamo a compiere. Se non altro, perché ci avevamo maledettamente sperato. E non poco. Dall’altro lato, sapevamo entrambi che, in un modo o nell’altro, lui si sarebbe fatto sentire, magari per una sorta di mancanza reciproca. Magari mascherandola con l’impellente esigenza di chiedermi “dove gioca Benaglio?” 

Attualmente è il portiere della nazionale Svizzera e del Wolfsburg. Ma non è questo il punto. Mancavano ancora alcune ore al decollo, ma eravamo giunti giusto in tempo per completare tutte le operazioni necessarie all’imbarco. Quelle poche ore furono (stranamente) appena sufficienti, per fare tutto con estrema calma e oculatezza. Le procedure non erano più un mistero per me, mi sentivo tranquillo e preparato. Anche Giuseppe sapeva già come muoversi per ogni situazione. Al nostro arrivo, il check-in era già aperto, in sostanzioso anticipo. Fu una piacevole sorpresa, di cui onestamente, non si poteva non approfittarne. 

Liberi dal nostro bagaglio da stiva, potemmo concentrarci sul resto del da farsi, girando tranquillamente per l’aeroporto. In realtà, la priorità vera e propria prima di rilassarci ad aspettare l’apertura dei controlli, era il cambio della moneta. Completata anche quella formalità, ciò che maggiormente mi balenava per la mente era il fatto di non veder l’ora di giungere in albergo. Non so quante volte lo avrò detto anche a Giuseppe. Era una costante, un pensiero ricorrente. Il pensiero dominante tra gli altri pensieri. Ma solo in quella fase. Perché il pensiero di un nuovo mondo che stava di lì a poco per accogliermi, non poteva non sfiorarmi. E non soltanto questo. C’era il pensiero di tutte le persone che avevo e che mi avevano salutato, consapevoli di questa mia “assenza”. Era bello pensare al loro affetto, proprio in quegli istanti. Sapevano che sarei partito, che sarei stato via per una settimana, lontano da qui. Sapevano allo stesso modo che sarei tornato, nuovamente tra loro. Manco a farlo apposta, in poco tempo quei pensieri si intrecciarono saldamente a numerosi sms di saluto, messaggi di affetto e attestati di stima, a cui non esitai a rispondere. Il tempo passò notevolmente in fretta, e dopo un po’ decidemmo di mangiare qualcosa, prima di recarci ai controlli. Anche quello era stato calcolato preventivamente. 

Merito di Peppe, ovviamente, che si occupo' di preparare un pranzo al sacco per entrambi. Il distributore delle bibite era lì a pochi passi e funzionava perfettamente. Lo credevamo un nostro fidato alleato, finché non ci distribuì due bottigliette d’acqua (di cui non ricordo la marca) con tre o quattro metri cubi di anidride carbonica compressa per bottiglia. Da far rabbrividire perfino l’acqua Bertier, citata da Paolo Villaggio nelle sue opere fantozziane. Non avevamo tuttavia tempo per lamentarci. Una volta consumata la nostra cena farinacea (un modo come un altro per intendere il panino), ci recammo ai controlli doganali. Buon per noi, non trovammo chissà quale caos. L’unico problemino fu recuperare tutti i miei oggetti metallici, che tra catenine, anelli, portachiavi, ciondoli e compagnia, non sono pochi. 

Mi resi conto di aver creato un po’ di fila dietro di me, così, quasi in colpa, recuperai tutti i miei oggetti personali, compresa la cintura dei pantaloni, e mi portai verso un punto dove mi sarei potuto ricomporre. Vi lascio immaginare la scena. Senza finire nell’osceno (forse ero già finito nel ridicolo per il modo in cui raccattai le mie cose), cioè senza far cadere i miei pantaloni privi di cintura, riuscì a risistemare tutto, preparando biglietto aereo e documento. Avevamo individuato il gate, e mancava veramente poco all’imbarco. Ricordo lo sguardo di Peppe in quei frangenti. Era visibilmente emozionato. Probabilmente più del sottoscritto. Eravamo come quei bimbi che attendono trepidanti il loro turno per salire sulla giostra. Una condizione che ci ha caratterizzato lungo ogni tappa del nostro viaggio. Io già ci pensavo. 

E più ci pensavo, più mi sentivo il cuore in gola. Avevo con me il lettore mp3 del cellulare, con tutti i brani che componevano la colonna sonora della mia vita fino a quel momento. Non potevano mancare. Assolutamente. Ero tentato dal mettere le cuffiette e dal premere il tasto PLAY, per sentire la mia musica e il mio cuore all’unisono. Non era ancora il momento però. La signorina dell’Easyjet era appena arrivata per comunicare l’ordine di imbarco. Naturalmente in inglese stretto. E, naturalmente, la maggior parte degli italiani fece finta di capire il tutto, stravolgendo letteralmente l’ordine d’ingresso. Anzi, per dirla meglio, strafottendosene. Sarà stato un caso ma all’uscita del gate, proprio in prossimità della porta, si erano portati tutti quelli che avevano la lettera “B”, e che pertanto avrebbero dovuto dar precedenza a coloro che avevano la lettera “A” sul biglietto o sulla carta d’imbarco. Una spiegazione fatta di gesti e di italiano maccheronico non fu sufficiente per far capire alla “mandria” come in realtà stessero le cose. Per cui fummo costretti ad avanzare ostentando il biglietto, indicando la nostra scintillante letterina, come a giustificarci del fatto di poter passare per primi. Una vera gioia per il mio fegato e per i miei nervi. Ciononostante, riuscì a calmarmi, consapevole che quello era l’ultimo atto. O comunque, il primo del viaggio che stavamo per intraprendere. 

Oramai era fatta. Peppe era entusiasta, io già pensavo allo sbarco. Non trovammo posti vicini, ma avemmo comunque modo di salutarci con un “ci vediamo in Inghilterra!”. Per il resto, ho preferito affrontare il viaggio rilassandomi, chiudendo gli occhi e dedicandomi completamente alla musica. Una decina di minuti di ritardo, nulla più. Eravamo già arrivati, con le luci luminose e l’insegna della HSBC che illuminavano Stansted. Proprio come durante il mio primo viaggio, da solo. Stavolta non ero per niente intimorito. Sapevo come muovermi, dove muovermi. Mi sentivo in una realtà nuova, completamente differente, eppur così familiare. Ciò che non mi aspettavo, fu l’enorme fiumana di gente al controllo dei passaporti. Doveva esserci stato qualche disservizio. Per forza. Perdemmo una quarantina di minuti buoni, e non senza qualche difficoltà per colpa della mia tessera d’identità (anche questo un déjà-vu), riuscimmo a venirne fuori. A quel punto, avevo già un’idea di come fare per andare a Bayswater. 

Mi incamminai con passo sicuro e spedito verso la biglietteria. Sapevamo che a quell’ora lo Stansted Express fosse fuori uso. Per cui, all’inserviente della biglietteria, chiesi direttamente le informazioni sul Bus per Stratford, dicendo che da lì avremmo preso la metro per Bayswater. Ero convinto di ciò che dicevo, Peppe naturalmente asseriva, ed ero anche convinto che il tizio mi avrebbe dato ragione. Ci mise poco a smentirmi. “Personalmente non sono d’accordo, signore” – fece lui con il classico aplomb britannico. Distrusse le mie (le nostre) convinzioni, ma almeno gli chiesi il perché.  Ci spiegò che dalle 22,00 in poi, la underground fosse inutilizzabile per dei lavori di aggiornamento. E disse che il modo migliore per arrivare in zona, fosse prendere il National Bus A6, che ci avrebbe condotti dritti dritti a Marble Arch. Sulla nostra mappa, la fermata di Marble Arch era apparentemente vicina. 

Ci venne da pensare “idea grandiosa”, tanto da ringraziare il gentile signore e da prendere subito il bus alla modica cifra di 10 pounds cadauno. Era proprio in partenza. Una comodità pazzesca, che avevo già vissuto la prima volta. Pensammo che l’inserviente ci avesse dato un consiglio favoloso, facendoci risparmiare tempo e un altro eventuale mezzo per Bayswater. L’entusiasmo morì circa un’ora dopo, quando, arrivati a Marble Arch, venimmo a sapere che Bayswater fosse distante mezz’ora di cammino. Provammo a chiedere indicazioni, ma non fu come nel mio caso precedente (l’Ibis era a 400 metri da Royal Victoria). Era anche tardissimo, tra le altre cose. Ma non perdemmo la calma. Una volta guardatici intorno, anche dopo aver chiesto, sfruttammo l’occasione per chiamare un taxi. 

Loro dovevano per forza conoscere il percorso esatto. Bayswater sarebbe stata però troppo generica come indicazione. Così come il nome dell’albergo, Bayswater Inn. Chiesi a Peppe il voucher dell’albergo, e la passai al tassista. Disse che era a cinque minuti di taxi, e non ebbe manco il tempo di finire la frase che avevo già riposto i bagagli sulla vettura. Stavolta era davvero fatta. E potevamo gioirne senza problemi. Impiegammo poco a raggiungerlo, grazie anche alla paurosa guida da rally del tassista (un paio di drift davvero di pregevole fattura), forse per ingannare il tassametro, chissà. Sta di fatto che questo Bayswater Inn sarebbe stato quasi impossibile da raggiungere a piedi, si trovava a Porchester Gardens, dopo un paio di isolati da Bayswater Road. Il tassista ci diede il benvenuto in maniera calorosa. 

Noi pagammo la corsa e ringraziammo di cuore. Ad attenderci alla reception, c’era un curioso tizio orientale. Ci spiegò il regolamento, cosa fare, cosa non fare, e capendo che fossimo italiani, pronunciò un decente “buonanotte”. La camera era al secondo piano, e l’hotel era fornito di l’ascensore. Una volta entrati, ciascuno di noi si fiondò sul proprio lettino. Eravamo esausti, ma felicissimi. Personalmente, non stavo nei panni dalla contentezza. Il tempo di avvisare a casa, e poi chiusi gli occhi. Consapevole che, quando li avrei riaperti, il cielo di Londra sarebbe stato ancora sopra di me.



giovedì 15 marzo 2018

The Bitter End...

Nella mia personalissima Classifica, chiamiamola pure "Top 5" (che fa decisamente più figo) degli appuntamenti più imbarazzanti della mia vita, non posso non considerare la "situazione Ilaria". Mi rendo conto che nel caso specifico, forse, parlare di appuntamento possa essere riduttivo, o comunque non del tutto appropriato. Certo, alla stessa identica maniera, non potrei nemmeno parlarne come una "storia" o conferirle lo status di relazione vera e propria. Considerandone la durata (passatemi il termine), quello no, senza alcuna ombra di dubbio. 

Resta ad ogni modo una di quelle persone degna di menzione, un highlight che inserisco molto volentieri nella lista. Andiamo per gradi.
Mi ero appena trasferito in quel di Roma per il mio secondo periodo di collaudi, parliamo dei primissimi giorni di Settembre. In questo senso, Ilaria rappresentava una piacevolissima novità, una delle più liete. La nostra fu una conoscenza "lampo". Non ero certo nuovo a questa tipologia di incontri virtuali, e probabilmente, proprio in virtù di questa mia discreta esperienza, avrei tranquillamente potuto classificare Ilaria come un caso completamente a parte. Spigliata, esuberante, con una forte carica di autoironia: insomma, davvero niente da dire sulla presentazione. 

Dal canto suo sembrava esserci un riscontro, non so fino a che punto, sebbene potesse concernere l'aspetto fisico, ma più in generale pareva esserci una certa affinità. Per quanto particolare e comunque positivo come inizio (qualcosa di difficile ma non impossibile da trovare), non fu certo questo l'elemento più sorprendente di tutta la faccenda. Provo a spiegarmi meglio.

A qualsiasi livello, proprio come regola non scritta, va da sé che ogni conoscenza abbia bisogno di una sostanziosa dose di fiducia, un'impalcatura di compatibilità, ed una imprescindibile predisposizione ad allacciare rapporti interpersonali, non inficiata da paure, insicurezze e pregiudizi derivanti da fantasmi del passato. Generalmente, nell'arco di questi ultimi anni, mi son quasi sempre trovato di fronte a delle combinazioni più o meno distinte di tutti questi elementi, il più delle volte (inutile nasconderlo) dovendo necessariamente far fronte a dei veri compromessi. Su un piano ideale, detto onestamente, mi sarebbe piaciuto poter disporre di un equalizzatore con cui regolare una componente, piuttosto che un'altra, con un meticoloso gioco di manopole, fatto ad arte. Impossibile anche soltanto da immaginare. Figuriamoci.

Forse, per la prima volta nella mia esperienza, con Ilaria non ve ne sarebbe stato nessun bisogno. Gli elementi erano tutti lì, addirittura strabordavano. La semplicità nel dialogo aveva già prepotentemente preso il sopravvento. Ed io avrei potuto gettar via il mixer o riporlo nello sgabuzzino. Eravamo esattamente sullo stesso piano, a livello di comunicazione. Nessuno dei due si era perso in fronzoli nel presentarsi, avevamo deciso entrambi di puntare sull'essere diretti, quanto più possibile. 

"Parlami di questi 26 km che ci separano..." - iniziò così, più o meno, la nostra prima conversazione. Mi fece questa richiesta basandosi sui pochi dati che aveva a disposizione del sottoscritto. Fu un utilissimo spunto, per quanto scarno, sufficiente a permettermi di conoscere un bel po' di cose: proveniente dalla provincia di Caserta (adesso non ricordo di preciso il nome del paese o della relativa frazione), sebbene suo padre fosse di origini partenopee, 32 anni, laureata, impiegata come informatrice nel settore farmaceutico, amante dell'arte e viaggiatrice assidua.

Mi aveva fatto un'ottima impressione e quella sua descrizione, fatta così, anche se soltanto per sommi capi, l'aveva resa ancor più accattivante ai miei occhi. Sincera, onesta e diretta, reggeva incredibilmente il confronto, senza mai scadere nella banalità. Era sempre piena di spunti, e sapeva come orchestrare la conversazione sulla base di una sua sottile ma piacevolissima ironia di fondo. Nel contempo, si dimostrava curiosa nel conoscermi, nel farmi domande anche sul personale. Nel suo immaginario, quello strumento "virtuale" non era né più né meno di un bar, dove la gente si sarebbe potuta incontrare, a seconda del tipo di approccio stabilito, chiacchierare e, nel caso, continuare a frequentarsi.

Tale concezione, così "matura" per certi aspetti, così intelligente (oserei dire), era spaventosamente simile alla mia, ed in quel momento costituiva una novità, che difficilmente avrei pensato di riscontrare. Rimasi piacevolmente sorpreso, a conferma di tutte le premesse che già mi erano state paventate. E' possibile che, per arrivare a pensarla così, Ilaria avesse maturato diverse esperienze in quell'ambito. O, molto più semplicemente, si trattava soltanto di una ragazza estremamente in gamba, un tipo sveglio, in grado di saper distinguere e valutare i propri interlocutori, senza farsi avvelenare da possibili turbe mentali o pregiudizi senza senso. Quel nostro confronto, evidentemente, fu tale da incuriosirla ad un livello successivo, e senza farsi troppi problemi, mi chiese di poterci sentire telefonicamente, con lo scopo di rendere quella situazione del tutto reale.

Inutile dire quanto la cosa mi interessasse. Non ci sarebbe stato nulla di sbagliato. Non avremmo fatto nulla di male, ed entrambi ne eravamo consapevoli.
"Posso farti una domanda? Sei forse il primo che incontro in questo contesto a non avermi chiesto contatti, numero di cellulare, Facebook, ecc ecc... Perchè?"
 Aveva proprio una marcia in più, da questo punto di vista. Ed anche quando si ipotizzava soltanto la possibilità di vederci, era capace di gestire la cosa, con semplicità e con la sua proverbiale ironia, scherzando sull'eventuale impatto visivo derivante dal nostro primo incontro ("E se poi quando ci vediamo non ti dovessi piacere? Io sono molto sensibile su questo tema... Dovremmo inventarci un segnale, o qualcosa del genere..."). 

Preoccupazione legittima, immagino ancor di più dal punto di vista della psiche femminile, ma nel suo caso si trattava di una paranoia del tutto superflua. Le sue fotografie lasciavano intendere che si trattasse di una ragazza molto bella, mi piaceva, incontrava i miei gusti, e soprattutto mi intrigava tutto il "contorno": il modo in cui descriveva il suo lavoro, l'interesse che lasciava trasparire, il modo in cui raccontava le sue molteplici esperienze di viaggi in giro per il mondo (decisamente più numerosi rispetto ai miei, benchè le mancasse Londra) e la passione con cui descriveva il suo amore per il teatro e la recitazione. Uno dei temi, proprio quest'ultimo, che maggiormente riuscì a favorire le nostre conversazioni. Mi disse di frequentare da circa due anni questa Scuola di Teatro, e di essere completamente presa da quella attività, al punto da sentirsi rigenerata ogni volta. Non era difficile capire, sentendola parlare al telefono, quanta dedizione e quanto trasporto vi mettesse.

Ricordo che, un giorno, le dissi che mi sarebbe piaciuto, così, anche soltanto per scherzo, formare un gruppo teatrale (o eventualmente partecipare ad uno dei tanti esistenti), per mettere su uno spettacolo, ispirato alla commedia "Miseria e Nobiltà" (tra le mie preferite in assoluto), in maniera goliardica e assolutamente amatoriale. Non ne fu esattamente entusiasta ribadendo con fermezza ed in maniera risoluta, che il Teatro andava preso sul serio, insistendo che fosse qualcosa da fare con studio certosino e doverosa applicazione. Mi smontò, alla sua maniera, un po' come il maestro di Biliardo del Ragionier Fantozzi, nottambulo inguaribile, reperito dietro indicazione di un metronotte ("Con me, o si diventa campioni o niente!!!"). Credo facesse parte della sua schiettezza, che l'aveva sempre contraddistinta. Anche quando, già dalle primissime telefonate, non esitava a dirmi di quanto il mio tono fosse "strambo", a suo dire quasi da conduttore del TG1. Non ho mai ben compreso se fosse stato il caso di ritenermi lusingato oppure offeso da questa sua considerazione. Immagino che non abbia poi così importanza.

E, comunque, a discapito di questo, la sua stima nei miei confronti non ne usciva certamente scalfita. Anzi. Quando possibile, non perdeva occasione di farmelo intendere a chiare lettere. Nei giorni successivi iniziai a notare che l'interesse (reciproco) fosse in graduale aumento. Ne ebbi un'ulteriore prova quando, durante una lunga chiacchierata, mi raccontò di questa sua prova di recitazione, da affrontare nello spazio di una settimana, dove avrebbe dovuto eseguire un monologo. Non avrei mai pensato che mi avesse chiesto un aiuto, in merito alla scelta del "pezzo" da utilizzare in tal senso. Preso alla sprovvista, mi limitai a suggerirle un passo di "Non buttiamoci giù" (romanzo di cui stavo ultimando la lettura in quei giorni) e la cosa sembrò funzionare. Restai ancor più sorpreso nel sapere quanto avesse apprezzato. Una fortuna sfacciata.

Verso la fine di Settembre, dopo circa due settimane dal nostro primo "contatto", provai a sondare concretamente il terreno per proporle un'uscita. 
Sarebbe stata molto interessata anche lei, su questo non nutrivo dubbi. Ma non so per quale recondito motivo, il mio approccio fu timido, poco deciso. Non avrei voluto metterla in difficoltà, ma anche in quella situazione, sarebbe stata una preoccupazione tutta mia personale.
"Non mi hai messo in difficoltà. Mica mi metti in difficoltà così? In effetti... Pensavo che potevamo vederci il pomeriggio, io e te, a Caserta. E poi andare ad Aversa, la sera."

Una preoccupazione, un timore, del tutto personale, che aveva dissolto in poche righe. Poche semplici righe. E di lì a poco, complice anche l'aiuto di mia cugina Lisa (sempre interessata sul mio tema "sentimentale") organizzai questa uscita durante il primo weekend utile, contemplando la possibilità di una cena, nulla di impegnativo, insieme ad i miei amici. Anche nell'eventualità di stemperare il possibile clima di imbarazzo, che spesso accompagna il primo incontro. Ci saremmo visti nel pomeriggio. Le lasciai decidere il posto, ed essendo comunque una persona molto attenta e giudiziosa, finì per far ricadere la sua scelta su un bar, all'interno di un noto centro commerciale. Posto pubblico, affollato, senza possibilità di equivoci. Avevamo anche un mezzo accordo in merito all'orario, si parlava di metà pomeriggio, intorno alle 17,30 o giù di lì.

Come mio solito, giunsì in leggero anticipo. Lei, invece, era in ritardo clamoroso, per aver esagerato nella sua consueta pennica del sabato.
Vedendola venire verso di me, me ne dimenticai. Il vestitino, completamente intonato alle sue scarpe con tacco a spillo, le stava d'incanto.
Era davvero una bella ragazza, nulla da dire. Ordinammo da bere, e ci mettemmo comodi, seduti ad un tavolino, leggermente in disparte. Era visibilmente impacciata, ma riusciva a compensarlo con una buonissima dialettica, e non sarebbe stato difficile metterla in condizione di parlare ed argomentare. Ci sentimmo entrambi a nostro agio, e giusto a ridosso dell'ora di cena, le proposi di unirsi a me ed ai miei amici, per una puntatina al ristorante giapponese, in quel di Aversa. Sapevo che il genere fosse di suo gradimento, e cercai di insistere gentilmente, vincendo alla fine la sua timida resistenza. La convinsi a lasciare lì la sua auto, in modo da poterci andare insieme, con la mia macchina. Serata tranquillissima, non si sentì per nulla in imbarazzo o in difficoltà. Ad eccezione del momento in cui decisi di offrirle la cena (e posso assicurare che in quel caso la resistenza fu tutt'altro che timida). Poco dopo le 23,30 i miei amici ci salutarono, ma il nostro appuntamento sarebbe andato avanti, senza forzature. Semplicemente perchè entrambi lo avremmo voluto. Lo capimmo al volo, senza bisogno di cenni o di parole. Tornammo in macchina, e ci dirigemmo verso Caserta, in zona Centro Storico. Continuammo a parlare, a chiacchierare amabilmente, scherzando e ridendo, per gran parte del tempo. Prese anche l'iniziativa, in alcuni frangenti, tenendomi per mano, o mettendosi "sottobraccio". Ho ricambiato molto volentieri. Tra un drink e l'altro, nei piccoli bar sparsi tra i vicoli della zona, non ci rendemmo conto di quanto velocemente volassero le lancette. La riaccompagnai alla sua auto, l'unica rimasta lì, nell'enorme parcheggo del centro commerciale. Mi ringraziò per la serata, per la cena, e tutto il resto, dicendomi di essersi sentita bene. Non avrei voluto sentire altro, onestamente. Le andai incontro per salutarla, morendo dalla voglia di chiederle un secondo appuntamento. Senza preavviso, mi anticipò, con uno scatto, stringendomi fortissimo, prendendomi totalmente alla sprovvista, ancora una volta: "Certo che voglio vederti ancora...".

Mi rubò decisamente la battuta, ma ne fui contento. Al punto da andare nel pallone, riprendere possesso del mio veicolo e guidare a fari spenti nella notte (non è una metafora). Per fortuna ci pensò lei a farmelo notare, chiamandomi giusto pochi minuti dopo esserci lasciati lì, in quell'enorme parcheggio, ridendoci su e punzecchiandomi, quasi, per non averci pensato io a richiarmarla. In quel momento pensai a quanto fosse stato "stupido" da parte mia, reprimere un impulso, una cosa che avrei voluto fare. Ma quando mi chiese se ci fossimo potuti rivedere già all'indomani, la cosa passò in secondo piano. Un secondo appuntamento, soprattutto se sulla falsa riga di quello appena concluso, era proprio ciò che ci voleva. Stavolta ci saremmo incontrati proprio sotto casa sua, ma non mi avrebbe permesso di fare altro. Aveva in mente di sdebitarsi, dopo la cena che le avevo offerto, e si propose di guidare per andare insieme ad una mostra di arte contemporanea, tenuta nel celebre palazzo del Belvedere di San Leucio (una frazione del Casertano). Trascorremmo poco più di un'ora in quell'edificio gremito di persone, ed ancora una volta il tempo passò via in maniera fulminea. Continuammo a passeggiare nei dintorni del complesso monumentale, godendoci il panorama, tra chiacchiere piacevoli ed un calice di vino bianco. Poi ci fermammo, restando a parlare in maniera più "intima", delle nostre esperienze, dei nostri trascorsi, di ciò che avremmo voluto e delle nostre paure. Per quanto si mostrasse forte, doveva esserci una parte estremamente delicata, ancora ferita, e difficilmente tendeva a mostrarla. Sentì l'impulso di abbracciarla, mentre continuava a confidarsi liberamente. Poco prima delle 21,30 prese il cellulare, e rispose ad una telefonata. Roba di pochi secondi, davvero una manciata. Mi guardò con aria lievemente infastidita, poi, scusandosi mi disse:"Mi ero proprio scordata della cena con i ragazzi del gruppo teatrale... Perdonami, mi era passato di mente, sono mortificata." - ed in effetti sembrava che lo fosse sul serio. Le feci capire che una cosa del genere sarebbe potuta capitare a chiunque, e le dissi di non preoccuparsi. Nel tragitto verso la mia auto, che avevo lasciato non lontano da casa sua, mi notò particolarmente silenzioso, e provò a chiedersi se fosse tutto OK. Mi limitai ad annuire, dicendo che stavo semplicemente pensando a quello che ci eravamo detti ed alla bella serata trascorsa, nonostante tutto. Ancora una volta, prima di salutarci, mi strinse forte. Ma stavolta quell'abbraccio aveva un sapore decisamente diverso, non so per quale motivo. Sapevo che ci sarebbero state altre occasioni per rivederci, ma nei giorni successivi, non vi fu modo di parlarne in maniera concreta. 

L'incredibile semplicità che Ilaria mi aveva dimostrato fin dalle prime battute, lasciò il passo ad una serie di messaggi (tra l'altro progressivamente centellinati) dal contenuto astruso, alquanto intricato da interpretare. Vennero fuori in maniera energica le nostre divergenze su come gestire un rapporto, e sul senso dello stesso. L'appuntamento interrotto da quella telefonata, con conseguente impegno improcrastinabile, non dico che mi fece rimanere male (forse un pochino sì), ma mi diede da pensare. Fu inevitabile fare un confronto, ed immedesimarmi in quella situazione. Avrei fatto lo stesso? L'avrei coinvolta nella mia uscita con gli amici? O avrei mandato tutto al diavolo, pur di passare il resto della serata con lei? Una serie di domande di cui non credo ancora oggi di avere una risposta certa.

So soltanto che a lungo andare, in seguito, continuò con pochi, pochissimi messaggi, di cui faticavo a comprendere il senso.
"Ho capito che felice, ma felice veramente, senza se e senza ma, insomma... incondizionatamente, felice, in amore, non lo sono mai stata. Ma ho trovato la serenità conoscendomi ed imparando ad amarmi." - tanto per citarne uno, ma l'elenco potrebbe continuare.
"Generalmente io vado molto lenta. Devo capire, studiare, realizzare tante cose. Se la persona mi piace, se provo attrazione fisica, se mi sento serena a starci insieme... Sono stata istintiva soltanto con una persona nella mia vita, è stato davvero bellissimo, ma ero talmente innamorata di lui, da perdermi completamente ed alla fine ho fatto un macello."

La spensieratezza di quella conoscenza era quasi ormai del tutto andata a farsi benedire. Per quanto non mi piacesse ammetterlo, sembravamo sempre più su due pianeti nettamente diversi, e non facevo che rendermene conto, di giorno in giorno. 

Arrivai presto a percepire il mio scriverle quotidiano come un atto quasi a senso unico. Più che plausibile, quando dall'altra parte vi fosse una donna così impegnata. Pensai che, forse, sarebbe stato opportuno da parte mia adeguarmi a quei suoi "ritmi", ridurre la pressione, e cercare, quanto più possibile, di non farmi sentire così assiduamente, per poter di fatto valutare meglio il suo grado di interesse. L'esperimento ovviamente fallì, e fu addirittura lei che si risentì per il mio atteggiamento, accusandomi di scarso interesse nei suoi confronti. La cosa stava assumendo le sembianze di una barzelletta, e benchè Ilaria mi piacesse, facevo molta, troppa fatica a credere che per lei fosse lo stesso nei miei riguardi. Sarebbe potuta star lì a dirlo o a scriverlo in migliaia di forme e lingue diverse, non mi sarei smosso facilmente da quella mia convinzione. 

Si può essere lenti, prudenti, cauti e misurati quanto si vuole, ma se un tizio ti piace, c'è poco da fare. Se non al primo, magari al secondo appuntamento qualcosa sarebbe dovuto scattare. Considerando tutti gli elementi che avevo tra le mani, mi venne da pensare che nulla sarebbe mai potuto scattare da parte sua nemmeno in altri dieci appuntamenti consecutivi. Ancora oggi non gliene faccio una colpa, e non gliela attribuirò mai. Dovevo comunque prendere atto della incompatibilità delle nostre esigenze, e dopo averci riflettuto attentamente, decisi di congedarmi, esprimendo come meglio avrei potuto il concetto, mediante una serie di lunghissimi messaggi. 

Mi rispose a distanza di qualche ora, e lo fece in modo energico, trasmettendomi tutto il suo disappunto per quella mia scelta, a cominciare dal mezzo di comunicazione selezionato (anche se non so quale differenza avesse mai potuto fare) e contestandomi il fatto di non avere avuto pazienza, di voler dettare i tempi a tutti i costi, di non aver rispettato la sua persona, di non averle dato la possibilità di fare le sue valutazioni, e tutta una serie di sermoni che per me continuavano a non avere senso, se non quello di circumnavigare il vero nocciolo della questione. 

Mi piace pensare che, nonostante tutto, Ilaria sia una ragazza veramente in gamba (probabilmente è una constatazione riduttiva e banale) e che, forse, si meriti qualcosa di meglio del sottoscritto, magari una persona capace di comprenderne i lati più complessi, di riuscire a sostenerla a prescindere da questi, condividendone i tempi e le aspettative. Sapevo già di non poter essere io quella persona. Ed oggi, rendendomi conto di poterle giusto dare un bel secondo posto nella mia personalissima Classifica degli appuntamenti più imbarazzanti della mia vita, ne sono ancora più sicuro.



martedì 6 marzo 2018

Hurricane...

Vagò senza sosta per due giorni e due notti. Nemmeno una sosta, neanche una pausa. In un modo o nell'altro, riuscì a proseguire nel cammino, senza rallentare il passo. Aveva da poco rivisto la luce, non avrebbe ancora avuto intenzione di perdersi nell'oscurità. Non si sarebbe lasciato andare. Pur non sapendo in alcun modo come fosse giunto in cima al Colle, trovò di puro istinto un sentiero che lo avrebbe condotto verso il mare. Aggrappandosi alle sporgenze più evidenti della scogliera, si aiutò nella discesa, facendo appello al suo coraggio, alla sua determinazione.

Di tanto in tanto, i fendenti della stanchezza provavano a debilitarne il fisico. Ma, almeno per una volta, nulla poterono contro la resistenza del suo spirito. Ci era riuscito, e nell'occasione, senza alcun aiuto. L'alieno era giunto in prossimità della spiaggia. Una distesa sabbiosa, che si estendeva a perdita d'occhio. Di fronte a quella vastità, gli sembrò di essere più insignificante di uno solo di quegli infiniti granelli di sabbia.

Eppure, nonostante il senso di profondo smarrimento, sapeva che gli sarebbe mancato poco. Sapeva che non sarebbe stato lontano dal poter prendere il Mare, proseguendo il viaggio. Forse, e sarebbe stato lecito pensarlo, la smania di procedere, di potersi imbarcare, proprio quella, aveva contribuito a non farlo vacillare, a non fargli percepire la fatica. Il corpo martoriato, da poco ristabilito, seppe rispondere agli stimoli.

Percorrendo alcuni tratti solo ed esclusivamente per inerzia, l'alieno divorò chilometri di sabbia, senza nemmeno rendersene conto.
Giunse così al tramonto, deciso a risparmiare energie per quell'ultimo, decisivo tratto che lo avrebbe separato dal suo biglietto per il futuro.
Le motivazioni che gli riempivano cuore e mente avevano alimentato a sufficienza le sue gambe e le sue braccia. Poteva dirsi soddisfatto.

Avrebbe tranquillamente potuto mettere a tacere la sua impazienza, e restarsene fermo, a cercare di riposare, provando a dormire ed a recuperare gran parte delle energie spese. La cosa gli sembrò una buona idea, e non perse tempo a cercarsi un riparo dove potersi rannicchiare.
Il suo zainetto, tenuto legato ad una leggera asta di carbonio, come fosse un fagotto, benchè sensibilmente più leggero rispetto a prima, era stato completamente rammendato, con cuciture precise ed essenziali. Non sembrava più lo stesso. Resistente come i suoi vestiti, completamente rigenerati, era stato sistemato a dovere, e riempito di cose utili ed essenziali, persino del pane opportunamente razionato, che di volta in volta avrebbe scoperto.

Tra questi, una piccola copertina di lana, con una trama a rombi, con colori che tendevano a svariate sfumature di arancione. Conoscendone la provenienza, non si meravigliò di quelle tonalità per certi versi così eccentriche. Gli sfuggì un sorriso, misto a leggera malinconia. Non aveva scordato quanto gli fosse stato "dato". Non aveva certamente perduto il senso di riconoscenza, a discapito delle sue necessità. Pensò che, chissà, forse un giorno, avrebbe potuto indirizzare il suo viaggio verso quei luoghi, per poter esprimere pienamente la sua gratitudine. 

Non avrebbe potuto prometterlo in qualsiasi altro modo garantirlo. La priorità risiedeva nel portare avanti il suo percorso, nell'incontrare l'Uomo con la Mappa del Mondo disegnata sul volto. Nel riceverne le risposte. Per quanto remota ed impervia fosse stata la sua attuale posizione, egli l'avrebbe raggiunta, ad ogni costo. Lasciandosi semplicemente guidare dal suo istinto e dai suoi impulsi primordiali. 

Si lasciò travolgere dal sonno, abbandonando ogni pensiero. Nulla lo avrebbe potuto turbare, se non la frenetica attesa dell'indomani, per poter raggiungere quelle navi in lontananza, appena scrutate poco prima dell'imbrunire. Come potervisi imbarcare sarebbe stata tutt'altra situazione ma, ci avrebbe riflettuto in un secondo momento, e senza troppa pressione. Qualcosa gli sarebbe senz'altro venuto in mente.

E tanto bastava a rendere quella notte ancor più tranquilla di quanto già non sembrasse. Ma non sarebbe durato ancora a lungo.
Senza alcun preavviso, il suo sonno fu violentemente interrotto da un verso stridulo, potente e sinistro. L'alieno si alzò di scatto, reattivo abbastanza per quanto ancora intontito. Il sangue gli si gelò nelle vene. Quel verso spaventoso pareva in grado di squarciare il cielo da un momento all'altro. Tanto poderoso da farne risentire l'eco in lontananza. Ancora nulla in confronto a ciò che stava per materializzarsi.

Un secondo verso, come un lamento demoniaco, ancor più veemente, e se possibile ancor più terrificante, lo indusse a guardar verso l'alto, naso all'insù. Nessuna parola avrebbe potuto descrivere la scena. Un mostro alato di proporzioni notevoli, dall'aspetto di un rettile maestoso, gli si stava avvicinando, con una furiosa picchiata. Forse un Drago, o qualcosa di molto simile, che credeva potesse esistere. La livrea scura completamente coperta di scaglie color verde petrolio, non lasciava intravedere velleità. Le fauci spalancate non lasciavano presagire nulla che non fosse lo scenario di un incubo atroce. I grandi occhi gialli non tradivano emozioni, se non quelle legate al mero desiderio di morte e distruzione.

L'alieno rimase impietrito, non aveva mai provato nulla del genere. Qualunqua capacità di reazione finì per spegnersi. Restò inerme, senza riuscire a muovere un dito, paralizzato dal terrore. Quell'essere immondo era ormai a pochi metri, e finì per terminare il suo nefasto volo, planando non lontanissimo da lui. La spiaggia iniziò a vibrare, sentendo il peso di quel mostro, appena atterrato su di essa. 

A quella distanza, così irrisoria, lo spettacolo risultava ancor più agghiacciante. Gli artigli e le zanne acuminate di quel demone, avrebbero sbaragliato un esercito senza batter ciglio, ed in pochi minuti anche. Non vi sarebbe stato aiuto plausibile in quella situazione, persino la minima possibilità di speranza gli venne preclusa. Non ci sarebbe stato nessuno da invocare. Nessuno all'altezza di quella situazione.

Gli ultimi segnali di razionalità abbandonarono l'alieno, che smise addirittura di tremare, ben più che annichilito dalla paura.
Il demone doveva averlo capito, ed iniziò ad avvicinarsi, muovendo le zampe artigliate sinuosamente, con incedere lento ma ad ogni modo sicuro.
La sicurezza di chi conosce bene il proprio ruolo di predatore, la consapevolezza della propria supremazia su una vittima indifesa.

Nel suo incedere, c'era qualcosa di ancora più strano e forse misterioso. Una luce tetra sembrava imporsi al di sotto delle sue scaglie, quasi pulsando. L'immensa figura mostruosa, stava progressivamente mutando nell'aspetto, riducendo le sue dimensioni, passo dopo passo.

Cominciò poi ad ergersi, in posizione eretta, assumendo sempre più sembianze antropomorfe. Non più quelle di un terrificante rettile alato. Bensì di un uomo, un Cavaliere dalla corazza nera come la pece, ed i riflessi verde petrolio. Le scaglie erano ancora ben visibili, ma stavolta andavano a formare le trame di un'armatura di acciaio, solida, pesante, vistosa. Non una sola parte del corpo era lasciata scoperta. Nemmeno gli occhi, che potevano farsi spazio relativamente da una sottile fessura, da cui veniva fuori un mostruoso bagliore ambrato. Non più ali demoniache, ma un mantello color porpora. Non più denti e zanne acuminate in bella vista, ma due robusti corni posti nella parte alta, ed esterna dell'elmo, in maniera simmetrica, che nulla toglievano al suo minaccioso aspetto. L'alieno dovette assistere, incredulo, a quella trasformazione, ma lo sgomento non gli consentì di manifestare il suo stupore. I due erano ormai giunti a pochi passi l'uno dall'altro. L'Oscuro Cavaliere mostrò infine la lancia, affilatissima, che per lunghezza, quasi nulla aveva da invidiare alla coda del maestoso rettile volante. La brandiva, in segno di sfida, pur conoscendo quale sarebbe stato l'eventuale esito. Poi, finalmente, si decise a rivolgergli la parola:


"Tu... Tu non appartieni a queste terre. Tu non appartieni a questo Mondo. Non esiste ragione che ti tenga vincolato qui, Noi ti porteremo indietro, e tu ci seguirai, nell'Oscurità..."



Così disse, sollevando la sua lancia al cielo, per poi scagliarla con violenza verso il basso, piantandola con veemenza nella sabbia. La spiaggia iniziò nuovamente a vibrare, scossa dall'impatto tremendo. Il colpo fu tale da creare una voragine, sempre più larga, sempre più simile ad una frattura.

Un sisma violento, capace di giungere fino al mare, scuotendone inevitabilmente le onde, spaventando i pescatori, e tutti i presenti al molo di attracco delle navi ben visibili in lontananza.

L'atroce spaccatura nel terreno sabbioso, sempre più ampia, celava un'inquietante scalinata, quasi come fosse una via di collegamento, un passaggio ad una sorta di antro infernale, dalla cui bocca era possibile intravedere una manciata di scalini sconnessi. Il fumo che, in maniera macabra, ne veniva fuori, preannunciava un rumore sordo, come di passi pesanti. 

Per quanto attonito ed incapace di qualsiasi moto di reazione, l'alieno non potè fare a meno di sentirli, per poi trovarsi una schiera di cavalieri, tutti pesantemente armati con asce e spadoni, tutti bardati da una spessa armatura di color nero corvino, dotata di spuntoni all'altezza delle spalle e delle ginocchia.
Uno ad uno, uno dopo l'altro, risalivano da quell'antro, schierandosi con meticoloso ordine, alle spalle del Cavaliere demoniaco. Un esercito in formato ridotto, composto da 25 fanti armati, tutti dal viso completamente coperto da un elmo, vagamente simile alla figura di un teschio umano.

"Non opporre resistenza, sarebbe del tutto inutile. Lascia che i Cavalieri Spettro ti incatenino, e non ti verrà fatto alcun male, per ora. E' tempo di tornare indietro. Non importa quante volte proverai a ribellarti, implorando di poter fuggire via. Non importa quante volte proverai a gridare, o ad esternare il tuo dolore, perchè ogni volta ti priverò del respiro!" - disse il Demone, caricando nel frattempo la stoccata, con la sua potente lancia.

Senza esitare, lasciò scoccare il colpo, caricando con forza il braccio all'indietro, e scagliandosi con inaudito impeto, verso il corpo dell'alieno, ancora privo di ogni reazione.
Inavvertitamente, la punta della lancia mortifera non riuscì a raggiungere il bersaglio, fermandosi in maniera inspiegabile, a pochi centimetri dal volto della vittima.

"Che succede? Quale arcana forza trattiene il mio fendente? Perchè non riesco a scoccare il colpo?"

L'alieno, fin lì completamente immobile e annichilito dal terrore, alzò infine il volto, mostrando uno sguardo assente, privo di espressione. Gli occhi, finalmente aperti, eran diventati incandescenti, come se qualcuno, o qualcosa, se ne fosse impossessato. Erano diretti al Cavaliere demoniaco, lo fissavano, senza lasciargli un attimo di respiro. Occhi senza pupilla, di una luminescenza a dir poco surreale.
Il cielo cominciò a cambiare, sempre più invaso da nuvole, che in apparenza non promettevano nulla di buono. Nuvole scure, probabilmente cariche di tempesta, si radunavano come impazzite.
Nulla era rimasto ormai di quello scenario di tranquillità. Persino l'aria sembrava elettrica.

"Dimmi. Arriveresti ad uccidere pur di salvare una vita?" - chiese l'alieno, con sguardo furioso.

"Cosa stai dicendo? Chi sei tu?" - rispose, incredulo, il Cavaliere demoniaco.

"Saresti capace di uccidere, pur di dimostrare di avere ragione? Dimmi..." - chiese ancora l'alieno, con espressione inquietante sul volto.

Benchè fosse aiutato dalla sua schiera di soldati, quell'essere mostruoso non fu capace di muovere, nè di ritirare la sua lancia, come fosse bloccata da un campo magnetico invisibile.
Sotto un cielo denso di nuvole scure dal contorno argenteo, per le prime luci dell'alba, l'alieno fece un passo in avanti, afferrando la punta della lancia nemica, tenendola senza problemi. Il vento si alzò senza preavviso, Sempre più forte, ad interrompere il silenzio, successivo alle scosse precedenti, provocate dal Cavaliere demoniaco. Non erano normali folate, qualcosa di più vi si celava dietro.

"Non è possibile... Perchè sta succedendo questo? Che significa?" - incalzò il nemico in armatura.

"Perchè, in questo caso, la risposta è... SI!" - così disse l'altro, spalancando gli occhi incandescenti, in uno sguardo irriconoscibile. La punta della lancia nel suo pugno era già ridotta in frantumi, senza alcuna fatica. Qualcosa di impensabile stava accadendo lì. Un tremendo Uragano si abbattè su quella spiaggia, travolgendo ogni cosa. Con i piedi ancora ben saldi nella sabbia, l'alieno urlò in maniera incomprensibile, spiegando le sue ali d'acciao, ancor più enormi e scintillanti. L'energia prodotta dalla tempesta sradico alberi e capanni, spaventando a morte i pescatori non lontani da lì. Le onde, imbestialite, portarono via alcune barche, sfasciandole del tutto. L'energia prodotta da quella furia spazzò via il Demone ed i suoi sgherri urlanti, lacerandone ferocemente le corazze, e riducendo tutto in polvere. Attimi di paura, di forza incontrollata e brutale. Andò avanti per diversi minuti, senza soluzione di continuità. Devastando ogni cosa gli si parasse a tiro. La natura che esplodeva in un boato indescrivibile. Poi, nulla più.

L'alieno rinsavì, chiudendo a sè le ali, e spegnendo il fuoco azzurro negli occhi. Si guardò subito intorno, per poter realizzare quanto fosse accaduto. Spaesato e ancor confuso, gli sembrò di ricordare. Per un attimo desiderò che il tutto fosse un incubo. Ma poi, osservando meglio, quella distruzione non lasciò più spazio al dubbio. Aveva da poco rivisto la luce, non credeva si sarebbe perduto di nuovo nell'oscurità. Solo, in lacrime, senza volerlo, si era già perso. O forse, senza saperlo, si era soltanto salvato.