domenica 24 settembre 2017

Definitely Maybe...

Ci risiamo. Beh, si, in effetti, ci è voluto un po' per riadattarsi. Il senso di andare, tornare, e poi ancora andare e tornare. Non ci ero più abituato, sebbene siano passati solo poco meno di sei mesi dall'ultima esperienza dei Collaudi Slim. Quello che so, ed è il caso di rimarcarlo (a costo di diventare fastidiosamente ripetitivo), è che molto spesso le cose accadono proprio nel momento più opportuno.

Considerando la pressione che i miei colleghi stanno subendo (per non parlare dello stress, date le ultime vicende lavorative), il fato è stato benevolo nei miei confronti. Anche se, e di questo sono fortemente convinto, la casualità opera fino ad un certo punto. Sempre entro un certo "range", ben limitato.

A proposito di colleghi. Ne ho ritrovati due, impiegati in quel di Roma già da oltre un anno e mezzo. Amici, più che colleghi. Inutile dire quanto sia stato positivo riabbracciarli, e condividere questa esperienza nuova con loro. Del resto, avevano bisogno di "rinforzi" e credo che, più o meno, la felicità di cui parlo sia anche la loro. Dopo circa tre settimane, mi hanno già fatto il punto della situazione, cercando, quanto più possibile, di farmi sentire a mio agio, nel nuovo ambiente di lavoro.

Un nuovo ambiente interessante, molto più caotico rispetto agli uffici di Viale Egeo, ma senza dubbio interessante. Un centro operativo pulsante, pieno di idee e di reparti che si interfacciano (quasi) sempre con straordinario affiatamento. Ne sono rimasto affascinato fin da subito.
Certo, molte di quelle interazioni risultano spesso conflittuali, si percepisce un fortissimo spirito di competizione tra le aree. Ma, in fondo, in quale ambiente non è così?

Per quanto forte sia la voglia di "prevalere" sugli altri, alla fine il senso di sinergia tra i vari gruppi di lavoro, è quello che percepisco maggiormente. E la cosa mi piace, mi piace non poco.
Chiaramente non mi sono ancora integrato del tutto (sarebbe stato impossibile in così poco tempo), ma ho già avuto modo di vedere che vi sono tanti gruppi di "trasfertisti", più o meno provenienti da ogni regione di Italia. Non poco distante dalle nostre postazioni, è impossibile non notare una nutrita schiera di pugliesi. Probabilmente della provincia di Bari (qualcuno di Molfetta, almeno così mi è parso di capire), sono tra i più "rumorosi" (in senso buono) di tutto l'ufficio. Beh, sarà che adoro la Puglia e che ho sempre avuto un certo feeling con i pugliesi, in generale.

Ma non sono i soli. C'è stata l'occasione di conoscere colleghi provenienti dalla provincia di Potenza, qualche calabrese (da Reggio Calabria e dintorni), un emiliano (piacentino, di origini campane) ed uno spettacolare siciliano (da Messina).

Fin qui, tutti sono stati estremamente gentili con me. Mai una parola fuori posto, o un atteggiamento eccessivo nei miei riguardi. Il progetto in sé appare molto impegnativo, una mole di lavoro immane rispetto a ciò che avevo affrontato durante la scorsa esperienza. Ma la forte pressione che, tutti i giorni, viene esercitata da capi, responsabili, analisti ecc. ecc., non mi crea troppi problemi, né tanto meno mi spaventa. Capita spesso e volentieri di trattenersi lì, nella propria postazione, ben oltre l'orario lavorativo. A seconda delle urgenze o delle necessità, non è difficile che si finisca il proprio turno alle 19,30 di sera. Eppure la cosa non mi pesa, anzi.

So che alla lunga potrebbe diventare sfibrante. Sono qui da poco tempo, e sicuramente non ne ho ancora una percezione ben definita. La maggior parte della mia giornata si esplica tra le mura dell'ufficio, ed in effetti ci sono volte in cui la stanchezza si fa sentire, soprattutto di sera.
Non che sia uno sprovveduto. Lavorare in trasferta implica la possibilità di dover fare qualche sacrificio. A fronte di tutto ciò che sto "raccogliendo", mi pare un compromesso abbastanza equo. Su questo non nutro alcun dubbio.

Talvolta basta semplicemente guardarmi attorno, ammirare la bellezza e l'arte disseminata ovunque, tra le strade della Capitale, per dimenticare stanchezza e senso di spossatezza. A differenza della esperienza passata, la sede presso cui operiamo si trova in Via Nizza, più o meno tra la zona Parioli e il quartiere Pinciano. Ammetto che non conoscevo molto bene quella parte della città, e ne sono rimasto a dir poco ammaliato. Può sembrare stupido, una sciocchezza, ma la bellezza di quella vista, per quanto mi riguarda, è un incentivo. Cambia completamente il senso di una giornata lavorativa. Cambia l'umore, notevolmente in meglio. E di questo, inizio a rendermene conto già dal fatto di non percepire più il tempo. Passano i giorni, le settimane intere, come se nulla fosse. E se da un lato sto perdendo, appunto, la cognizione del tempo, resto consapevole di aver lasciato alcuni punti in sospeso, in generale, nella mia vita. Come una serie di asterischi.

Alcune situazioni sembravano talmente solide, talmente concrete, da essere a pochi a centimetri dalla loro realizzazione. Nello spazio di poche settimane, molte di quelle cose che ritenevo punti saldi, sono ora diventati dubbi, quasi perplessità. 
Del resto, questa stessa esperienza, che sto vivendo negli ultimi giorni, mi sta fornendo certezze riguardo le mie ambizioni e le mie aspettative (non soltanto professionali). 
Incredibile come persino i possibili capisaldi di un "progetto" personale possano trasformarsi improvvisamente in variabili impazzite, capaci di modificare totalmente il quadro. 

Sembra assurdo, e per certi versi beffardo. Eppure è così, e puoi farci ben poco. Purtroppo.
Mi rendo conto che dall'essere sul punto di formulare un'offerta di acquisto per un appartamento, al valutarne solo ora l'affitto (senza esserne poi così convinti), il passo non sia proprio breve.
Ma, arrivato a questo punto, appare superfluo rimarcare il concetto che si è artefici del proprio destino, fino ad un certo limite. Superato il quale, poi iniziano a subentrare fattori esterni, indipendenti dalla propria volontà, impercettibili e sfuggenti, impossibili da calcolare.

E per quanto impercettibili, hanno il loro peso specifico sulle tue decisioni, fino ad orientare le tue scelte, i tuoi piani, deviandone il corso, senza che tu possa accorgertene, almeno inizialmente.
Mi consola pensare che, fossi stato a Napoli, la cosa avrebbe avuto ben altre ripercussioni sul mio status psicologico. Posso solo immaginare come la noia ed il senso di frustrazione avrebbero avuto il sopravvento. Ma non qui, non succederà. Sarà meglio concentrarsi sul presente, sul momento attuale, senza riflettere troppo su ciò che succederà d'ora in poi. Volere a tutti i costi prevedere tutto quello che ne verrà fuori, sarà praticamente inutile e non mi porterà da nessuna parte. Non certo una novità. Mi limiterò ad aspettare, cercando di reagire, di volta in volta, in base agli ostacoli o, perché no?, le opportunità che mi si pareranno di fronte. E' così che dovrò giocarmela.

Momentaneamente libero da programmi o pianificazioni future. Premendo, ancora una volta, il tasto "stand-by". Senza dimenticare in ogni caso le priorità. E senza mai dimenticare che, soprattutto in questa fase della mia vita, è tutto ancora da decidere. Ancora tutto in divenire. Assolutamente. Forse.





venerdì 15 settembre 2017

Into the West...

Una luce fioca, leggermente soffusa, spezzava il buio, quasi tetro, di quella stanza. Per quanto debole, quella luce gli sembrava accecante. Privo dei cinque sensi, gli era stato precluso ogni contatto con l'esterno. Chissà per quanto tempo. A giudicare dal fastidioso senso di torpore, doveva esserne passato un bel po'. Cominciò finalmente a riprendere conoscenza, provando a riaprire gli occhi non senza fatica. Fu in quel momento che riuscì a rendersi conto. Realizzò ben presto di essere in una sorta di contenitore, completamente immerso in un liquido simile ad una soluzione salina, collegato ad un particolare respiratore. Il primo istinto fu quello di rialzarsi subito, per uscire in qualche modo da quella teca di vetro temperato. Ma lo spavento non durò molto. In un modo o nell'altro, i sensori collegati a quella vasca di rianimazione dovevano aver rilevato il ritorno dei suoi segni vitali, innescando la fuoriuscita del liquido mediante un sistema di tubi di scolo.

In men che non si dica, la vasca di rianimazione era ormai vuota, e l'alieno completamente libero. Le fasce che ne bloccavano gli arti, erano state disattivate. La teca di vetro si apriva automaticamente.
L'alieno ne uscì subito, istintivamente, ma non era ancora in grado di mantenersi perfettamente in equilibrio, e finì per barcollare, appoggiandosi al pavimento con le mani.

Non si trattava di debolezza. Non era privo di forze, né sentiva il corpo esausto o spossato.
Piuttosto, era come se le sue membra fossero attraversate dai crampi, intorpidite più che indolenzite, per la troppa inattività. Da quanto tempo era lì? Da quante ore si trovava immerso in quella strana vasca di rianimazione, nel mezzo di una fredda stanza esagonale?

Non aveva più i suoi abiti, ormai ridotti a brandelli. Il suo corpo era coperto di bende elastiche, soprattutto sulla regione del torso, dove era stato maggiormente ferito.
Non ricordava granché, a parte il viaggio con Roxy, e la sua disavventura con le mercenarie delle Rosse Leggendarie. C'era un vuoto, qualcosa che proprio non riusciva a ricollocare nell'ordine dei fatti. Come fosse capitato lì e, soprattutto, per quale motivo, era qualcosa di completamente misterioso ed inspiegabile.

Provò a guardarsi intorno, scrutando le pareti di quella stanza così asettica, in cerca di dettagli che potessero in qualche modo stimolarne la memoria, o semplicemente gli ultimi ricordi di cui sembrava avesse perso ogni traccia. Il vuoto attorno a sé non lo aiutava di certo. Ma era in qualche modo in linea con il suo stato d'animo, con ciò che provava in quegli istanti.

Proprio mentre fu intento ad osservare i dettagli di quello strano "ambulatorio" improvvisato, la sua attenzione venne catturata da un rumore proveniente da non molto lontano. Doveva trattarsi dell'apertura di una porta, o qualcosa del genere. Gli sembrò in tutto e per tutto il rumore di una serratura, o qualcosa del genere. Ed in effetti non si sbagliò.

Restò in silenzio, senza muoversi. Come se, del resto, vi fosse qualche posto dove nascondersi.
Il chiaro suono di passi in avvicinamento era sempre più percettibile. Fin quando la porta che dava sulla stanza esagonale non si aprì, spalancandosi del tutto. 

"Finalmente... Di nuovo tra noi, eh?" - disse la donna, azionando l'interruttore della luce.

L'alieno restò quasi accecato, proteggendo gli occhi con le braccia, ma non impiegò molto a mettere a fuoco. Una donna alta, sinuosa, con un camice bianco per nulla abbottonato, dal quale si intravedeva un costume da bagno color lilla, con decorazioni floreali bianche ed argento. Aveva i capelli bianchissimi, e gli occhi di colore ambrato. Reggeva una bottiglia di rum nella mano destra e abbozzava un sorriso sornione sul viso.

"A vederti si direbbe che ti sia ripreso. Meglio tardi che mai, no?" - fece la donna, avvicinandosi.

"Non ho molti ricordi ma credo di essere svenuto e... ah, si... c'era una ragazza con me. Mi ha aiutato moltissimo, mi ha dato da mangiare, si, questo lo ricordo. Dove è andata?"

"Non c'era nessuna ragazza con te, quando sei arrivato qui. E' stato un uomo a condurti da me. Uno sconsiderato, giunto fino a qui senza preavviso. Ma lui, beh, lui fa sempre così."

"Per caso ti riferisci ad un monaco dai capelli lunghi?" - chiese l'alieno.

"Oh no, non credo proprio. Ora tutto si può dire di Azrael, tranne che sia un monaco. Non ho dubbi in proposito. Per il resto, beh, so soltanto che ti ha condotto qui, chiedendomi di aiutarti. Si, insomma, a rimetterti in sesto, e nemmeno stavolta ho saputo dirgli di no." - rispose lei, sedendosi.

"E quando è successo? Possibile che io non ricordi nulla di tutto questo?"

"Non eri certo messo bene. Anzi, direi il contrario. Quando sei arrivato qui eri già privo di sensi, con un'orrenda ferita al petto. E' stato circa tre settimane fa."

L'alieno restò di sasso. Quasi come colto da un malore improvviso, cercò un appoggio dove potersi sedere, restando completamente stupito, attonito, completamente spiazzato.

"Ho fatto tutto il possibile, rimuovendo l'infezione. Il resto lo hai fatto tu, con l'aiuto della mia vasca di rigenerazione. Vi sei rimasto per ben 21 giorni, ma da quello che vedo, l'operazione è riuscita perfettamente. Ora dovrò tenerti sotto osservazione per un po', e soprattutto, dovrai cominciare il recupero fisico. Per quanto efficace sia stata quella macchina, hai bisogno di nutrirti, e non intendo per via venosa. Quindi, per prima cosa, dovrai mangiare. DUMAS!!!" - urlò, improvvisamente.

Una porta scorrevole, appena fuori dal corridoio della stanza esagonale, si aprì. Ne venne fuori una figura strana, decisamente goffa, che sembrava saltellasse invece di camminare. Appena giunto nella stanza, finalmente fu chiaro. Per quanto fosse incredibile, la figura era quella di un dugongo, buffo ed allo stesso tempo aggraziato. Aveva un grembiule bianco ed un cappellino bianco, con una "D" cucita su di esso. Portava con sé una cloche in acciaio, sotto la quale si celava una enorme ciotola colma di stufato fumante. Con fare impeccabile, il dugongo si avvicinò all'alieno, porgendogli la scodella e le posate per poter mangiare. 

"Ah, giusto, si. Ti presento Dumas, il mio assistente. Anche lui si è preso cura di te durante questo periodo. E, come potrai notare, è molto bravo ai fornelli." - disse la donna, con sguardo compiaciuto.

"Grazie, davvero. E grazie anche a te, Dumas." - rispose l'alieno, mangiando senza fare complimenti.

Dopo tre settimane di nutrimento via flebo, avrebbe divorato perfino un paio di vecchi scarponi. Ma non era quello il caso. La zuppa era davvero squisita (oltre che abbondante), e fu una vera consolazione, da ogni punto di vista. L'alieno la mangiò senza fare storie, fino all'ultimo boccone, mostrando i primi segni di vera ripresa. Era un po' che non sentiva il senso di sazietà.

In quel momento, percepì che le forze gli stavano tornando. Aveva riposato abbastanza, e si era anche rifocillato. Non avrebbe potuto chiedere di meglio, dopo quella che sembrava essere una situazione disperata. Si alzò di scatto, con innaturale reattività. Sollevò poi lo sguardo, fino ad incontrare gli occhi di colore ambrato della donna flessuosa, dai capelli bianchi come la neve.

Per un attimo, la donna rimase sorpresa, ma in men che non si dica, la sua espressione cambiò, tramutandosi in una sorta di ghigno di approvazione. Senza proferire parola, i due avevano comunicato, nella maniera più efficace possibile.

Posò la bottiglia di rum sul tavolo e porse la mano affusolata all'alieno, invitandolo a seguirla. Prendendogli la mano, lo condusse verso l'uscita della stanza esagonale, in un silenzio che, proprio come all'inizio, pareva surreale. Nei pressi dell'ascensore, sopraggiunse anche Dumas, con una cloche in acciaio. All'interno, vi erano i vestiti dell'alieno, perfettamente rammendati e lavati, quasi come nuovi. C'era persino il suo fagotto, seppure fosse visibilmente più leggero rispetto a prima.

L'alieno accettò volentieri l'offerta, riprese i suoi abiti, ed istintivamente abbracciò Dumas, prima di ricongiungersi alla dottoressa, che lo stava aspettando nella cabina dell'ascensore. 
In pochi secondi, risalirono in superficie, sulla cima di Colle Melanconico, da cui ora avrebbe potuto riprendere il discorso. Riuscì, per quanto possibile, a trasmettere tutta la sua gratitudine mediante i suoi occhi, con il suo sguardo. La dottoressa non faticò a recepire, abbozzando un sorriso che celava commozione. Solo allora, le loro mani finirono per separarsi. 

"Mi ha chiesto di curarti, e l'ho fatto. Non so nemmeno io perché. Dovevo aiutarti a rimetterti in piedi, ed ora eccoti qua. Però adesso sta a te. Sta a te solamente. Non ho voluto tagliare quel Filo Rosso che ti porti dietro. Non dovrai farlo nemmeno tu. Dall'altro capo di quel Filo, c'è qualcuna che ti sta aspettando. Di te conserverà anche il cuore, oltre all'anello. Non ti farà del male. Non lasciare che ti abbattano. E, soprattutto, cerca il tizio con la Mappa del Mondo disegnata sul volto. Non fermarti. Non fin quando non lo avrai trovato!!!".

L'alieno ascoltò in religioso silenzio, limitandosi ad annuire, stampando un sorriso enorme sulla sua faccia, non più provata. Fu il suo ultimo saluto nei confronti di quella donna. Pur non sapendo come fosse arrivato lì, si lasciò guidare dall'istinto, voltandosi, e dirigendosi verso Ovest, verso il Mare.
Lo stesso Mare da cui, inevitabilmente, il suo viaggio doveva continuare.


domenica 3 settembre 2017

Collide...

E' incredibile come, in alcune circostanze, certe cose possano cambiare, subire evoluzioni, al punto da avere un impatto notevole sulla propria vita. Scendendo più nel particolare, è incredibile come certe cose possano accadere, quasi come se "qualcuno" avesse scelto il momento più adatto per farle capitare. Basti pensare soltanto al periodo, quello immediatamente successivo alle vacanze.

Settembre è ormai arrivato, l'Estate è sempre più lontana. Forse è soltanto una mia sensazione, ma sembra che già il tempo stia cambiando. Qualche nuvola, un venticello sottile. Non ne potevo più di notti insonni in preda all'afa, o del caldo insopportabile tra le vie della città. 
Ebbene, a quanto pare, quello climatico non sarà il solo cambiamento. Adesso è ufficiale.

Pur consapevole della mia necessità di ripresa, le ultime due o tre settimane mi avevano visto annaspare in un pantano di dubbi, deriva della mia debolezza caratteriale, che spesso non riesce a far fronte a tutte le situazioni. Come quando un altro dei tuoi migliori amici-colleghi, riesce a cogliere una nuova opportunità lavorativa (sensazione, questa, già sperimentata un paio di mesi fa, di cui ho abbondantemente discusso). O come quando, nel fare nuove conoscenze, rimani bloccato, finendo per rovinare tutto, precludendoti qualcosa di interessante. Oppure come quando, mettendo da parte tutto il tuo orgoglio, riesci a fare un passo indietro ed a chiedere scusa, per poi vederti sbattere la porta in faccia, senza possibilità di appello.

Ecco, fosse dipeso soltanto da me, non sarebbe stato difficile andare al tappeto, restando fermo per un po' a cercare spiegazioni. Spiegazioni e risposte a domande che nemmeno esistono. O che, in ogni caso, non vale la pena porsi. Perché poi, seppure in ritardo, si, poi arrivi a capirlo. Capire che c'è dell'altro, che in alcuni momenti è semplicemente tutto quello che ti occorre.

A fronte delle persone (amici, colleghi, parenti, familiari) che mi stimano, o soltanto di tutto l'affetto che ricevo, giorno per giorno, una porta sbattuta in faccia, un singolo rifiuto, o l'incomprensione che ne scaturisce, possono starci. Sono assolutamente comprensibili, e non dovranno prendere il sopravvento. Non ce n'è motivo. E soprattutto non serve a nulla.

Anche perché, appunto, le cose cambiano, continuano ad evolvere e, ironia della sorte, lo fanno proprio nei momenti più particolari. Come quello che stavo vivendo fino a giusto una settimana fa.
Poi ho compreso che basta liberare la mente, smettere di pensare o di desiderare troppo che qualcosa accada. Concentrarsi su sé stessi, per dare sempre il massimo, restando positivi.

Non credo alle coincidenze, ma so per certo che entrando in questa prospettiva, tutto sembra tornare al proprio posto. E' come assistere ad una serie di incastri, apparentemente casuali, eppure perfetti, quanto sistematici. Praticamente quello che mi sta accadendo in questo istante.

Ancora una volta, e se possibile in maniera ancora più inaspettata, mi ritrovo a "chiudere" le valigie, preparandomi ad una nuova esperienza in quel di Roma, per un periodo di almeno sei mesi.
Inutile descrivere quanto questo evento mi "galvanizzi" e quanto faccia bene alla mia psiche. Un'autentica iniezione di fiducia. Ed ecco il punto: non poteva capitare in un momento migliore.

Non ho dimenticato tutti i benefici che ho riscontrato dopo l'ultima esperienza dei collaudi, all'inizio dell'anno. Soprattutto non ne ho sottovalutato l'importanza, non solo dal punto di vista professionale.
Più in generale, semmai non bastasse, mi aiuterà a capire ed a comprendere che, almeno nella mia vita, non occorre voler a tutti i costi precorrere i tempi. 

Sia che si tratti di un'opportunità professionale, o della realizzazione del mio sogno di indipendenza, o ancora, del desiderio di ritrovare la donna che "mi attende" dall'altra parte del Filo Rosso, mi basterà non pensarci più di tanto, e vivere godendomi il momento.

Ancora una volta, quando tutto sembrerà impensabile, ed allo stesso tempo nell'istante più opportuno, tutto colliderà, in una imprevedibile serie di incastri. 
Sarà come attraversare uno sciame di asteroidi, facendosi coinvolgere da tutto ciò che questo comporterà, vedendo di volta in volta come la situazione evolverà. Entrando in collisione, a cominciare da domani. 

Settembre è già arrivato, l'Estate è sempre più lontana. Forse è soltanto una mia sensazione, ma sembra che già il tempo stia cambiando. Qualche nuvola, un venticello sottile, decisamente più fresco. Chissà che tempo farà a Roma. Ancora un po' e potrò scoprirlo. Sicuramente cambierà.
E a quanto pare, quello climatico non sarà il solo cambiamento. 
Del resto, Settembre rappresenta la ripresa, il nuovo inizio. E sento che tutto stia per ricominciare.