domenica 25 giugno 2017

Childhood Footsteps...

Manca più o meno una settimana al concerto dei Coldplay. Sembra incredibile a dirsi, ma ormai il 4 Luglio è praticamente alle porte. Me ne accorgo soltanto adesso.
Del resto, abbiamo finalizzato gli ultimi preparativi proprio poche ore fa. Riducendoci, come quasi sempre accade, all'ultimo istante. Sebbene in questa circostanza vi siano state delle valide ragioni.

Dovrò, in ogni caso, organizzare la prossima settimana di lavoro (che per fortuna mi vedrà impegnato nel turno mattutino), e pianificare gli appuntamenti, facendo in modo di non trascurare l'allenamento in palestra. Anche lì, per fortuna, siamo alle battute finali. Almeno fino alla fine di Agosto.

Poi, come dicevo poco fa, una volta superata quest'ultima settimana di impegni, avrò un po' di tempo per rilassarmi e magari avvicinarmi ancora di più alla realizzazione del mio obiettivo "trasferimento".
Si, in effetti è un periodo di preparativi. Si passerà ben presto a dover preparare i bagagli per le vacanze (devo ancora comprare la guida Top 10 Mondadori su Copenhagen), ormai è questione di giorni. A proposito. Parlando di bagagli, inizio già a portarmi avanti con il pensiero. Sarà il mio eccesso di ottimismo (alcune volte non riesco a controllarlo), o magari la mia fervida immaginazione.
Ma non riesco a fare a meno di pensare a quando dovrò letteralmente fare le valigie, e gestire il mio "mini-trasloco". Non che sia un'esperienza nuova, per me. Anzi, posso dire che sia abbastanza abituato. Pur non avendo cambiato città, la mia famiglia ed io ci siamo trasferiti cinque volte, cambiando casa, ed in un paio di occasioni, anche quartiere.

Sicuramente il mio prossimo eventuale spostamento non implicherà di certo tutto ciò che viene fatto durante un trasloco vero e proprio. Dovrò comprare i mobili, ripartendo totalmente da zero. E non so ancora come farò, ma dovrò farlo. Pensavo più a tutte le mie "cose", i ricordi, gli effetti personali e tutto ciò che in questi anni ho messo da parte, accumulato volta per volta. 

Da buon collezionista, non è certamente poca roba e penso proprio che avrò bisogno di qualche scatolone. Ignoro ancora quanto spazio ci sarà dall'altra parte, ma nel dubbio non rinuncio all'idea di portare con me tutti i miei libri e i miei dischi (di cui sto ancora completando la mia personalissima collezione). Non ho più gran parte dei fumetti che ho letto in gioventù, ma possiedo un discreto numero di modelli in metallo ed "action figures" varie (messi da parte, a dire la verità, anche pensando ad un futuro figlio). Dovrò ricordarmi dei film in DVD e dei videogames, tenuti ancora maniacalmente nella loro confezione. Quelli non mancheranno di certo. Anche se non so ancora quanto tempo avrò effettivamente per utilizzarli. Non dovrò inoltre scordarmi degli scatoloni con tutti i miei ricordi, gli album da disegno, i quaderni, le stampe e le cartoline collezionate durante i miei viaggi (mi sa che ci farò un bel collage con quelli). Ci vorranno un paio di valigie soltanto per i vestiti, senza contare la mia collezione di divise da calcio, beh, più che altro di divise dell'Arsenal Football Club. E quasi dimenticavo le scarpe. Già, le scarpe. Anche di quelle ne ho veramente tante. Di diverso genere. Classiche, casual, persino scarpini da calcio (due paia, dei tempi in cui giocavo, soprattutto con gli amici), ma più che altro sneakers. Mi piacciono, davvero tanto. Ne sono appassionato. Una passione che mi porto dietro da quando ero un bambino. Quando non potevo ovviamente comprarmele da solo, e restavano, il più delle volte, l'oggetto del desiderio. 

Desiderio che, in qualche occasione, poteva tramutarsi in realtà, ogni qualvolta in famiglia ci fosse una cerimonia. Lo ricordo bene, è ancora nitido nella mia mente. 
Non ho ben chiaro quale fosse la cerimonia in questione, ma ricordo bene che in quella circostanza, come sempre, i miei genitori portavano in giro me ed i miei fratelli, per scegliere i vestiti. E, manco a dirlo, le scarpe. E' chiaro che a 10 anni, o giù di lì, non avessi chissà quale potere decisionale.
Eppure, quel giorno di circa ventitré anni fa, chissà per quale motivo, mio padre decise di portare me e mio fratello a comprare le scarpe, dandoci la possibilità di sceglierle. Un bel passo avanti.

Aveva deciso di andare in un negozio fighissimo, sempre molto aggiornato in quanto a modelli, ed ovviamente anche ben fornito. Lo si notava già dalle vetrine. Può sembrare strano sottolinearlo, ma vale la pena ricordare che agli inizi degli anni '90, i grandi centri commerciali o i negozi Foot Locker non fossero esattamente all'ordine del giorno. 

Ci spostammo subito, manco a dirlo, nel reparto dedicato agli articoli sportivi, in cerca di quelle che un tempo venivano definite semplicemente "scarpe da tennis". Nostro padre era lì, ci accompagnava provando a darci dei consigli, indirizzando la nostra scelta, ma senza essere troppo invadente.
C'erano tanti modelli che mi piacevano, alcuni visti soltanto in TV, nelle pubblicità o nei telefilm della mia infanzia. Ma tra tutti, la mia attenzione fu catturata da un paio di Reebok Pump Hexalite (o come diamine si chiamavano). Fu amore a prima vista. Leggermente più alte rispetto ad una normale scarpa da tennis, non troppo alte come le classiche scarpe da basket. Bianche, con rifiniture grigie, nere e verde acqua. Non avevo dubbi: avevo preso la mia decisione.

Andai subito a chiamare mio padre, che nel frattempo era con mio fratello, per aiutarlo a misurare le scarpe che aveva scelto (sempre Reebok, se non ricordo male, ma un normalissimo modello da tennis), invitandolo a darmi un parere sulla mia scelta.
Quando le vide, il suo viso fece una smorfia strana, quasi inorridì. Sapevo che quelle scarpe erano "eccessive", per certi versi troppo "tamarre" rispetto a quelli che potevano essere i gusti di mio padre, ma mi sarebbe piaciuto ricevere la sua approvazione. Soprattutto volevo che me le comprasse.

"Ma sei sicuro? Non hai visto quelle che ha scelto Salvatore? A me sembrano un po' esagerate, che devi farci? E poi hai visto quanto costano? Perchè non guardi qualche altro modello?"

Provò a dissuadermi, lo fece alla sua maniera, tentando di farmi ragionare. Cosa che in genere facevo, nonostante la mia età. Specialmente quando si trattava di far sborsare a mio padre qualcosa come più di centomila lire. Non certo noccioline, e non per qualcosa di strettamente necessario.
Ma in quell'occasione non volli sentire ragioni, quasi puntai i piedi, dicendo che non avrei voluto scegliere un modello diverso, che ormai mi ero fissato, ed altre stupidaggini simili.
Per un attimo mio padre pensò di intervenire in maniera più incisiva, decidendo al posto mio.
Ma vedendo il broncio sul mio viso, corresse il tiro, aiutandomi a misurare quelle scarpe così assurde, fin quando non mi vide nuovamente sorridente. 

Oggi, a distanza di anni, se ripenso a quell'episodio ed ai soldi che gli avevo fatto spendere, mi vergogno come un ladro e non nascondo di provare un certo imbarazzo.
Però, ogni volta che mi trovo in un negozio per acquistare delle scarpe, ci ripenso e un po' mi viene da sorridere. Perché questo, nonostante tutto, resta un bel ricordo della mia infanzia, e soprattutto un bel ricordo di mio padre e del suo amore incondizionato per i propri figli. Qualcosa che, più di ogni altra, spero di ereditare da lui, nell'immediato futuro.

Ora che ci penso, ho tantissime sneakers, tantissimi modelli. Ma non ho nessuna Reebok, e se non erro, le "Pump" dovrebbero essere tornate alla ribalta (come tante cose vintage, di questi tempi).
Devo assolutamente rimediare, e comprarne un paio da tenere nella mia collezione. Se non altro, per ricordare i vecchi tempi. O, magari, per ricordare a me stesso il comportamento da adottare, quando mio figlio/figlia eventualmente mi chiederà di comprargli un paio di scarpe tamarre ed inguardabili.





sabato 17 giugno 2017

Homecoming...

Avete presente quando un po' tutto sembra "accavallarsi", dandovi l'impressione di essere sovrastati da una caterva di impegni, cose da fare, riserve da sciogliere, decisioni da prendere, pensieri da fissare, obiettivi da pianificare, eccetera eccetera??? 

Beh, inutile dire che nell'ultimo periodo la mia situazione sia pressappoco questa. Succede tutto alla svelta, talvolta fuori dal proprio raggio d'azione, diventa così difficile da controllare. Cambiamenti repentini, non sempre facili da intercettare.

Salvo poi fermarsi, per qualche istante, facendosi aiutare, consigliare anche, dalle persone care, in modo da poter comprendere come ripararsi, alla meglio, da quella pioggia di eventi.
Potremmo stare ore ed ore a domandarci per quale assurda ragione si possa passare così brevemente da uno stato di apparente inattività, fino ad arrivare ad avere l'agenda piena fino a sopra i capelli.
E' praticamente inutile, non ne verremo mai a capo. Scordatevelo.

Piuttosto, e lo dico per esperienza, non è quello il punto. Non servirà interrogarsi sui "perché" di momenti come questi. L'attenzione, le energie e la concentrazione serviranno invece ad agire, a gestire il presente e tutti gli impegni che ne conseguiranno, in maniera spontanea.
Con questo caldo sfibrante, poi, a maggior ragione. Chi ce lo fa fare?

No, personalmente non mi lascerò coinvolgere. Finirei in un pantano di dubbi e paranoie.
Tirare avanti diventa l'unica strada percorribile, l'unica opzione sul menu. Dovrei aver già imparato a cogliere il "positivo" anche laddove appaia impossibile, impalpabile. 

Un po' come attraversare un ruscello, facendo leva sui sassi che affiorano sul pelo dell'acqua.
Ecco, la linea tracciata nelle scorse settimane si sta piano piano definendo, segmento dopo segmento.
E se prima continuavo a struggermi nella ricerca di un appartamento, visionando decine di bilocali/monolocali, consultando agenzie immobiliari, e chiedendo informazioni ad improbabili parenti di chissà quale grado, posso finalmente registrare un primo vero decisivo passo avanti.

Comprar casa, si sa, è una scelta da ponderare non bene. Di più. Come mi ha detto qualcuno, potrebbe essere un acquisto "unico", per certi versi. Non è come comprarsi un paio di Levi's, per dirla così. Dalla mia prospettiva, di povero "alieno" squattrinato, almeno, è inevitabile.

Vero è che nulla è prestabilito, che le cose possono sempre cambiare, così come le esigenze.
Qualcosa di cui non potrò non tener conto, soprattutto nel breve periodo e, fondamentale, senza dimenticare le mie aspettative. Che magari saranno cambiate, meglio dire "ridimensionate", dopo quanto mi è successo. Ma restano lì, saldamente in cima alla lista, nel loro caratteristico "pecking order", come dicono in Terra d'Albione.

Oggi resto un single, e tali sono le mie esigenze. Non occorre una reggia, non si baderà ai fronzoli.
Non occupo molto spazio (almeno per ora), e pur avendo l'indole del collezionista, saprò contenermi.
Un posto per dormire, mangiare e, forse, costruire una piccola fortezza di lenzuola. Un angolo dove mettere i miei dischi, coltivare le mie passioni, in tranquillità. Dove suonare indisturbato, strimpellando la mia Fender acustica. Dove far pratica con le ricette di mia madre, organizzando cene per gli amici (e magari per la mia futura compagna). Un posto tutto mio.

Dopo diversi mesi di ricerca, forse, e lo dico toccandomi tutto il possibile, finalmente l'ho trovato. Non è il momento di cantar vittoria. Non c'è ancora nulla di solido.
Ma averlo trovato, sapere che in qualche modo una soluzione percorribile esista, che sia anche adatta a me, in questo preciso istante, da sollievo.
Mi preparerà ad una seconda "parte" forse ancora più snervante, ancora più frustrante. Quella dove bisognerà fare i calcoli, misurare le proprie possibilità. Inseguendo banche, istituti di credito, scartoffie, mediatori finanziari, notai, ecc ecc. 

Stando attenti, conti alla mano, anche alla più insignificante differenza di prezzo, percentuali, tassi, clausole e postille. Risparmiando il più possibile, sia le energie fisiche che materiali.
Perché sarò da solo, a differenza di quanto credevo giusto un anno fa.

Ma non per questo mi sento meno motivato. Non per questo partirò sconfitto. Semmai è il contrario.
La fiducia inizia piano piano ad aumentare e, per adesso, voglio solo vederlo come un altro di quei piccoli momenti positivi, uno di quei pensieri felici capaci di allontanare la tristezza.

E' una strana forma di "opportunismo" mentale, se vogliamo. Talvolta appare necessaria.
Ora eviterò di pensare troppo a tutte le cose da fare, soprattutto nei prossimi giorni. Saprò che mi toccherà farle, perché c'è in ballo moltissimo, e l'idea di restare indietro, perdendo terreno, non mi va proprio giù. Mi rimbocco le maniche, e sfrutterò il mio tempo. Nel miglior modo possibile.
Essere, seppur di poco, più vicino al sogno di avere una casa tutta mia, mi farà da sprone.
Il rischio di fare voli pindarici, di correr troppo con la fantasia, finendo per non riuscire ad ottenere ciò che si vuole, è comunque alto e non ci abbandonerà. Figuriamoci, poi, per una fervida immaginazione come la mia. Basta solo esserne consapevoli. E ricordarsi, in ogni caso, che "Noi non supereremo mai questa fase".







sabato 10 giugno 2017

On Melancholy Hill...

Continuò spedita, a passo sicuro, divorando le dune, una dopo l'altra, come ad inseguire l'orizzonte. Sembrava tranquilla, imperturbabile, concentrata. Soltanto intenta nel proseguire il viaggio, possibilmente senza farsi scorgere da sguardi nemici. Non avrebbe potuto calcare la mano, sforzare il motore fino a farlo ruggire, come una belva feroce. Dosando con sapienza freno ed acceleratore, tagliò gran parte di quella distesa sabbiosa, restando in sordina, profilo basso.

Sembrava abituata a muoversi per lunghe distanze, quasi a proprio agio. Il rischio non la scalfiva.
Dopo circa due ore (tempo durante il quale non aveva sentito dire una parola), pensò di fermarsi, anche solo per una breve sosta. Erano ormai fuori dalla zona più controllata, lontano da vedette e sentinelle. Roxy appariva assolutamente sicura di sé, come se quelle lande desolate fossero già note.
Appena possibile, dopo aver trovato un anfratto, decise di spegnere il motore e tentò un accampamento di fortuna, con tutto ciò che aveva. Prese il possibile per sistemare l'alieno in terra, senza farlo affaticare. Un paio di buffetti sul viso, per far si che si svegliasse. 

Era completamente intorpidito, spaesato, e riusciva a malapena a capire dove fosse. Con tutta la premura del mondo, Roxy rimediò una pezzuola, strappando un telo più grande che si portava dietro, e la inumidì con qualche goccia d'acqua dalla sua borraccia. Appoggiò la stessa sulla sua fronte, delicatamente, provando finalmente a parlargli.

"Ci sei? Sei sveglio? Non hai un bell'aspetto, stai diventando sempre più pallido... Ho pensato che sarebbe stato meglio fermarsi per un po', per vedere come stavi."

"Io... Grazie..." - rispose l'alieno, faticando ancora a respirare.

"Quante volte devo ripetertelo? Basta ringraziarmi, ho detto che lo faccio di mia volontà. Non sono più una di loro, non ho nulla a che vedere con loro. Mangia questo. E' soltanto pane, purtroppo non ho altro qui. Avrei dovuto portarlo a casa, ma non importa..."

Seppur debole, l'alieno gradì quel gesto così generoso e non esitò ad accettare. Il sapore del pane fresco lo ristorò, provocandogli una smorfia simile ad un sorriso. Avrebbe tanto voluto capire il perché di tanta generosità nei suoi confronti. Ma per una volta pensò bene di godersi quel raro attimo di benessere, in forte contrasto con il suo stato fisico. Sentiva una strana sensazione, stavolta andava oltre la stanchezza. Qualcosa di simile al dolore, ma meno dirompente. Smise di mangiare e non fu per sazietà. Si appoggiò nuovamente, cercando la posizione più adatta, prima di stendersi.

"Il pane era veramente buono. Ora va meglio. Mi spiace tu non possa portarne un po' a casa tua."

"Non preoccuparti, il cibo non manca di certo. Merak non torna mai a mani vuote dopo una battuta di caccia." - rispose Roxy, porgendogli una scodella con dell'acqua.

"Oh... Ora capisco. E' il tuo principe, non è così?" - chiese l'alieno, dopo aver bevuto un sorso d'acqua.

"Beh... qualcosa del genere, si. Lui si prende cura di me, ed io faccio lo stesso con lui. Insieme abbiamo costruito il nostro palazzo, dalle fondamenta. Ma... tu, piuttosto? Non hai una casa, o qualcuno che ti aspetti? Non hai una principessa?"

"No, non se ti riferisci a Mamba, almeno. Non c'è più nessuno che mi aspetti, dopo essere giunto qui, senza nemmeno sapere come. Ho seguito consigli e indicazioni, non so se ho fatto bene."

"Ma saprai almeno dove andare? Vorrei darti una mano, aiutarti in maniera concreta. Non mi sembra che tu stia bene. Non mi sembra che tu sia felice."

"No, non lo sono adesso. Una volta lo ero. Succede quando perdi qualcosa che non puoi rimpiazzare. Succede quando Lei non può più essere il Sole. Io, adesso... Io..." - l'alieno si alzò inavvertitamente, sollevando il busto e piegando le gambe, come a rannicchiarsi.

"Che hai? Che ti succede?" - disse Roxy, visibilmente preoccupata.

"Dell'acqua... vorrei ancora dell'acqua, se possibile..." rispose l'alieno, con voce fioca.

"Ecco, ti aiuto a bere. Coraggio, non puoi restare così. Volevo portarti oltre il confine, verso il Mare, ma non sei in grado di sostenere un viaggio così lungo. E' più facile se ti porto a casa con me, potrò curarti meglio lì. A differenza di molti, tu non hai disprezzato il mio aiuto. Non mi hai giudicata solo dal colore dei miei capelli. Hai creduto alle mie parole, e per questo io voglio ricambiare, facendo il possibile. Devi solo farti forza e resistere, ci rimettiamo subito in marcia."

Lo lasciò solo per un istante, dopo averlo aiutato a bere, facendo sì che continuasse da solo. Voleva affrettare le operazioni per ripartire quanto prima, ma non fece in tempo a raccogliere nulla.
L'alieno cadde quasi esanime, rovesciando l'acqua e tutto il resto. Non emise nemmeno un fiato. Ancor più pallido, lo sguardo era assente, la bocca socchiusa, gli occhi completamente vuoti, senza pupille. Un'immagine capace di atterrire chiunque.

Per quanto coraggiosa, Roxy andò nel panico, e si fiondò sul corpo dell'alieno, provandolo a scuotere con veemenza. Non fu sufficiente, non ottenne nessuna reazione. Passò a schiaffeggiarlo, cercando di non forzare troppo, ma ancora una volta nessuna reazione.

Ricorrendo a tutta la sua forza, provò a metterlo in piedi, a farlo reggere almeno con il busto in verticale. Fu in quel momento che si accorse, che si rese conto, di quanto stesse succedendo.
Cingendo il busto dell'alieno, sentì come una sensazione di umido provenire dalla zona del torace, protetta dalla mantellina. Restò allibita nel vedere una ferita così ampia e profonda, di cui neppure l'alieno si era reso conto. Inorridì nel vederne il sangue sgorgare, così copiosamente.

Disperata, fece il possibile per tamponare la situazione, ancora una volta facendo di necessità virtù. Provava a chiamarlo, pur non conoscendone il nome. "Svegliati" - gridava, tra una corsa e l'altra, tra una pezza strappata e l'altra. L'alieno non reagiva, l'emorragia non si arrestava.
Lacrime di frustrazione iniziarono a solcarle il volto. Cosa mai avrebbe potuto fare di più?

Al calar della sera, il cielo sembrava più scuro del solito. Se ne accorse anche Roxy, sollevando lo sguardo. Un sottile vento, leggermente più freddo rispetto al normale, le spostò i capelli.
Uno strano rumore, simile ad un verso, proveniente da Est, colpì la sua attenzione. Si guardò intorno, rendendosi conto di essere sola, nel mezzo del deserto. Ma il rumore diventava sempre più nitido, fino ad assumere la forma di uno stormo di corvi neri, come a richiamare un oscuro presagio.

Ve ne erano tantissimi, e si avvicinavano, con aria minacciosa. Volando vorticosamente, formavano una "parete" impenetrabile, di fitta oscurità. Una di quelle schiere, ordinate come una falange militare, si distaccò, quasi a formare un sipario, da cui veniva fuori una sagoma umana.

Un uomo alto, ben vestito, in abiti scuri ed eleganti. Il volto coperto da una maschera bianca, con sopra un inquietante sorriso. Sul suo capo un cilindro classico, dello stesso colore dei vestiti. 
Lentamente, ma in modo inesorabile, si dirigeva verso di loro, con chissà quali intenzioni.
Roxy agì di istinto, rimediando un bastone ed estraendo un pugnale dalla sua cintura, per poi porsi a difesa dell'alieno, ancora privo di sensi.

"Chi sei? Farai meglio ad andartene da dove sei venuto, se non vuoi finire male." - intimò Roxy, sfidandolo senza timore.

"Il mio nome? Non importa. Ora importa solo che tu ti faccia da parte. Non sei tu quella che cerco."

"Lasciaci in pace, lui verrà con me. Gli ho promesso che lo avrei condotto a casa mia, e non tradirò la sua fiducia."

L'uomo con il cilindro si avvicinò oltre, per poi sollevare il palmo della mano destra, verso Roxy. Ne derivò una folata di vento, o forse una specie di onda d'urto, forte abbastanza da disarmare la ragazza, incapacitandola per qualche istante. Seppur non riuscisse a rimettersi in piedi, Roxy rivolse lo sguardo all'uomo con il cilindro, che era ormai a pochi centimetri dal corpo dell'alieno.

"Non lo vedi come è ridotto? Non lo vedi in che condizioni è? Come puoi voler infierire su di lui? - gridò Roxy, con tutto il fiato che ancora aveva in corpo.

L'uomo con il cappello si chinò, raccogliendo l'alieno, o ciò che ne era rimasto, per poi tenerlo in braccio. Si voltò verso Roxy e disse così:

"Sta morendo. Non c'è nulla che tu possa fare. Hai fatto il possibile, e te ne sarà grato. Hai fatto anche di più di quanto avresti dovuto fare. Non giungerebbe vivo a casa tua. Ma c'è ancora speranza, non tutto è perduto forse. Deve cercare la sua, di casa. Deve proseguire, a modo suo. Deve raggiungere i suoi sogni."

"Come pensi di curarlo? Tu non hai nemmeno un mezzo di trasporto. Morirà comunque!" - obiettò Roxy.

"Colle Melanconico non è distante da qui. Lo condurrò lì io stesso. Se faremo in tempo, riuscirà a farcela ed a riprendere il Mare. Non c'è molto lassù, se non un albero di plastica e qualche bel ricordo. Troverà la sua medicina. Deve farcela."

"Fermati!" - urlò ancora una volta Roxy, rimettendosi faticosamente in piedi.

Lo stormo di corvi riprese il suo volo frenetico, creando scompiglio e sconquasso nel vuoto del deserto. La figura alta e misteriosa di quell'uomo, diretto ad Ovest, fu presto completamente avvolta da un fitto mantello di piume nere.
Roxy provò a rincorrerlo, ma quando fu abbastanza vicino da poterlo quasi sfiorare, si udì un fischio, fortissimo, come fosse proveniente da tutte le direzioni. I corvi si sparpagliarono, riprendendo il loro volo sicuro ed ordinato. Al loro posto, il nulla.
Lo stesso nulla in cui quell'uomo col cilindro ed il corpo dell'alieno erano scomparsi.





lunedì 5 giugno 2017

Almost Summer Memories...

Mancano più di due settimane al Solstizio d'Estate, ma in fondo, non è che faccia tutta questa grande differenza. Almeno da queste parti, la Primavera è ormai un vago ricordo. La brezza sottile, l'aria fresca e frizzante, le mie felpe con la zip, hanno ormai ceduto il passo, leggermente in anticipo, al caldo torrido e inesorabile, destinato solo ad aumentare nei prossimi giorni.

Anteprima di una stagione estiva che si annuncia quantomeno al pari delle precedenti annate. Le premesse, così sembra, ci sono tutte. Non sono pochi, in effetti, quelli che hanno già deciso di correre ai ripari, utilizzando il tempo libero (soprattutto quello del fine settimana) per poter raggiungere spiagge, litorali, piscine attrezzate, e chi più ne ha, più ne metta.

Un "rituale", questo, a cui nemmeno io ho saputo sottrarmi, inaugurando così il primo bagno stagionale (proprio lo scorso weekend), riuscendo anche a schivare il rischio di possibili scottature.
Cosa non da poco, considerando le mie esperienze con l'eritema solare. 
In genere questo non è il periodo dedicato ai "pensieri", forse non è mai stato il tempo adatto alle riflessioni, a fare lunghe dissertazioni sulla situazione attuale.

Una volta era semplicemente il periodo in cui le ostilità scolastiche cessavano, dando spazio alle aspettative di una vacanza al mare. Che fosse in compagnia dei propri genitori, o degli amati zii, non faceva una differenza così sostanziale. Ci si preparava a quel momento, con enormi aspettative, quasi impazienza. Il televisore ne annunciava gli inizi con le immagini delle arene gremite del Festivalbar, o con in sottofondo la meravigliosa sigla di "Giochi Senza Frontiere". Si trascorrevano giornate tra qualche pagina di compiti delle vacanze, e qualche partitella al campetto con gli amici di infanzia. Un modo come un altro per ingannare l'attesa, dissipare la noia.
In men che non si dica, eri lì, a fare l'inventario delle cose da portare, ad organizzare il tuo piccolo bagaglio, scegliendo i costumi (escludendo categoricamente quei ridicoli slippini). e preparando le compilation da portare con te nel fedele walkman. Poi, il più delle volte, non avevo nemmeno il tempo di festeggiare il mio dannato compleanno (1 Agosto, per la cronaca), che ero già lì, sul sedile posteriore della Fiat Marea di mio padre, prima, o della Volkswagen Golf di mio zio, a contare le ore che mi avrebbero separato dal mare, da possibili nuove amicizie, momenti di goliardia da conservare.
Costiera Amalfitana, Golfo di Policastro, Cilento, Gargano, Salento, Tropea e tanti altri posti meravigliosi, che riuscivano pienamente a dare un senso a quel periodo altrimenti vuoto. Così è stato, fin da quando ero piccolo.

Ecco, è impressionante, a distanza di anni, pensare a quanto sia cambiato quel "sapore", quella sensazione secondo cui non ci fosse una stagione più bella. Per certi versi, ammetterlo è anche un po' triste. La mia sindrome di "Peter Pan" può soltanto incassare il colpo.

Per cui, nonostante tutto, non potrò rilassarmi, non ancora. Non potrò fare a meno di pensare. Pensare, ad esempio, che per quanto sembri eccessivo dirlo, Giugno segna comunque la fine della prima metà dell'anno. Risulta difficile non rivolgere lo sguardo a quanto fatto, quanto vissuto, fin qui. Le battute d'arresto ci son state (quelle purtroppo fanno parte della vita), ma si sono alternate ad esperienze positive, fino in fondo, che mai ed in nessun modo potrei rinnegare. C'è la sensazione, a tratti più forte, di avere una parte mancante, un vuoto, difficilmente colmabile. 

C'è la speranza che, in questo senso, qualcosa cambi, magari in positivo, in maniera sorprendente.
C'è la soddisfazione nell'aver pianificato un viaggio, destinazione Copenhagen, riuscendo ad organizzare praticamente tutto, in vista della partenza, per fine Luglio (un'esperienza che mi auguro di riuscire a documentare, almeno in parte). Un desiderio che si avvera.
Così come il concerto dei Coldplay, a cui assisterò tra meno di un mese. Il biglietto del treno per Milano è già nelle mie mani. 

C'è la volontà di rimettersi in gioco, anche dal punto di vista lavorativo, utilizzando i nuovi stimoli forniti da amici e colleghi, in grado di costruirsi una sorte migliore.
C'è la voglia di continuare le ricerche del nuovo appartamento, consapevole di dover abbassare le pretese, e di dover arrivare ad un compromesso, ma finalmente qualcosa inizia a muoversi.
Qualcosa inizia, seppure vagamente, a prender forma, diventando man mano sempre più simile a ciò che voglio realizzare. Semplicemente un altro obiettivo da conquistare, facendolo poco per volta.
Non dovrò essere impulsivo, né dovrò farmi guidare dalla fretta o dall'impazienza che spesso mi contraddistinguono. Ci sono quasi, e so di non poter fallire adesso.

Non è che avrò chissà quanto tempo ancora per riuscire a far tutto entro la fine dell'anno, come mi ero prefissato. Ma del resto è come se fossimo quasi alla fine della prima frazione di gioco.
Un po' come quando, a scuola, c'erano i quadrimestri. Ed io riuscivo ogni volta a rendere di più verso il finale, proprio a ridosso dell'Estate. Già. In fondo è sempre stato così, fin da quando ero piccolo.