(Dal Diario del 03/07/2008)
Ricordavo di aver visto quella struttura fantastica da qualche parte in televisione. Molto spesso la associavo ai servizi del sempre impeccabile Antonio Caprarica, che seguivo con interesse al TG1. Ad ogni modo, Piccadilly Circus, o meglio la sua immagine, era da sempre irrimediabilmente stampata nella mia mente, come uno degli emblemi più ricorrenti da attribuire alla mia innata “anglofilia”, se così si può dire. Pur non avendo chissà quali doti mnemoniche, ho sempre avuto una buona memoria fotografica, spesso utilizzando la particolare tecnica di associare cose, concetti o persone ad immagini. Penso sia una tecnica infantile, banalissima, lo so. Sta di fatto che continuo tuttora ad utilizzarla, e spesso si rivela piuttosto efficace per chi, come il sottoscritto, fatica ad immagazzinare certe moli di dati in maniera meccanica.
Nella fattispecie, la mia immagine associata all’idea di Piccadilly Circus, è quel gigantesco tabellone/schermo con su impresso il logo della Sanyo, illustre azienda di elettronica giapponese. Non mi sono mai interessato più di tanto alle sorti di quella ditta. Né mi sono mai documentato sul perché il loro marchio fosse così platealmente esposto in una delle piazze più importanti di Londra. Sapevo che fosse lì. Nulla di più. Nulla di meno. Avendo già avuto esperienza su come funzionassero i trasporti pubblici britannici, non aspettavo altro che scrutare la nostra fermata, per poi verificare la correttezza della mia associazione di immagini. Peppe era invece un neofita, e non poté fare a meno di restare allibito di fronte a quanto avevamo sotto i nostri occhi. La perfetta sintesi di efficienza, pulizia, ordine, comodità e tranquillità. Mi guardò esterrefatto, poi sorrise. La mia risposta fu un semplice sguardo di compiacimento, quasi di orgoglio, come a dire: “Di che ti meravigli? Mica siamo a Napoli?”
Non una semplice frase fatta. Il percorso prescelto contemplava 5 fermate ed un cambio di linea. Tempo complessivo: circa 13 minuti. Mio fratello fa più o meno lo stesso tipo di tragitto, percorrendo più o meno gli stessi chilometri, per arrivare alla facoltà di Ingegneria, con 3 fermate in più. Tempo complessivo: 50 minuti circa. Tralasciando i dettagli, potevamo entrambi constatare quanto fosse comodo ed agile quel mezzo di trasporto. Anche l’operazione del cambio risultò più che agevole. Dopo aver attraversato Lancaster Gate, Marble Arch e Bond Street, eravamo giunti ad Oxford Street, dove poi saremmo dovuti scendere per cambiare, prendendo la Bakerloo Line. Una sola fermata ed eccoci a Piccadilly. Non vedevo l’ora di vedere quell’enorme logo scintillante, sebbene non fosse certo quello il monumento cardine della piazza. Tuttavia, tra le tante uscite della metro, quella che imboccammo non ci fece ritrovare di fronte a quell’edificio.
Al punto da farmi sentire quasi disorientato. Ben presto capimmo che era solo una questione di posizione. Posizione dell’uscita, più che altro. Il che non fu così spiacevole. Anzi. Per essere onesto, la mancata apparizione del “gigante nipponico” non evitò lo spalancarsi sproporzionato della mia mascella. E credo di poter parlare anche a nome di Giuseppe in questo senso. Riuscì a malapena a contenere l’emozione. Così come riesco a malapena a dipingerla ora. Quasi stentavo a credere ai miei occhi. Il mondo che avevamo davanti a noi era tremendamente bello, variopinto, multietnico. La realizzazione piena del concetto di ombelico del mondo, ma in senso ancora più pieno di quanto volesse dire Lorenzo Cherubini. Mai visto un crogiolo di etnie, culture, tradizioni e colori così armonioso e compatto. Il tutto, poi, era naturalmente incastonato in un contesto urbanistico così favoloso da mozzare il fiato. Con lo sguardo in su e a bocca aperta, ci limitavamo a contemplare quello scenario indescrivibile che ci era capitato sottomano. Il suono dei passi che compivamo per risalire le scale della metro veniva completamente sovrastato dal suono del mio battito cardiaco. Facevo fatica, molta fatica a comprendere quanto mi stesse succedendo.
Fu però una mera questione di tempo. Ben presto dovemmo far mente locale, e fare attenzione a tutto quello che osservavamo, come a voler avidamente riempire l’anima di tutte quelle immagini colorate e pulsanti di vita. Quasi come se la fotocamera non avesse potuto fare abbastanza. E allora via, trascinati consapevolmente in quel turbine iperattivo e multietnico, per le vie della City di Westminster. Uno sguardo al cielo, quello tanto sognato, per rendermi conto, ogni tanto, della veridicità della cosa. Ad ogni passo, la meraviglia, la gioia, la felicità in senso stretto, che mancava da mesi e mesi a quella parte. Di fronte a noi, subito la rinomatissima bisteccheria Aberdeen, nei pressi della quale non potevano mancare le caratteristiche cabine telefoniche. Un paio di passi in direzione nord, ed eccoci in prossimità di un Virgin Megastore: davanti alla sua gigantografia apposta sulla vetrata, giurai a Solid Snake che avrei portato a termine la sua ultima missione. E sono già a buon punto nell’adempimento di quella promessa.
Non con poche difficoltà, Peppe riuscì a farmi schiodare da lì, recandoci poi alla volta del corso principale, con tutti i caratteristici negozi di souvenir, tra cui spiccava senza dubbio il Whittard of Chelsea. Complesso, veramente complesso cogliere tutti i dettagli di quelle scene. Attraversando la strada, potevamo ammirare lo sfarzoso Cinema Teatro Empire, ma ben presto ci rendemmo conto che era solo uno dei tanti multisala posti nella piazza. Uno più bello dell’altro. Ad ogni modo, avevamo costeggiato un intero lato del “Circus”, per poi spuntare nella piazzetta centrale, inscritta in un bellissimo giardino, anch’esso di forma vagamente circolare. Si trattava di Leicester Square Garden, un favoloso mini-parco con tanto di animazione dal vivo al suo interno. Avemmo anche modo di riposarci per qualche istante, dopo esserci seduti su una delle affollatissime panchine che spuntavano qua e là, in quella meravigliosa macchietta di verde.
Penso che sarei rimasto lì, immobile, a contemplare quella bellezza, rilassandomi in silenzio per ore e ore. Giuseppe non era invece del mio stesso avviso. Giustamente, non avevamo la possibilità di stazionare troppo, tra una meta e l’altra. Il tempo a nostra disposizione era quello che era, e andava sfruttato al massimo per vedere quanto più possibile ci fosse da vedere. Ero consapevolissimo del fatto che avesse ragione su tutta la linea, sebbene le mie chiappe stanche facessero spesso fatica ad accettarlo. Imparai tuttavia ad utilizzare il suo entusiasmo come carburante alternativo, laddove la mia energia fisica non fosse stata sufficiente. E poi, come se questo non bastasse, mi ripeteva spesso:” hai detto che quando rientriamo scriverai un diario di viaggio come la prima volta… se non andiamo in giro a vedere le cose, cosa ci racconterai? io voglio leggere più dettagli possibili, non vorrai solo descrivere la camera dell’Hotel, spero…”
Aveva ragione, ancora una volta. Preso atto di ciò, stabilimmo una nuova regola secondo la quale le nostre giornate sarebbero dovute cominciare la mattina alle 9,30, per poi rientrare alla base direttamente la sera tardi. A seconda della contingenza, ovviamente. Proseguimmo il cammino, ancora più entusiasti dopo quell’accordo, circumnavigando Leicester Square. Sulla sinistra si poteva scorgere un Casino, con all’ingresso un curioso tizio che non passava certamente inosservato. Proprio lì, in prossimità dei ritrattisti, dei caricaturisti e del marciapiede delle celebrità (con tanto di impronte di mani), si stanziava lui, imperioso, con il suo frac giallo oro, arricchito di sgargianti paillette, camicia bianca e papillon abbinato al vestito. Aveva grossi occhiali da sole, e capelli lunghissimi, raccolti con la classica coda alla “Fiorello”, quello dei bei tempi di Karaoke e di Katia Noventa. Sicuro di sé, col suo microfono, urlava dispensando battute e invitando le persone ad entrare, raccogliendo l’attenzione (e le risate) di quella fiumana di gente, trovatasi lì, ad attraversare quel tratto di strada. Né io né Giuseppe potemmo fare a meno di commentare quel tipo così stravagante. Non riuscivo a non pensare a cosa avrebbero potuto dire, o anche fare, i miei fratelli se si fossero trovati lì con noi, e si fossero imbattuti in un tipo così. Lo stesso pensai di Antonio, di Pasquale, di Francesco e di tutti i nostri amici più cari. Nella comicità del momento, si aggiunse un filino di nostalgia.
Mi resi anche conto che l’effetto di stupore e di meraviglia del trovarsi lì, si sarebbe moltiplicato esponenzialmente nel caso anche gli altri fossero stati lì con noi. Sarebbe solo stato uno sprone in più per ritornare con loro e rivivere questa favolosa esperienza. Passando da Gerrard Place, al caratteristico quartiere di Chinatown, non avevamo la benché minima possibilità di deprimerci. Il tempo passò veloce, e senza che ce ne rendessimo conto si erano già fatte le 18,30 (ore locali). Decidemmo di andare a bere qualcosa, in uno dei tanti, tantissimi locali che costeggiavano Piccadilly. Del resto, erano così tanti e diversi che sceglierne uno risultava autentica impresa. Poi a Giuseppe venne l’ispirazione, notando un’insegna curiosa, quanto familiare. Il simbolo era quello di un simpatico vecchietto, vagamente somigliante a Stalin.
La sigla del ristorante diceva “KFC”. Escludendo la possibilità che fosse qualche ritrovo per mafiosi sovietici, ci avvicinammo, per dare un’occhiata. Ben presto, Peppe riconobbe il marchio, ricordandosi che si trattava di una catena di ristoranti, di cui un esercizio era presente anche a Bayswater. Aveva ragione, ricordavo anche io quel logo, quella combinazione di colori, quella particolare grafica da film americano. Decidemmo di entrare per bere qualcosa, ma finimmo per restare a mangiare, incuriositi da quel particolare menu. Fu una scelta tutto sommato positiva. Il layout era quello solito del fast-food, ma la scelta non era limitata al classico panino imbottito. Infatti, sebbene non ricordo il nome di quello che mangiammo, ricordo bene che si trattava di una specie di involtino, fatto di una sfoglia leggera, molto simile alla piadina. Al suo interno c’era di tutto e di più, tra pollo, formaggio, insalata verde, pomodori, salsa piccante e spezie varie.
Qualcosa di insolito, di diverso, ma nel contempo veramente buono. La missione cena era compiuta e potevamo dedicare ulteriore tempo al nostro giro turistico. Poi, ad un certo punto, quando sembrava mi fossi scordato di lui, eccolo lì. Per un attimo, sembrò che il mio cuore si fermasse. Proprio quando tutto il resto mi aveva fatto dimenticare di lui, era magicamente apparso dinanzi a noi quell’edificio. L’edificio con la scritta Sanyo, gigantesco e sorridente, come a dire:” beh, ce ne hai messo di tempo…”
Saltai di gioia come un bimbo che riceve il suo regalo di Natale tanto atteso. Avevo finalmente modo di vedere quella cartolina ideale, da sempre affissa sul mio cuore. La sensazione provata è stata ed è ancora difficile da esprimere a parole. Una strepitosa sequenza di immagini e di posti magici scorreva davanti ai miei occhi. La megastruttura del London Pavilion, con la sede dello stupendo Trocadero (altro che Vulcano Buono), la deliziosa Coventry Street, ricca di negozi e di locali alla moda, la fontana memoriale di Shaftesbury, con la statua di Eros, la zona dei Teatri e le statue dei Cavalli di Helios.
La fotocamera lavorava alacremente per mettere a fuoco quelle immagini. Noi facevamo altrettanto, per imprimere con forza tutto quello che avevamo vissuto. Erano tante, tantissime cose. Tutte in una sola volta, con una intensità inaudita. Ed era solo il secondo giorno di quella fantastica esperienza. Mentre percorrevamo il tragitto a ritroso, verso la grande stazione della metropolitana, quelle scene e quelle immagini si fissarono ancora meglio dentro me. Con una ardente voglia di ritornare, e di contemplare ancora meglio il tutto. Dopo quella immane dose di felicità, la stanchezza era impercettibile. Pensavo che sarebbe stato fantastico, al rientro in albergo, chiamare a casa, e raccontare ai miei cari quanto avevo visto e fatto in quella giornata.
Di sicuro non pensavo che sarei potuto essere più felice quella sera. Ignoravo tuttavia quello che il viaggio mi avrebbe riservato. Ignoravo che di lì a poco avrei inanellato un altro dei miei sogni più grandi. Ignoravo che la felicità del momento potesse subire una positiva sferzata verso l’infinito. Ma fu proprio Peppe a smentirmi mentre, nella metro, si trovava già a consultare con precisione la sua Tube Map. E ci riuscì con una semplice, quanto efficace frase:” Allora domani è già deciso. Si va all’Emirates!”

