lunedì 30 aprile 2018

LONDON TRIP - Vol.2 - Part Three...

(Dal Diario del 03/07/2008)


Ricordavo di aver visto quella struttura fantastica da qualche parte in televisione. Molto spesso la associavo ai servizi del sempre impeccabile Antonio Caprarica, che seguivo con interesse al TG1. Ad ogni modo, Piccadilly Circus, o meglio la sua immagine, era da sempre irrimediabilmente stampata nella mia mente, come uno degli emblemi più ricorrenti da attribuire alla mia innata “anglofilia”, se così si può dire. Pur non avendo chissà quali doti mnemoniche, ho sempre avuto una buona memoria fotografica, spesso utilizzando la particolare tecnica di associare cose, concetti o persone ad immagini. Penso sia una tecnica infantile, banalissima, lo so. Sta di fatto che continuo tuttora ad utilizzarla, e spesso si rivela piuttosto efficace per chi, come il sottoscritto, fatica ad immagazzinare certe moli di dati in maniera meccanica. 

Nella fattispecie, la mia immagine associata all’idea di Piccadilly Circus, è quel gigantesco tabellone/schermo con su impresso il logo della Sanyo, illustre azienda di elettronica giapponese. Non mi sono mai interessato più di tanto alle sorti di quella ditta. Né mi sono mai documentato sul perché il loro marchio fosse così platealmente esposto in una delle piazze più importanti di Londra. Sapevo che fosse lì. Nulla di più. Nulla di meno. Avendo già avuto esperienza su come funzionassero i trasporti pubblici britannici, non aspettavo altro che scrutare la nostra fermata, per poi verificare la correttezza della mia associazione di immagini. Peppe era invece un neofita, e non poté fare a meno di restare allibito di fronte a quanto avevamo sotto i nostri occhi. La perfetta sintesi di efficienza, pulizia, ordine, comodità e tranquillità. Mi guardò esterrefatto, poi sorrise. La mia risposta fu un semplice sguardo di compiacimento, quasi di orgoglio, come a dire: “Di che ti meravigli? Mica siamo a Napoli?”

Non una semplice frase fatta. Il percorso prescelto contemplava 5 fermate ed un cambio di linea. Tempo complessivo: circa 13 minuti. Mio fratello fa più o meno lo stesso tipo di tragitto, percorrendo più o meno gli stessi chilometri, per arrivare alla facoltà di Ingegneria, con 3 fermate in più. Tempo complessivo: 50 minuti circa. Tralasciando i dettagli, potevamo entrambi constatare quanto fosse comodo ed agile quel mezzo di trasporto. Anche l’operazione del cambio risultò più che agevole. Dopo aver attraversato Lancaster Gate, Marble Arch e Bond Street, eravamo giunti ad Oxford Street, dove poi saremmo dovuti scendere per cambiare, prendendo la Bakerloo Line. Una sola fermata ed eccoci a Piccadilly. Non vedevo l’ora di vedere quell’enorme logo scintillante, sebbene non fosse certo quello il monumento cardine della piazza. Tuttavia, tra le tante uscite della metro, quella che imboccammo non ci fece ritrovare di fronte a quell’edificio. 

Al punto da farmi sentire quasi disorientato. Ben presto capimmo che era solo una questione di posizione. Posizione dell’uscita, più che altro. Il che non fu così spiacevole. Anzi. Per essere onesto, la mancata apparizione del “gigante nipponico” non evitò lo spalancarsi sproporzionato della mia mascella. E credo di poter parlare anche a nome di Giuseppe in questo senso. Riuscì a malapena a contenere l’emozione. Così come riesco a malapena a dipingerla ora. Quasi stentavo a credere ai miei occhi. Il mondo che avevamo davanti a noi era tremendamente bello, variopinto, multietnico. La realizzazione piena del concetto di ombelico del mondo, ma in senso ancora più pieno di quanto volesse dire Lorenzo Cherubini. Mai visto un crogiolo di etnie, culture, tradizioni e colori così armonioso e compatto. Il tutto, poi, era naturalmente incastonato in un contesto urbanistico così favoloso da mozzare il fiato. Con lo sguardo in su e a bocca aperta, ci limitavamo a contemplare quello scenario indescrivibile che ci era capitato sottomano. Il suono dei passi che compivamo per risalire le scale della metro veniva completamente sovrastato dal suono del mio battito cardiaco. Facevo fatica, molta fatica a comprendere quanto mi stesse succedendo.

 Fu però una mera questione di tempo. Ben presto dovemmo far mente locale, e fare attenzione a tutto quello che osservavamo, come a voler avidamente riempire l’anima di tutte quelle immagini colorate e pulsanti di vita. Quasi come se la fotocamera non avesse potuto fare abbastanza. E allora via, trascinati consapevolmente in quel turbine iperattivo e multietnico, per le vie della City di Westminster. Uno sguardo al cielo, quello tanto sognato, per rendermi conto, ogni tanto, della veridicità della cosa. Ad ogni passo, la meraviglia, la gioia, la felicità in senso stretto, che mancava da mesi e mesi a quella parte. Di fronte a noi, subito la rinomatissima bisteccheria Aberdeen, nei pressi della quale non potevano mancare le caratteristiche cabine telefoniche. Un paio di passi in direzione nord, ed eccoci in prossimità di un Virgin Megastore: davanti alla sua gigantografia apposta sulla vetrata, giurai a Solid Snake che avrei portato a termine la sua ultima missione. E sono già a buon punto nell’adempimento di quella promessa. 

Non con poche difficoltà, Peppe riuscì a farmi schiodare da lì, recandoci poi alla volta del corso principale, con tutti i caratteristici negozi di souvenir, tra cui spiccava senza dubbio il Whittard of Chelsea. Complesso, veramente complesso cogliere tutti i dettagli di quelle scene. Attraversando la strada, potevamo ammirare lo sfarzoso Cinema Teatro Empire, ma ben presto ci rendemmo conto che era solo uno dei tanti multisala posti nella piazza. Uno più bello dell’altro. Ad ogni modo, avevamo costeggiato un intero lato del “Circus”, per poi spuntare nella piazzetta centrale, inscritta in un bellissimo giardino, anch’esso di forma vagamente circolare. Si trattava di Leicester Square Garden, un favoloso mini-parco con tanto di animazione dal vivo al suo interno. Avemmo anche modo di riposarci per qualche istante, dopo esserci seduti su una delle affollatissime panchine che spuntavano qua e là, in quella meravigliosa macchietta di verde. 

Penso che sarei rimasto lì, immobile, a contemplare quella bellezza, rilassandomi in silenzio per ore e ore. Giuseppe non era invece del mio stesso avviso. Giustamente, non avevamo la possibilità di stazionare troppo, tra una meta e l’altra. Il tempo a nostra disposizione era quello che era, e andava sfruttato al massimo per vedere quanto più possibile ci fosse da vedere. Ero consapevolissimo del fatto che avesse ragione su tutta la linea, sebbene le mie chiappe stanche facessero spesso fatica ad accettarlo. Imparai tuttavia ad utilizzare il suo entusiasmo come carburante alternativo, laddove la mia energia fisica non fosse stata sufficiente. E poi, come se questo non bastasse, mi ripeteva spesso:” hai detto che quando rientriamo scriverai un diario di viaggio come la prima volta… se non andiamo in giro a vedere le cose, cosa ci racconterai? io voglio leggere più dettagli possibili, non vorrai solo descrivere la camera dell’Hotel, spero…”

Aveva ragione, ancora una volta. Preso atto di ciò, stabilimmo una nuova regola secondo la quale le nostre giornate sarebbero dovute cominciare la mattina alle 9,30, per poi rientrare alla base direttamente la sera tardi. A seconda della contingenza, ovviamente. Proseguimmo il cammino, ancora più entusiasti dopo quell’accordo, circumnavigando Leicester Square. Sulla sinistra si poteva scorgere un Casino, con all’ingresso un curioso tizio che non passava certamente inosservato. Proprio lì, in prossimità dei ritrattisti, dei caricaturisti e del marciapiede delle celebrità (con tanto di impronte di mani), si stanziava lui, imperioso, con il suo frac giallo oro, arricchito di sgargianti paillette, camicia bianca e papillon abbinato al vestito. Aveva grossi occhiali da sole, e capelli lunghissimi, raccolti con la classica coda alla “Fiorello”, quello dei bei tempi di Karaoke e di Katia Noventa.  Sicuro di sé, col suo microfono, urlava dispensando battute e invitando le persone ad entrare, raccogliendo l’attenzione (e le risate) di quella fiumana di gente, trovatasi lì, ad attraversare quel tratto di strada. Né io né Giuseppe potemmo fare a meno di commentare quel tipo così stravagante. Non riuscivo a non pensare a cosa avrebbero potuto dire, o anche fare, i miei fratelli se si fossero trovati lì con noi, e si fossero imbattuti in un tipo così. Lo stesso pensai di Antonio, di Pasquale, di Francesco e di tutti i nostri amici più cari. Nella comicità del momento, si aggiunse un filino di nostalgia. 

Mi resi anche conto che l’effetto di stupore e di meraviglia del trovarsi lì, si sarebbe moltiplicato esponenzialmente nel caso anche gli altri fossero stati lì con noi. Sarebbe solo stato uno sprone in più per ritornare con loro e rivivere questa favolosa esperienza. Passando da Gerrard Place, al caratteristico quartiere di Chinatown, non avevamo la benché minima possibilità di deprimerci. Il tempo passò veloce, e senza che ce ne rendessimo conto si erano già fatte le 18,30 (ore locali). Decidemmo di andare a bere qualcosa, in uno dei tanti, tantissimi locali che costeggiavano Piccadilly. Del resto, erano così tanti e diversi che sceglierne uno risultava autentica impresa. Poi a Giuseppe venne l’ispirazione, notando un’insegna curiosa, quanto familiare. Il simbolo era quello di un simpatico vecchietto, vagamente somigliante a Stalin. 

La sigla del ristorante diceva “KFC”. Escludendo la possibilità che fosse qualche ritrovo per mafiosi sovietici, ci avvicinammo, per dare un’occhiata. Ben presto, Peppe riconobbe il marchio, ricordandosi che si trattava di una catena di ristoranti, di cui un esercizio era presente anche a Bayswater. Aveva ragione, ricordavo anche io quel logo, quella combinazione di colori, quella particolare grafica da film americano. Decidemmo di entrare per bere qualcosa, ma finimmo per restare a mangiare, incuriositi da quel particolare menu. Fu una scelta tutto sommato positiva. Il layout era quello solito del fast-food, ma la scelta non era limitata al classico panino imbottito. Infatti, sebbene non ricordo il nome di quello che mangiammo, ricordo bene che si trattava di una specie di involtino, fatto di una sfoglia leggera, molto simile alla piadina. Al suo interno c’era di tutto e di più, tra pollo, formaggio, insalata verde, pomodori, salsa piccante e spezie varie. 

Qualcosa di insolito, di diverso, ma nel contempo veramente buono. La missione cena era compiuta e potevamo dedicare ulteriore tempo al nostro giro turistico. Poi, ad un certo punto, quando sembrava mi fossi scordato di lui, eccolo lì. Per un attimo, sembrò che il mio cuore si fermasse. Proprio quando tutto il resto mi aveva fatto dimenticare di lui, era magicamente apparso dinanzi a noi quell’edificio. L’edificio con la scritta Sanyo, gigantesco e sorridente, come a dire:” beh, ce ne hai messo di tempo…” 

Saltai di gioia come un bimbo che riceve il suo regalo di Natale tanto atteso. Avevo finalmente modo di vedere quella cartolina ideale, da sempre affissa sul mio cuore. La sensazione provata è stata ed è ancora difficile da esprimere a parole. Una strepitosa sequenza di immagini e di posti magici scorreva davanti ai miei occhi. La megastruttura del London Pavilion, con la sede dello stupendo Trocadero (altro che Vulcano Buono), la deliziosa Coventry Street, ricca di negozi e di locali alla moda, la fontana memoriale di Shaftesbury, con la statua di Eros, la zona dei Teatri e le statue dei Cavalli di Helios.

La fotocamera lavorava alacremente per mettere a fuoco quelle immagini. Noi facevamo altrettanto, per imprimere con forza tutto quello che avevamo vissuto. Erano tante, tantissime cose. Tutte in una sola volta, con una intensità inaudita. Ed era solo il secondo giorno di quella fantastica esperienza. Mentre percorrevamo il tragitto a ritroso, verso la grande stazione della metropolitana, quelle scene e quelle immagini si fissarono ancora meglio dentro me. Con una ardente voglia di ritornare, e di contemplare ancora meglio il tutto. Dopo quella immane dose di felicità, la stanchezza era impercettibile. Pensavo che sarebbe stato fantastico, al rientro in albergo, chiamare a casa, e raccontare ai miei cari quanto avevo visto e fatto in quella giornata. 

Di sicuro non pensavo che sarei potuto essere più felice quella sera. Ignoravo tuttavia quello che il viaggio mi avrebbe riservato. Ignoravo che di lì a poco avrei inanellato un altro dei miei sogni più grandi. Ignoravo che la felicità del momento potesse subire una positiva sferzata verso l’infinito. Ma fu proprio Peppe a smentirmi mentre, nella metro, si trovava già a consultare con precisione la sua Tube Map. E ci riuscì con una semplice, quanto efficace frase:” Allora domani è già deciso. Si va all’Emirates!”


mercoledì 18 aprile 2018

LONDON TRIP - Vol. 2 - Part Two...

(Dal Diario del 24/06/2008)

Giorno 6 Giugno. Inconsciamente ero lì, proprio sul punto di svegliarmi. Inconsciamente aspettavo il fastidioso suono della sveglia, seguito dalla voce di mia madre. Inconsciamente, forse, mi preparavo pure psicologicamente ad affrontare orde di clienti pazzoidi, pronti a straziarmi i maroni per sapere dove fossero finiti gli ultimi quattro centesimi di credito residuo dalla loro sim… Dopo qualche minuto, la sveglia suonò davvero. Per fortuna non era quella di casa mia. Peppe l’aveva giustappunto impostata, prevedendo che avremmo avuto difficoltà ad alzarci ad un orario decente. 

Vista l’ora tarda della sera prima, non potevamo pretendere chissà cosa. Furono circa 6 ore di sonno, ma filarono via lisce. Così lisce, che avevo quasi dimenticato dove fossi. Incredibile. Facemmo entrare il sole in camera, così come avevamo fatto entrare Londra nei nostri cuori il giorno prima. In pochi decimi di secondo, quel senso di apatia e di frustrazione latente sparì. Il mio risveglio fisiologico completo si sarebbe realizzato solo a seguito di una doccia calda. Come tutte le mie mattine. Ma con una bella e sostanziale differenza. Visto il tempo che mi si prospettava dinanzi, non potevo certo dirmi a corto di energie. Per Giuseppe, ovviamente, era lo stesso. 

Non gli piaceva affatto perdere tempo, e faceva della precisione organizzativa il suo marchio di fabbrica. Laddove il mio entusiasmo non fosse stato sufficiente ad interrompere il mio oziare nel lettuccio, ci avrebbe pensato lui a farmi cadere dalla branda. In realtà, dovevamo ancora organizzarci, ma dopo esserci lavati e vestiti, pensammo che sarebbe stato opportuno scompattare gli obbiettivi e ragionare per piccoli passi. Nell’Ordo Naturalis delle cose, il primo obbiettivo sarebbe stato quello di fare colazione. Il regolamento parlava chiaro. La colazione veniva servita entro le 10,00. Peppe regolò il cronometro sull’ora locale già la sera prima. A poche ore di distanza, lo stesso era già lì ad ammonirci per il nostro ritardo sulla tabella di marcia. Raccogliemmo tutte le nostre cose, organizzando i nostri zaini come meglio potevamo. Il controllo amministrativo sulle chiavi della stanza venne affidato a Peppe, all’unanimità. Considerando soprattutto la mia proverbiale sbadataggine. 

Accettò di buon grado. Quantomeno non protestò. Poi ci dirigemmo verso l’ascensore. Ricordavo che la sala breakfast fosse sulla nostra sinistra. Convenimmo di entrare ostentando il cartellino, ma non c’era nessuna hostess di sala che ne potesse prendere atto. Probabilmente, anche per l’orario. Ci fu in ogni caso utile. Capimmo che la regola del “chi prima arriva, meglio alloggia” fosse una consuetudine piuttosto diffusa dell’albergo. E soprattutto della sala breakfast. Il buffet era infatti ormai ridotto ai minimi termini. Ma personalmente, non sono un tipo così esigente. Per Giuseppe invece fu una bella delusione. La cioccolata calda in effetti non era delle migliori. Ma si sentiva che il sapore fosse quello tipico del fondo della caraffa. Quella dura legge ci aveva impietosamente investito in pieno. Ma non ci saremmo fatti beffare nei giorni successivi. Ero dispiaciuto per il disappunto di Peppe. 

Dopo aver consegnato le chiavi alla reception, lasciammo l’albergo e iniziammo a consultare le nostre mappe informative. Poi capimmo che senza una reale destinazione, non avremmo combinato molto. Del resto, sebbene fossimo due cervelli pensanti distinti, l’intenzione era di percorrere quel viaggio come un unico vettore. Era perciò necessario procedere per proposte, suggerimenti e idee che fossero concordi. Tenendo sempre a mente il paradigma del “Conosci te stesso” delle iscrizioni di Delfi e dei precetti Socratici, elaborai la mia proposta proprio in questo senso. Conoscere “noi stessi”, implicava strettamente conoscere dove fossimo posizionati. Traducendo il tutto, proposi a Peppe di cominciare a guardarci intorno, capendo come spostarci, e soprattutto orientarci per rientrare alla base. Per di più, la zona in cui ci trovavamo era davvero ben messa. L’organizzazione comportava ovviamente anche un minimo di sforzo mnemonico. 

Supportato da un minimo di appunti. Il vialetto in cui si trovava il nostro Bayswater Inn era Prince’s Square. Sarebbe stato subito uno tra i nostri principali punti di riferimento. Procedendo lungo quella direzione, ci trovavamo su Porchester Gardens, a pochi isolati di distanza. Percorrendolo fino alla fine, venivamo immessi su quella che era la via principale della zona di Bayswater: Queensway. Naturalmente, si trattava del corso principale, ed era, manco a dirlo, pullulante di gente di ogni luogo e cultura. Si stava veramente bene a passeggiare lungo quelle strade così affollate. Nel più banale dei cliché, una delle prime cose che notammo, fu la classica cabina telefonica inglese, rosso fiammante. Quale occasione migliore, per immortalarci al fianco di uno dei più classici degli status symbol anglosassoni? Era solo la prima delle meraviglie che ci attendevano lungo il percorso. Mi bastava respirare quell’aria per sentirmi come epurato, dallo stress tossico della mia vita quotidiana. Immaginavo come mi sarei potuto sentire con l’andare del tempo e delle giornate. Sapevamo inoltre che la nostra posizione era praticamente nei pressi di una delle strade più rinomate della capitale: Oxford Street. Che fosse una strada commercialmente importante, non v’era dubbio alcuno. Negozi, boutique, locali e ristoranti a ogni piè sospinto. 

Facevo davvero fatica a realizzare il bello che mi circondava. Faceva parte di un pezzo di vita che avevo sempre sognato, con tutte le mie forze. Fu in quegli stessi attimi che i miei sogni, le mie speranze, la mia fantasia e i miei ricordi si intrecciarono, come un’unica cordicella. Tirando la quale, era possibile attivare il juke box della mia anima che già risuonava dentro di me. Avevo l’impressione di ascoltare le note di “There She goes”, dei “The Las”. Per chi non lo conoscesse, è uno dei brani più noti di tale band, utilizzato come prologo di un film chiamato Fever Pitch, a me molto caro. Forse non era un caso, aver avuto la sensazione di ascoltarne musica e parole. Proprio lì, dove tutto stava cominciando. 

L’orientamento ci era alquanto facilitato dalla segnaletica e dalla cartellonistica. Procedendo verso destra, potevamo tagliare tutta Queensway, e proseguire in direzione Oxford Street. Dopo pochi minuti di cammino, notammo una prima fermata della “tube”. Si trattava di Bayswater, dalla quale, stando alla nostra mappa, avremmo avuto accesso alla linea gialla (Circle Line) e a quella verde chiaro (District Line). C’era una folla spaventosa. Non sapevamo se prendere o meno la metro proprio da lì. Riuscimmo a procurarci guide sull’utilizzo della tube ancora più efficaci di quelle che avevamo noi. Gli avvisi in bacheca erano numerosi. Senza chiedere agli inservienti del posto, mi bastò leggere le notifiche appese un po’ dappertutto per capire che la District Line fosse momentaneamente fuori servizio. Ad ogni modo, guardando sulla nuova guida della metro, pare che fossimo vicinissimi ad un’altra stazione della underground. 

Era praticamente a 50 metri, e pareva molto più pratica, anche per quanto riguardava l’affluenza. Sicuramente più agevole rispetto alla precedente, la fermata di Queensway ci metteva in collegamento con la linea rossa (Central Line), da cui si sarebbe potuti arrivare ovunque. Potevamo tranquillamente usufruirne, ma poi lì per lì pensammo che non ci fossimo decisi sulla nostra eventuale destinazione e che quindi sarebbe stato meglio continuare a guardarci intorno. Del resto, proprio di fronte a noi, sull’altra sponda della strada, avremmo trovato un ottimo motivo per stazionare in zona. Giusto attraversando la strada, ci trovavamo in prossimità di una delle entrate principali dei Giardini di Kensington. L’imponenza di quella meraviglia, ci lasciò per un attimo esterrefatti. Una volta realizzato che non stavamo sognando, potemmo varcare quei cancelli, e visitare uno dei più vasti parchi reali di tutta l’Inghilterra. 

L’estensione di Kensington Gardens era notevolissima già dalla mappa impressa sull’insegna all’entrata. Lo era ancora di più nel percorrerlo, osservando tutto l’immenso verde che ci circondava. Impressionante. Una infinita distesa di alberi, querce, panchine, prati, cespugli e animaletti selvatici. Il senso della civiltà e del rispetto per le loro risorse pubbliche era percettibile ad ogni sguardo. Una sensazione sconosciuta, rispetto al mondo da cui provengo. Quasi mi vergognavo, sapendo di come fosse la situazione qui a Napoli. Tuttavia, vista la mole di cose da vedere (e da sentire), pensai che non fosse il caso di deprimermi in quella circostanza. In particolare, una stupenda Quercia centenaria, in cui uno scultore aveva ben pensato di scolpire degli elfi, intagliando il legno stesso dell’arbusto. Tra tutti gli alberi disseminati nel parco, non era affatto difficile imbattersi in vivacissimi scoiattoli. Allo stesso modo, non era proibitivo osservare anatre, ochette, cigni e altre specie di uccelli, mentre stazionavano nei pressi del bordo del laghetto, sito più o meno al centro del parco. 

C’era la possibilità di sedersi su autentiche sedie a sdraio, per godersi quello spettacolo naturale di tranquillità e di pace. Una semplicità disarmante, ma nello stesso tempo così lontana dalle nostre consuetudini. Procedendo in fondo alla strada, c’era una zona del Parco dedicata alla povera Lady Diana, con vari monumenti e roseti dedicati alla sua memoria. Mentre ci trovavamo in prossimità di quell’area, una donna, seguita da diverse ragazze DISTINTAMENTE italiane, mi si avvicina. Già pensavo che avremmo potuto interfacciarci con dei nostri connazionali. Non mi sarebbe affatto dispiaciuto. L’illusione si dissolse presto, quando la donna mi chiese informazioni sull’area in cui ci trovavamo, e il nome del Parco stesso. La cosa singolare fu che, nonostante avessi capito che lei fosse più italiana di me (in particolare, romana), le risposi in inglese, e francamente, nemmeno in modo tanto impeccabile. Tant’è che stava per pronunciare la parola “grazie”, salvo poi correggersi dopo la prima sillaba, e restituirmi il “meritato” thank you. Peccato per l’occasione sfumata. Ma sapevamo, con estremo ottimismo, che quelli non sarebbero stati gli unici italiani incontrati lungo la nostra sortita. Con la meraviglia negli occhi, attraversammo (percorrendolo interamente), tutti i giardini di Kensington. Uscendo nuovamente su Queensway, procedemmo sulla nostra sinistra, cercando di capire dove saremmo arrivati su quella strada alberata. 

Pensavo che avremmo potuto in qualche modo giungere fino a Marble Arch, e mi piaceva l’idea di tornarci, in qualche modo per provare, quasi fosse una sfida, ad eseguire il percorso inverso, per tornare alla base. In maniera del tutto rischiosa, Peppe si lasciò convincere dal mio strampalato senso dell’orientamento, e decise di seguirmi. Dopo un bel tratto a piedi, ci trovammo di fronte alla fermata di Notting Hill Gate, una zona davvero deliziosa, nonché rinomata. E non soltanto per il film di Hugh Grant. Rispetto al percorso che avevamo fatto tramite il bus della National Express, quella bella zona aveva un non so che di familiare. Inoltre, speravamo che ci fosse una successiva fermata della metro, di lì a poco, per renderci conto della nostra posizione attuale. Purtroppo per noi, le nostre speranze erano più che vane. La fermata successiva era Holland Park, ed era a quasi 25 minuti buoni di cammino da Notting Hill. Solo a quel punto, potemmo renderci conto che Marble Arch fosse dalla parte opposta, e che il mio stoico tentativo di raggiungerlo si tradusse in una leggerissima passeggiatina di 2 chilometri, non proprio messa in preventivo. Anzi. 

Considerando anche il ritorno da mettere in conto, i chilometri a quel punto sarebbero stati 4. E non furono così leggeri. Soprattutto in virtù del fatto che il nostro serbatoio fosse in riserva. Per cui le cose erano semplici. Dato che le nostre gambe avrebbero avuto la parte di mezzo di locomozione preferenziale, dovevamo assolutamente far rifornimento. Con tutti i locali nella zona, avremmo solo avuto l’imbarazzo della scelta. E in tal senso, optammo per adeguarci allo spirito del fast-food. Veloce, non troppo costoso, ma soprattutto efficace. Infatti dopo essere tornati nella zona di Queensway, ci fermammo da Burger King, dove potemmo tranquillamente rifocillarci. 

E soprattutto recuperare energie. Ne approfittammo anche per rientrare in albergo, e per recuperare un’oretta di sonno arretrato. Dopo esserci riposati, Peppe propose di sganciarci dalla base, per una prima incursione in quel di Piccadilly Circus. Oramai conoscevamo bene il circondario, per cui saremmo stati pronti a saggiare la qualità del servizio dei trasporti pubblici. Che in realtà non era sconosciuta al sottoscritto. Il percorso era già tracciato. Da Queensway bastava prendere la Central, scendere ad Oxford Circus, cambiare prendendo la Bakerloo Line (linea marrone) e scendere dopo una fermata a Piccadilly. La linea su cui continuare a percorrere il sogno era proprio lì davanti a noi. Dovevamo solo “unirne i puntini”, come a voler farle prendere forma. Giusto il tempo di vidimare il biglietto.





domenica 8 aprile 2018

Breathe...


La Primavera è ormai arrivata da un paio di settimane piene ed i suoi effetti iniziano a sentirsi. Al netto di una manciata di giorni caratterizzati da temperature molto basse (nulla di eccessivamente preoccupante, in verità), il clima tende sempre più ad assestarsi, soprattutto per la gioia dei freddolosi atavici. A dirla tutta (ma questa non è una novità, almeno nel mio caso), non hanno perso occasione di farsi sentire anche gli effetti della famigerata Ora Legale: come essere investiti in pieno da un rinoceronte bianco, come venire storditi da una granata “flashbang”, insomma... ci siamo capiti.

Ci è voluto un po' per riprendere il ritmo consueto, e devo dire che la cosa diventi sempre più fastidiosamente percettibile, anno dopo anno. La mia (fortunatamente) lieve condizione di meteoropatia atavica potrebbe avere avuto un ruolo in questo. Immagino di doverne tener conto.

Come sempre, e si potrebbero fare tantissimi altri esempi relativi a mie esperienze passate, la risposta a certi interrogativi risiede maggiormente in una sommatoria, per non dire concomitanza, di fattori, piuttosto che in un unico "fenomeno". I pensieri si accumulano ultimamente. Può capitare di non riuscire a sbrigare tutto, a riordinare le idee, mettendo ogni cosa a suo posto, come darsi da fare, nel prendere le proprie t-shirt appena stirate (sicuramente da qualcun altro, visto che al momento non sono capace di stirare), e metterle a posto, ciascuna nel proprio cassetto.

A volte è un po' più semplice, mentre in altre occasioni, il disordine è tale da renderti impacciato, poco reattivo, ed inevitabilmente fai fatica, anche solo a pensare di voler gestire il tuo tempo.
Potremmo definirla la parte peggiore, dello status di "solitario", a dispetto di tutto ciò che di buono sto ricevendo dalla mia condizione di indipendenza. Possono esserci dei momenti di debolezza (anche se mi rendo conto che il termine non sia esattamente calzante in questo caso specifico), durante i quali si tende a fare paragoni, ad immaginare situazioni diverse, ad accendere il motore dei propri desideri. Questi ultimi, in maniera particolare, sono tutti lì, nessuno li muove da dove li abbiamo lasciati. Eppure, la prospettiva può subire minuscole, quanto percettibili variazioni e, pur restando intatti, possono talvolta sembrare più lontani, o viceversa. Magari è tutto legato a questo periodo, oppure, più banalmente, si tratta di uno stato d'animo passeggero. Tutto è possibile.

Personalmente mi piace pensare che persino una fase del genere possa essere una sorta di prologo, chiamiamola "introduzione" a qualcos'altro. Qualcosa di positivo, di sorprendente dal punto di vista positivo. E, giuro su ciò che mi è più caro, non sto fingendo di essere all'oscuro di chissà quali avvenimenti futuri. Non sto bluffando, dico sul serio. E' più che altro un overflow di convinzione, forse riflesso della mia volontà. Non lo so, non posso dirlo con estrema certezza.

So di dover continuare a non dare per scontato le cose, le persone soprattutto e le opportunità. So bene di avere il compito di restare con i piedi ancorati al terreno, di sfruttare al massimo il tempo e le occasioni ad esso legate, per provare sempre a migliorare. E so che, per far tutto questo, dovrò metterci parecchio "del mio". Magari anche un pizzico di creatività. Poco ma sicuro.

Del resto, non sarebbe certo qualcosa da improvvisare. Non posso ancora ritenermi un vero esperto, ma nemmeno sarebbe corretto definirmi un principiante. Persino in questi ultimi giorni, ho avuto modo di far pratica, non senza aver fatto comunque un po' di fatica. E, potete credermi, ve lo dice uno dotato di fervida immaginazione, solo per usare un eufemismo.

In questo modo, per quanto possa sembrare contorto, il mio piatto di "yakisoba" ordinato con Just Eat, ha discretamente sopperito alla profonda nostalgia per la tradizionale zuppa di cozze (meglio definirla zuppa di pesce, visto che mia madre evita l'utilizzo delle cozze) del Giovedì Santo.
E, sì, magari l'atmosfera di goliardia e di spensieratezza tipica della classica scampagnata di Pasquetta può in certi casi essere inarrivabile, ma posso confermare (e non credo di essere il solo) che condividere un intero "casatiello" napoletano in ufficio, con i tuoi colleghi trasferisti (lucani, pugliesi, romani e sardi), ci va molto, molto vicino.

Sono solo due piccoli esempi, me ne rendo conto. E non fraintendetemi. Non sto assolutamente dicendo che non abbia sentito la mancanza di casa o della zuppa del Giovedì Santo (mi è mancata da morire, e nemmeno lo avrei mai creduto). Per non dire di quanto avrei voluto trascorrere il Lunedì "in albis" con una grandiosa gita fuori porta, grigliando carne, bevendo birra, e calciando momentaneamente via i miei problemi, con la stessa enfasi con cui si calcia l'onnipresente Super Santos. Talvolta è solo questione di atteggiamento, di consapevolezza, e ci metterei pure una non trascurabile dose di pazienza. Come a voler prendere fiato. Quell'attimo in cui si trattiene il respiro, espandendo al massimo la propria cassa toracica, prima di tuffarsi in acqua, percependo il brivido.
Nell'attesa, spesso frenetica, è vero, di gustare esperienze nuove. Nella voglia di mettersi costantemente in gioco, di sfidare le proprie possibilità. Nel desiderio di assecondare le proprie passioni, mettendo da parte i dubbi, lasciando spazio al cuore.

Perché intanto la Primavera ormai è arrivata, ed è con essa che tornerà il bel tempo. Il tempo da dedicare alle persone care, trascorrendo buona parte delle prossime domeniche con i miei amici, organizzando barbecue e aperitivi al mare. 

Tempo, inteso in senso atmosferico, ideale per rinunciare a giubbini, cappotti e sciarpe, in favore di sgargianti t-shirt e fantasiose magliette a mezze maniche. Dovrò comprarne delle altre.
Tempo da utilizzare per programmare il mio prossimo viaggio all'esterno (Cracovia e Varsavia in netto vantaggio su altre mete), per mettere a frutto ulteriormente l'esperienza che sto vivendo qui durante i collaudi, per stringere nuove amicizie, godermi l'affetto dei miei familiari.
Tempo da centellinare per riordinare le idee, riprendere da ciò che era stato interrotto, dando un senso a tutti gli obiettivi da perseguire, senza mai perderli di vista. 
Tempo di prendere fiato e tornare a combattere, ad amare, a vivere. Cose che, in fondo, possono essere semplici. Come respirare.