In fondo ero già passato per Islington, respirando la meravigliosa atmosfera dei resti di Highbury, ormai chiamato “Square”, e del nuovo Stadio dei Gunners, griffato Fly Emirates. Nonostante questo, il pensiero che di lì a poco avrei nuovamente rivissuto quei momenti, in maniera ancora più nitida, non riusciva a farmi dormire. Ero sereno, ma galvanizzato allo stesso tempo. Avevamo concordato il giorno prima di effettuare quella tappa, e non avevo ancora assorbito del tutto la poderosa scarica adrenalinica derivante da quella decisione. Il suono della sveglia fu oltremodo gradito, e non vedevo l’ora di prepararmi per lasciare l’albergo. Non era un mistero che il mio cuore fosse colmo di emozione, riuscivo a farlo trasparire così palesemente da risultare imbarazzante per alcuni tratti. Peppe mi guardava sorridente.
Era come se lo rendessi partecipe, come se lo
irradiassi con la gioia che provavo in quegli istanti. Nel contempo, ero
davvero felice del fatto di poter condividere quel momento con un amico prezioso
come lui. Fu inevitabile pensare all’effetto multiplo che si sarebbe verificato
con la presenza di Antonio, Pasquale, Francesco e dei miei fratelli. I miei
nervi erano saldi al punto giusto, e ci impiegai poco per fare una rinfrescante
doccia e per vestirmi. A proposito, va fatto un cenno sulla vestizione.
Rigorosamente in puro Arsenal-Style. Uno stile, a dire il vero, di cui il mio
bagaglio era riccamente fornito. Senza la minima ombra di dubbio, la mia scelta
cadde sulla divisa away, quella bianca con le rifiniture granata e i numeri
dorati.
Con la stessa sicurezza di Shiryu nell’atto di scegliere la Spada, tra
le armi della Sacra Armatura di Libra, scelsi la maglia di Robin Van Persie,
con la dedica memoriale a Herbert Chapman, ricamata in tessuto. La stessa
divisa che mi aveva accompagnato nella notte di San Siro, la stessa che aveva
dominato ed annullato il Diavolo rossonero. L’abbinamento fu semplice da
completare con jeans larghi e cappellino. Con il numero 11 sulla schiena, e
l’Arsenal sul cuore, lasciai finalmente la camera, ed insieme al mio compagno
d’armi ci recammo in sala breakfast con un buon margine di anticipo rispetto
alla volta precedente. Il risultato, vista la scelta a nostra disposizione, era
più che evidente. Diversi tipi di marmellate, diversi tipi di pane, toast,
cioccolata calda, thè, latte caldo e cereali, solo per fare qualche esempio.
Ci
occorreva una discreta dose di energia, per cui facemmo un’ottima colazione e
schizzammo via, a gran velocità. Anche se Peppe provava a farmi rallentare il passo,
era come se non lo sentissi. Non per cattiveria, ci mancherebbe. Sapevo di
essere vicinissimo a coronare un altro dei miei sogni più grandi, e non vedevo
l’ora di raggiungere l’obbiettivo. Non facevo altro che pensare a quella
immagine di Henry, Gilberto, Walcott e Fabregàs, seduti con la divisa bianca,
su una delle panchine site nella fermata di Arsenal. Pensavo che anche io avrei
voluto immortalarmi così, proprio come i miei eroi. E la cosa mi emozionava
parecchio. Macinammo in breve tempo i pochi metri che ci separavano dalla
stazione di Queensway e, mappa alla mano, studiammo il percorso più semplice
per arrivare a destinazione. Tra l’altro, nonostante la distanza, arrivare a
destinazione era già incredibilmente facile, per cui mi limitai a fare la fila
per la biglietteria e a chiedere:"Two for Arsenal, please!" – Una
frase che sognavo di dire da tempo immemore ormai! Un altro piccolo, ma
significativo frammento di sogno che si era realizzato. E sentivo che avevo
compiuto un altro importante passo verso la meta. Saliti in carrozza, mi resi
conto che in quel frangente sarebbe stata soltanto una mera questione di tempo.
L’unica "preoccupazione" sarebbe stata quella di trovare il posto a
sedere, dopo aver cambiato linea per la seconda volta. Già, in effetti erano
due i cambi da fare. Ma per l’efficienza e la celerità del servizio di
trasporto urbano, risultarono impercettibili, se non trascurabili. Dopo le
classiche tre fermatine della linea rossa (Central), ci ritrovammo ad Oxford
Street, strategico punto di snodo per diverse direzioni importanti. Era lì il
nostro primo cambio da fare, e la cosa non suonava affatto come novità. Era
necessario seguire la direzione per poter prendere la linea marrone (Bakerloo),
e la cosa fu piuttosto agevole. Mi chiedevo spesso cosa potesse significare la
parola Bakerloo, o quantomeno da cosa potesse aver preso ispirazione il nome di
quella linea ferroviaria. Solo dopo, curiosando qua e là in rete, riuscì a
sapere che si trattava della contrazione (o meglio, della fusione) di due
parole con le quali veniva originariamente chiamata la linea, ovvero Baker
Street & Waterloo Railway. Qualcosa che risale ai primi del ‘900 o giù di
lì. Se non altro, avevo imparato qualcosa, e la mia curiosità era stata
appagata.
Un’unica fermata, e saremmo poi giunti a Piccadilly Circus, da cui
potevamo cambiare per la nostra direzione finale. La linea blu (detta appunto
Piccadilly Line) ci avrebbe infatti condotti dritti dritti tra le braccia
dell’Emirates Stadium. Per nostra fortuna, trovammo anche il posto a sedere.
Visto il numero delle fermate che ci attendevano, fu una manna dal cielo. Poco
meno di venti minuti, passati a pensare, a ricordare, a cercare di frenare l’emozione.
Non appena la voce dello speaker pronunciò le parole "the next station is
Arsenal", Peppe mi guardò sorridendo, quasi come a voler dire: "Sei
pronto?"
Risposi sorridendo a mia volta. Perché
sapevo di essere pronto, sapevo che quello fosse il momento giusto, dopo una
giusta e tanto agognata attesa. Eravamo giunti a destinazione, proprio lì, nel
nord di Londra, precisi precisi a Gillespie Road, nome originario della
fermata. Fui subito attratto dalla combinazione di colori degli interni della
metro. Dentro di me si mescolavano immagini, canzoni, ricordi stupendi, misti a
commozione e a gioia indescrivibile. Non potevo non pensare alla notte di
Milano, ai momenti più esaltanti della stagione da poco terminata, alla
pubblicità di Ian Wright che combatteva contro una schiera di demoni in una
arena infernale, al goal di Bergkamp contro il Newcastle, alla mia prima maglia
rossa a maniche bianche e all’attore che interpretava Nick Hornby in Febbre a
90°, mentre dopo una lite con suo padre, si avviava da solo allo stadio per
seguire le sorti dei Gunners, con gli Who a tutto volume, a far da colonna
sonora del momento.
Finchè non vidi la panchina, una
delle tante, come quelle nella fotografia che avevo scaricato dal sito
dell’Arsenal. Era un’occasione che non avrei potuto mancare. Peppe era già
pronto, con la sua fedelissima fotocamera, per immortalare quel momento. Mi
sentivo decisamente fiero. Sebbene infantile, quel mio gesto mi aveva
avvicinato ai miei beniamini. Ed averne una testimonianza fotografica, mi
rendeva molto orgoglioso. Ed era solo l’inizio. Il battito cardiaco aumentava
progressivamente, proprio come quando salivo i gradini per raggiungere la
laterale rossa del Meazza. Sapevo che si trattasse di qualcosa di diverso, non
era un evento particolare, ma rappresentava per me in ogni caso una sorta di
piccola evoluzione del mio essere Gooner. Da subito, già dall’uscita della
stazione, era possibile scorgere le indicazioni per giungere al The Grove.
Credevo che il mio sguardo lo impattasse non appena avremmo messo piede fuori
dalla metro, ma in realtà non era come pensavo. Un paio di centinaia di metri,
lungo il margine destro della strada di Gillespie Road, ed eravamo in pieno
quartiere Ashburton Grove, zona parzialmente in costruzione. Dopo un po’, ecco
i primi cenni dello stadio, ma si trattava della parte esterna, con il Box
Office in primissimo piano.
Ancora una volta, decisi che fosse il caso di
imprimere quelle scene attraverso la fotocamera digitale che avevamo con noi.
Una breve capatina all’Armoury non avrebbe guastato affatto i nostri piani.
Peccato non aver avuto materialmente lo spazio in valigia per portare della
roba con me, altrimenti avrei volentieri rilevato il negozio. Con tutta la
merce, s’intende. Del resto, i boxer dell’Arsenal mancano al mio inventario.
Questione di tempo, rimedierò ben presto. Dopo esserci consolati con quella
vista paradisiaca, decidemmo di involarci verso la struttura dello stadio,
consapevoli che la vista sarebbe stata ancora migliore. Aggirammo lo shop
ufficiale, prendendo poi la direzione delle gradinate retrostanti. Era quasi
come salire i gradini del Grande Tempio, non ero capace di attendere oltre.
Giusto un paio di rampe, dopodiché la nostra vista poté concentrarsi su una
delle strutture più avveniristiche ed affascinanti mai create dall’architettura
moderna. Estasiato almeno quanto me, Peppe non perse tempo a collezionare immagini
di quanto si riproduceva davanti ai nostri sguardi attoniti.
Personalmente mi
sentivo microscopico ed immenso nello stesso tempo. Se fino a quel momento non
avevo fatto che parlare, raccontare aneddoti, impressioni o sensazioni che
stavo provando, in quel momento non riuscì più a spiccicare una sola parola.
Ero come isolato, completamente tagliato fuori. La mia passione, tutta la mia
grande passione si concentrava in quell’enorme stemma che si ergeva, maestoso,
al centro della struttura. Faccio ancora fatica a esprimere con precisione i
sentimenti che provavo in quell’istante. Volevo guardarlo per bene, osservarlo
e studiarlo nei minimi particolari, girandoci attorno, come un satellite gira
intorno al proprio pianeta di riferimento. Peppe mi seguiva, cercando di
prendere più dettagli possibili da quelle spettacolari immagini. Il tour per
visitarlo all’interno era di lì a poco cominciato, ma la mia curiosità era più
che altro rivolta ad un altro aspetto dell’Emirates Stadium, ovvero il suo
museo interno. Ne avevo tanto sentito parlare, ammirandone qualche immagine
attraverso il sito ufficiale.
Decisi che non mi sarei potuto lasciar scappare
una simile chance. Anche Peppe era del mio stesso avviso, per cui non perdemmo
tempo e andammo a chiedere come fare per poterlo visitare. La burocrazia da
quelle parti non era affatto macchinosa, nessuna cerimonia, nessuna trafila
particolare. Scoprimmo ben presto che sarebbe bastato pagare il custode
direttamente fuori, per poi entrare e restare a nostro piacimento all’interno
del Museum. La fotocamera fu costretta a un bel po’ di lavoro straordinario.
Poco dopo essere entrati, rimasi nuovamente senza fiato. C’era tutto, inutile
negarlo. Tutto dalla A alla Z. Fu un vero onore potermi immortalare con il
grande Chapman, così come fu un onore andare a rileggere le imprese dei nostri
"padri fondatori". I documenti e i pezzi di storia del Club
tappezzavano pareti, vetrinette e soppalchi dell’intero museo. Non persi
occasione di dare giusto tributo ai due più gloriosi manager della storia,
Graham e Wenger, non a caso disposti l’uno di fianco all’altro. Quale grandiosa
emozione fu respirare quell’aria così magica e intrisa di tradizione calcistica
allo stato puro!!!
Era tutto a portata di mano, tra divise storiche, coppe e
mitici trofei nazionali esposti in bacheca, maglie autografate e immagini di
idoli di tutte le epoche! I poster di Wright, le immagini di Henry, il tributo
al grandissimo Alan Ball, senza parlare della statua di Charlie George,
ritratto nella sua tipica esultanza in scivolata! Ebbi perfino modo di
"misurare" il mio tasso di conoscenza della “Storia” del Club,
attraverso una sorte di quiz elettronico, presente in una delle stanze del
museo. Davanti allo sguardo stupito di Peppe, sono riuscito a totalizzare un
onorevole 8 su 10. Peccato aver scordato il rito apotropaico delle mutande di
David Seaman. Beh, no, a pensarci bene purtroppo non ci sono altre parole per
descrivere tutto quello che i miei occhi e il mio cuore continuavano avidamente
ad immagazzinare nella memoria. E a pensarci anche meglio, mi rendo conto che ogni
eventuale aggiunta renderebbe riduttiva quella che ricorderò sempre come una
delle esperienze più sensazionali della mia vita. Non si è trattato del momento
migliore del viaggio, del suo culmine, se così si può dire. Ma, probabilmente,
si è trattato dell’unico, vero momento in cui, nonostante i circa 1500 km di
distanza, mi sono sentito nuovamente a casa mia.
